Part 47
Per l'andazzo che ha la Curia romana di conservare i formularj antichi anche quando i tempi vi repugnano, al modo stesso che l'Inghilterra conserva la vendita delle mogli ed altri titoli, di cui la realtà è abolita, nel 15 settembre 1841 frà Filippo Bertolotti inquisitore generale a Pesaro emanava un editto, ove imponeva l'_obbligo strettissimo_ di denunziare al Sant'Uffizio i delitti di sua giurisdizione, sotto pena di scomunica: cioè rivelare coloro che son sospetti o diffamati di eresia, o di aderire a riti di Giudei, Maomettani, Gentili; che facciano atti da cui si presuma che abbiano patto col demonio; o esperimenti di necromanzia o di altre magie con abuso di sacramenti; che amministrino la confessione, la comunione senz'essere sacerdoti; abusino del sacramento della penitenza; tengano conventicole in pregiudizio della religione; proferiscano bestemmie ereticali; contraggano matrimonio avendo un'altra moglie o essendo negli Ordini sacri; impediscano in qualunque modo il Sant'Uffizio; facciano o divulghino satire contro il pontefice o il clero, o dove siavi profanamento di parole sacre; tengano o diffondano scritti e stampe ereticali senza la dovuta licenza; mangino o diano mangiare cibi proibiti senza necessità o licenza; inducano alcun cristiano ad abbracciare altra fede, o impediscano a Turchi ed Ebrei di battezzarsi. Chi non denuncia non potrà esser assolto se prima nol faccia: e ordina che quest'editto stia affisso nelle botteghe, osterie, librerie[344].
L'anno poi che Garibaldi e Cialdini strepitavano alle porte di Roma, nel seminario Romano (_VI kal. sept._ 1860) furono proposte certe tesi a difendere tra cui,
CCVI _Institutum sanctæ Inquisitionis, prout a romanis pontificibus profectum est, nulla ex parte reprehendi potest._
CCVII _Perperam Protestantes Ecclesiam calumniantur, quasi a primæva sua mansuetudine defecerit._
CCVIII _Non minus enim veteri ætate, quamvis temporibus quæ Protestantium originem subsecuta sunt, romani pontificis solliciti admodum fuerint ne iis in locis, quæ immunia ab hæresi extiterant, hæretici libere cultum profiterentur, aut civilia jura quibus solummodo catholicæ religionis cultores frui poterant obtinerent._
CCXI _Romani pontifices perpetue inficiati sunt aut ullum jus ab hæreticis afferri posse pro libertate (in religionis culto profitendo) obtinenda, aut ipsam societatis conditionem posse eamdem libertatem a catholico principe postulare._
CCXII _Iidem romani pontifices sua agendi ratione in gravissimis adjunctis ostenderunt, meram sollumodo tollerantiam ad graviora mala vitanda inductam, reprehendi non posse._
Chi non l'ha visto personalmente si immaginerà qual trionfo chiassoso e facilissimo menassero allora i rivoluzionarj nell'imputare al dominio papale la persistenza del Sant'Uffizio e nell'abolirlo ne' paesi sottrattigli; liberazione nella quale i popoli s'accorgeano che non troppo ci corre fra un poliziotto prete e un secolare. Quando si fremerà in avvenire alle leggi Pica e Crispi, alle fucilazioni moltiplicate e alla forca conservata, gioverà ripetere che le istituzioni non vanno condannate per gli abusi che se ne facciano, e bisogna giudicarle in relazione coi tempi. Perocchè oggi la giustizia è il diritto armato; allora l'Inquisizione era il bene armato; lo Stato or protegge la giustizia; l'Inquisizione volea proteggere la moralità: opinioni varie a norma dei tempi, mentre noi imploriamo che da tutti, e secolari ed ecclesiastici, sia riconosciuta l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Quanto alle forme, pur troppo non possiamo nè imputarne solo i tempi passati, nè ingloriarne il nostro. Perocchè, a tacere quel che abbiam veduto noi stessi, in atti meno fieri o meno numerosi per verità, leggasi in Louis Blanc la storia o piuttosto la giustificazione del Terrore in Francia. Dopo fatto arricciar i capelli non meno colla narrazione di que' massacri, che co' suoi tentativi di scagionarli, conchiude: «Tutti i fanatismi si rassomigliano, e _non è meraviglia_ se il fanatismo politico venne offrire la sua parte di vittime all'opera di distruzione del fanatismo religioso. Una cosa certa: che la maggior parte (!) furono colpiti perchè _creduti_ realmente colpevoli...... Come in altri tempi si credette degno del fuoco chi non ammetteva la presenza reale, così allora si credette degno di morte (intolleranza meno incomprensibile) chiunque si rivoltava contro il principio dell'eguaglianza e della fraternità umana».
