Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 44

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Dei Valdesi altrove parlammo: i quali anche in Roma si erano diffusi, dove Gregorio IX li perseguitò, e molti ne pose a Monte Cassino[301]: e nel processo che già sponemmo del 1387, quelli del Piemonte annunziavano il loro pontefice stare nella Puglia, donde erano mandati a loro i maestri. Infatti nella provincia della Calabria Citeriore, ove l'Apennino declina al Tirreno, ai piedi della cresta del Bitonto, nel circondario di Paola e mandamento di Cetraro sta in poggio il paesello di Guardia, di 1500 abitanti agricoli, che parlano e vestono diversamente de' circonvicini. Spesso si confonde dagli storici con Guardia Lombarda, comune del Principato Ulteriore; che può aver avuto anch'esso quell'aggettivo perchè popolata da Piemontesi, che consideravansi lombardi. Narrano gli scrittori valdesi, e nominatamente il Giles, che, verso il 1315, un gentiluomo calabrese (probabilmente Ugo dal Balzo, siniscalco di re Roberto) imbattutosi in un'osteria di Torino con alquanti Valdesi, e udito come le loro valli riboccassero di popolazione, offrì di dar loro alcune terre di Calabria; ed avendo essi mandato ad esaminarle, e trovandovi letizia di cielo, di pascoli, di frutti, di vigneti, d'ulivi, vi stabilirono una colonia, a patto di pagar un tributo, e del resto regolarsi a comune senza render conto a chichessia, e soprattutto poter seguitare i loro riti. Di ciò si fece istromento autentico, confermato poi da Ferdinando d'Aragona. Alla città di Montalto aggiunsero un borgo, che fu detto degli Ultramontani: e dopo cinquant'anni cresciuti di numero, ne eressero un altro, lontano un miglio, detto San Sisto, dove fu una delle chiese riformate più celebri; e via via i borghi di Vaccarizzo, Rose, Argentina, San Vincenzo; poi la Guardia sulle terre dei marchesi Spinelli di Fuscaldo.

A queste terre ricoverarono poi molti Valdesi di Provenza, perseguitati quando la Corte pontificia risedeva ad Avignone, e fabbricarono Montelione, Faito, La Cella, la Motta; verso il 1500 altri passarono ad abitare nella città di Volturara[302]. Colà vissero quieti tollerati e tolleranti, fino ad andare alla messa, e far battezzar i loro figliuoli da preti cattolici; usando pochissime forme esterne di culto, non urtavano le popolazioni vicine: grati ai signori dei luoghi, perchè quieti e pagavano; ogni due anni riceveano la visita d'un _reggitore_ e d'un _coadjutore_ dalle valli Alpine, che venivano distinti d'abito, e fingendosi fabbri, mercanti, medici, facendosi conoscere da un particolar modo di bussar alla porta. Privi di lettere, nè disputavano sulle loro credenze, nè cercavano divulgarle. Se non che i loro fratelli delle valli subalpine, quando si riformarono a foggia di Protestanti, spedirono in Calabria alcuni «per rimettervi ogni cosa in buono stato»[303], e forse allora solo vennero indotti a ritirarsi dalle assemblee cattoliche, cui prima s'accomunavano, e mandarono a Ginevra Marco Usegli, chiedendo dottori. In fatto venne Luigi Pasquale di Cuneo, già soldato di Savoja, che fece proseliti anche nelle vicine terre della Basilicata, Faito, le Celle, la Castelluccia. Il cardinale Alessandrino e come capo dell'Inquisizione a Roma, e dopo fatto papa inviò predicatori, e nominatamente Gian Antonio Anania di Taverna cappellano in casa Spinelli, che primo gli avea indicato quel pericolo (1561), e Cristoforo Rodrico gesuita, con ampia podestà: ma le minaccie rimasero senza frutto, non volendo essi nè violare i riti antichi, nè staccarsi da luoghi sì belli. Pertanto si ebbe ricorso al braccio secolare; e il duca d'Alcala vicerè spedì Annibale Moles giudice di vicaria e molti soldati, che, secondando i missionarj e il marchese Spinelli, costringevano andare alla messa, i disobbedienti colpendo nei beni e nella persona.

