Part 42
Soggiungono: «La Chiesa bisogna sia forte quanto basti per difendersi da se stessa e trionfare. Or non è vero che sia forte abbastanza, giacchè, contro una religione che combatte gl'istinti pervertiti, che impone difficili doveri, si alleano tutte le passioni naturali, e trovano nel cuore di ciascuno un ajuto potente. Inoltre contro assalti sconnessi e quotidiani, diretti a un punto isolato, mal può reggersi essa, formata da un accordo perfettamente compaginato di dottrine, di consigli, di prescrizioni, di fatti storici, così ben incatenati, che pochi possono abbracciarne l'insieme, e averlo sempre presente. Poi la religione è fondamento della morale: dunque è dovere de' Governi proteggerla; altrimenti sarebbe un lasciar distruggere le radici dell'albero; la fonte che dà l'acqua al paese. Come anche la libertà morale ha i suoi limiti, cessando quando divien nociva alla società; così la libertà religiosa dovrebbe cessare quando scuote lo Stato, e viola il ben morale.
E di fatto il potere civile, considerando l'eresia come misfatto sociale, la reprimeva; attesa l'unità della fede, allora non iscomposta in tante sêtte, e guardandosi la Chiesa come una proprietà comune, largita dal Cielo, non potea restar indifferente agli attacchi recatile. Il falsificare la fede non doveva dirsi delitto se diceasi tale il falsificare la moneta? non erano obbligati i Cristiani a conservarla pel patto contratto nel battesimo? non aveano ogni ragione di non esser turbati da uno nel possesso della loro fede? Tutte le società anche etniche ritennero che le dottrine religiose di un corpo doveano essere difese contro gli insulti degli individui.
Quest'era sentimento universale, e non già della Chiesa. Rotta poi l'unità della fede, l'eresia cessava d'esser delitto civile, ma la Chiesa, tenendosi depositaria della parola infallibile, non poteva dogmaticamente riconoscere all'errore religioso un diritto morale di libertà, giacchè sarebbe valso quanto pareggiare nella sfera giuridica l'errore alla verità.
Ne conchiuderemo che non possa la Chiesa essere se non persecutrice?
La Chiesa vuol la giustizia, eppure tollera il peccato, sapendo che «di necessità avvengono scandali»; consiglia la perfezione, eppur tollera gravi difetti, non potendo da forze disuguali pretendere eguali operazioni. Ciò ch'essa nega è che si consideri come perfezionamento la libertà assoluta del male come del bene, la libera propagazione dell'errore come della verità; del resto ritiene che, a norma delle attitudini sociali, bisogni sopportare il male, sempre però come male, non già secondo principj puri universali. La verità talvolta è costretta a ceder il luogo, ma non il diritto alla falsità.
La Chiesa, come lascia la libertà di coscienza perchè _de internis non judicat_, non riconosce la libertà de' culti, illimitata fino al disprezzo delle verità naturali e delle nozioni morali. Il male, che è despotismo, pretende distruggere la libertà del bene. Ma il bene, che è amore, può comportare talvolta la presenza del male; non però la sua prevalenza o la parità. Qual governo potrebbe sancire l'indifferenza tra la verità e l'errore? e' si condannerebbe a certa morte.
Una delle debolezze umane è il supporre che le cose camminarono sempre del passo medesimo: col che arrivano a svisare anche le più chiare massime coloro che son talmente superbi d'appartenere al loro secolo, da non intendere il pensiero de' secoli precedenti. Libertà di culto è un altro de' ritornelli dell'età nostra, e vi siam tanto abituati che ne fa meraviglia abbia altre volte potuto trovar opposizione. Eppure, nel secolo ove la tolleranza derivava necessariamente dall'incredulità, il legislatore delle libertà rivoluzionarie, Rousseau, scriveva: «C'è una professione di fede meramente civile, di cui tocca al sovrano fissar gli articoli, non come dogmi di religione, ma come sentimenti di sociabilità, senza i quali è impossibile esser buon cittadino nè suddito fedele. Sebbene non possa obbligar nessuno a crederli, il sovrano può sbandir dallo Stato chi non li crede; sbandirlo, non come empio, ma come insocievole, come incapace d'amar sinceramente le leggi, la giustizia; d'immolar se occorre la sua vita al suo dovere. Che se alcuno, dopo aver pubblicamente riconosciuto questi dogmi, si conduce come non li credesse, sia PUNITO DI MORTE; ha commesso il peggior delitto; ha mentito in faccia alla legge».
