Part 43
Carlo V avea contro i Protestanti emanato decreti severi a segno, che dovette mitigarli Filippo II, a lui succeduto nel regno di Spagna e ne' dominj dell'Asia, dell'America e dell'Italia; Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l'eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il colmo della fierezza, unita all'ipocrisia. Nel fatto egli possedette qualità grandi: vasta capacità, fermo carattere, amore alla fatica, occupandosi incessantemente negli affari di Stato e nelle minuzie d'amministrazione: fautore delle lettere, che sotto di lui ebbero il secol d'oro; come sotto di lui, sebbene non fosse guerresco, si vinsero alcune delle maggiori battaglie della storia: attento a tutte le parti dell'immenso impero, ma principalmente amoroso della Spagna e della forza e gloria di essa, per la quale vi aggregò paesi d'altra indole, senza badare alle inconciliabili diversità. Nè per avversa fortuna prostrandosi, nè per prospera inebriando, quando l'ammiraglio, a cui aveva affidato quella che lo stupore de' contemporanei intitolò _invincibile armata_, venne annunziargli ch'era stata dispersa dal turbine, esso proferì soltanto: «Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e ripigliata la penna continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto, che decise se l'Europa sarebbe cristiana o musulmana; e non che prorompere in esultanze, riflettè: «Don Giovanni ha molto arrischiato: come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe rendere omaggio al merito; e quando il duca di Savoja, vinta colle armi spagnuole la Francia a San Quintino, si presentò per baciargli la mano, esso lo serrò nelle braccia dicendogli: «Tocca a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».
Ma non coronato di allori come suo fratello don Giovanni, nè generoso come suo padre, serba nella storia una fisonomia freddamente severa; forse per troppa conoscenza degli uomini, diffidava, e perciò teneasi concentrato; volea veder tutto da sè, e perciò esitava a decidersi; deciso una volta, non recedeva più, scambiando per costanza l'ostinazione, per giustizia la inesorabilità. Indispettito degli ostacoli che le libertà locali metteano al suo potere, s'applicò a torle di mezzo. Credendo l'unità religiosa fondamento necessario dell'unità politica, e sè medesimo destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, ogni discrepanza considerava non solo come eresia, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterla, come fece dapertutto, senza mai scendere a componimento; nell'interno non rispettò tampoco l'asilo delle coscienze; fuori cercò impadronirsi fin della Francia e dell'Inghilterra per serbarle cattoliche: e intanto si vide tolti i Paesi Bassi[292]; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza. I re di Francia e d'Inghilterra, ch'egli avea mirato a spossessare, gli si inimicarono, ed allearonsi colla Riforma e colla letteratura per denigrarlo allora, e tramandarlo in esecrazione alla posterità. Certo egli personifica in sè la Spagna cattolica, monarchica, patriotica; e fu uno dei più efficienti sulla futura civiltà, perocchè senza di lui la religione cattolica in Italia e in tutta Europa sarebbe rimasa nulla più che tollerata, cioè nella condizione dove stava, or fa poc'anni, in Inghilterra o in Prussia o in Russia.
Non fu lui che inventò l'Inquisizione; suo padre morendo aveagli raccomandato di mantenerla, sicchè non ebbe che a drizzarla contro l'irruzione dell'eresia, che seminava di pianto, di persecuzioni, di sangue tutta l'Europa[293]. E il reprimere con supplizj i dissidenti, lo ripetiamo, era comune nel diritto pubblico d'allora; la solennità che si dava a quegli ancor più deplorabili che esecrabili spettacoli, attesta come fossero nell'indole dei tempi e nelle idee dei tanti spettatori: pubblicavansi perchè si credeano giusti e necessarj. A non toccare se non ciò che rasenta alla storia italica, pochi giorni prima di quella battaglia di Pavia dove Francesco I perdette tutto fuorchè l'onore, il 17 febbrajo 1525 a Parigi veniva mandato al supplizio maestro Guglielmo Joubert, licenziato in legge, convinto d'aver seguìto le dottrine di Lutero. Avea ventott'anni, e fu condotto sul carro fra immenso popolo davanti alla chiesa di Nostra Signora, e di là a Santa Genovieffa, dove fece ammenda onorevole; poi ricondotto sulla piazza Maubert, fu dato al fuoco, dopo avergli forato la lingua con ferro rovente.
Quando di Francia avventansi accuse al nostro _paese dell'Inquisizione_, noi, non per raffaccio, ma per memoria, citeremo la notte di san Bartolomeo, e la sentenza del parlamento di Parigi che condanna al fuoco come mago l'insigne cancelliere l'Hopital; e l'altra del 1561 che pronunzia lecito l'uccidere qualunque ugonotto, e che doveasi leggere in ogni parrocchia tutte le domeniche[294].