Il più fanatico apologista del Sant'Uffizio potrebbe scrivere una frase più assoluta? Ed egli si domanda: «In quai tempi, in qual paese lo scatenamento delle passioni politiche e il cozzo degli interessi non condussero a calpestare, i diritti dell'umanità, ed estendere oltre misura il dominio della morte? Gli esempj si presentano in folla, e anche senza aprir i registri dell'Inquisizione, o risalire a quella che chiamano età di barbarie, se ne trovano fin nella storia inglese» e qui narra l'orribile persecuzione mossa in Irlanda nel 1689.
NOTE
[271] LUCA, 24, 29.
[272] MATT. XIV, 22.
[273] _Ad Galat._ II, 14.
[274] II _Ad Tim._ 4, 2.
[275] _De Gubern. Dei,_ lib. V.
[276] Vedi il nostro Discorso V. Sant'Agostino, che disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti, nelle _Ritrattazioni_, lib. II, c. 5 scrisse: «Ho fatto due libri contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare, gli scismatici sieno violentati alla comunione. Per verità allora mi spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male dia ardimento l'impunità; nè quanto a volger in meglio giovi la diligenza del castigo». E nel trattato II _in Johann._ Nº 14: «Vedete che cosa fanno e che cosa soffrono: uccidono le anime e sono afflitti ne' corpi; producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».
[277] _Summa Theol. Secund._ Quæst. X, art. VIII.
[278] _Tract. de fide_, Disp. VIII, sect. III, nº 4.
[279] Sess. IV, c. 2.
[280] I re di Francia, ricevendo la corona, giuravano di distruggere l'eresia. Ma i giureconsulti riflettono, in primo luogo, che questa parola non è definita, e bisogna restringerne il senso più che si possa. Poi nessun giuramento può esser contrario ai comandamenti di Dio, e quei re giurano conservar la pace nel loro regno, e quindi non devono proceder con violenza, rompendo l'amore, la sicurezza, la protezione dovuta ai sudditi. Il primo che, all'incoronazione, ammise quel giuramento fu Luigi XVI nel 1787, il quale restituì lo stato civile ai Protestanti. E i Francesi lo decapitarono.
[281] Molti pajono fuor della Chiesa che son in essa: molti pajono in essa e sono fuori. Così sant'Agostino. Nell'allocuzione tenuta nel 1854, a cui dichiarò il dogma dell'Immacolata Concezione, Pio IX disapprovò chi crede che uno possa in qualunque religione salvarsi, e soggiunge: «Però si deve tenere egualmente certo che coloro i quali vivono in un'ignoranza invincibile della vera religione, non si rendono colpevoli agli occhi del Signore. Or chi si arrogherà di determinare i limiti di tale ignoranza, secondo l'indole e la varietà dei popoli, delle regioni, delle menti, e di tant'altre circostanze? Quando, sciolti dal corpo, vedremo Iddio qual è, comprenderemo quanto vadano congiunte in istretto e bel vincolo la misericordia e la giustizia divina: ma finchè dimoriamo in questa carne mortale che l'animo indebolisce, teniamo formalmente esservi un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, nè esser lecito indagar oltre».
