Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 48

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Essendo nata discussione fra il sant'Uffizio e il vicerè di Sicilia, Filippo II mandò colà per accomodarla e per dar trionfo al primo, il padre Parama. Questo, a domanda de' grandi inquisitori Quiroga e Manrique (Lib. II. T. II, cap. XI, n. 3) aveva steso un trattato, e dedicatolo al grande inquisitore Portocarrero, col titolo _De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis, ejusque utilitate et dignitate. De romani pontificis auctoritate et delegata inquisitorum. Edicta fidei et de origine sancti Officii quæstiones decem, libri tres, auctore Lodovico a Parama boroxensi arcidiacono et canonico legionensi, regnique Siciliæ inquisitore. Matriti, ex tipographia regia_. È l'apologia più ampia e più sincera che siasi mai fatta di quel funesto tribunale, riconoscendone l'origine fin da Adamo, quando dal Creatore è chiamato dopo la disobbedienza: trova giusto il fondamento, regolare la procedura che in realtà era la consueta de' tempi. Anzi è certo che, almeno ne' trattati, è raccomandata mitezza nell'infliggere i tormenti, e che il carcere era diretto non solo al castigo, ma all'emenda, cercandosi la conversione dell'imputato, qualunque ne fossero i modi e il concetto.

Il Summonte, che pur è tanto minuto, non fa cenno delle eresie. In esso, ogni tratto si trovano persone, anche qualificate, prese, scannate, appiccate senza forma di processo e per comando o volontà del vicerè, principalmente del Toledo.

[312] Il celebre Bartolomeo Chieccarelli, per ordine del vicerè duca d'Alba raccolse in diciotto volumi di _manoscritti giurisdizionali_ tutte le scritture attenenti alla giurisdizione regia, e non furono mai stampati. Ciascun volume si riferisce a un ramo particolare, e l'ottavo è appunto _Del Sant'Uffizio dell'Inquisizione_, dove sono registrate le vicende di questo tribunale nel napoletano dal 1269 al 1628. Nel grande archivio di Napoli sta pure manoscritta una _Breve raccolta di varie notizie contro il Sant'Uffizio, che servir possono per istruzione di ogni deputato eletto contro il medesimo_: e fu fatto nel 1747 a proposito dell'editto di Carlo III. È piuttosto una declamazione, volendo far ridurre le procedure come usavansi nei primi otto secoli della Chiesa; ed è scritto certamente da un legale, e con vigor di stile e franchi pensamenti.

[313] DI GIOVANNI, _Cod. Dipl._, t. I, diss. 2.

[314] Epp. 69 e 70.

[315] Vedi GAETANI, _Santi Siciliani_, ma esagera.

[316] Nell'atto di dotazione della Chiesa di Messina: PIRRI, _Not. Ecclesiæ Messan._, al 1090.

[317] PIRRI, _Not. Eccl. Sirac. ad ann._

[318] Lib. II, c. 18.

[319] Lib. II, c. 45.

[320] MURATORI, _Rer. Italicarum Script._, t. VI, col. 616. Vedi Discorso storico della cattolica religione nel regno di Sicilia in tempo del dominio dei Saraceni, di ANTONINO MONGITORE, 1762.

[321] _In Chron. Fossæ Novæ_, pag. 876, e ne fa pur cenno la cronaca dell'anonimo cassinese, all'anno 1185.

[322] Voltaire scrive che l'Inquisizione _fut en Sicile, plus encore qu'en Castille, un privilège de la couronne, et non un tribunal romain, car en Sicile c'est le roi qui est pape_. Essai sur les Mœurs, c. CXL. Il Mac Crie fra i tanti errori di cui tesse la sua _Storia dell'origine ed estinzione della Riforma in Italia_, racconta che un Benedetti, soprannomato Locarno, nel 1546 predicò a lungo in Palermo la Riforma, protetto dal vicerè don Pedro di Cordova e maschere di Terranova. Pedro de Cordova non fu mai vicerè in Sicilia, dove dal 1535 al 1546 era vicario don Fernando Gonzaga, che istituì la celebre Confraternita de' Bianchi: solo un momento nel 1536 lasciovvi come presidente il marchese di Terranova. Che il Locarno avesse a Palermo _numerosissima udienza_ nessun altro lo dice fuor del Mac Crie. Il Camillo Siculo, ch'egli cita come maestro di Lelio Soccino, stette in Valtellina, dove lo troveremo. Vedi GALEOTTI, _Dispute con un ministro valdese per certi appunti fatti alla storia del Mac Crie_. Palermo 1863.