Non cominciarono in Ispagna dunque prima che altrove gli spettacolosi _Atti di fede_. Chiamavansi così le esecuzioni sopra i condannati dal Sant'Uffizio perchè vi si recitava dal pulpito con semplici formole la professione di fede; e gli accusati doveano ripeterla. Il maggior numero lo faceano, sicchè tutto l'Atto risolveasi nell'assolvere gli imputati ricredentisi, e le più volte non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano; gli ostinati abbandonavansi al braccio secolare.
Il Llorente cita un _auto da fe_ del 1486 a Toledo con settecencinquanta condannati, ma nessuno a morte; un altro di novecento, pur senza sangue; in uno furono condannati tremila trecento, di cui ventisette a morte; ma si rifletta che, oltre l'eresia, erano di competenza del Sant'Uffizio i peccati contro natura, la sollecitazione in confessione, la bestemmia, i ladri di Chiesa, perfino il somministrar cavalli e munizioni al nemico in tempo di guerra; sovratutto le pratiche di maomettismo. Francesco di San Romano, negoziante di Burgos, intesi a Brema i predicanti, cercò propagarne le dottrine. Preso ad Anversa dall'Inquisizione, dopo sei mesi fu rilasciato, condannando solo e bruciando i suoi libri. Non che ravvedersi, egli s'incalorì, e cercò persuadere Carlo V a riconoscere la religione riformata; onde preso di nuovo, dopo la spedizione d'Algeri fu dall'Inquisizione di Valladolid condannato al fuoco. Nell'andare ricusò prostrarsi a una gran croce di legno, la quale immediatamente fu fatta dal vulgo in pezzi, da conservare come reliquie, perchè essa avea respinto le adorazioni d'un eretico. San Romano fu arso vivo, e gli arcieri imperiali ne raccolsero gli avanzi, e l'ambasciadore d'Inghilterra ne cercò diligentemente qualche osso. È dato come il primo spagnuolo che fosse arso per luteranismo.
L'8 ottobre 1559 Filippo II, appena tornato dai Paesi Bassi, assisteva a un solennissimo Atto di fede in Valladolid, il secondo che celebravasi in Ispagna, e il grand'Inquisitore lesse una formola, per la quale il re giurava prestare ogni ajuto al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri, contro degli eretici ed apostati, e di quelli che impedissero direttamente o indirettamente d'eseguirne i decreti. Fra i condannati compariva don Carlo di Sessa, nobile italiano, chi dice di Verona, chi di Firenze, onorato da Carlo V per l'ingegno, imparentato per la moglie con primarie famiglie di Spagna. Irremovibile a persuasioni o minacce, aveva il giorno prima steso una professione di fede in senso reprobo, che il Llorente dice aver letta e ammirata per insuperabile energia. Condannato al rogo, passava davanti al re, al quale rivolto disse: «Come osate voi farmi bruciare?» E il re: «Se mio figlio fosse tristo come voi, porterei io stesso la legna al suo rogo». Gli fu posto uno sbavaglio alla bocca, e giunto al luogo del supplizio, quando gli fu tolto acciocchè potesse abjurare, esclamò: «Mettete subito il fuoco; se mi lasciate tempo, dimostrerò che voi correte alla perdizione qualora non operiate come me».
Dopo questo anno delle grandi procedure contro gli eretici in Ispagna più non vi si trovano Protestanti nel vero senso, e l'Inquisizione si esercitò contro Ebrei, Mori, relapsi, streghi. Ma la potenza sua crebbe a segno, da valer più che l'autorità di Roma: antagonismo che si manifestò principalmente nel processo contro Bartolomeo Carranza. Questo domenicano, arcivescovo di Toledo, adoprato da Carlo V in ufficj gravissimi, massime in Inghilterra, avea mostrato gran fervore contro gli eretici: primeggiò al Concilio di Trento, da cui ebbe incarico di redigere il catalogo de' libri proibiti. L'ingegno e l'altezza del posto gli attirarono l'invidia, e l'accusa allora comune di opinioni ereticali; pel quale sospetto, Carlo V mal l'accolse quando andò nel ritiro suo di San Giusto a prestargli l'ultima assistenza. Pure narrarono ch'e' lo confortasse a fidare unicamente ne' meriti di Cristo: e dopo spirato, recitò il _De profundis_, a ogni versetto facendo un commento; preso quindi il Crocifisso, esclamò: «Ecco quello che tutti ci ha salvati; ogni cosa è perdonata per merito suo, e più non v'è peccato».
