Part 39
Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, nel suo vescovado di Vercelli sostituì l'uffizio romano all'eusebiano, fabbricò il seminario affidandolo ai Barnabiti, istituì un Monte di pietà colla propria sostanza; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela della fede mise in pericolo anche la vita, e introdusse i Gesuiti a Friburgo, i Cappuccini ad Altorf; poi andò nunzio apostolico all'imperatore, indi nelle Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Delegato da Gregorio XIII a visitare la diocesi di Como, vi stampava delle prescrizioni[259], dove, fra evangeliche maniere ed elevati intenti, appajono esagerazioni, che viepiù risaltano or che è cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi non abbiano cortine e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante suppellettile, non vasellame d'argento, col quale potrebbero mantenere dei poveri; lor precipuo uffizio è il predicare, nè possono mancarvi senza potente motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in confessionale per ascoltare chi si presenti: ogni due anni compia la visita diocesana, non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e frutta; dia facile udienza a tutti, anzi v'incoraggi i poveri; veda e spedisca da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui la professione di fede[260]; le feste si osservino coll'astenersi da opere servili e dagli stravizzi. Ogni anno si intimi la scomunica a chi non denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto; si pubblichi la costituzione di Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone del sant'Uffizio; e ogni settimana il vescovo si affiati coll'inquisitore e con alcuni teologi e avvocati sovra il processare gli eretici. Chi bestemmia Dio o la Beata Vergine sia punito in venticinque zecchini, il doppio se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando e l'infamia. Se non gli ha, stia colle mani legate al tergo, genuflesso tutt'un giorno di festa al limitare della Chiesa; se ricade, sia per le strade battuto a verghe; alla terza volta, foratagli la lingua con un acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo è chierico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze ai denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le case per conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i viglietti della comunione pasquale.
La prebenda de' parroci si migliori col prelevare dai benefizj inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all'avarizia de' curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via i sepolcri elevati in Chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza di denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o la grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso velo apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo ponga ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo; esse non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di necessità lo chiedano alla badessa; v'abbia carceri e ceppi e catene ne' monasteri per quelle che violano la disciplina.
Istruzioni di tenore somigliante si diedero dapertutto.
Ai vescovi fu ingiunta rigorosamente la residenza, come a tutti i benefiziati; cessò l'abuso di attribuire badie, collegiate, vescovadi a secolari e fin a militari.
Ordini novamente istituiti, o antichi rigenerati tendeano a rintegrare il sentimento religioso, e ringiovanire il monacato quando i Protestanti lo abolivano. Già prima san Francesco da Paola calabrese aveva istituito i Minimi, che in Ispagna furon detti _Padri della vittoria_ perchè alla loro intercessione s'attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia _Boni uomini_, perchè con questo nome era indicato il lor fondatore alla Corte di Luigi XI. I francescani ebbero le varie riforme dette degli Scalzi, de' Minori Conventuali, della Stretta Osservanza, de' Cappuccini. Quest'ultimi, dissipati i sospetti d'eresia insinuatisi per colpa dell'Ochino, impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter possedere, che il Concilio di Trento aveva data anche agli Ordini mendicanti. Ambrogio Stampa Soncino milanese, genero di Anton da Leyva, abbandonò le dignità per vestirsi cappuccino: udendo per le vie di Milano un che bestemmiava, prese a correggerlo, e percosso da questo con uno schiaffo, gli offrì l'altra guancia dicendo: «Batti, ma cessa di bestemmiare»; col quale atto fe ravvedere il violento; andò poi apostolo fra' Barbareschi, convertendo e riscattando, ove morì il 1601. Alfonso III duca d'Este a trentott'anni si veste cappuccino a Merano del Tirolo, dove assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo sospendono per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro, e dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo: «Datemi il Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legatura». Lorenzo da Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi dei giovani studenti; a Roma discuteva co' rabbini, senza iracondia nè personalità, invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad esortare i principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell'esercito cavalcò colla croce in mano nella battaglia dell'11 ottobre 1611, la cui vittoria volle attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a stringere leghe e menare ambasciate nella guerra dei Trent'anni.
Gli annali de' Cappuccini, raccolti dal Boverio con pochissima critica, offron una serie di uomini dedicatisi alla propria perfezione morale e a servire il prossimo nelle maggiori necessità, cominciando appunto quando cominciava Lutero, cioè nel 1524. Tra il popolo si diffondeano a consolare, a benedire, a consigliare, a predicare, fin triviali e buffi; ma dal deriderli di ciò e delle assurde pruove del loro noviziato e delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi come mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono spruzzati dal sangue de' suppliziati.