Nelle _Istruzioni del Sant'Uffizio del Regno di Sicilia per uso e comodo delli 1212 commissarj del regno_, è quest'orazione: _Domine Deus omnipotens, pater Domini nostri Jesu Christi qui dignatus es hunc famulum tuum ab errore hæreticæ pravitatis (Luteranæ, sive Calvinistæ, sive Protestantium, sive Indipendentium, sive Multiplicantium, sive Anabaptistarum, sive Libertinorum, sive Quakerorum, sive alterius) clementer eruere, et ad Ecclesiam tuam sanctam catholicam revocare, ecc._

[323] DI GIOVANNI, _Ebraismo di Sicilia_, cap. XXVI.

[324] Federico Badoero residente veneto, nella relazione che fece al senato veneto nel 1557 dice: «Nelle cose di religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti de' Luterani; e l'uffizio di quell'Inquisizione è intorno a ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio dei buoni ben affermare esser verissimo quel detto di san Paolo, che tutti gli isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi».

[325] BARTOLI, _Vita di sant'Ignazio_, lib. II, c. 42.

[326] HOTTINGER, _Hist. eccles._ t. IX, p. 200.

[327] TEOFILO BETTI, nel Giornale Arcadico.

[328] MAZZUCCHELLI, _Scrittori d'Italia ad vocem_.

[329] SECKENDORF, _Hist. luter._, t. III, p. 68 e seg.

[330] Quindi niente più sciocco del libro recentemente stampato, _Storia dell'Inquisizione, ossia le crudeltà gesuitiche svelate al popolo italiano_.

[331] Vedi _Compendio della santa Inquisizione_ del Caracciolo che riferiamo qui sotto. Il Busini, da Roma, il 31 gennajo 1549, al Varchi scriveva: «Qua s'attende ad imprigionar Luterani; e questo è avvenuto a un frate minore di San Francesco detto il Padovano; sicchè, per tutto ciò che pare, e' bisogna non avere più cervello d'un bue a questo mondo».

[332] Ne cito pochi:

EIMERICO, _Directorium inquisitorum_. Roma, 1587: e 1607 Venezia, più scorretto.

CARENA CESARE _De officio sanctæ Inquisitionis et modo procedendi in causis fidei_. Cremona, 1641.

MENGIUS, _Flagellum dæmonum, Fustis dæmonum. Compendio dell'arte esorcistica_. Sono all'Indice, dove pure l'_Inquisizione processata_ 1682: REGINALIUS GONZALVIUS MONTANUS, _Sanctæ inquisitionis hispanicæ artes detectæ, ac palam traductæ: Historia completa das Inquisiçion de Italia, Hespanha e Portugal_, 1825.

DANDINI ANSELMO, _De suspectis et de hæresi_. Roma, 1703.

All'Istoria della Santa Inquisizione del Sarpi rispose il cardinale Francesco Albizi, anonimo: _Risposta all'istoria della santa Inquisizione. Typ. de propag. fide_, 1678.

PASQUALONE GIACOMO, _Sacro arsenale, ovvero pratica dell'officio della sacra Inquisizione_. Genova, 1683.

PANE, _Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione_. Lettere apologetiche, 1789.

Frate Uberto Locato di Castel San Giovanni presso Piacenza, domenicano, poi vescovo di Bagnarea (-1587) autore di varie storie, ha un _Opus judiciale inquisitorum ex diversis theologis et j. u. doctoribus extractum...._ Roma, 1570, ricco di quistioni e di formole pe' varj incombenti del Sant'Uffizio.

MANFREDI FRANCESCO, _Ristretto de' processi dell'Inquisizione di Sicilia_ nel 1640.

Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il _Directorium Inquisitorium_, nell'intento di far onta alla Chiesa, il famoso giureconsulto Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de' fatti straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa giurisprudenza di Eymeric e della santa inquisizione, è a un bel presso la nostra tal quale. Io restai confuso di tale asserzione (soggiunse Morellet, _Mémoires_, t. I, 59); dipoi ho riconosciuto ch'egli avea ragione».

[333] Vedi _Breve informazione del modo di trattar le cause del Sant'Uffizio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modena_. Scelgo questo a caso, essendo simili gli altri; e benchè tardissimo, non fa cambiamento dai più vecchi. Le attribuzioni del Sant'Uffizio vi sono così divisate in un editto della curia di Modena del 1776.