Di tali espressioni, quasi escludessero la cooperazione dell'uomo e l'intercessione dei santi, fu imputato, e il 22 agosto 1559, chiuso nelle carceri del Sant'Uffizio a Valladolid, cui presedeva il grand'inquisitore Valdes. Già il Sant'Uffizio avea messo all'indice i _Commenti sul catechismo cristiano_, scritti da esso, benchè dedicati a Filippo II e approvati da una commissione del Concilio di Trento; i cui membri, non osando resistere a quel tribunale, ritrattarono il datovi assenso. Pio IV, per quanto rigoroso, credette in ciò si procedesse troppo severamente, e ne avocò la causa a Roma. Filippo II geloso delle prerogative dell'Inquisizione, protestò non lascerebbe mai giudicarne fuori di Spagna. Il papa spedì un legato a latere con due altri giudici che assumessero quell'esame, ma gli inquisitori seppero trar in lungo finchè il santo papa Pio V scrivendo lettere sopra lettere per lagnarsi di non esser tenuto informato sul processo di personaggio di sì gran conto, e minacciando la scomunica a Filippo II, che persisteva sul niego, riuscì a trar l'accusa a Roma il maggio 1567. Quivi alloggiò il Carranza in Castel Sant'Angelo: delegò quattro cardinali, quattro vescovi, dodici teologi e dottori a vagliarne la causa, e non dissimulava nè la sua collera verso gl'inquisitori, nè la riconoscenza pei servigi resi dal Carranza alla Chiesa: e non che proibirne il catechismo, diceva che, un po' poco che lo spingessero, e' l'approverebbe di moto proprio.
La frivolezza odierna n'ha bel tema d'invettive contro i tribunali ecclesiastici. La storia imparziale riflette che, in procedura sì lunga, estesa, complicata, non è possibile veder un mero intrigo, e total mancanza di titoli. Il Carranza nel 1539, come qualificatore della Inquisizione, assistette al capitolo generale de' Domenicani in Roma, ove fu amico del Flaminio, del Carnesecchi e di altri sospetti. Fra le sue carte fu trovata una lettera del Valdes, ove, parlando degli interpreti della sacra scrittura, professava che non bisogna appoggiarsi sui santi Padri per intenderla; che possiamo esser certi della nostra giustificazione, e la giustificazione si ottiene mediante la fede viva nella passione e morte di Nostro Signore.
Se ne' suoi scritti con somma franchezza espone i vizj dominanti senza riguardo a persone, forse procedeva più esplicito nel parlare; Filippo II, già suo amorevole, gli divenne avversissimo: se il processo potea temersi pregiudicato in Ispagna, eccolo trasferito a Roma.
Ma per tradur in latino tutta l'informativa e per raccogliere le notizie non si richiesero meno di tre anni, poi altri in domande e risposte, e solo Gregorio XIII nel 1576 pronunziò definitiva sentenza. Il Carranza, a ginocchi davanti al papa e ai prelati, fece abjura generale delle dottrine ereticali, e ritrattò quattordici proposizioni mal sonanti ne' suoi libri; fu confermata la proibizione del suo catechismo; egli, sospeso dalle funzioni vescovili, starebbe cinque anni a Orvieto in un convento del suo Ordine, e visiterebbe le sette basiliche di Roma; ma pochi giorni dopo, al 2 maggio 1576, moriva di settantatrè anni, dichiarando non avere il minimo rimorso di sentimenti contro la fede; eppure non imputando d'ingiusta la sentenza del pontefice; il quale gli facea splendidissime esequie, e un sontuoso monumento con iscrizione d'illimitate lodi[295]. Sicchè non resta che a deplorare la condizione tristissima ma inevitabile de' giorni di rivoluzione e di paura. Del resto i re di Spagna d'allora badavano agli ammonimenti del papa quanto gli odierni al sillabo: onde sarebbe strano l'imputar ad esso quelle procedure quanto l'attribuir al pontefice odierno i nostri errori sull'usura, sul matrimonio, sulla servitù della Chiesa.
La Spagna teneva in dominio bellissime parti dell'Italia nostra. Nel regno di Napoli era già stabilita l'Inquisizione dai severissimi editti di Federico II, affidando le condanne ai magistrati secolari. Per rimedio al costoro rigore e alle mal condotte procedure, Roma cercava mandarvi inquisitori proprj: gli Angioini, ligi ai papi, molte volte prescrissero di favorire, e fin di pagare questi venuti da Roma: nel 1305[296] Carlo II ordinò a tutti i baroni e agli ufficiali che dessero ajuto all'inquisitore frate Angelo da Trani, carcerando e custodendo le persone sospette, non molestassero i suoi famigli per l'arma che portano, eseguissero le sentenze ch'egli proferirebbe contro gli eretici e i costoro beni, mettessero al tormento gl'imputati per cavarne la verità: nel 1307 incaricava frà Roberto da San Valentino, inquisitore del regno, di procedere con tutto rigore contro l'arciprete di Buclanico, il quale, dopo corretto, era ricaduto in errori sopra alcuni articoli di fede[297].