Spinti alla disperazione, essi impugnarono le armi, e ricoveratisi nelle foreste dell'Apennino, prima alla spicciolata, poi in giuste battaglie combatterono; alfine disfatti si ricoverarono in Calabria alla Guardia che avea postura favorevole, mura e due corsi d'acqua. Il marchese, nelle cui terre si trovava la Guardia, mandò colà cinquanta uomini, fingendo fossero delinquenti che voleva relegare in quella fortezza; i quali penetrati, trassero fuori le armi, s'impadronirono dei posti, e sopraggiunti altri armati, incatenarono tutti gli avversarj. Allora furono sottoposti a fieri giudizj, e i renitenti a supplizj studiatamente atroci. Serrati in una casa tutti, veniva il boja, e pigliatone uno, gli bendava gli occhi, poi lo menava in una spianata poco distante, e fattolo inginocchiare, con un coltello gli segava la gola e lo lasciava così: di poi, con quella benda e quel coltello insanguinati, ritornava a prendere un secondo, e farne altrettanto. Ce lo narra un contemporaneo, che fa perirne a tal uopo fin al numero di ottantotto. «I vecchi vanno a morire allegri; i giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria; se il papa ed il signor vicerè non comanderà al signor marchese (di Buccianico) che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e fa un numero per poter poi fare del resto. Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far giustiziare ancor loro, per poter farne la misura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono veder il Crocifisso, nè si vogliono confessare, i quali si abbruceranno vivi. In undici giorni si è fatta esecuzione di duemila anime; e ne sono prigioni mille seicento condannati; ed è seguita la giustizia di cento e più, ammazzati in campagna, trovati con l'arme circa quaranta, e gli altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; bruciate l'una e l'altra terra, e fatte tagliare molte possessioni»[304]; altri furono messi a remare sulle galere spagnuole.

Luigi Pasquali suddetto, studiato a Losanna, si era sciolto dal legame matrimoniale per andar nel regno di Napoli ad evangelizzare, e con Stefano Negrino suo amico fu preso, e con ogni guisa di strapazzi spedito a Roma; malgrado i patimenti rimase saldo, e rallegravasi di soffrir per Cristo, e di sentire avvicinarsi l'ora di offrirsi in sagrifizio al Salvatore, e l'8 settembre 1560 fu strangolato alla _presenza del papa e de' cardinali_. Avea pubblicato un Nuovo Testamento in italiano, e varie lettere _melle ac dulcedine evangelico refertissimæ ac unctionem spirantes_, dice il martirologio protestante.

Il racconto è evidentemente esagerato dallo spirito di partito, e appoggia su relazioni, nulla più attendibili che quelle di cui ogni giorno c'ingannano le gazzette; fatto è che allora furono spente le colonie del principato oltrappennino, cioè Montalto, Volturara, San Sisto. Per interposizione del vescovo di Bovino si fece grazia agli abitanti di Castelluccio, Faito, Celle, Monteleone. Parecchi giunsero a tornare nelle valli alpine o nella Svizzera; altri abjurarono il loro culto, e furono raccolti in Guardia, ch'era rimasta disabitata, dove fin ad oggi le donne conservano alcuna traccia del vestire alpino, sottana di panno rosso, maniche di velluto o panno nero, i capelli intrecciati con nastro rosso o nero, quale usavasi fin testè nella Val d'Angrogna; e il loro dialetto tiene del piemontese, come la loro fisionomia e l'operosità[305].

