Part 45
Nel 1658 fu abbruciato pubblicamente frà Diego La Matina agostiniano, che condannato dal Sant'Uffizio alla galera, colà pervertiva i suoi compagni; poi valendosi della straordinaria sua forza, spezzò le manette, e uccise l'inquisitore venuto a visitarlo. Non più che questi due soli Atti son ricordati anche dai più ostili; poi nel 1724 il supplizio di Gertrude Maria Cordovano, pinzochera benedettina, e Romualdo laico agostiniano di Caltanisetta, rei di quietismo, bruciati alla presenza del vicerè, de' grandi e de' magistrati. Fin nel 1781 vi si bruciarono alcune streghe. Allora però Ferdinando IV, con dispaccio 27 marzo 1782, vedendo che quel tribunale non volea recedere dalle forme sue abituali di processura, per le quali non restava assicurata l'innocenza, lo aboliva, lasciando ai vescovi l'esercizio della giurisdizione in materia di fede, sempre però colla licenza del vicerè, e non mettendo il reo alle strette, ma denunciandogli l'accusa e assegnandogli il difensore.
Nè le terre del papa restarono immuni da eresie. Fin dal 1521 abbiamo a stampa senza luogo DIDYMI FAENTINI _adversus Thomam Placentinum pro Martino Luthero theologo oratio, Ph. Melanctone auctore_, in-4º.
A Roma, quando più pareano prosperar le cose della Compagnia di Gesù un «tal frate Agostino di nazione piemontese, di professione eremita agostiniano, di fede in apparenza cattolico, copertamente però finissimo luterano»[325], pensò giovarsi dell'assenza del papa, ito allora a Marsiglia (1540), per ispargere l'eresia colle prediche, alle quali, disinvolto e naturale predicatore com'era, traeva molte persone. Essendo gli errori mescolati a molte verità, non se n'accorgeano esse, ma uditolo alcuni gesuiti, «s'avvidero che in costui parlava Lutero, benchè con lingua tronca, come chi vuol farsi intendere e non osa spiegarsi». Dubitando il fesse per ignoranza, andarono a trovarlo per sincerarsi delle sue intenzioni. Esso li rimbrottò d'ignoranza o malignità o invidia, e continuò peggio: ond'essi pure dal pulpito tolsero a discorrere delle indulgenze, dell'autorità del pontefice, del merito della continenza, della necessità delle buone opere. Egli allora ricorse a un'arte solita, qual fu di gettar su loro il sospetto d'eresie, denunziando Ignazio come un lupo travestito da pastore, che avea sparso per le prime accademie d'Europa gli errori, ed ora in Roma con alquanti pari suoi facea l'ultime pruove: non volessero i Romani lasciarsene ingannare più che non aveano fatto Alcalà, Salamanca, Parigi, Venezia, dov'egli, convinto di marcie eresie, avea dovuto sottrarsi al fuoco col fuggire.
La calunnia fa sempre effetto, e non che rifuggir dalle prediche de' Gesuiti, la gente aspettavasi di vederli da un giorno all'altro condotti al rogo, nè v'era chi osasse difenderli. In prima il santo rassegnossi alla tempesta: di poi poc'a poco riavutosi, citò l'accusatore al governator di Roma, ove in contradditorio convinse di bugiardi gli avversarj, sostenuto da larghe e numerose testimonianze: e uscì sentenza di piena assoluzione. Anzi quelli che erano stati accusatori vennero riconvinti d'eresie: e il mal frate piemontese fuggì a Ginevra, ove gittato l'abito, si fe predicante, e credesi fosse autore del _Summarium scripturæ_.
Tommaso Lubero, che grecizzò il suo nome in Erasto, da Bologna il 1544 scriveva a un amico, che un frate dell'Osservanza predicando a Imola che il regno di Cristo si acquista coi meriti nostri, un fanciullo gli rinfacciò che bestemmiava Dio e Cristo. Il frate replicogli, non sapea quel che dicesse, nè tampoco il _pater noster_; ma l'altro affacciogli il detto, _Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem_, e si finì col mettere il fanciullo in carcere[326].
Polidoro Virgilio da Urbino (1555) autore di varie opere d'alquanta erudizione e scarsa a critica, accompagnò in Inghilterra il cardinale Adriano da Corneto, e da Enrico VIII ebbe l'incarico di scrivere una storia d'Inghilterra, che fu poi stampata a Basilea nel 1534, indi nel 1535 dedicata ad esso re. Vuolsi che di questo adottasse gli errori benchè ecclesiastico, e che tornato in patria, li conservasse nel silenzio[327].