«Noi, con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica, comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant'Uffizio di questa città, ovvero all'ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de' quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia;

«Che, avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o come ne' sagri canoni e costituzioni pontificie in materia di fede, sospetti di eresia;

«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali;

«Che abbiano senza autorità della santa sede apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d'eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi;

«Che contro il voto solenne della profession religiosa, dopo aver preso l'ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio;

«Che contro i decreti e costituzioni apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando _ad turpia_ i penitenti;

«Che abbiano impedito o impediscano l'uffizio dell'Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo;

«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d'incredulità facciano uso de' cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa;

«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione;

«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la santa messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della penitenza, quantunque nè abbiano proferito le parole della consacrazione, nè siano venuti all'atto dell'assoluzione;

«Avvertendo che a questi nostri precetti non soddisfaranno, nè s'intendono di soddisfare quelli che, con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel sant'Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti;

«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto se non dal Sant'Uffizio; nè sarà assoluto che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d'eresia;

«Ricordiamo a tutti i reverendi confessori di dover significare ai penitenti l'obbligo di denunziare legalmente al Sant'Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell'assoluzione;

«Comandiamo per ultimo, in virtù di santa ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari, e ai confessori di monache, che debbano notificare, e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell'avvento e nella quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l'autentico documento alli rispettivi vicarj del sant'Uffizio;

«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l'Inquisizione del Sant'Uffizio in que' casi compresi nella bolla di Gregorio XIII _Antiqua Judeorum_ ecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della cattolica religione».

[334] TIRABOSCHI, _St. lett._, vol. XII, pag. 1712.

[335] Vita di Sisto V, parte I, l. III.

[336] Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566, ap. MUTINELLI, _St. arcana_.

[337] L'illustre storico De Thou dice che, durante il pontificato di Sisto V, il Mureto gli disse: _Je suis ébahi que je me leve qu'on ne me vient dire, Un tel ne se trouve plus: et si l'on n'en oseroit parler_. L'asserzione, benchè così diretta, è falsa, perocchè il Mureto morì poco dopo l'elezione di Sisto V, nel 1585, e in quell'anno il De Thou dimorava certamente in Francia.

[338] Il racconto della vita e morte di Fannio, trovossi in un libro della biblioteca di Zurigo, scritto da Giulio di Milano, il quale non va confuso con Giulio Terenziano amico del Vergerio.

Si ha pure _De Fannii Faventini et Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia rom. pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia Francisco Nigro bassanensi authore_, 1550. «Da qui, pio lettore, voi potete comprendere cosa sia ad aspettarsi dal Concilio di vescovi romani sotto la direzione del papa».

[339] Si trova negli _Acts and monuments_, pubblicati da Fox nel 1838.

[340] POGGIALI (_Memorie di Piacenza_, vol. II, p. 277 e 344), li riferisce dietro un'antica cronaca, ma dando solo le iniziali, perchè temeva far torto a' loro discendenti. Noi ponemmo gli interi nomi. Il Corvi parla di altri piacentini, processati per Luterani e che abjurarono o furono puniti.

[341] Vedi MARTINI, _St. eccles. di Sardegna_.

[342] Sta nella _Cosmografia_ di Sebastiano Munster (Basilea 1558). Di costui parlano il Martini suddetto e il Llorente.

[343] Nella _Breve informatione del modo di trattare le cause del sant'Offizio a Modena_ (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali:

Che non si lascino vendere alcuna delle istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstiziose, apocrife e lascive; cioè: _Orazione di san Daniele_ — _Oratione di sant'Helena_, in ottava rima. — _La Vergine Maria con gli Angeli santi_. — _Oratione e scongiuri di santa Maria_: «Con il priego suo, che la dirà, ecc.; O somma sacra ecc.». — _Il contrasto di Cicarello_. — _Egloga pastorale di Grotolo e Lilia_. — _Oratione di san Brandano_. — _Vita di san Giovan Battista_, in rima. — _Oratione di santa Margarita_, in ottava rima per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — _Beneditione della Madonna_, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — _Historia, o martirio de' santi Pietro e Paolo_, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — _Confessione della Maddalena_: «Altissima benigna, e benedetta». — _Pianto della Madonna_, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — _Contrasto del vangelo col demonio_: «Madre di Christo Vergine Maria, ecc.». — _Historia di santa Caterina vergine e martire_. — _Legenda devota del Romito de' Pulcini_. — Confitemini _della beata Vergine_. — _Oratione contro la peste_. — _Epistola della Domenica_, in ottava rima: «Vìva divinità dove procede, ecc.». — _Opera nova delli dodici Venerdì_: «A laude dell'eterno Redentore». — _Opera nuova del Giudicio generale_, in rima: «A te ricorro, eterno Creatore». — _Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme_: «Madonna santa Maria, ecc.». — _Christo santo glorioso, laude devotissima_: «Christo santo glorioso, che patesti». — _Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti_: «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — _Historia di san Giorgio_, in ottava rima in quarto: «In nome sia, ecc.». — _Oratione di san Giacomo Maggiore_, in versi in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — _Oratione di Santa Maria perpetua_, in prosa, con la rubrica: «Quest'è una devotissima oratione, ecc.». — _Oratione della nostra Donna devotissima_, in versi e in rima: «Ave Madre di Dio, ecc.». — _Oratione di san Stefano_: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».

