Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 40

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Il nome di Vincenzo di Paolo, popolano francese, ricorda quanto la carità ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e nell'Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli dell'Apennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto, e la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi santi riti.

Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani studenti a Napoli, e già nel 1584 ogni città possedeva siffatta congregazione, che Gregorio XIII arricchiva d'indulgenze. Dalle scuole trapassarono tali unioni di spirito alle varie condizioni; artigiani e nobili, mendicanti e magistrati, invocavano Maria in concordia di formole. In Milano prete Castellini da Castello formò la Compagnia della riforma cristiana, che insomma era quella del catechismo, e che poi prese il nome di _Servi de' puttini_. Frate Buono da Cremona vi introdusse la devozione delle quarant'ore, il sonar l'agonia alle ventun'ore, e un asilo per le pentite a Santa Valeria. Potremmo aggiungere le congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio, della Buona Morte, e d'altri nomi.

Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato lo attestano i tanti miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni della Beata Vergine a Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino, nella Val San Bernardo del Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina a un pastore di fabbricarvi una Chiesa; l'effigie di Subiaco suda; davanti al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla processione; una Madonna piange a Treviglio, e così salva questa borgata dai latrocinj del Lautrech; una parla in San Silvestro; una in Sant'Eugenio di Concorezzo dà segni miracolosi; una è prodigiosamente scoperta a Portovenere, un'altra a Castiglione delle Stiviere entro un grosso noce. Un soldato a Lucca nel 1588, perdendo al giuoco, avventa bestemmiando i dadi a una Madonna, ma in quell'atto gli si rompe il braccio; pel qual miracolo i doni fioccarono, e dugencinquanta processioni in mezz'anno vi accorsero, dalle cui oblazioni si fabbricò la Madonna de' miracoli. Tutti avvenimenti alla cui storia abbisogna il prolegomeno della fede. E noi gli enunciamo solo come segni del tempo; poichè, mentre al principio di quel secolo tutto era paganizzato ne' costumi, nelle arti, ne' governi, nella Chiesa, al fine di esso non si operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si sfamava; ecclesiastici di robustissima potenza entrano ne' consigli dei re a dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne rifanno coll'acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta contro l'autorità di Pietro.

Se la riforma cattolica non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi, cui l'alta istruzione veniva affidata; se anche gli Ordini nuovi s'intepidirono o corruppero, il rinvigorito spirito cristiano combatteva l'effervescenza della carne e la voluttà sensuale; la carità che aveva balsami per ogni piaga, impediva che la corruzione toccasse all'estremo. Quante anime, stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio! Le Suore della Carità, lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane seppellendosi anticipatamente, pareano invase da una passione cristiana; il clero spandeasi dapertutto a cercar l'ignoranza da istruire, il vizio da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia.

Siamo forse usciti dal nostro tema col mostrare quali ripari opponesse la Chiesa agli assalti portatile dall'eresia? Ammirando questi prodigi della carità non possiam di meno di ricordare come Lutero esclamasse: «Almeno sotto al papato le persone erano caritatevoli, e non si faceano tirar le orecchie per dare; adesso, sotto il Vangelo, invece di dare, tolgon l'uno all'altro; vi scorticherebbero vivo purchè ci trovino qualche piccolo guadagno, e pare non s'abbia nulla se non si ha tutto l'altro[268]».

E Musculo: «Abbiam fino cangiato natura; divenuti benevoli e caritatevoli gli uni agli altri press'a poco come le fiere. Chi più s'interessa del prossimo? Tutti amano se soli, di se soli fan conto, e si può dubitare se rimanga ancora in noi goccia di sangue umano[269]».

E Wizel: «Per lo passato v'avea cristiani che amavano talmente i poveri, da chiamarsi padri e figliuoli: lavavan loro i piedi, li servivano a tavola, come ha fatto Gesù Cristo. Ora si escludono di città e di casa come reprobi e pubblici nemici. È il tuo spirito, o Signore, questo che regna oggi nelle Chiese? Qual purificazione, qual riforma, quali elementi d'unità e concordia»[270]. E potremmo seguitare lunghissimo tempo queste citazioni, e conchiuderemmo con quello onde cominciammo, che l'albero si giudica dal frutto.

NOTE

[225] Il vol. XII della collezione Mazzoleni più volte citata contiene, fra altri, uno scritto, _Abusus qui circa sacrum missæ sacrificium evenire solent_; e un _Manuale de quibusdam abusibus_, relativo principalmente alle prediche de' frati, ai questuanti, e alla loro riforma.