Frà Luca Baglione perugino, nell'_Arte del predicare_ (1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale, città contro gli eretici, un di costoro gli tirò un'archibugiata, da cui Iddio però preservollo; e un'altra volta assalito da più di quindici sifatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[328].
Meno trascorreva l'Inquisizione romana, ma pur troppo allora al gentilesimo delle voluttà e dell'ingegno si credette riparare con quello della severità e de' supplizj, fin a sminuire e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare. Già dai tempi di Leon X, poi sempre in appresso si andava insinuando ai papi che l'eresia bisognava reprimerla colla forza; che «il fuoco della ribellione non si smorza se non col gelo del terrore e con la pioggia del sangue»: non già colle persuasioni, ma colle crociate e coi roghi essersi repressi i Patarini nel secolo XII.
Nel 1533 fu eretto a Roma un famoso processo, nel quale molti si ritrattarono. Non così Giovanni Mollio da Montalcino, minorita, che fra la gioventù dell'Università di Bologna diffondeva le dottrine zuingliane, con tanta riuscita, che un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati qualora si recasse guerra al papa[329]. Il Mollio processato non volle ricredersi, anzi difendeva le sue dottrine e imputava la tirannide ecclesiastica, dalla sentenza appellandosi al giudice eterno. Pertanto fu strangolato a Roma, poi arso in Campo di Fiori con un Perugino.
Sotto Paolo III trattandosi del come riparare all'eresia, il Caraffa, cardinal teatino, suggerì la prima delle famose Congregazioni di Roma, quella del Sant'Uffizio, mentre prima operavasi debolmente, dandosi le cause a giudicare or al maestro del Sacro Palazzo, or al vicario di Roma, or al collegio de' cardinali o a qualche commissione particolare. E fu creata colla bolla _Licet ab initio_ del 21 luglio 1542: preponendovi esso cardinale Caraffa, il Cervini, il Ghislieri, che divennero papi Paolo IV, Marcello II, Pio V: tanto quel grado era importante. L'uffizio componeasi di Domenicani; in alcun paese, di Francescani; mai di Gesuiti, i quali anzi impetrarono ampie facoltà per assolvere gli eretici[330].
Il Caraffa, divenuto Paolo IV, diede all'Inquisizione insolita vigoria, volendo che non più dipendesse da ciascun vescovo, ma da essa Congregazione, autorizzata a giudicare inappellabilmente in fatto d'eresia di qua e di là dall'Alpi. Laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè, non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell'istessa Inquisizione erano eretici»[331]. Singolare confessione!
Esso papa, in punto di morte, chiamatisi attorno i cardinali, raccomandò loro specialmente questo _santissimo tribunale_. Sisto V lo ampliò portando a dodici i cardinali di questo, e dandogli facoltà per tutto l'orbe cattolico. Ne è prefetto il pontefice, ed ha giurisdizione sulle persone di qualsiano grado, condizione, dignità, senza riserva di privilegi locali o personali: ed obbliga i magistrati ad eseguire i suoi decreti, sotto pena di scomunica.
Gli competeva d'inquisire gli eretici o sospetti d'eresia e loro fautori; i maghi, malefici, incantatori, astrologi, che patteggiano col demonio; chi proferisce bestemmie, qualificate ereticali, sebben fosse in impeto di rabbia o per ignoranza, e chi si opponga al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri. Sospetto d'eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendano gli ascoltanti; o fa atti ereticali, come abusare de' sacramenti, battezzare cose inanimate, per esempio, calamite, carta vergine, fave, candele; chi strapazza immagini sacre; tiene, scrive o legge libri proibiti; o si allontana dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati e simili. Così la poligamia, il furto di sacre particole, la sollecitazione a peccato in confessione, la finta santimonia, la lettura di libri ereticali, oltre un'infinità di casi minori, quali sarebbero il sostenere che la santissima vergine non sia stata concepita senza la macchia originale, o usar litanie non approvate, o celebrare messa e ascoltar confessioni senz'esser sacerdote.
Che le procedure dell'Inquisizione, per quanto ci facciano orrore, non fossero che le consuete basti a provarlo l'esser pubblicamente stampati i suoi codici[332], secondo i quali, a ciascun reo è destinato un procuratore, persona intelligente e di retto zelo, che con lui possa comunicare e ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant'Uffizio per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo, senza il nome de' testimonj, e senza quelle particolarità, per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[333].