Nè in Napoli mancarono errori e rigori. La famiglia Bonifazio possedeva il principato d'Oria, in terra d'Otranto, per dono di re Federico a Roberto che morì nel 1536, lasciando due figliuoli, entrambi letterati. Dragonetto, stillando un potentissimo veleno, ne rimase morto. Suo fratello Giovanni Bernardino ereditò il principato, ove ad Oria erano uniti Francavilla e Casalnuovo, terre pingui e di abbondante rendita. Ma il possessore era uno stravagante, viveva affatto in disparte, non facendosi servire che da due schiave turche: e tutto dedito agli studj. Aggiungeano che sentisse male della religione, e per ciò e perchè non andava mai a messa temendo esser molestato dalla Inquisizione, raccolti denari, finse andar a Venezia, e colle sue turche passò a conoscere i capi della setta luterana. In fine si stabilì a Vilna in Lituania, un miglio fuor della città, dopo che delle due serve una impazzò, l'altra maritossi: avendo a Costantinopoli compro un altro schiavo, questo gli fuggì in Moldavia, onde egli, senza servitori, «vive per lo più di latticinj, d'uva, di fichi secchi, d'uva passa, pomi e ravanelli; beve acqua pura; non abita in stufe, ancorchè paese freddissimo, ma spesse volte si vede intorno a un po' di fuoco, soffiando per cuocere le sue minestre, che per lo più son di latte e d'uva, assomigliando più fornaciajo che altro...... Tutto il suo vestire non giunge al pregio di due fiorini:.... Il letto e ogn'altra cosa sua non vuol che da altri che da lui sien tocchi; ha la barba lunga ed unta, magro, e in questo tempo (1586) può aver da sessanta a settant'anni. È della Confessione Augustana, la qual non ha mai lasciata, e nimicissimo de' Calvinisti. In Norimberg fu molto accarezzato: ma non avendo fermezza, in niun luogo si può fermare lungo tempo»[306].

Nulla trovammo di costui nelle consuete fonti, ma ne conosciamo una traduzione di Sallustio, impressa il 1550 dal Torrentino a Firenze, poi una miscellanea _Hymnorum, epigrammatum et paradoxorum quorumdam_ di lui, stampati a Danzica nel 1599, con una prefazione ove si parla delle sue vicende, e come morisse in questa città il 1597. Da alcune lettere di Quinto Mario Corrado s'indurrebbe sia fuggito di patria il secondo anno di Paolo IV: il suo principato fu tratto al fisco, essendo egli l'ultimo della famiglia: e re Filippo ne investì san Carlo Borromeo, che poi lo vendette quarantamila zecchini, e in un sol giorno li distribuì ai poveri.

Nel 1567 i cherici regolari scopersero a Napoli una nuova setta; la quale professava i riti, le credenze, le empietà degli Ebrei, aprendo scuole clandestine. Riferitone al vescovo Mario Caraffa, destinò a reprimerli Gerolamo Ferro, chierico regolare, Gerolamo Panormitano, domenicano, Alfonso Salmerone, della Compagnia di Gesù, prete Girolamo Spinola[307].

D'un altro napoletano ci è dato ricordo, Giovan Maria della Lama medico. Da più anni esercitava l'arte sua in Vienna, quando nel 1567 mandò una petizione per mezzo del cardinale Comendone, ove esponea conoscere d'esser denunziato al Sant'Uffizio per sospetto di cose religiose, e quantunque sappia non essersi mai scostato da ciò che crede e comanda la santa madre Chiesa, per potere però viver in pace, e se errò far penitenza, supplica d'intercedergli dal papa di commettere la causa sua al nunzio o a chi giudicherà in Vienna, giacchè sarebbe ruina dello stato suo l'andar a presentarsi in Roma: poter i buoni Cattolici attestare che, mentre fu in queste parti, si astenne da ogni conversazione con eretici, e frequentò i sacramenti.

Nè Pio V, nè Gregorio XIII vollero consentirgli la domanda; Sisto V all'imperatore Rodolfo II, che glielo raccomandava, rispose il 26 marzo 1587, che non son poche nè leggiere le incriminazioni per le quali esso fuggì d'Italia, colla qual fuga crebbe gl'indizj: non esser possibile farne il processo, così lontano dai testimonj: pure, se egli confessi le colpe e abjuri gli errori, manderà facoltà di assolverlo. Intanto avverte l'imperatore che disconviene dalla virtù e pietà sua il tener a servigio del suo corpo un uomo sospetto d'eresia e per questa fuoruscito[308].