E Voltaire: «Chi si eleva contro la patria religione merita morte». È vero ch'egli alludeva a Cristo.
E talmente quel principio è moderno, che la famosa Dichiarazione dei diritti dell'89 asserì soltanto la libertà del pensare, dicendo che «nessuno dev'essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purchè la loro manifestazione non turbi l'ordine stabilito dalla legge». In conseguenza dove _la legge stabilì_ il culto cattolico ogni altro ne resta escluso.
La libertà de' culti può ritenersi come un'istituzione di diritto positivo umano, e limitata ai bisogni della società politica in una data situazione o pei diritti acquistati col pacifico possesso. In ciò può benissimo venire la Chiesa alle transazioni, a cui è obbligata una istituzione che dee vivere in tempi e in situazioni le più diverse; e se non basta l'udirla, nella uffiziatura del venerdì santo, pregare pei catecumeni, gli Eretici, gli Scismatici, i Giudei, i Pagani, giacchè il Salvator di tutti è morto per tutti, i pronunziati de' pontefici moderni e sopratutto di Pio IX mostrano fin dove essa spinge questa tolleranza[280].
Fuor della Chiesa non v'è salute. — Questa massima eccita scandalo ad alcuni, collera ad altri, preoccupazione a tutti. Ma quanto è certa nel principio, altrettanto è misteriosa nell'applicazione. In fatti, chi è fuor della Chiesa, e in conseguenza escluso dalla salute? Qual uomo vanterassi capace di scandagliare questo, ch'è il più gran secreto dell'ordine soprannaturale? Sappiamo che Giuda è dannato: ma Lutero? ma Voltaire?[281] Secondo i Padri, Dio non giudicherà a norma del Vangelo quei che il Vangelo non conobbero. Qualcuno può appartenere all'anima della Chiesa senza esser parte del suo corpo, e viceversa, nè v'è chi possa distinguerli: standoci innanzi tre misteri; la Grazia di Dio, la coscienza dell'uomo, le tenebre della morte; cioè quel che il cielo ha di più fecondo, la terra di più libero e impenetrabile, e la profonda separazione fra il tempo e l'eternità.
Tutto ciò rende inaccessibile all'occhio umano e impossibile quaggiù l'applicazione di quella massima; adoriamo la giustizia, ma non giudichiamo i misteri; tutto temendo per noi secondo la fede, tutto sperando per gli altri secondo la carità.
Queste teoriche son antiche quanto la Chiesa, ma non sempre attuate: e la tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell'uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi praticavala nell'età di mezzo? Al rinascimento, lo stesso Savonarola disputando contro gli astrologi esclamava: «O stolti, empj ed insensati astrologi, contro di voi non è a disputare altrimenti che col fuoco»[282]. Lutero, non pago alle invettive, invocava le spade regie contro i dissidenti; e ancor si mostra a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro i dissidenti, dov'è scritto: _Hüt dich, Calvinist_. I principi protestanti ricusavano risolutamente la tolleranza; poichè, essendosi arrogata la podestà sopra le cose religiose, una sola religione doveano volere, per non indebolire il governo; e Calvino che non vuol separazione della Chiesa dallo Stato, invocava contro i dissidenti la pena di morte, attesochè nessuno può ricusare di riconoscere l'autorità de' principi sopra la Chiesa senza attentare contro la monarchia, ch'è stabilita da Dio[283]; e faceva bruciare Serveto, flagellare, bandire altri. Fino il soave Melantone augura che qualche uomo forte voglia acquistarsi gloria coll'assassinare Enrico VIII[284]; ed approvava affatto quei supplizj: _Vult Deus blasphemias et perjuria severissime puniri, et punit ipse alastoras, illos impiorum dogmatum auctores, cum magistratus officium suum negligunt; ac tunc quidam simul et magistratus et imperia delet... Dedit vero et Genevensis reipublicæ magistratus insanabilis blasphemiæ adversus filium Dei, sublato Serveto, pium et memorabile ad omnem posteritatem exemplum_[285]. E seguitava: «Grazie al Figliuol di Dio che fu spettatore e giudice del nostro combattimento, e che ne sarà la rimunerazione. La Chiesa pure vi dovrà esser riconoscente. Io sono affatto del vostro parere, e tengo per certo che le cose essendo state fatte con regola, i vostri magistrati operarono secondo il diritto e la giustizia facendo morire il bestemmiatore». Teodoro Beza scriveva un libro a sostenere essere _libertas conscientiarum diabolicum dogma_, e l'articolo trentasei della Confessione Elvetica porta: _Stringat magistratus gladium in omnes blasphemos, coerceat et hæreticos_[286]. Enrico VIII ed Elisabetta scrivevano tiranniche ordinanze col sangue de' Cattolici, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici. Tagliata la testa a Maria Stuarda, il conte di Kent esclamava: «Possano perir così tutti i nemici del Vangelo». Ferdinando d'Austria colle stragi d'Ungharesi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro. Insomma inviperiva una lotta, nella quale chi non uccidesse, sarebbe ucciso.