In quella vece nelle pesti i Protestanti fuggivano: e Lutero l'attesta. «Si schivano talmente l'un l'altro, che non si troverebbe un chirurgo o un infermiere. Pare che tutti i diavoli li caccino, talmente son presi da terror panico, il fratello abbandonando il fratello, il figliuolo il padre..... Flagello affatto nuovo questo fuggir tutti, mentre il diavolo non percosse che pochi. Non so rinvenirmi dallo stupore nel vedere che, quanto più è abbondante la predicazione della vita in Gesù Cristo, più i popoli sono presi da timore all'appressarsi della morte: sarebbe forse che, sotto il papato, gli uomini erano sostenuti da false speranze, onde si mostravano meno pusillanimi, mentre ora, meglio ammaestrati, senton meglio quanto è debole la natura?[261]».
Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova congregazione di Monte Corona, detta degli Eremitani; come fuor d'Italia suor Teresa riformò le Carmelitane, Francesco di Sales fondò le Visitandine, Giuseppe Calasanzio le scuole pie, Giovan di Dio i Fate bene fratelli, Luigia di Marillac le suore della carità, propagatesi ben presto in Italia. Frà Pietro spagnuolo, carmelitano scalzo, predicando a Napoli, raccoglie quattordicimila ducentottantacinque reali, coi quali compra il palazzo e i giardini del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e monastero della Madre di Dio; mentre le Teresiane Scalze vi compravano per sedicimila ducati il palazzo del principe di Tarsia, e ne facevano il loro monastero di San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne ospedale de' Frati della carità; il Seriprando, chiesa de' Filippini, la più sontuosa forse di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella deliziosa altura, i Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i Paolotti la Stella.
E in ogni Ordine ci si presentano fervorosi operaj della vigna di Cristo, che nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie gioje della astinenza, nella rassegnata resistenza alle persecuzioni, nella dignità del pericolo permanente divennero santi.
Al clero secolare specialmente facea mestieri di riforma, e se le esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in secoli rigidi a genti bisognose di scosse violenti; allora, nella ricca varietà de' sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell'animo, alla mortificazione del cuore, all'educazione dell'intelletto, ad assicurare la preponderanza sopra la carne mediante il vigore dello spirito.
I cherici regolari aveano i voti de' monaci coi doveri de' preti, e preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non montavano che tonache.
A Milano, disastrata dalle guerre di cui fu pretesto, Antonio Maria Zaccaria cremonese, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Antonio Morigia patrizj milanesi nel 1533 istituirono i Barnabiti per dar missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella loro congregazione: fuori di essa non accettarne se non con dispensa del pontefice.
Domenico Sauli, buon letterato, filosofo, storico, politico senza togliersi dal negoziare, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, e fu de' primi e meglio meriti nel riformarvi l'insegnamento filosofico e teologico. Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali alla _Logica_ d'Aristotele, libro opportunissimo per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è peggio guastato, il buon senso. V'univa lo studio della geometria, e, come dice il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll'addestrarli alle matematiche. La _Somma_ del maggior filosofo del medioevo egli aveva talmente digerita, che in Pavia si diceva: «Se si perdesse la Somma di san Tommaso, donn'Alessandro potrebbe dettarla per intero». Cooperatore di san Carlo nella diocesi milanese, nella Corsica con providente assiduità introdusse i sinodi diocesani[262]. Presto in quell'Ordine fiorì Bartolomeo Gavanto, detto padre della liturgia, adoprato da Clemente VIII e Urbano VIII ad emendar il breviario romano. Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione claustrale, nella quale compose gli _Annali sacri e profani dalla creazione fino alla redenzione_, primo buon tentativo a chiarire le difficoltà de' sacri libri, e che serve come d'introduzione agli _Annali_ del Baronio. Enrico IV nel 1610 domandò a Paolo V una missione dei nostri Barnabiti per convertire il Bearn, ove neppure una chiesa cattolica restava più, ed ove di numerose conversioni si consolarono, coadjuvati da san Francesco di Sales.
Filippo Neri, che faceva versi italiani come tutti i fiorentini, e versi latini come pochi, cercava il disprezzo con tant'arte, con quanta altri l'ammirazione. Padre spirituale de' più gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da Cantalice; amico de' maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta e scrittore dei brevi papali, il celebre medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi or fra i cenciosi che mendicano sotto ai portici di San Pietro, ora ai banchi de' cambisti o ai tribunali o nei palagi, colla soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia, sorreggendo la vacillante virtù.