[226] ARNOBIO, _adv. Gentes_ III, 7.

[227] Negli _Atti degli Apostoli_, cap. XIX, V. 19: _Multi eorum, qui fuerant curiosa sectati contulerunt libros, et comburerunt coram omnibus._

[228] Volume I pag. 245.

[229] Nel _Fedro_ di Platone è acuto quanto elegante il discorso di Socrate intorno ai danni che la scrittura apportò al pensiero, e il confronto tra la parola viva e la scritta: con ciò condannando già quegli eterodossi, che la sostanza della verità ripongono in un libro.

[230] Allo scopo del nostro lavoro serve notare i seguenti libri del primo Indice:

JULIUS CÆSAR P., _Qui Calvini Institutiones in italicam linguam transtulit_.

CASTELVETRO, _Opera omnia, donec expurgentur_.

BATTISTA DA CREMA, _Opera omnia nisi emendentur_.

FIRMANUS SERAPHINUS, _Apologia pro Baptista de Crema_.

ANTONIO D'ADAMO, _Anatomia della messa_.

Il Brucioli è pure fra i proibiti di prima classe. Dappoi

_Modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della religione cristiana._

_Modo o via breve di consolare quelli che stanno in pericolo di morte._

_Opera divina della cristiana vita._

_Opera utilissima intitolata, Dottrina vecchia e Dottrina nuova._

_Maniera di tenere a insegnar i figliuoli cristiani._

Tutte le opere di Alberico Gentile e del De Dominis.

_Precedenzie alla apologia della confessione virtembergense._

ANTONIUS POLUS _venetus, Lucidarium potestatis papalis, septem libros complectens._ (Appendice).

[231] Per esempio, il _Consilium de emendanda Ecclesia_ per le note e prefazione ereticali; _Epitome responsionis Silvestri ad M. Luterum_, edita da Lutero; _S. Concilii trid. decisiones_, edite da Giovanni di Gallemart; FECEBICO FREGOSO, _Pio e cristianissimo trattato della orazione; Della giustificazione della fede e delle opere; Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani_, opere attribuitegli falsemente.

_Poemata varia doctorum piorumque virorum de corrupto Ecclesiæ statu, cum præfatione_ M. FLACCI ILLYRICI.

_Scripta quædam papæ et monachorum de Concilio tridentino, ann._ 1547 _et_ 1548, _cum præfatione_ MATTHIÆ FLACCI ILLYRICI. Così i decreti di Alessandro VII e di Innocenzo XI contro le proposizioni di morale lassa: il decreto del Sant'Uffizio contro certe confraternite, perchè nella ristampa venne esteso più che non fosse in origine.

[232] Stimo non disopportuno avvertire che, dovendo pe' miei lavori, e più specialmente per questo, valermi d'ogni sorta di libri, anche de' peggiori e degli ereticali, chiesi e ottenni la più ampia licenza dal santo padre.

E mi sia dato citare alcuni casi particolari non senza importanza intrinseca, nè senza opportunità.

Lodovico Muratori, bersagliato come ogni letterato, e specialmente ogni storico nel nostro paese, fu anche accusato di opinioni antipapali, e sin dai pulpiti come pazzo, temerario, eretico. Denunziato alla sacra Congregazione, il Muratori ne scrisse al pontefice, chiedendo esser edotto degli errori appostigli. E Benedetto XIV gli rispondeva, ne' suoi scritti trovarsi certamente molte cose disapprovabili, ma che «secondo l'esempio dei predecessori, le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e tanto meno il farebbe delle sue, attesa la gran fama dell'autore e la conosciuta sua pietà: quel ch'era spiaciuto in esse non si riferiva se non ai possessi temporali della santa sede: egli «avea sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni governo possa proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono» (Roma, 25 settembre 1748).