Gli Aragonesi, succeduti nel dominio, restrinsero di nuovo l'Inquisizione, e la sottoposero all'assistenza del magistrato secolare. I Napoletani, ai primi anni di Fernando il Cattolico, adombratisi ch'egli volesse piantarvi il Santo Uffizio alla spagnuola, tanto fecero[298], che, per mezzo del gran capitano Córdova ottennero promessa che mai non l'avrebbe posto. Nel 1505 esso gran Capitano, chiesto dal vescovo di Bertinoro inquisitore apostolico di far carcerare alcune donne indiziate di eresia, che da Benevento erano fuggite a Manfredonia per passare in Turchia, scriveva al governatore Foces procurasse averle in mano, ma ne desse avviso a lui. Il conte di Ripacorsa nel 1507 rimproverava frà Vincenzo da Ferrandino perchè avesse inquisito alcune persone senza informarlo nè mostrargli la sua commissione[299]. Donde appare che l'Inquisizione non avea tribunal fisso, e dovea dipendere dal placito secolare.
Ma quando la spagnuola infierì contro i Moreschi e i Marani, i Napoletani temettero di nuovo che Fernando volesse introdurla fra loro, come pareva trapelare da certe sue lettere, che supponeano qui rifuggiti molti Musulmani profughi dalla Spagna. Con modi rispettosamente robusti gli rammemorarono l'antica capitolazione, e come non fosse duopo di straordinarie procedure contro Mori ed Ebrei, essendo qui pochissimi; e avendo egli mandato alcuni inquisitori, furono ricevuti in tal maniera, che dovettero partirsene ignominiosamente. Nè quanto il re cattolico visse, più tentò quel fatto, e il vicerè Cordova vigilò perchè Roma non eccedesse. Germogliata l'eresia di Lutero, Carlo V, trovandosi in Napoli nel 1536, promulgò un severissimo editto, con cui interdiceva ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d'eresia, pena la morte e la confisca. Che le opinioni luterane serpeggiassero a Napoli, lo vedemmo parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo. Don Pietro Toledo vicerè, cui Carlo V nessuna cosa avea raccomandata più che d'impedire il contagio dell'eresia, non solo la fece combattere da famosi predicatori e teologanti, frate Angelo da Napoli francescano, frà Girolamo Seriprando agostiniano, frate Ambrogio da Bagnoli domenicano, frà Teofilo da Napoli, frate Agostino da Treviso, ma bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò (1544) l'introdurre qualunque trattato teologico che fossesi pubblicato negli ultimi venticinque anni, non approvato dalla santa sede o anonimo, e chiuse le accademie del Pontano, de' Sireni, degli Ardenti, degli Incogniti, che sotto coperta di letteratura o di filosofia facilmente scivolavano nel campo teologico. Poi, spintovi dall'imperatore, desolato degli scompigli causati in Germania dalla Riforma, e delle concessioni a cui avea dovuto calare, e anche dal desiderio di deprimere la nobiltà, s'industriò impiantare nel regno di Napoli l'Inquisizione spagnuola (1546). E prima per mezzo del cardinale Borgia suo parente indusse Paolo III a vietare ai laici di trattar di cose di religione, ed a spedire commissarj che istituissero qualcosa di simile al Sant'Uffizio. Il vicerè vi diede l'_exequatur_, ma non fece pubblicare la bolla a suon di tromba e nelle prediche, come di costume; e solo affiggere all'arcivescovado; intanto fra le piazze insinuando che nulla v'avea di che sgomentarsi, che non veniva dal governo bensì dal papa, senz'altro fine che di sbrattare la città se qualche eretico vi fosse.