Indulgente nelle cose accessorie quanto irremovibile nelle essenziali, al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze. A un che veniva per ambizioni a Roma, e gli diceva che aspirava al fiocco pavonazzo, domandò: «E poi? — E poi potrebbe venire il verde — E poi? — Chi sa che non segua il rosso! — E poi? — Se n'è vedute tante: e il papa è scelto fra' cardinali. — E poi? (conchiudeva Filippo) «E poi morire». Diceva ancora che rovinano il mondo rispetti, sospetti, dispetti.
Persuase egli Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingua e di storia, a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinollo per umiltà a insegnare la grammatichetta. Il qual Bozio, fra opere da grand'erudito, scrisse una confutazione della politica del Macchiavelli.
Accoglieva la gioventù a devote ricreazioni, a musiche, a passeggi, a visite di santuarj, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Con venerazione si va all'oratorietto dov'egli spesso confabulava con san Carlo, san Camillo, sant'Ignazio, san Felice da Cantalice, e con dilettazione a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma, e ch'egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all'ombra di begli alberi faceva ai giovinetti recitare commediole volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell'arte e del teatro[263]. E diceva: «La pratica ha mostrato che, interponendosi agli esercizj gravi, fatti da persone ancor gravi, la piacevolezza e la purità dei putti, s'attrae moltissimo popolo d'ogni sorta, con un concorso forse di 3 o 4 mila persone; e s'è visto che Nostro Signore si è servito di queste reti per pescare anime[264]». Introdusse la visita delle sette basiliche, sopprattutto nel carnevale, e a mezzo fermavasi a refiziarsi sulla verdura di villa Massimi, o Crescenzi o Mattei del monte Celio.
Facendosi un deserto nella popolosa Roma, nottetempo le visitava, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San Sebastiano. Col Baronio, ch'egli eccitò, come dicemmo, al gigantesco lavoro degli _Annali_, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de' Preti dell'Oratorio, non aventi altre regole che i canoni; altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che quelli della carità.
Con Persiano Rosa aprì l'ospizio di Santa Trinita per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocento quarantaquattromila cinquecento uomini, venticinquemila donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove principi e cardinali faceano le stazioni, indistinti dal vulgo; e moltiplicaronsi le conversioni.
I suoi cherici si diffusero subito, e a Napoli[265] principalmente operarono su quella plebe famosa con confraternite, ospedali, rifugi per pentite e pericolanti; massime dai trivj e dalle bettole chiamandoli alla dottrina festiva; e uscendo dal Carmine Maggiore, conduceanli processionalmente per le piazze del Mercato, della Selleria, della Vicaria; spettacolo ammirabile ai buoni, d'inestinguibil riso ai giornalisti d'oggi, veneratori de' carabinieri e de' fucili rigati. Gran giovamento portarono a quella città Nicolantonio Bellarbore di Trani, occupato a ridur i concubinarj; G. B. Antonino di Lanciano, Matteo Borello di Napoli, e principalmente Alessandro Barla piacentino, ch'era stato come «il foriero del novello oratorio»; e buttatosi negli ospedali, ne eresse dei nuovi, introdusse le Suore del ben morire, i Fatebene-fratelli, i Ministri degl'infermi: e in Santa Maria del Rifugio un ospizio per le figliuole di meretrici: e Giovenale Ancina da Fossano, che oltre dieci anni faticò negli incurabili ai più bassi uffizi, e vi chiamava giovani di buone case e gentili donne per assisterli, tra le quali ricordano la viceregina, le contesse di Miranda e di Monterey, la duchessa di Mondragone, la principessa di Stigliano, sicchè, a detta di un contemporaneo, quella casa potea dirsi un paradiso di delizie[266]. E quell'opera vive ancora, per subire i colpi di una dotta persecuzione non meno impopolare che irreligiosa.
Anche i Teatini erano poveri, e a Firenze spesero centomila scudi in fabbricar San Gaetano, una delle più splendide chiese.
Nella qual città Ippolito Galantini setajuolo, fin dall'adolescenza applicato ad amare e soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale Alessandro Medici fondava la congregazione de' Vanchetoni o della Dottrina Cristiana, che durò fin oggi, principalmente a vantaggio de' lavoranti in seta. Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni, fondavasi una pia casa de' catecumeni.
Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo. Maddalena de' Pazzi e de' Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi alla gioja dell'obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a intensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, si trovò in gran relazione coll'Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d'amor divino, compose inni per ciascuna solennità dell'anno, cantati lungamente e messi in musica, e tradotti anche in francese. Caterina de' Ricci, sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita tutta d'amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall'ammirazione: e come la beata Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al Tosini in Prato.
Veronica Franco, rinomata a Venezia per amori e per chiassosi convegni di musica e poesia, contrita fondò per le sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra di Genova, un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città.