Gian Domenico Romagnosi in fondo era filosofo sensista e giurista statolatro. Le opere sue divennero più celebri dopo la sua morte, e nessuno può non ravvisarvi lo spirito degli Enciclopedisti, per cui la religione è considerata come un affare civile, e piuttosto trascurata che attaccata. Dovette dunque alcuno zelante denunziare al sant'Uffizio la _Genesi del diritto penale_. E la sacra Congregazione mandò a lui l'arciprete del duomo di Milano Opizzoni, nel novembre 1827, esponendogli i varj passi incriminati. «Grato ai generosi riguardi coi quali veniva onorato dalla sacra Congregazione», il Romagnosi si sentì «in dovere di corrispondere con la dovuta venerazione e lealtà», ed espose spiegazioni, che io ho pubblicate in una biografia di quel mio maestro. La sacra Congregazione, «dopo diligentemente esaminate le osservazioni e spiegazioni sopra le proposizioni censurate, commendò la sommessione e il rispetto» di lui; solo «consigliando pel caso di ristampa, alcune aggiunte spiegative».

Le dottrine religiose del Romagnosi erano state impugnate vivamente dall'insigne filosofo Antonio Rosmini. Uomo religiosissimo, fondatore d'un Ordine nuovo, esemplare di vita, splendidamente caritatevole, parve però ad alcuno che, colle sue teoriche filosofiche, arrivasse a vere eresie, e specialmente nel _Trattato della Coscienza_. Fu dapprima imputato in giornali cattolici, poi virulentemente in alcune lettere di Eusebio Cristiano, nelle quali si volle vedere una vendetta de' Gesuiti, perchè esso piantava sistemi contrarj a quelli sostenuti da filosofi di quella Compagnia. Dai libri la cosa procedette ai tribunali: e deferite quelle opere alla sacra Congregazione dell'Indice, vennero prese a severo esame. Gli avversarj de' Gesuiti asserivano che la costoro potenza riuscirebbe certo a farlo condannare. Noi amici dell'autore restavamo in un'ansietà paurosa, temendo di vedere riprovato un tant'uomo, e condannate opere che, camminando sempre sulle traccie dei santi padri, erano sembrate un gran sostegno della religione contro gli errori de' nostri tempi, e l'irruzione della filosofia eclettica e del panteismo. Quale immensa consolazione quando Roma proferì non esser condannabili!

Di rimpatto quella spudorata che si chiama opinione pubblica avea sparnazzato coi suoi organi che la _Storia Universale_ del Cantù era lavoro complessivo de' Gesuiti, a cui egli non dava che il nome o la forma. In quella vece dai Gesuiti stessi gli vennero severissimi appunti e pubblici e privati: ond'egli supplicò alcun di loro togliesse in esame l'opera sua, indicandogliene gli errori, sicchè potesse correggerli nelle successive edizioni. Si cominciò in fatto il caritatevole officio; poi, forse perchè la messe crescente sbigottisse il pio annotatore, si giudicò opportuno trasmettere quelle note, anzichè all'autore, alla sacra Congregazione dell'Indice. Il Cantù, privatamente informatone, dichiarò sottomettersi a qualunque decisione prendesse la santa sede, ma, a norma della Costituzione di Benedetto XIV, invocava d'essere informato e di potersi difendere. Non fu esaudito in ciò, forse perchè sembrasse bastante la difesa che internamente se ne farebbe; e dopo lungo tempo, che fa supporre accurata indagine, gli venne rescritto che «la sacra Congregazione in maturo esame ha dovuto convincersi essere nella _Storia Universale_ trascorse qua e là inesattezze ed anche proposizioni erronee: in vista però della vastità dell'opera, delle molte edizioni, delle belle pagine che contiene, della rettitudine dell'autore.... avuto riguardo alla Costituzione Benedettina, ha dichiarato non si condannano esse istorie, benchè vi s'incontrino opinamenti erronei che l'autor medesimo potrà col suo senno e colla sua erudizione avvertire».

Accompagnando questa decisione, il 7 settembre 1860, il cardinale prefetto della sacra Congregazione in particolare si congratulava coll'autore «del non essersi lasciato adescare da quel partito antipapale e forse anticattolico, il quale dispensa le più clamorose corone. Ella ha saputo tanto scostarsene, che mai non ne otterrà gli applausi».

[233] È all'indice FURIUS CORIOLANUS (cioè Federico Valentino) _Bononia, sive de libris sacris in vernaculam linguam convertendis_.

La regola IV dell'Indice edito per ordine del Concilio Tridentino pone: «Essendo manifesto dall'esperienza che, se la sacra Bibbia in lingua vulgare si permetta _senza distinzione_, ne vien più detrimento che utilità, in grazia della temerità degli uomini, stiasi in ciò al giudizio del vescovo o dell'inquisitore, acciocchè col consiglio del parroco o del confessore possano concedere di legger la traduzione de' libri santi fatta da cattolici, a coloro che capiscano poter trarre da tale lettura non danno, ma aumento di fede e di pietà.