Uno dei tristi effetti del protestantismo fu appunto lo sbigottire i custodi della verità, in modo che credettero necessario il rigore per tutelarla, e così crebbero le severità; se non che, mentre in antico, per la confusione dei due poteri, era la stessa l'autorità che riconosceva il delitto di lesa religione e che vi infliggeva il castigo, si costituì un tribunale ecclesiastico, di persone competenti in fatto di quistioni religiose, le quali decidono sul fatto, e domandano la punizione al braccio secolare.
L'Inquisizione (già il narrammo nel Discorso V) fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per reprimere l'implacabile animosità de' popoli separati dalla Loira, ed assodare nella Francia quella nazionalità, che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo. La spiegazione de' suoi atti trovasi nelle circostanze de' tempi, e nello stato delle opinioni. Stabilito un sistema, qual meraviglia se i modi e d'intenderlo e d'applicarlo erano quelli di ciascuna età? E tanto più d'un'età come il medioevo, che procedeva non per teoriche ma per fatti. Che se nessuno negherà che si potesse farlo co' modi convenienti, nessuno pure negherà che nell'applicazione siasi trasceso. La dominazione spirituale ben si fonda sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, dà indizio d'un indebolimento già sentito. Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione; e quel tribunale fu esteso come una legge marziale, per frenare eresie che sovvertivano l'ordine sociale. Dove mancassero eretici, vegliava essa sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie, la bigamia, le superstizioni, lo sparlare del clero, e principalmente le fatucchierie, quando di queste divulgossi la credenza. Ma nuovo agone le aperse lo irrompere della riforma religiosa, in tempo che generalmente credeasi diritto lo stabilire, o conservare l'unità religiosa mediante la forza, e impossibile che due culti potessero esercitarsi in un paese ed oltraggiarsi a vicenda.
Entrata la discordia, si trascende da tutte le parti e in tutti i tempi: ogni rivoluzione che non riesca a distruggere il potere lo rende più duro e severo; i partiti non hanno viscere; creansi una falsa giustizia, e come in nome di questa la Convenzione mandò a morte migliaja di Francesi per salvar lo Stato; così allora si facea per salvar la Chiesa; quelli morivano gridando «Viva la libertà»; questi gridando: «Viva la Bibbia»; e in nome della religione e della misericordia si rinnovarono gli orrori dell'impero romano, si precorsero quelli della rivoluzione francese. Ma la fierezza di quei supplizj al cui racconto oggi raccapricciamo, era allora usuale quanto oggi il calunniare. Anzi l'Inquisizione rendea le pene meno efferate, per un ultimo rispetto all'immagine di Dio; e chi vedevale applicare potea compiangere una vittima non era offeso dalla straordinarietà del supplizio. V'assistevano Filippo II come Francesco I, e con essi tutta la Corte: prova che non erano mostri eccezionali.
Quando nel Concilio di Trento il cardinale di Lorena dipingeva così eloquentemente la desolazione della Francia, cozzi e battaglie in ogni canto, demolite le chiese, trucidati i religiosi, profanati i sacramenti, arse le immagini e reliquie de' santi e le biblioteche, profanati i sepolcri de' re e dei vescovi, espulsi i pastori, conculcata la regia autorità e le leggi, usurpate le rendite pubbliche, tutto il popolo in sedizione, sedici eserciti un contro l'altro armati, e a Tolosa uccisi diecimila uomini in un sol fatto d'armi, il padre perendo da una parte, dall'avversa il figliuolo; quando egli minacciava di mali simili anche gli altri Stati, attesochè, se Francia s'agita tutta Europa ne guizza; quando ciò diceva quel gran signore e gran prelato, molti per certo dovettero congratularsi che con vie di rigore si fosse dall'Italia tenuta lontana tanta jattura, e colla punizione di pochi colpevoli evitato lo sterminio di tanti innocenti; che, come il medesimo cardinale congratulavasi, all'Italia si fosse conservata la pace mercè della Spagna, la quale robustamente ne reggeva il timone.