Il popolo, sospettando di mala fede il Toledo, levò rumore, e non valendo le rimostranze, mandate a Pozzuoli per mezzo di Antonio Grisone, insorse gridando arme, strappando i cedoloni, surrogando agli Eletti del popolo altri più creduti: i nobili vi si mescolano, aizzandoli e chiamando fratelli i plebei, come si suole nelle insurrezioni, e ripudiano l'Inquisizione al grido di «Viva la santa fede», come la ripudiavano gli Aragonesi al grido di «Viva la libertà». Il Toledo risoluto di venirne a capo col terrore, esclamava: «Perdio, che a costoro dispetto porrò il tribunale dell'Inquisizione in mezzo del mercato»; e citò davanti al reggente della vicaria i capipopolo, che erano Tommaso Anello sorrentino, plebeo della piazza del Mercato, e Cesare Mormile, nobile di Porta Nuova; ma tal folla gli accompagnò, ch'egli dovette dissimulare, e lasciare che in groppa alla chinea di Ferrante Carafa e di altri signori, fossero portati in trionfo alle varie piazze: onde rassicurare e ammansire la plebe, mandò il marchese Caracciolo a quietare coll'occhio e col volto: intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s'introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.
Ma un accidente da nulla porge occasione di far sangue, i soldati spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello del campanile di san Lorenzo; i castelli fan fuoco; la via Toledo e la Catalana si contaminano di carnificina; sono mandati sommariamente al supplizio alcuni nobili, non maggiormente colpevoli degli altri ma per dare un esempio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Non fu fischiato o urlato; ma nessuno grande o piccolo gli usò atto di riverenza, nè cavar il berretto, o piegar il ginocchio come prima: però quando i capipopolo sparsero voci sinistre, la plebe a fatica si rattenne dal farlo a brani, gli tolse l'obbedienza, e costituì regolarmente un'_unione di nobili e popolani a servizio di sua maestà e a comune difesa_, nella quale chi non entrasse era considerato per traditore della patria; e pigliò le armi, guidata dal Mormile e da Colantonio Caracciolo, che fu gridato traditore appena parve condiscendere ad accordi.
Stettesi lunga pezza in attitudine di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa, il quale, all'antica ragione di sovranità, univa allora l'avversione particolare contro gli Spagnuoli, o di chiamare Pietro Strozzi profugo di Firenze, e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: all'imperatore fu deputato Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido di Sangro, per rimostrargli che, fra i capitoli del regno, era di non vi introdurre l'Inquisizione alla spagnuola: sicchè non guardasse come ribellione contro lui questo insorgere contro un rigore illegale.
A suggerimento del papa e di san Carlo vi fu deputato anche il famoso giureconsulto Paolo d'Arezzo, allora prevosto de' Teatini, poi arcivescovo di Napoli e beatificato; e nelle calde suppliche è notevole la strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno terrebbesi sicuro della vita e dell'avere se dominasse l'Inquisizione spagnuola.
Ma i baroni a titolo d'obbedienza feudale erano stati domandati dal vicerè a venir alloggiare nelle caserme degli Spagnuoli: le famiglie dabbene si ritirarono, sicchè, prevalendo la feccia e i fuorusciti, andò a scompiglio il paese; chi volea schivare le furie della ciurma, bisognava la blandisse coll'esagerazione delle parole e colla villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall'altra cercavansi sussidj e munivansi fortezze.
L'imperatore a fatica s'indusse a concedere udienza ai deputati; intimò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d'eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall'amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e proveduto. Gianvincenzo Brancaccio, che lasciossi cogliere, fu decapitato: l'imperatore di nuovo dichiarò _fedelissima_ la sempre rivoltosa città, e le impose centomila scudi di amenda.
I processi d'eresia si erigevano dal vicario di Napoli per via ordinaria; e una bolla del nuovo papa Giulio III vietò che traessero dietro la confisca, cassando anzi le pronunziate fin allora, e volendone applicati i beni a i più prossimi parenti[300]: i colpevoli erano diretti a Roma, donde, fatta l'abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.
Non però i rigori si smettevano, e notammo già e noteremo molti che andarono profughi. Qui ricordiamo Francesco Romano, già agostiniano, che occultamente diffuse nella natìa Sicilia gli errori di Zuinglio, poi fuggì in Germania, e tornato a casa nel 1549, sponeva la logica di Melantone, le epistole di san Paolo, e fu creduto anch'egli autore del noto libro sul Benefizio di Cristo. Citato al Sant'Uffizio, fuggì, poi venne spontaneo a costituirsi, si disdisse, e ottenne perdono, mediante molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessò d'avere molti proseliti, fra cui varie dame titolate. Più tardi Scipione Tettio, autore d'una dissertazione _De Apollodoris_, lodata dagli eruditi, pubblicò non sappiamo quali opere, con false opinioni sulla divinità; onde fu condannato alle galere. Lo racconta il De Thou, che essendo a Roma nel 1574, ignorava se ancor vivesse. Anche Pompeo Algeri da Nola fu mandato al fuoco.