Un catalogo di _operette et historiette prohibite_ più esteso è aggiunto al _Sacro arsenale della santa Inquisizione_, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi: vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d'insogni o loro ispositioni», o d'astrologia giudiziaria, o d'indovinare. Anche nelle _Regole del sant'Uffizio_, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

[344] Un'orfana di Basilea si era fatta protestante, poi se ne ravvide, e più non comparve alle adunanze. La Comunità di Basilea dapprima le scrisse ammonizioni ed esortazioni, poi nel giugno 1866 emanò quest'atto: «Dacchè non vi siete arresa agli inviti fraterni fattivi di comparire davanti la Comunità, e ciò è un atto di disobbedienza e di rivolta, uno sprezzo del Signore e del suo corpo, in nome del Signore voi siete esclusa dalla comunità di Dio: cessando ogni relazione civile, in tutta la comunità. Coi siffatti non si può neppur sedere alla stessa tavola».

DISCORSO XXXIII.

ERESIA DEMONIACA. ASTROLOGIA. FATUCCHIERIE.

Frequente menzione ci è caduta d'un altro genere di eresie, che diede molto a faticare al Sant'Uffizio e prima e dopo la protesta germanica. La credenza nei demonj è antica quanto la civiltà, e senza perderci in congetture fra i men noti popoli, sappiamo che i Greci riconosceano buoni e cattivi demonj (_eudemones, cacodemones_), e chiamarono _diabolos_ cioè calunniatore il maligno, e supposero gl'incubi e succubi (_efialtes, ufialtes_), le apparizioni, gl'incanti. Platone nel IX della _Repubblica_ ragiona degli streghi e delle pene da infliggersi ad essi, e racconta d'alcuni che, ponendo sotto alle porte certe immagini di cera, inducevano la sterilità, e malattie e morte. Aristotele nel IV della _Metafisica_ enumera varj sortilegj. Ipocrate, se pur non accetta le malattie demoniache, col confutarle attesta vi si credeva. Fra i Romani già ne parlano le XII Tavole, poi tutti i classici, e che maghi e streghe potessero operare al bene e più al male d'altri, che si leggesse nell'avvenire per mezzo dell'ispezione delle stelle, delle mani, dell'evocazione dei morti; che si uccidessero o amaliassero fanciulli collo sguardo o con carmi[345]. A tacer altro, chi non conosce il filtro di Virgilio, la Canidia di Orazio e l'Asino d'oro di Apulejo?

De' maghi troviamo lodata l'abilità fra popoli diversi; e doveano essere acuti osservatori, che possedeano quel che agli altri mancava, l'arte di crear circostanze capaci a modificare i fatti, e d'inventare stromenti per operarne la trasformazione. Con grand'arcano e corredo d'impostura, questi artifizj erano conservati e trasmessi, e ne derivarono le scienze occulte, che costituivano la parte astrusa dell'umane cognizioni, considerando la natura come una successione di portenti, e alla magia attribuendone la spiegazione e l'attuazione di nuovi.

Ferita nel cuore dalla predicazione evangelica, la religione pagana cercò un resto di vita col colpire fortemente i sensi e lo spirito mediante gli arcani della chimica e della fisica, innestatile dalle religioni orientali; e sposandoli alle cerimonie officiali del politeismo, ne formò quella mistura, mezzo poetica o mezzo filosofica, di forme greche, ebraiche, egizie, indiane, che caratterizza il neoplatonismo, e che si presunse opporre al cristianesimo. N'erano fondo le arti teosofiche, mediante le quali attribuivasi all'uomo potenza d'entrare in comunicazione diretta colla divinità. Rese universali fra i dotti, illusero anche alcuni de' Padri, tanto più in grazia de' racconti biblici, ove ricorrono atti demoniaci, e del sistema di spiegar la mitologia come una grande invenzione diabolica.