Allora si esacerbarono i sospetti. E per verità se la Riforma, filosoficamente considerata, era uno slancio dello spirito umano verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano accettati dall'autorità, ne conseguiva che divenissero sospetti tutti i pensatori, in qualunque senso pendessero. I principi, accortisi che al religioso teneano dietro sovvertimenti politici, fecero causa comune con quella Roma, che aveano guardata con gelosia, e dapertutto fu invigorita l'Inquisizione, con privilegi e indulti si allettavano fraternite d'uomini e donne a servirle di famiglia. Chi denunzia un abuso, chi implora una riforma, è preso di mira, ha taccia di perturbatore: si piglia ombra di quanto in prima passava inappuntato; una devozione vivissima, un non ordinario rigore di pratiche religiose somigliano raffacci alle rilassatezza comune; la cautela ne' modi e nelle parole passa per ipocrisia; la franchezza per insolenza: fin il tacere s'interpreta per dissimulazione pericolosa. Sono martirj che non ignora chiunque nell'età nostra sentì o pensò.
L'Inquisizione estendeasi anche agli Ebrei, non per punirli, ma per impedire propagassero i loro errori, nè commettessero quegli enormi delitti, di cui fremevasi allora credulamente, come credulamente si freme oggi delle stragi del Sant'Uffizio. Il buon Sadoleto, intitolato il Fénelon italiano, in una lettera al cardinale Farnese si lamenta perchè gli Ebrei sieno trattati troppo cortesemente a Roma, e protetti da Paolo III. Ma Paolo IV usò con essi rigorosamente, e volle fossero ristretti entro il ghetto. Gliene presero ira, e forse ebbero gran parte nell'eccitare contro di esso papa la plebe romana, che ne abbattè la statua e bruciò il palazzo dell'Inquisizione.
A Pio IV successe col nome di Pio V frà Michele Ghislieri, alessandrino di Bosco, di religione rigorosa, d'integerrima vita. Non andava che a piedi; come generale dei Domenicani redense molti conventi dai debiti; si segnalò nell'alta Italia per zelo inquisitorio; e l'opposizione che trovò dapertutto rivela non tanto l'allargarsi delle opinioni riottose, quanto il ricalcitrare alla violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano e di diocesi comasca, ma nel civile appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all'Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Era vescovo di Como Bernardino Della Croce, ma Carlo V non volea dargli il _placet_ perchè amico di Paolo III e de' Farnesi: laonde governava il capitolo comasco, che spalleggiato dal governatore Gonzaga, volea fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò rumore; i fanciulli presero a pietre frà Michele mentre entrava nel monastero, posto ne' sobborghi; ond'egli a fatica ricoverossi in casa dell'Odescalchi, che apparteneva alla compagnia della Croce di Como, e il governatore gli ordinò andasse a Milano per amor di quiete. Egli obbedì, ma poichè i canonici andarono a Roma, v'andò egli pure, fu la prima volta che vide la città che dovea poi divenir sua. Anche a Morbegno in Valtellina ordì processo di eresia contro Tommaso Planta vescovo di Coira, senza citarlo, nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse, se non con loro licenza: e perchè egli, obbedendo sulle prime, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.
Ebbe poi ordine d'inquisire Vittore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio dei Conti di Medolago; ma la costui potenza avrebbe impedito ogni attentato dell'inquisitore, se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Gerolamo Albani. Per costui opera il Medolago fu preso: ma la signoria veneta lo fece levare a forza dalle carceri del Sant'Uffizio, e trasferire nelle sue, nelle quali morì. L'opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Nicolò Da Ponte, nobile veneto, allora proveditore di quella provincia e più tardi doge, il quale perciò venne in odore di luterano. Quell'Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la signoria; ma quando due suoi figliuoli, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, venne per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, non volle ricevere il Da Ponte, mandatogli ambasciadore dalla serenissima, e ai figliuoli dell'Albani conferì il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della Marca d'Ancona, poi il cappello cardinalizio che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.
Dapertutto allora si infervorarono le procedure. Ogni causa ha tristi avvocati, che credono servirla col mostrare ch'essa ha molti nemici; e in quella generalità di denominazione che esclude la critica e la discolpa, avvolgono le persone che meno lo meritano. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo vedemmo Paolo IV gittare prigioni il cardinale Morone, i vescovi Egidio Foscarari di Modena, Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse, mentre non chiedeano che una riforma, la quale restituisse alla Scrittura l'autorità, usurpata dalla tradizione, e che si correggessero i costumi. E dovettero scagionarsi.
Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d'eresie, e al Gonzaga signor di Guastalla scriveva: «Jer sera, per commissione del cardinale Alessandrino furono pigliati tutti i miei libri, e notata ogni minima polizza. Questo non m'è grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore e dal santissimo tribunale dell'Inquisizione: ma ben mi dolgo che gliene sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli»[334].
Fu allora che l'accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa migrarono. Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero usciti di convento obbligavansi a tornarvi e sottoporsi al castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra; e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.
Il Tiepolo, ambasciador veneto a Roma, descrive un Atto di fede eseguito colà contro quindici persone: sette andarono condannate alle galere come testimonj falsi: sette eretici abjurarono; uno relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de' Monti, di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale Colonna»[336]. Ai 27 settembre 1567 descrive l'Atto dove furono bruciati il Carnesecchi, del quale parleremo poi a disteso, e un frate di Cividale di Belluno, oltre diciasette che avendo abjurato, furono chiusi in prigione perpetua o in galera, o multati in denaro per la fabbrica che dee farsi d'un ospedale per gli eretici. Fra questi contava sei gentiluomini bolognesi.
Ai 28 maggio 1569 un altro Atto, in presenza di ventidue cardinali, dove quattro impenitenti furono dannati al fuoco; dieci abjurarono, tra' quali Guido Zanetti di Fano. Costui nel 1537, essendo a Londra, comprò molti libri d'eretici, e bevutone le massime, tornò in Italia l'anno dopo, prese usata con varj eretici di qui e di fuori, e vantavasi d'aver la maggiore raccolta di libri eterodossi che fosse in Roma. Udendo poi che a Curia Sabella erano stati presi varj eretici, fuggì a Napoli nel 1545, donde a Venezia, benevolmente accolto e sussidiato da Donato Rullo, e frequentava Latanzio Ragnone ed altri apostati. Passò quindi in Sassonia, conobbe l'elettore, il duca Giovanni Federico e il landgravio d'Assia, e fingendosi un capitano di Enrico VIII d'Inghilterra, prese servigio nel loro esercito contro l'imperatore. Girando la Germania, conobbe i principali eresiarchi, visitò più volte la tomba di Lutero, rivide Venezia, poi l'Inghilterra, e v'assistette al ristauramento della religione cattolica, fatto dalla regina Maria e dal cardinale Polo. Reduce in Italia, non cessò la domestichezza col Carnesecchi, con Endimio Calandra, Pietro Martire, l'Ochino ed altri. Informatone il Sant'Uffizio, sotto Pio IV fu arrestato a Venezia il 23 febbrajo 1561, ma per istanze fatte dalla regina Elisabetta alla Repubblica, fu disciolto. Sopravenuti nuovi e maggiori indizj alla Inquisizione romana, il luglio 1566 fu preso a Padova, e condotto a Roma, confessò trentotto capi d'eresia, professati fino dal 1537, onde fu condannato. Avendo però fatto pubblica abjura il 20 maggio 1559 in Santa Maria sopra Minerva, dategli penitenze, il giorno stesso che il Cellario fu messo a morte, egli restò condannato alla prigione (dice il residente veneto) «parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».
Verso il 1568 molte lettere, nella corrispondenza del Bullinger, raccontano dell'Inquisizione atrocità, quali la voce pubblica le esagera. A Mantova essersi arrestato un parente del duca, e poichè questo ne sollecitava la liberazione, avergli l'inquisitore risposto che non riconosceva alcun duca nel suo uffizio: bensì mostravagli le chiavi del carcere; se voleva, nel togliesse per forza: egli nol rilascerebbe mai. A Roma (dicono) non va giorno che non si bruci, si soffochi, si decolli; piene tutte le prigioni, e se ne devono fabbricare di nuove sempre. Dopo bruciato il Carnesecchi, arrestaronsi il barone Bernardo di Angola e il conte di Pitigliano, che sollecitati a lungo, alfine abjurarono, e il primo fu condannato a carcere perpetuo, e alla multa di ottomila coronati; l'altro a mille, e chiuso per sempre in una casa di Gesuiti. Che a Valenza un nobile, denunziato per opinioni religiose, e dopo lunga detenzione messo alla tortura, spirò fra i tormenti; del che indignati, i cittadini insorsero, assalirono i preti, qual trucidando, quale cacciando. Che a Milano un nobil giovane, accusato di luterano e condannato alla forca, ebbe sentenza d'esservi tratto a coda di cavallo; mezzo strangolato, perseverando a non ricredersi, fu arso a lento fuoco, poi esposto ad essere sbranato dai cani[337].