E nell'enciclica 10 agosto 1863 ai cardinali, arcivescovi e vescovi d'Italia. _Notum nobis vobisque est, eos qui invincibili circa ss. nostram religionem ignorantia laborant, quisque naturalem legem ejuque præcepta in omnium cordibus a Deo insculpta sedulo servantes, ac Deo obedire parati honestam rectamque vitam agunt, posse, divinæ lucis et gratiæ operante virtute, æternam consequi vitam, cum Deus, qui omnium mentes, animos, cogitationes, habitusque intuetur, scrutatur, et noscit, pro summa sua bonitate et clementia minime patiatur quempiam æternis puniri suppliciis, qui voluntariæ culpæ reatum non habeat. Sed notissimum quoque est catholicum dogma, neminem scilicet extra catholicam ecclesiam posse salvari, et contumaces adversus ejusdem Ecclesiæ auctoritatem, definitiones et ab ipsius Ecclesiæ unitate... pertinaciter divisos, æternam non posse obtinere salutem._
[282] _Trattato contro gli astrologi._ Cap. III.
[283] Epistola a Ginevra 1579, pag. 40.
[284] _Quam vero dixit ille in tragœdia, non gratiorem victimam Deo mactari posse quam tyrannum! Utinam Deus alicui forti viro hanc mentem inserat._
[285] _De Serveto_ 1555. _Corpus Reform._ VIII, 523, IX, 133.
Barni (_Les martyrs de la libre pensée_) vuol provare che anche allora più d'uno riprovasse la legge che dava al boja gli eretici.
[286] L'intolleranza de' riformatori fu singolarmente flagellata da Simone Lemnio di Margudant ne' Grigioni. Legatosi a Vittemberga con Melantone, per genio caustico si fe molti nemici, e massime cogli _Epigrammatum libri duo_, dove lodava come pròtettor delle lettere Alberto arcivescovo di Magonza. Lutero, che era a questo avversissimo, il fe perseguitare, trovandovi allusioni contro l'elettor di Sassonia e altri primati, nè l'autore evitò il carcere se non fuggendo a Worms, e fu condannato a perpetuo bando. Irritato viepiù, si svelenì contro i suoi persecutori, con fine arguzie e con plateali facezie: aggiunse a' suoi epigrammi un terzo libro ove strazia l'intolleranza di Lutero, di Giona, degli altri; nella _Monachopornomachia_, introduce in comedia esso Lutero, a cui è dedicata, venero, Giona, Spalatino, le lor mogli coi rispettivi amanti, ed altri personaggi a dialoghi oscenissimi.
Molte opere compose, tradusse in versi l'_Odissea_, fu correttore alla stamperia d'Oporino, infine maestro a Coira, ove morì di peste il 1550 in fresca età.
Innocente XI, mentre era in rotta con Luigi XIV, voleva interporsi perchè usasse men severamente co' Protestanti: al qual fine incaricò il suo nunzio in Inghilterra di pregar Giacomo II ad intervenire a tal uopo: ma Giacomo ricusò. Vedi MAZURE, _Hist. de la révolution de_ 1688. Parigi 1825, tom. II, 126.
[287] «Nel paragone, io mille volte avrei prescelto, per ciò che mi si è fatto, il Sant'Uffizio e quelle disumane torture. Ma si dirà: il sant'Uffizio condannava al rogo, e voi siete stato semplicemente esonerato della vostra carica. Che? non si comprende forse che la ragione per la quale io veniva dimesso era più crudele per gli effetti che una condanna di morte? Questa vi tortura il corpo e vi toglie la vita, che è pur fardello penosissimo: quella vi strazia, vi tenaglia, vi lacera l'anima, e vi toglie l'esistenza morale, che supera di cento doppi la fisica esistenza». G. TOFANO a' suoi elettori. Napoli 1861.