Erano dunque parto della civiltà antica quelle superstizioni che i retori asseriscono rampollate dalle tenebre del medioevo: nel quale è vero che presero importanza sciagurata a proporzione dell'ignoranza e delle infelicità. Allora, magia significò l'arte di produrre effetti straordinarj mediante un patto che l'uomo contraeva coll'ente maligno, dandogli o qualche parte del proprio corpo, o tessere, o carte iscritte col proprio sangue e fino col sacrosanto calice. Accettato questo supposto, un fanciullo malato, una donna consunta, il subitaneo arricchirsi, i temporali, fin il male più ordinario, l'amore e la gelosia, e viepiù le combustioni spontanee, le allucinazioni, le esaltazioni nervose, spiegavansi come effetto di arti occulte. È tanto comodo, è tanto consono ai malevoli istinti lo attribuire a malvagità o a potenza ineluttabile quel che viene da fatti nostri o dall'incolpabile providenza.

Le rinnovate comunicazioni coll'Asia nelle crociate rinvalidarono queste opinioni: poi le diffuse dottrine musulmane e il ridestato studio degli antichi appoggiarono coll'autorità la credenza a relazioni immediate e spontanee fra l'uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e rompere l'ordine morale e fisico del creato mediante atti materiali spogli d'intelletto e d'amore.

Che l'uomo creda possedere maggior potenza di far male che realmente non ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col punirli, è troppo accertato a chi studia le malattie dell'intelletto e le passioni; e che, a forza di sentire che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla.

Sino a qual punto un uomo può operar sul corpo e lo spirito di altro uomo per sola forza dell'immaginazione, spinta fin al punto ove arriva la fede, non è ben chiarito: nè quanto le passioni, e massime la paura, causa preponderante delle malattie nervose. L'ipocondria ci porta a considerare le immaginarie nostre sofferenze come un prodotto della volontà dell'uomo, o frutto di sua ira e vendetta. L'insensibilità di certe parti o di tutto il corpo è spiegata oggi che si discernono due ordini di nervi, gli uni che presiedono alle sensazioni, gli altri a condur al cervello le impressioni di contatto. Ciò ne fa mettere da banda la vulgare teoria della simulazione; e in generale, soppresse le entità demoniache, oggi la magia si connette allo studio delle facoltà dell'anima. Ma allora i casi strani in medicina, le bizzarrie nervose, gl'isterismi, altri mali bisbetici, si dichiaravano demoniaci. Vedeasi una propagare le sue convulsioni a un collegio, a un convento? attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.

Questi mali curavansi coi pellegrinaggi e colle benedizioni; e in fatto i rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell'esorcizzare.

Ma gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure psichiatriche, e colla persuasione della loro efficacia servivano di vero rimedio all'inferma fantasia, talvolta si eseguivano con una drammatica lotta fra il prete e il diavolo, con terribili scongiuri e benedizioni gesticolate; sicchè sbigottivano i pusilli, e in tutti convalidavano l'opinione degli ossessi, possessi, circumsessi, indemoniati, invasati; insomma della diretta efficacia de' demonj sugli uomini; e che il contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti di costoro, la cui intelligenza sfavilla talvolta di luce più viva, sicchè danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le future.

Di qui i tanti fatti di demonopatia e demonolatria, tante vittime del maligno e di suoi ministri attivi; di astrologia, pronostici, sogni, tutto il medioevo è pieno, e vi credeano il feroce Ezelino come il soave Petrarca; il tirannico Federico II come le libere città domandavano da quelli la prudenza de' loro atti; se ne mescola perfino la storia de' papi. Toccandone di volo, diremo come Bennone, gran nemico di Gregorio VII, in violentissime lettere alla Chiesa latina imputava questo di mille indegnità, e principalmente d'esser negromante; Silvestro II papa essere stato abilissimo in quest'arti, e da lui averle imparate Benedetto IX e Gregorio VI, i quali giunsero al papato avvelenando i predecessori; altrettanto aver praticato Gregorio VII, che non viaggiava mai senza un suo libro di magie. Dimenticatolo una volta nel tornare da Albano a Roma, commise a due suoi fedeli d'andarglielo a cercare, ma guai se l'aprissero! La curiosità gl'indusse a disobbedire, e lettevi alcune linee, ecco comparire frotte di demonj, chiedendo: «Cosa volete? Perchè inquietarci? Comandate, o vi saltiamo addosso». I due sbigottiti, non sapendo che farsi, dissero: «Abbattete coteste alte mura», e detto fatto, le mura di Albano caddero sfasciate; e i due messi a gran pena ebbero forza di strascinarsi alla città, segnandosi e raccomandandosi a Dio.