«Lo stesso dicasi pei libri vulgari di controversie fra cattolici ed eretici del nostro tempo» (Regola VI).

[234] Manuscritto della Magliabecchiana, classe XXV, 274, al marzo 1549.

[235] _Storia della Scultura_.

[236] È chiamata _missa papæ Marcelli_, ma non par vero la componesse per difendere la musica sacra davanti a Marcello II, il quale non regnò che 22 giorni. La compose per commissione di san Carlo, e fu cantata nella cappella Sistina il 19 giugno 1565.

[237] Il padre Pietro Canisio di Nimega, gesuita, fu uno de' più operosi avversarj della Riforma. Assistette al Concilio: fu spedito a missioni importantissime: fondò Congregazioni in onore della beata Vergine, in molti luoghi e nominatamente a Messina; procurò la istituzione del collegio Germanico a Roma, e del collegio di San Michele a Friburgo, che fu il centro della resistenza in Svizzera. In tale opera l'ajutò assai il nunzio Bonomo. Colà morì il 1597, e fu beatificato nel 1865.

[238] «C'è un libretto che si fa imparar a memoria ai fanciulli, e sul quale sono interrogati in Chiesa. È il catechismo. Leggetelo, e vi troverete la soluzione di tutte le quistioni. Domandate al cristiano donde viene la specie umana; e lo sa. Dove va? lo sa. Come si va? lo sa. Dimandate a quel ragazzino che non vi ha mai pensato, perchè egli è su questa terra, che cosa diverrà dopo morte; egli vi farà una risposta sublime, che forse non comprenderà, ma non per questo è meno ammirabile. Dimandategli come il mondo fu creato e a qual fine, e perchè Dio ha posto animali e piante; come la terra fu popolata d'uomini; se da una sola famiglia o da molte; perchè gli uomini parlano diverse lingue; perchè soffrono e si fan guerre, e come ciò andrà a finire: egli sa tutto. Origine del mondo, origine della stirpe umana, differenza delle razze, destinazione dell'uomo in questa vita e nell'altra, relazioni dell'uomo con Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritto dell'uomo sul resto del creato, nulla, egli ignora. Più adulto, non esiterà a dirvi il vero sul diritto di natura, sul diritto politico, sul diritto delle genti, perchè tutto ciò scaturisce chiaramente e naturalmente dalla dottrina cristiana». Th. JOUFFROY, _Mélanges philosophiques_, vol. I, p. 470.

Il Thiers scrive che il catechismo e la scuola parrocchiale del villaggio saranno l'unica salvezza della Francia.

[239] Ci par bene ripetere quest'avvertimento di sant'Agostino:

«La vera maniera d'insegnar la religione è risalir alle parole _In principio Dio creò il cielo e la terra_, e svolgere tutta la storia del cristianesimo sino ai nostri giorni. Nè già fa duopo riferir per filo e per segno tutto ciò che è scritto nel vecchio e nel nuovo Testamento; cosa nè possibile nè necessaria. Fate un compendio; insistete viepiù sopra ciò che vi par più importante, e scivolate sul resto. In tal modo non istancherete colui che volete eccitare allo studio della religione, e non sopracaricherete la memoria di chi dovete istruire». _De catechizandis rudibus_, cap. III, nº 5.

[240] Si ha nella Magliabecchiana (Manuscritti, classe XXXVII, 292) un discorso di Giovanni Carza sopra il modo di dar esecuzione al decreto del Concilio di Trento _De editione et usu sacrorum librorum_, «per conservar illesa la scrittura sacra, per estirpar il morbo delle eresie radicate nelle stampe infette, e per rimediare agli abusi di stampatori, i quali con le stampe hanno oscurato e depravato il senso della dottrina e disciplina ecclesiastica, in questi ultimi cento anni che la lor arte è in uso, forse più che li scrittori non l'hanno fatto con le loro penne in prima». E dice che fin i decretj del Concilio Tridentino, stampati da Paolo Manuzio con soscrizioni autentiche, furono ristampati con infiniti errori e alterazioni di senso. Consiglia pertanto di metter una stamperia grande e operosa in Roma; suggerisce donde prendere il denaro per istituir una commissione, alla quale ricorrerebbero anche stampatori forestieri per aver le lezioni migliori. Ciò non sarebbe monopolio, perchè i libraj, oltre vantaggiarsi col vender quelle stampe, potrebbero anche riprodurle, ma in modo che, chiunque voglia, possa confrontarle colle autentiche e comprar le migliori.