Fu in questo senso che un gagliardissimo pensatore savojardo, Giuseppe De Maistre, fece l'apologia dell'Inquisizione di Spagna, perchè risparmiò a quella penisola i torrenti di sangue che la Riforma e le conseguenti discordie civili costarono al resto d'Europa. Dicendo _apologia_ ho usurpato un luogo comune de' retori, giacchè egli medesimo, per quanto audace, quasi non osi pronunziarlo in testa propria, fa dire da _taluno_ che «il Sant'Uffizio con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo spettacolo di un monte di cadaveri, che sorpasserebbe l'altezza delle Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po».
Chi fremesse a queste parole, si ricordi che già prima Vittorio Alfieri avea detto che «la Spagna colle poche vittime immolate dall'Inquisizione, risparmiò torrenti di sangue».
È una proposizione da utilitario, la quale non può esser accettata da noi che domandiamo la giustizia avanti tutto; pure nessun uomo leale potrà non paragonare tali processi ed eccidj a quelli onde fu orrida l'età nostra, nel meriggio della civiltà, nell'ostentazione di umanità[287]; non sentire che certi esaltamenti di sensibilità nel secolo della ghigliotina e dello stato d'assedio puzzano d'ipocrisia; ma troppo è doloroso al Cattolico che possano apporsi alla Chiesa procedimenti, i quali scagionino odierne atrocità secolari.
Quando però un moderno[288] viene ad asserire sul serio che «l'Inquisizione puniva non l'azione esterna, non la manifestazione pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell'animo, ed in questo veramente eccedeva di là dei confini d'ogni giurisprudenza», noi lo pregheremmo a indicarci in qual modo l'Inquisizione conoscesse il _pensiero dell'animo_, e se non sia azione esterna la manifestazione pubblica.
Vero è che una scuola eccedente, in questi ultimi anni, sorse a difendere non solo, ma ad approvare i procedimenti dell'Inquisizione. Noi l'abbiam combattuta ne' suoi momenti di forza, e n'abbiam affrontato le invettive; ciò ne dia qualche diritto a dir delle verità, che la scuola avversa troverà a disapprovare, come quelli disapprovavano le opposte; sempre confondendo la spiegazione d'un fatto colla sua apologia. Perocchè, dacchè prevalse la pratica della tolleranza anche dove non costituisce ancora il diritto, vengono dalla ciurma scribacchiante obbrobriati coloro che propongono, non giustificazione, ma spiegazione alle vecchie immanità; mentre atteggiansi da eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che posero quei rigori a carico della religione.
Noi non siamo qua nè ad imputare i Protestanti nè a scolpare i Cattolici; da storici cerchiamo ed esponiamo la verità, e riflettendo che la persecuzione era propria del tempo, come dicono propria del nostro la tolleranza, e che il furore de' persecutori ne attesta la sincerità; compiangendo i fatti, ricorriamo al principio che è infallibile; e ricordiamo che nel Concilio di Trento non v'è parola nè d'Inquisizione, nè di roghi; al miscredente s'intima _anathema sit_, cioè la scissione dello spirito da una società di spirito; ma l'umanità ogni qualvolta prosegue un gran disegno, divien prodiga di sangue.
Avanti tutto bisogna distinguere l'Inquisizione romana da quella di Spagna. E poichè la Spagna molto si lega alle sorti d'Italia in quel tempo, ed è considerata come l'assassina del libero pensare, non è fuor di proposito il dirne qualche parola. Quel regno erasi fatto uno e grande col salvare dai Mori il cattolicismo, per modo che questo si era identificato colla causa della nazionalità: i re vestivano un carattere religioso, e la regina Isabella aveali circondati di forme cattoliche: in America venivano venerati come propagatori del cristianesimo; la prerogativa regia era sempre rinfiancata dall'autorità religiosa. Vinti dopo sette secoli di lotta i Mori, ne restavano reliquie e fautori e falsi convertiti che tramavano coi nemici del paese e della religione; onde a reprimerli si ricorse ai rigori eccezionali che anch'oggi vediamo praticarsi in paesi conquistati, o domi recentemente. S'istituirono dunque tribunali che perseguitassero i Mori come nemici della nazione, e insieme vigilassero sulla credenza vera, punendo i travianti non solo come eterodossi, ma come rei di lesa nazionalità.
Questo «Sant'Uffizio dell'Inquisizione», tribunale marziale contro i residui della dominazione straniera, trascese come fan sempre le nazionali vendicazioni. Espulse da esso, migliaja di famiglie moresche approdarono a Genova e ad altri porti d'Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figliuoli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano. Anche molti ebraizzanti di Spagna e di Portogallo erano rifuggiti in Savoja, a Genova, in Toscana, a Venezia, a Ferrara, a Mantova, ad Urbino, e Gregorio XIII ammoniva que' governi a provedervi e vigilarli[289].
