Part 50
Quel bisogno essenziale alla natura umana d'ampliare il mondo visibile mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove l'istruzione non dilata la vista sulla storia e sull'universo, avea creato o qui trasferito dall'Oriente quelle fate benevole, che appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, quali la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli altri giorni godevano della loro bellezza e d'una vita che partecipava all'immortale. Anche il genio famigliare e i folletti mostravansi ora amorevoli e serviziati, ora maligni ma in burle e arguzie. Un padrone superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guai a lui: l'impresa eccedeva le forze del misero, che ne rimaneva desolato sinchè un folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la collocò traverso alla porta del padrone, indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un'altra porta: ciò accadde per l'appunto nell'anno di grazia 1532. Il padre inquisitore Girolamo Menghi di Viadana, persuasissimo di tali fatti, de' quali riempie il suo libro[351], fra altri aneddoti curiosi racconta d'un folletto, famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente l'accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. Nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d'una fantesca; se mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L'anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla trilustre: e il folletto giocava le più bizzarre burle; or rompere i vassoj del bucato, or rotolare dalle scale grosse pietre, or di piccole lanciarne a rompere i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di rame e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l'anello, ecco gli spiriti a piangere e pregare ch'esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un'orditura per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all'inferno.
Lo stesso Menghi riferisce che, quando i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, trovandosi Alfonso d'Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustri signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il duca asserì «esser cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj, e narrò che un giorno a Carrone di Calabria, gli fu narrato d'una donna vessata da spiriti immondi. Egli se la fece condurre, ma niente rispondeva nè movevasi come se fosse senza spirito. Il principe, ricordandosi d'una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, che fu poi santo, secretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare e torcere la bocca e gli occhi. Domandata del perchè, rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta perchè (diss'ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell'_agnus_ benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Levate queste cose, ridivenne come morta. La notte seguente andando esso principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti nel palazzo e nella propria camera, di maniera che, chiamati alcuni servitori per sicurezza, vegliò fino a giorno; allora si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s'egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandole: «Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: «Nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero stati quei cosi sacri che porti al collo, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti saprò narrare tutto quello che jeri ragionasti coll'ambasciatore de' Veneziani, perchè il tutto ho udito e saputo». E così fece; di maniera che quel signore d'indi in poi restò persuaso che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell'aria, quanto nei corpi umani.
Il _Palagio degli incanti_, stampato coll'approvazione dell'inquisitore, che lo commenda come «dilettevole per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina», va zeppo di storielle di demonj, di incubi e succubi, appoggiate ad autori accreditatissimi. Il più romanzesco è d'un giovane che, regnante Ruggero in Sicilia, nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno de' suoi compagni; ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l'ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa. Se non che ella mai non parlava. Avvertito da un compagno ch'egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che con questa violenza perdeva un'eccellente moglie, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand'essa lo prese ed affogò.
Il libro è scritto dallo Strozzi Cicogna, al quale don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli, narrò che un frate Egidio al duca di Ferrara manifestò un tesoro, ma nol si potè mai estrarre perchè gli spiriti rompevano le funi e spegneano i lumi: e che fece da esso don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro ramoscelli d'oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò il _miserere_, e quando fu all'_incerta et occulta manifestasti mihi_, si sentì trarre verso la porta del giardino, e giunto ov'era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Non son i prodigi della raddomanzia, che vedemmo asseriti ai dì nostri?
Lo stesso don Antonio gli narrò che, in Noventa sul Vicentino, a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla dimensione primitiva significava guarigione; se no, morte. Egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d'un'inferma; nè la fanciulla se n'accorse, perchè egli era esorcista; ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[352].
Quelle ubbie antiche meriterebbero soltanto compatimento se fossero rimaste nel campo della speculazione; ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori dalla civiltà antica trasmessici, che il medioevo pascolò di leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l'empietà, il tremendo e il buffo. Tale credenza fu repulsata dai legislatori, fin da' rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla pruova dell'acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Dámaso, che fu repudiato poi, per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il credere ai notturni congressi[353]. Eppure il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[354].
Sul fine del Quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si trasmutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s'accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[355].