[288] FORTI, _Istituz. civili_, lib. II, cap. 2.
[289] Ap. THEINER al 1581.
[290] V. A. Huber, all'Unione Evangelica di Berlino il 1847 disse un sermone, ove sostiene che l'Inquisizione in Spagna era un'istituzione _inevitabile_, derivata dal carattere nazionale spagnuolo; e che la posizione della Spagna a capo del mondo cattolico nel XVI secolo era l'unica che le convenisse. «Quest'è certo (dice) che l'Inquisizione era, nel miglior senso, popolarissima, una precauzione per conservar la nazionalità castigliana». Vedi _Ueber spanische Nationalität, u. s. w._ Berlino. Höffele di Tubinga, nella bella monografia del cardinale Ximenes, svolge ampiamente ragioni da noi accennate, conchiude che «nella storia dell'Inquisizione di Spagna, la santa sede fa comparsa affatto onorevole, qual protettrice de' perseguitati, come fu in ogni tempo. Il protestante Schröck, nella _Storia Ecclesiastica_, si maraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d'un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch'egli, disapprovando la storia, dal Llorente scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant'Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche, tantochè il cardinale Ximenes, nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questi gli rispose: «Non sapete che quest'uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»
[291] È noto Antonio Perez, che perseguitato da Filippo II a morte, uscì di Spagna, e tanto valse a propagare l'odio contro questo re. Nelle sue _Relazioni_ stampate a Parigi il 1624, racconta come da alti personaggi e dal nunzio del papa fossero riprovate le proposizioni che davano al principe piena podestà sopra la vita de' sudditi; e soggiunge: «Essendo io in Madrid, uno che non importa nominare, in un sermone davanti al re cattolico in San Girolamo proferì che «i re hanno potere assoluto sulla persona e sulla roba de' vassalli». Tal proposizione fu riprovata dall'Inquisizione; e costui condannato a ritrattarsi pubblicamente nel luogo stesso con tutte le formalità giuridiche, oltre varie pene particolari. Egli si ritrattò sul pulpito medesimo, e leggendo uno scritto, soggiungeva: «I re non hanno sui loro sudditi maggior potere di quel che loro è permesso dal diritto divino e umano, e non per libera ed assoluta loro volontà». Queste parole il reo dovè ripetere per ordine del maestro frà Ernando del Castillo, consultore del sant'Uffizio, predicatore del re, uom d'eloquenza e dottrina singolare, assai stimato nel suo paese, e maggiormente in Italia».
[292] Quando Filippo II mandava il duca d'Alba contro i Fiamminghi nel 1567, la flotta d'Andrea Doria, di 37 galee, lo portò da Spagna a Genova, donde s'avviò coll'esercito, in cui 1200 cavalieri italiani sotto il comando di don Fernando di Toledo, figlio naturale del duca, essendo mastro di campo Ciapino Vitello, ceduto dal duca di Toscana, come il duca di Savoja avea ceduto l'ingegnere Pacheco, che di poi fabbricò la cittadella d'Anversa.
[293] Noi ci mostrammo sempre severissimi a questo re; pure ci sembra aver ragione, a tacer altri, Gerlach, che dopo profondi studj, dicea:
«Quant'à Philippe II, que je suis loin de comparer à Charles V, je pense qu'il a été mal jugé, parce qu'on ne l'envisage d'ordinaire qu'au point de vue exclusivement belge, ou protestant, ou rationaliste, au lieu de ne voir en lui que l'athlète intrépide du catholicisme dans une lutte suprème et désespérée contre toutes les forces de la Réforme et de l'Europe coalisées». Discours à l'ac. de Bruxelles, 6 mars 1859.
[294] DE THOU, lib. XXX, nº 7.
[295] _D. O. M. Barth. Carranzæ navarro dominicano archiepiscopo toletano Hispaniarum primati, viro genere vitæ doctrina concione atque eleemosynis claro, magnis muneribus a Carolo V et Philippo rege catholico sibi commissis egregie functo, animo in prosperis modesto et adversis æquo. Obiit anno Domini_ etc.