In Napoli, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e di Giulia Gonzaga[309] molte furono citate al vicario dell'arcivescovo; e Giovanni Francesco d'Alviso di Caserta, e Giovanni Bernardino di Gargano d'Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni nel 1564, in onta del privilegio di Giulio III. Se n'empì di sgomento la città; molti migrarono: le piazze inviarono al duca d'Alcala vicerè onde sincerarsi se rivivesse il disegno di istituire l'Inquisizione spagnuola. Furono assicurati del no; sicchè, dice il sempre servile Giannone, cessò ogni sospetto d'Inquisizione; restando i Napoletani contentissimi della benignità e clemenza del re[310].

Ove si noti che i Napoletani non ricusavano l'inquisizione ordinaria esercitata dai vescovi: anzi nel seggio di Capuana è detto[311]: «Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che questa sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta le norme de li canoni, e senza interposizione di Corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione _tantum_».

In quel regno l'Inquisizione si continuò ad esercitare per via ordinaria, cioè dal vicario del vescovo, assistito dal braccio secolare: ma qualora l'Inquisizione di Roma avesse ottenuto il beneplacito regio, istruiva processi anche contro regnicoli. Tal fu quello contro il già detto Caracciolo marchese di Vico, tale uno contro due vecchie catalane, che non volendo abjurare il giudaismo, furono consegnate al tribunale di Roma che le condannò a morte. Nel 1583 il cardinale Savelli in nome del papa domandava, per cose toccanti il Sant'Uffizio, fosse inviato a Roma Giambattista Spinelli principe della Scalea, e il vicerè ordinava fosse arrestato e tradotto, se non desse malleveria di venticinquemila scudi di presentarsi al Sant'Uffizio. Altrettanto nel 1585 con Francesco Conte capitano dell'isola di Capri; e l'anno seguente con Francesco Amoroso capitano di Pietra Molara.

Col procedere del tempo, il Sant'Uffizio prese ardimento maggiore nel regno, e piantava processi senza il beneplacito regio. Vietollo Filippo III: pure non valse a impedire che, per mezzo dei vescovi, si procedesse talvolta direttamente, come fu nel 1614 in una famosa causa contro suor Giulia di Marco da Sepino, terziaria di San Francesco, che col misticismo copriva strane oscenità; favorita da gran signori e da Gesuiti.

Regnando Carlo II, erasi istituita a Napoli un'accademia degli Investigatori, preseduta dal marchese d'Arena, la quale proponeasi di ravviar la buona filosofia. Diede ombra, e se ne tolse occasione di ridestare il Sant'Uffizio; e sotto monsignor Gilberto vescovo della Cava si eresse un tribunale in San Domenico, e iniziaronsi processi, costringendo alcuni ad abjurare certe loro proposizioni.

Per impedire che mai l'Inquisizione operasse alla spagnuola, la città nel settembre 1691 aveva istituito una deputazione di cavalieri, scelti da tutti i seggi della città, che vigilassero contro ogni usurpazione del Sant'Uffizio. Questi sporsero reclamo al vicerè, ma in quel tempo ruppesi la guerra per la successione. Dopo la quale, venuto al trono Carlo Borbone, nel 1746, ad istigazione del tanto lodato Benedetto XIV, l'arcivescovo Spinelli tentò ancora introdurre il Sant'Uffizio, e istituiti i magistrati, processò tre persone. Queste appellaronsi alla suddetta commissione, la quale dall'arcivescovo domandò comunicazione degli atti che concernevano quei detenuti, e poichè ricusò, portarono l'affare al trono. Fu anche concitato il popolo colla solita paura del Sant'Uffizio spagnuolo, onde tumultuò e insolentì contro l'arcivescovo, e attese il re quando per la strada marina tornava da Portici. Udito di che si trattava, Carlo smontò di carrozza, entrò nella chiesa del Carmine, e in ginocchio colla spada nuda toccando l'altare, giurò, non da re ma da cavaliere, che in Napoli non vi sarebbe mai l'Inquisizione. E pubblicato un rigoroso editto il 29 dicembre 1746, annunziò sbanditi i due canonici della curia che aveano tenuto mano a quel processo, ripreso il vicario, licenziati il notajo e gli attuarj, levata l'iscrizione _Sanctum Officium_. Il popolo mostrò la sua riconoscenza al re col regalargli trecentomila ducati.