Tale opinione non che cadere, si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secol d'oro, e frà Bernardo Rategno da Como, nel 1584, dice che le streghe non sussistevano _tempore quo compilatum fuit Decretum per dominum Gratianum... Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a centum quinquaginta annis citra, ut apparet ex processibus Inquisitorum._ Gli errori del vulgo appoggiandosi su quelli de' persecutori, e invadendo i persecutori stessi, ne derivò un'orrida congerie di pubblica forsennatezza, che fu un'altra manifestazione della reviviscenza del paganesimo. E si divulgò che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, _andassero in corso_, tenesser congreghe in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade o Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle tregende; in onta alla Chiesa vi s'imbandisce lautamente al sabbato; vi si vilipende ciò ch'essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane; frati in tonaca e pievani in piviali vi menano carole.
Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne, con alcun marchio particolare? guardava stizzosa una società che la guardava beffarda? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? Bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, «Abbiam veduto il diavolo, Siam andate a cavalcione della scopa alla tregenda, Vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Poi non erano state condannate? e oserebbesi dubitare di cosa giudicata?
Se l'uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio; se v'è modo di patteggiare con una potenza estraumana, perchè sol pochi v'avrebbero ricorso! Si venne dunque persuadendosi che molti fossero, e massimamente donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.
L'anzidetto frà Bernardo Rategno, zelante inquisitore, ci lasciò un libro _De strigiis_[356], dove si scandalizza di chi le revochi in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine; conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco _della buona compagnia_, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al demonio; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle loro _spontanee_ confessioni agli Inquisitori per tutta Italia. Anzi, «a chiuder del tutto le labbra agli avversarj», adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizioni da uomini d'intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Ognuno poi a Como sapeva che, un cinquant'anni innanzi, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo accortosi di loro, li fece battere in malo modo[357]. Riducono poi la cosa ad evidenza l'esserne bruciate tante, e l'avervi i papi stessi consentito.
Ed è pur troppo vero che l'Inquisizione gravò sopra i siffatti con legali carneficine, delle quali ingloriavansi gli autori, come di sanguinose battaglie gli eroi.
L'intenzione di far il male era incontestabile, e ben meritavano castigo persone che si valeano dell'efficacia della loro scienza sovra lo spirito di altre ignoranti o paurose. La potenza delle streghe derivava da patti col demonio: era dunque un'empietà, e la Chiesa dovea punirla, come prendeva a curare quelli che il diavolo invadeva, o che erano involontarj stromenti di esso al male. Ne seguivano poi veri misfatti, che rivoltavano la coscienza pubblica per la bassezza dei mezzi, e ne spaventavano l'immaginazione per l'orrore dei moventi.
Quando nella Germania la proclività al misticismo diffuse il timor delle streghe, Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Perocchè all'indebolirsi della fede, si dovette invigorire, come sempre succede, la forza coattiva sotto la forma dell'Inquisizione; nei processi eransi assottigliati i legulej; introdotta, benchè riprovata dal diritto canonico, la procedura secreta, colla quale non è chi non possa andar condannato. L'uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e a processanti incalliti allo spettacolo del dolore, e ponenti gloria e talvolta guadagno nell'accertarli rei, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dover a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavano spontaneamente, e restava convalidata l'opinione delle loro colpe.
I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati, teneano per norma di far entrare la strega nella stanza a ritroso, onde veder lei prima d'esser da lei veduti: badare ch'essa non li toccasse, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[358]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all'odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato. Poi lo facevano denudare, radere, purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità. E la taciturnità fu sempre il malefizio più valutato nelle vecchie procedure, come è uno de' maggiori inciampi nelle odierne.
Proponevansi talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l'autorità faceva bruciare il cadavere, e il male cessava; ce ne assicura lo scettico Montaigne. Ad una signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi: ella, credendo averli cacciati di corpo, sanò; sì; ma dunque il fatto era vero; la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai loro.
Ogni codice sancì pene contro le stregherie. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata d'aver adorato il diavolo e con sortilegi mandato a morte dei fanciulli[359]. Una legge veneziana del 1410 proibisce severamente le malie; gli schiavi che, interrogati in proposito, si ostinassero al silenzio erano minacciati di tortura. Lo statuto di Mantova, che durò quanto la dominazione dei Gonzaghi, cioè fino al 1708, impone che i malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all'amore o ad altro fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all'insania o a malattia e morte, sieno bruciati; se nessun effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dal territorio: chi ha l'abitudine di tali atti in secreto o in pubblico, sia arso: possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama giuri d'aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali incantagioni all'intento di guarire. Non avrei che a cercare per moltiplicar gli esempj di simili leggi.