Il Babbi, residente per la Toscana a Boma, il 14 aprile 1571, informa il granduca di Toscana come il cardinal Morone, impinto d'eresia, sia stato «ricevuto in concistoro pubblico con molta solennità, e dal papa abbracciato teneramente», poi la sera fu letta la sentenza contro l'arcivescovo di Toledo alla presenza del papa, dei cardinali, dell'Inquisizione e di molti signori e prelati della Corte, dov'egli abjurò contro ogni sospetto d'eresia» (_Carteggio di Cosimo I_, filza XII).
Il Laderchi reca bellissime testimonianze intorno al Carranza. Oltre il Llorente, che ne parla coll'abituale sua esagerazione, De Castro (_Hist. de los Protestantes Españoles y de sa persecucion por Felipe II_, Cadice 1851) occupa un intero libro intorno a questo processo, importantissimo perchè vi lottava l'autorità de' vescovi contro quella della santa Inquisizione, la quale spiegò tutto il suo potere contro il primo prelato di Spagna, e trasse dalla sua l'opinione pubblica. Il famoso teologo Melchior Cano, che avea sostenuto Filippo II contro Paolo IV, si volse contro il Carranza. D. Diego Hurtado de Mendoza, celebre diplomatico e guerriero, si fece suo denunziatore. Buone considerazioni su questo processo fa Giacomo Balmès, _Il protestantismo e il cattolicismo comparati, in relazione colla civiltà europea_. Cap. 37.
[296] Negli archivj di Napoli, _registro Angioini_, troviamo una sentenza del 1270 per la quale Carlo I commette al maestro Portulano di Terra di Lavoro di confiscare i beni di tre eretici, bruciati per sentenza dell'inquisitore frà Matteo da Castromari, e nominati Andrea da Vimercato lombardo, Giovanni da Ceccano giudice, e Tommaso Russo di Magla saracena.
[297] Chioccarelli ap. GIANNONE, lib. XIX, 1, 5.
[298] Allora fu stampata la epistola _de Inquisitione_, del napoletano Tristano Caracciolo.
[299] GIANNONE, _Stor. civile_, L. XXXII, c. 5.
[300] GIANNONE, lib. XXXIII, c. 5.
[301] BENOIST, _Hist. Valdens._
[302] Queste varie emigrazioni spiegano la diversità di data che al fatto si assegna dal Giles (_Hist. des églises reformées_. Ginevra 1644), dal Rorengo (_Mem. istoriche dell'introdutione dell'heresie nelle valli di Lucerna_. Torino 1649), dal Perrin (_Hist. des Vaudois_. Ginevra 1618), dal Muston (_Hist. complète des Vaudois du Piémont_. Parigi 1857), dal Morelli (_Sulla venuta de' Valdesi nella Calabria citra_, Napoli 1859).
[303] BEZA, _Storia_ al 1544.
[304] Io ristampai altra volta queste parole, cavandole da lettere trovate nell'archivio Mediceo _Corrispondenza di Napoli_. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dall'11 giugno 1562, da Montalto. Dicono:
«S'intende come il signor Ascanio, per ordine del signor vicerè, era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de' Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè san Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1 del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all'ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare e uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di millequattrocento: ed oggi, che è il dì del Corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Montalto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero dalla Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case, e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda: atteso vogliono far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità e il vicerè a compassione, il signor marchese Buccianico governatore, ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare....
«Oggi pure fu ordinato che cento donne vecchie pongansi all'esame e alla tortura, poi alla morte, acciocchè ben si bilancino le partite, e dicasi posti a morte altrettanti uomini e altrettante donne. Ve n'ha alcuni sì ostinati, che non voglion veder il Crocifisso nè confessar il sagrifizio, e sono arsi vivi.
«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castagnete, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli....