Allora solo cessarono le operazioni di quel Sant'Uffizio, che di tempo in tempo avea processato qualche eretico, qualche fatucchiero, e che ogni anno il giorno di san Pietro mandava delle paniere piene di oggetti di stregherie e malefizj e superstizioni a bruciare pubblicamente sulla piazzetta vicina alla cattedrale[312].

A chi conosce la storia, foss'anche solo la contemporanea, non farà stupore che l'isola di Sicilia anche in fatto d'Inquisizione operasse tutt'altrimenti da Napoli. Lasciam via le disputate origini apostoliche delle chiese di quell'isola, ma fin da' primi tempi vi troviamo amplissimi possessi della Chiesa romana. Il papa v'era anche metropolita, e solo Leone Isaurico obbligò i Siciliani a dipendere dal patriarca d'Oriente, istituendo due metropoli, Siracusa e Catania[313], cui s'aggiunsero poi Taormina, Messina, Palermo. Si mantenne salva dagli errori degli Ariani, dei Pelagiani, dei Nestoriani, tantochè san Leone, mandando al Concilio di Calcedonia Pascasio vescovo di Lilibeo, lo dice _fratrem et episcopum meum, de ea provincia quæ videtur esse securiorem; e virum de securiore provincia fecimus navigare_[314]. Antichissimi pure vi sono gli Ordini religiosi, alcuno dei quali sussiste fin oggi senza interruzione.

Conquistaronla poi i Saraceni, che qualche moderno vuol dipingerci come tolleranti e autori di gran civiltà, sino a rimproverare i Siciliani perchè respinsero quel giogo e quella fede. Tali sentenze oggi si chiamano liberalismo: ma tutta la storia e le leggende attestano quanto i natii avessero a soffrire in fatto di religione[315]. Il conte Ruggero normanno, che poi liberò l'isola, la chiama _habitaculum nequitiæ et infidelitatis_[316]; e Urbano II il 1093 scriveva ai vescovi di Siracusa: «La gente saracena entrata in Sicilia, quanti trovò cultori della fede cristiana uccise o dannò all'esiglio od oppresse di miserabile servitù, in guisa che quasi per trecento anni cessò di venerare il suo Dio»[317].

Ecco perchè, come Gaufrido Malaterra racconta[318], all'avvicinarsi del conte Ruggero a Troina, i Cristiani che rimaneano gli corsero incontro con gran giubilo. Così a Palermo quel conte trovò l'arcivescovo cacciato dalla cattedrale e ridotto nella povera chiesa di san Ciriaco[319]. Ciò pruova che Cristiani sopravivevano ancora, comechè oppressi: teneano qualche chiesa, ebbero fin la permissione di recare il viatico agli infermi: e doveano esser non pochi ancora, se fu per loro istigazione, e sulla promessa giurata del loro ajuto che Ruggero sbarcò a Messina, ed ebbe uno di que' facilissimi trionfi, di cui ribocca la storia di Sicilia[320].

Venuti in dominio i Normanni, che per politica venerarono i pontefici, la Sicilia fu tornata al patriarcato romano; moltiplicaronsi chiese e istituzioni, pure furonvi tollerati gli Ebrei e i Saraceni.

Ai tempi di Guglielmo II trovossi una setta detta dei Vendicosi, cui capo un tal Adinolfo di Pontecorvo, e fra' molti seguaci suoi è mentovato il prete Sinnorito. Guglielmo procedette rigoroso contro costoro; Adinolfo fu impiccato, i suoi discepoli bollati con ferro rovente, il prete sospeso dal vescovo d'Aquino, malgrado le preghiere e le lacrime del vescovo e degli abitanti di San Germano. Giovanni Ceccano che ciò racconta[321] non ispecifica gli errori di costoro, bensì che commetteano ogni male, ma di notte e non di giorno; neppur certi siamo se fosse una setta religiosa.