Sisto IV, al primo momento che re Fernando il Cattolico introdusse il Sant'Uffizio, ne manifestò così forte disgusto, che non solo respinse, ma arrestò l'ambasciatore spagnuolo; onde a vicenda il Cattolico arrestò il suo, e richiamò i suoi sudditi dagli Stati pontifizj. Sisto da poi piegò, come sono spesso costretti a fare i pontefici, e confermò il Sant'Uffizio nel 1478; ma tocco dai lamenti che gli pervenivano sulla durezza de' primi inquisitori, dichiarò surretizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero se non d'accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant'Uffizio alle altre provincie del regno; destinò un giudice d'appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; e molte sentenze cassò o addolcì. Per quanto esso Ferdinando e sua moglie Isabella e il loro successore Carlo V procurassero eludere quest'intervenzione della Santa Sede, resta memoria di condannati, a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l'onor civile, cercarono salvarne almeno i figliuoli dall'infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d'assolvere in segreto alcuni accusati, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. Giulio II e Leone X dispensarono alcuni dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente; tolsero d'in sulla tomba d'altri i segni di riprovazione: Leone scomunicò l'inquisitore di Toledo nel 1519 ad onta di Carlo V, e voleva riformare radicalmente quell'Inquisizione sottoponendola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò affacciandogli il solito spauracchio di Lutero, per tema del quale il papa lasciò dimenticare quanto avea fatto contro l'Inquisizione. Più tardi essendo condannato il dottissimo Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo proferì innocente, e lo pose vescovo delle Canarie. Il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all'ombra papale.
Questi fatti raccogliamo da una storia violentemente ostile e perciò divulgata, quella del Llorente. Come nella odierna rivoluzione italiana si destinarono uomini apposta a frugar non solo negli archivj dei governi vinti, ma fin nella religione de' domestici carteggi dei principi cacciati, e pubblicar tutto quanto potesse tornare a loro disdoro, così Giuseppe Buonaparte, intrusosi re di Spagna, commise al Llorente di far uno spoglio delle carte del Supremo Consiglio e dell'Inquisizione. Costui, ligio ai padroni stranieri, vi si applicò con fervore, e mandò alla gualchiera tutti i processi, eccettuati que' soli che, al suo corto vedere, avessero qualche attacco colla storia per la celebrità degli inquisiti e dei fatti; conservò pure i registri delle risoluzioni del Consiglio Supremo, le ordinanze reali, le bolle e i brevi di Roma. Lo confessa egli stesso nella _Storia dell'Inquisizione_, che sopra siffatti materiali compaginò, con malafede e rancore, o dirò meglio colla sommessione codarda che all'opinione dominante prestano questi prezzolati; e fu lodata e divulgata quando al governo imperiale importava di fare abborriti e vilipesi l'autorità di Roma, il patriotismo spagnuolo e i clericali che sosteneano la patria indipendenza. Con quell'atto vandalico l'autore tolse il modo di sincerare altri fatti storici, fuor quelli che a lui giovava di conservare, e oggimai non è letterato o erudito spagnuolo di coscienza che non ripudii quel lavoro antinazionale. In Italia, invece, giura ancora su di esso la ciurma, che inetta a pensare e giudicare da sè, accetta i giudizj belli e fatti dai manipolatori della così detta opinione.
Per toccare solo di ciò che concerne l'Italia, il Llorente non poteva dissimulare l'opporsi di Roma ai rigori dell'Inquisizione, e gli appelli che accettava alla propria curia, e le assoluzioni: nol poteva, atteso che sussistono i lamenti ufficiali che gliene moveano Ferdinando e Isabella. Che fa egli dunque? Si butta sulle intenzioni, ed asserisce che Roma operava così per guadagnare denari. A questo modo si scrivono gazzette, non istorie[290].
Già del suo tempo lo storico fiorentino Segni accorgevasi che l'Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull'onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un istituzione politica; è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può; ma l'interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore; approvava gli assessori, fra cui due dovevano togliersi dal Consiglio Supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, che così rimaneva padrone della vita e della roba de' sudditi, e che della cassa dell'Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl'inquisitori non avanzava tampoco quanto bastasse per le spese; e i grandi e il clero n'erano colpiti egualmente, senza privilegio od eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure uno scaltrimento regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà[291].