In Italia quest'errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di cento bruciavansi[360].
Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l'uomo è preso da un terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu menzogna o delirio; tutto invenzione di tribunali, invasi da quella sete di sangue, che non di rado si scambia per sete di giustizia.
Non pochi ai dì nostri si persuadono della potenza di alcuni a produrre in altri il sonno magnetico e il sonnambulismo. Sappiam noi se quest'arte non si conoscesse anche allora? Certo negli incantesimi entravano quelle che ancora chiamansi erbe delle streghe o magiche, e son generalmente solanacee e narcotiche: e il Porta e il Cardano indicano l'oppio, il giusquiamo, la belladonna, la datura, lo stramonio, il laudano, la mandragora. Inzavardati che si fossero con estratti di tal qualità, nella comatica estasi vedeano diavoli, tregende, altre immagini, abituali ne' discorsi e nelle fantasie d'allora: figuravansi trasportati, e soffrire, e godere realmente. Anche dissipato il sogno, poteano rimaner persuasi fosse stato reale, attesa la credenza comune; tanto che il ripeteano, e ne convincevano se stessi; e il confessavano quando o l'astuzia d'un processante o lo spavento della tortura ne turbasse la mente.
Il Bodino, giureconsulto di prima schiera, il cui libro _de Republica_ anticipava i concetti del Montesquieu, fece una _Dæmonomania_ dove annovera i delitti de' maghi, cioè: 1º rinegano Dio, 2º lo bestemmiano, 3º adorano il diavolo, 4º gli dedicano i figliuoli, 5º glieli sacrificano, 6º li consacrano al demonio fin dall'alvo materno; 7º promettono allettar al suo servizio quanti più potranno; 8º giurano nel nome del diavolo e se ne gloriano, 9º commettono incesti e nefandità, 10º uccidono, cuociono, mangiano persone, 11º e principalmente cadaveri, massime d'impiccati, 12º fan morire mediante veleni o sortilegi, 13º fan perire le bestie, 14º e così le frutte e i cereali, 15º si copulano carnalmente col diavolo.
Non cerchiamo se fosser veri questi delitti; erano creduti, ed esso Bodino s'avventa contro quelli che negano le streghe, principalmente il Viero; e se nel confutarli s'irrita oltre misura, egli ne chiede scusa perchè è impossibile, a chi per poco sia tocco dall'onor di Dio, l'udir tali bestemmie senza incollerirsi.
I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; l'autorità, interprete della pubblica opinione, doveva cercare ed esaminar questi accusati; l'esame si facea secondo la giurisprudenza d'allora; e il castigo era, non dico giusto, ma legale.
E che perfettamente legali fossero reputati i processi dell'Inquisizione, n'è pruova l'averne stampato i codici, gli _arsenali_, le _pratiche_, anzichè tenerli arcani; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?
Eliseo Masini[361] parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui deve procedere il Sant'Uffizio, dice: «Perchè simili sorta di persone abbondano in molti luoghi d'Italia ed anche fuori, tanto più conviene essere diligente; e perciò s'ha da sapere, che a questo capo si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;
«Quelli che tengono costretti (com'essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;
«Quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla santa fede cattolica, e che hanno giurato d'esser suoi, o glien'hanno fatto scritto, anco col proprio sangue;
«Quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;
«Quelli che malefiziano creature ragionevoli o irragionevoli, sagrificandole al demonio;
«Quelli che l'adorano, o esplicitamente o implicitamente, offerendogli sale, pane, allume o altre cose;
«Quelli che l'invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo bianco, angelo negro, per la sua santità, e parole simili;
«Quelli che gli domandano cose ch'egli non può fare, come sforzare la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero arbitrio;
«Quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;
«Quelli che mettono sopra altari, dove s'ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;
«Quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla Santa Chiesa, per farsi amare d'amore disonesto, come sono l'orazione di san Daniele, di Santa Maria, di sant'Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli ecc. per essere sicuri dell'armi de' nemici, e per non confessare il vero ne' tormenti, o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà:
«Quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l'atto matrimoniale;
«Quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi[362], levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi»[363].