E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano, che all'Acquassola aperse un conservatorio, dove le zitelle si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque anni, votò i suoi sei figli a Maria, e fatta povera per amor di questa, fondò le Annunziate, che solo tre volte l'anno riceveano al parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza, autrice di trattati e poesie pastorali; Agostino Adorno, che con Francesco Caracciolo istituì i Cherici Regolari Minori e l'adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che aderire al Corano.
In essa città si moltiplicarono sino a ventuna le confraternite, dette Casaccie, che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite all'istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone, non dal nuovo regno d'Italia.
Camillo de Lellis, da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo, e ridotto a far da manuale in una fabbrica de' Cappuccini, ivi tocco nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un'ulcera alla gamba, sente quanto mal giovi agli infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.
Dopo la peste del 1528 una società a Cremona istituì un ritiro, dove orfani d'ambo i sessi lavorassero seta, bambagia, lana; la compagnia di san Vincenzo vi aprì un conservatorio per donne vedove o mal maritate, uno per le convertite, uno per le pericolanti; un ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d'affitto; nel 1562 l'ospedale di sant'Alessio per gl'incurabili, e i Barnabiti nel 1575 una Compagnia della Carità per soccorrere ai poveri vergognosi; onorevoli cittadini si congregavano tutte le domeniche, e dopo un discorso morale, davano relazione delle famiglie povere, de' bisogni d'orfani e pupilli, de' pericoli di zitelle, e consultavano sul modo di provvedervi, mediante offerte loro o collette; istituzione, imitata in molti luoghi, e che rivisse ai dì nostri nelle conferenze di san Vincenzo di Paolo[267]. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant'Antonio: e l'affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere d'uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stridente inverno, flagellandosi e cantando salmi e litanie.
In Roma all'oratorio del Divino Amore appartenevano Contarini, Sadoleto, Giberti, Caraffa, che poi furono cardinali, e Gaetano Tiene e il Lippomano. Sotto Paolo III, i curiali fondarono l'Arciconfraternita, che educa e istruisce nelle arti poveri orfani d'ambo i sessi; come la Compagnia di Sant'Ivone assume a patrocinare le cause di poveri e di pupilli. Leonardo Ceruso salernitano, palafreniere del cardinale de' Medici, radunava in Roma i fanciulli abbandonati (1580), e li facea cantar laudi e scopar le vie, raccogliendo limosine, e così cominciò quell'istituto, poi tanto ammirato col nome d'Ospizio apostolico di San Michele a Ripa, ove centinaja di trovatelli sono educati nelle arti industri e belle; al tempo stesso che il suo compagno Ottavio raccoglieva le zitelle sviate, e cominciava il Conservatorio di Santa Eufemia.
Tra le guerre di quel secolo era cresciuta la miseria; e il chiudersi di tanti conventi tolse a un'infinità d'uomini non meno il pane spirituale che quello del corpo; sicchè troppo avea dove esercitarsi la multiforme carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro la lega di Cambrai la fortezza di Castelnuovo di Piave e cadutovi prigioniero, votossi alla beata Vergine di Treviso, e miracolosamente liberato, raduna gli orfani rimasti da quelle battaglie e dalla fame del 1528, ove si mangiavano sin gli animali più schifi; e pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di quelli, e ad emenda delle povere traviate: assiste in Venezia gl'incurabili, a cui faticarono pure sant'Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo. Sul bergamasco lasciavansi in campagna le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni. Poi nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle lettere, nei mestieri, nella virtù.
Dai Somaschi uscì poi la congregazione della Dottrina Cristiana, istituita nel 1592 da Cesare de' Bussi, milanese nato in Francia, e applicata a catechizzare i poveri.
Il beato Giovanni Marinone veneziano, maestro di Andrea Avellino, compì prodigi di pietà e di carità a Napoli, di cui ricusò l'arcivescovado.
Suor Angela Merighi di Desenzano (-1540), trovate settantatre compagne di primarie case bresciane, le pose in protezione di sant'Orsola (1527) senza regole austere, nè contemplazione, nè le altre esigenze, contro le quali allora gli eretici declamavano: rimanevano in grembo alle famiglie, variando il tenore di lor vita secondo i luoghi e le circostanze, intente a scoprire gli infelici per soccorrerli, visitare spedali e malati, educar bambine. Dicevano: «Bisogna innovare il mondo corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest'istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l'Atlantico, coi miracoli della carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il Vangelo, del pari che le capitali della Francia e dell'Inghilterra; e pur testè faceano invidiare dagli Inglesi le sante loro industrie e i soccorsi ch'elle prestavano ai guereggianti nella Crimea. Ciò non tolse che, adesso appunto, il regno d'Italia dicesse a loro, come a tutti gli Ordini religiosi: «Andate via! Io saprò meglio orare, meglio istruire, meglio beneficare».