Ai Normanni sottentravano gli Svevi, e indicammo come Federico II fosse estremamente rigoroso ai Patarini, benchè condannato per eretico e sospetto d'islamismo. Egli cacciò di Sicilia i Musulmani: ma come ausiliarj opportuni perchè non ispaventati da scomuniche papali, li radunò a Nocera de' Pagani presso Napoli. Da lui fu stabilita in Sicilia l'Inquisizione fra il 1216 e il 1224, e l'archivio se ne conservava nel Castellamare di Palermo, ma andò bruciato nel 1590 in un incendio che causò la morte di cinquecento persone. Poi nel secolo passato il vicerè Caracciolo, distruggendo il Sant'Uffizio, fe gettarne al fuoco quante carte rimanevano: altre perirono negli incendj che la guerra causò a Messina nel 1848, a Palermo nel 1860.

Così ci furono sottratte molte notizie, ma sappiamo che, quando l'isola fu annessa alla Spagna nel 1479, Francesco Filippo de Barberis inquisitore, andò a domandare a Fernando e Isabella la conferma del diritto concesso dall'imperatore Federico II agli inquisitori di appropriarsi un terzo dei beni confiscati agli eretici.

Frate Antonino da Rega domenicano, venne inquisitore a Palermo nel 1487, e dinanzi agli altari dovettero giurargli obbedienza, il vicerè, il municipio, gli uffiziali regj. Nel 1513 il Sant'Uffizio ottenne molte delle attribuzioni di quello di Spagna; del resto in Sicilia l'autorità papale era demandata ai re, in grazia della famosa Legazione siciliana[322], sicchè non potea da Roma venir opposizione.

Numerosi Ebrei dimoravano in Sicilia, tollerati fin quando Fernando il Cattolico, al 21 gennajo 1492, fe pubblicare anche colà il decreto che li sbandiva, e pretendono che un decimo degli abitanti dell'isola migrassero allora[323]: ma dovettero pagare tanto capitale, che fruttasse quanto le tasse che soleano tributare annualmente.

Nel _Codex juris pontificalis auctore Francisco Candini_ (Palermo 1807) al tom. IV, p. 397 sono esposte le competenze e le procedure degli Inquisitori. Questi eran nominati col vicerè: dall'uno poteasi appellar all'altro: giuravano serbar il secreto.

Sulle prime i Siciliani non mostrarono repugnare dall'Inquisizione spagnuola, sì perchè temeano le opinioni nuove, sì perchè essa operava mitemente. Come opportuno a impedire le esuberanze de' magistrati, tanti ricorreano a quel tribunale che si dovette stabilire quali delitti non vi si poteano portare. Molti, anche baroni, volean esserne officiali perchè godean privilegio di foro. Gli inquisitori non risedeano stabilmente nell'isola, ma vi comparivano solo a tempo: però arrolavano _familiari_ e _foristi_, immuni dalla giurisdizione ordinaria; accettavano denunzie segrete; agli accusati ricusavano il difensore e il confronto de' testimonj, e i supplizj eseguivansi rari e senza pompa. Pure il parlamento elevò la voce contro di questi, come fossero stati e condannati alcuni non rei, ed estorte confessioni, confiscati beni.

Il re ascoltava i richiami, ma proseguiva, e i vicerè parteggiavano per una istituzione spagnuola, monarchica e avversa a Roma. Allora poi che vi si scopersero dei Luterani, il Sant'Uffizio s'applicò a reprimerli, e prese tal fidanza da operare non solo come indipendente, ma superiore al Governo[324]. Anzi col procedere del tempo giunse al punto da scomunicare la gran corte e l'arcivescovo: e il governatore dovette mandare mille armati contro il palazzo dove i padri inquisitori si erano fortificati (1602).

Nella tremenda peste del 1624 a Palermo si infervorò la devozione mediante il voto di celebrare l'immacolata concezione di Maria, festa che si conservò sempre solennissima, sostenuta da alcuni cavalieri che pronunziavano il _voto sanguinario_, cioè di sostenere anche colla spada contro chi si fosse quel privilegio della madre vergine.

Non vi mancò lo spettacolo di Atti di fede, e il primo fu eseguito solo il 9 settembre 1641 sotto il vicerè Corsetto, bruciando vivi Giambattista Verron calvinista francese, Gabriello Tedesco, musulmano battezzato e relapso, e Carlo Tavalara agostiniano laico calabrese, che spacciavasi pel Messia, e inventò i Messiani.