Al 24 febbrajo 1585 il residente veneto a Roma informava d'una _pubblicazione_ di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, presenti molti cardinali e grandissimo numero di persone. Degli inquisiti tre furono mandati al fuoco come relapsi in manifeste eresie: altri come fattucchieri e stregoni, che abusavano de' sacramenti per loro scellerità, furono sentenziati alla pubblica esposizione, altre al carcere e altre pene. Fra i condannati «alla morte di vivo fuoco» contava Jacobo Paleologo di Chio, già domenicano, che errò lungamente per Germania; in Transilvania fu rettore del ginnasio di Clausenburg, e adottò gli errori di Buduy, unitario talmente eccessivo, che Fausto Soccino medesimo lo riprovò. Arrestato per richiesta di Gregorio XIII, fu il Paleologo menato a Roma, come fu vicino al patibolo domandò tempo per riconciliarsi e venne ricondotto in prigione, ove si crede sarà fatto morire senza il fuoco vivo. Degli altri due, uno fu strozzato, come relapso ma pentito; l'altro «come pertinace morì nel fuoco a poco a poco, con una continua fermezza alla presenzia di gran parte di questa città».
Udimmo la Olimpia Morata deplorare la morte di Fannio. Nato a Faenza da oscuri parenti, cominciò egli a studiare la Scrittura seriamente sopra una traduzione, e ostentando i benefizj della parola di Dio, ne disputava in tal guisa, che fu preso prigione dal Sant'Uffizio. Quivi intenerito da colloquj colla moglie e la famiglia, ritrattossi e fu messo in libertà. Ma ben tosto ne sentì tal rimorso, che risolse di farne amenda col professare apertamente le nuove dottrine, e mosse per la Romagna predicando senza velo; se gli fosse impedito di annunziare in pubblico il Vangelo, sì lo faceva in secreti colloqui con chi volesse ascoltarlo, beato quando potesse alcun convertire. Arrestato a Bagnacavallo, fu condannato alle fiamme. Se non che mandato a Ferrara, ebbe occasione di convertire altri, meno tormentato che non sotto i Domenicani, talora veniva trattato meglio, talora peggio; quando solo, quando in compagnia; pur sempre costante a soffrire per Cristo. Molti andavano ad ascoltarlo, ed esso esortavali alla libertà de' figli di Dio. La moglie, le sorelle tentarono di nuovo distrarlo dalle sue convinzioni, ma egli rispondeva: «Il Signore non vuole ch'io rineghi lui per il bene della mia famiglia».
Quando a Paolo III succedeva Giulio III, venne l'ordine di metter a morte Fannio. A quel che gli recò l'annunzio, diede un abbraccio, e ringraziandolo, «Io accetto con gioja la morte, caro fratello, per la causa di Cristo»: e continuò a edificare i compagni coll'esporre la felicità di un tal morire. Domandato a chi affidasse i suoi figli: avesse compassione di essi e della sua cara moglie, rispose: «Li lascio al miglior de' custodi, Nostro Signor Gesù Cristo». Offertagli la vita se si disdicesse, professò non desiderare di sfuggir alla morte. E continuava spiegando diversi passi della Scrittura, recitando sonetti suoi sopra la giustificazione, e chiesto come mai fosse sereno mentre Cristo soffrì le ambasce dell'agonia, «Cristo (ripigliava) nell'orto e sulla croce soffrì le torture dell'inferno al quale noi eravamo condannati. Ma dopo che egli tolse i peccati nostri, a me non resta che a rallegrarmi, sicuro che la morte del mio corpo sarà passaggio ad un'eterna vita».
Così parlava poco prima d'esser condotto sulla pubblica piazza di Ferrara. Presentatogli un Crocifisso, disse: «Vi prego di non turbarmi presentandomi un Cristo di legno, mentre io l'ho vivente nel mio cuore». A ginocchi pregò divotamente e ardentemente Iddio di illuminare le offuscate menti dell'ignorante moltitudine. Egli stesso accomodò il capestro col quale doveva essere strozzato, e morì col nome di Gesù sulle labbra, nel settembre 1550. Il suo cadavere fu bruciato dove ne avvenne la morte.
Gli scritti che lasciò danno testimonio delle sue opinioni, colle objezioni degli avversarj e le risposte di lui. E sono due trattati delle proprietà di Dio, due della confessione, due del modo di conoscere Gesù e il fedele dall'empio; cento sermoni sopra gli articoli della fede, dichiarazioni sui salmi, dichiarazione su san Paolo, dispute contro l'Inquisizione, consolazioni ai suoi parenti sopra i casi suoi, avvisi delle cose della sua vita[338].