«Gli eretici presi in Calabria son 1600, e tutti furono condannati, ma i messi finora al supplizio furono 88. Questi eretici portano origine dalle montagne d'Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il _crescite_, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie; però non si sa che vivano male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».
Simeone Florillo, ministro evangelico a Chiavenna descriveva lo stesso supplizio a Guglielmo Grattarola medico a Basilea, in lettera 21 agosto 1560. E dice: «Novità non ho altre, se non che ti mando copia di lettere scritte da Montalto l'11 giugno 1560, stampate a Roma e a Venezia, intorno al macello commesso in Calabria in due villaggi a otto miglia da Cosenza, San Sisto e Guardia, che furono distrutti, e uccisine ottocento abitanti, o circa mille, come scrive da Roma il 21 giugno uno che era servo di Ascanio Caracciolo. Io conobbi quella gente, d'origine valdese, di buona vita e di miglior dottrina. Perocchè, prima di partir da Ginevra, a loro istanza vi mandammo due ministri e due maestri di scuola. I ministri furono martirizzati l'anno passato, uno a Roma che chiamavasi Giovanni Luigi Pasquale di Cuni, l'altro a Messina, Giacomo Borello, entrambi piemontesi. Quest'anno il resto dei pii uomini fu distrutto, e spero fia buon seme all'Italia che porterà buono e copioso frutto».
La lettera tradotta in latino è riferita da Giovanni Fox nel _Martirologio_, parte II, fol. 337; Basilea 1563, e da essa siam chiariti che quelle dell'archivio Mediceo non sono relazioni uffiziali di un residente toscano, bensì documenti inseriti in qualche corrispondenza come si soleva, e copia di stampa, le quali mancano d'ogni autenticità, portano la data falsa di Roma per acquistarvi maggior credito; e sono evidente opera di partito, colle esagerazioni proprie di lavori siffatti.
[305] Vedi _Arch. storico_ 1846, tom. IX, pag. 193.
[306] SCIPIONE AMMIRATO, _Delle famiglie napoletane_, Firenze, 1580. Il pezzo che intervirgolammo è tolto dalle aggiunte, fattevi nella II parte, edita solo nel 1651.
[307] SILOS, _Hist. cl. regul. sub anno_.
[308] LAGOMARSINI, note alle lettere del Pogiano, vol. IV, p. 443.
[309] Sulla Giulia Gonzaga vedasi IRENEO AFFÒ, _Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga_, Parma 1787, e POMPEO LITTA, _Famiglie celebri italiane_, fascicolo XXXIII. Sull'accusa di eresia datale da qualche autor francese, l'Affò esclama: «Bugia maggiore di questa non si dà nella storia». Di rimpatto il Litta dice che tale accusa «fu comune a tutti i personaggi per dottrina distinti, i quali tutti applaudivano alla riforma della disciplina ecclesiastica».
Citata da Pio V per la sua intimità col Carnesecchi, non comparve, ma morì dal dispiacere. Nel testamento perdona a tutti, e raccomanda al nipote Vespasiano di «non fare alcun risentimento contro chiunque oltraggiata l'avesse».
[310] Esso Giannone, che la giudica «non minore providenza» del governator Toledo, e segno della «saviezza e soddisfazione de' popoli con cui governò il regno» (_Stor. civ._, lib. XXXII, c. 4), dice nel capo 5 che «RAGIONEVOLMENTE alcuni si maravigliano onde sia nato che i Napoletani, uomini riputati cotanto pii e religiosi che talora sono traboccati nella superstizione, abbiamo poi avuto sempre in orrore il tribunale dell'Inquisizione». A reclamare contro l'istituzione dell'Inquisizione fu mandato anche Annibale Bozzuto, valente giureconsulto, che da Carlo V ottenne il gran numero di banditi fosse ridotto a venti, tra' quali esso. Fuoruscito, fu festeggiato a Roma, eletto a insigne carica, poi a cardinale (1565) e governatore della città.
[311] Manuscritto all'anno 1571.