Seguono varj capitoli di libraj, i quali offrono di pagar una tassa; di metter ai libri il minor prezzo possibile; seguir l'ortografia indicata da deputati, e lasceranno che altri li ristampi colle norme prescritte: s'uniranno in congresso, dove la metà siano oltremontani, ed eleggeranno lor presidenti e ufficiali; non faranno lavorare che buoni credenti e pratici dell'arte, e stabiliranno in Roma un seminario di buoni stampatori.

[241] Dalla biblioteca Palatina di Firenze (Codice CCCIC) passò alla Magliabecchiana una copia degli opuscoli di san Cipriano, che al carattere pare di Bernardo Davanzati, traduttore di Tacito. Egli vi appone e note e correzioni che attestano buona critica, e avverte i passi che fanno contro Lutero, e provano la preminenza della Chiesa romana. Dello stesso Davanzati trovossi tradotto un estratto dei _Commonitorj_ di Vincenzo Lerinese _contro le eresie_: e il Bindi, che primo lo pubblicò nell'edizione delle opere del Davanzati (Firenze, Lemonnier 1852) avverte come questi fosse versato nei sacri autori, e che, anche nel tradur lo scisma d'Inghilterra, «più che a pruova di lingua mirò a mostrare da che laide origini sorse il funesto dissidio inglese, non potendo così non illuminare anche sul conto degli altri nimici della verità cattolica».

Nella biblioteca stessa sono i manuscritti di Baccio Bandinelli, nipote dello scultore omonimo, del quale è memoria che scrisse 24 libri contro gli eretici nel 1611, e un'opera _De invisibili Lutheri, Calvini, et aliorum hujus temporis hæreticorum ecclesia_.

Ivi pure è un poema in terzine _Della diffusione del sommo bene_, probabilmente di frà Paolo del Rosso, cavaliere gerosolimitano, fatto attorno al 1530, ove confuta le varie eresie, e le nuove, e canta:

Lutero, al tuo dispetto lo vedrai Che i tuoi errori alfine andranno al fondo, Ed i piaceri in pene cangerai.

[242] Per un esempio trovava,

_Ad cœnam agni providi_ _Et stolis albis candidi_ _Post transitum maris Rubri_ _Christo canamus principi,_ _Cujus corpus sanctissimum_ _In ara crucis torridum_ _Cruore ejus roseo_ _Gustando vivimus Deo._

Esso toglie le assonanze e le oscurità, e fa

_Ad regias agni dapes_ _Stolis amicti candidis_ _Post transitum maris Rubri_ _Christo canamus principi,_ _Divina cujus charitas_ _Sacrum propinat sanguinem,_ _Almique membra corporis_ _Amor sacerdos propinat._

Urbano VIII alcuni inni fece riformare da Famiano Strada, Tarquinio Galluzzi, Girolamo Petrucci; ma si disse che _accessit latinitas, recessit pietas_. Egli stesso ci lavorò, e fece quel di santa Elisabetta regina.

Un innario fu pubblicato nel passato secolo dal cardinale Tommasi, diviso in tre parti: _hymni de anni circulo; hymni de natalitiis sanctorum; hymni de quotidianis_, cioè i feriali. Il cardinale Giovanni Battista Bussi, nelle _Istruzioni pratiche sulla recita del divino uffizio_, indica gli autori di molti inni.

[243] Le differenze della Bibbia di Sisto V e Clemente VIII non sono importanti, come avea voluto far credere TH. JANNES, _Bellum papale seu concordia discors Sixti V et Clementis VIII, circa hieronymianam editionem_, Londra 1600. Fu confutato trionfalmente sin d'allora: ma adesso il barnabita Vercellone (_Variæ lectiones vulgatæ bibliorum editionis_, Roma 1860-64), compiendo la fatica cominciata dal suo maestro e confratello Ungarelli (_De castigatione vulgatæ Bibliorum editionis peracta jussu Concilji tridentini_. Roma 1847) pubblica gl'immensi lavori fatti dalle Congregazioni, e tutte le varianti della Vulgata, cominciando dal _Codex Amiatinus_ ch'è il più antico; e le ragioni che fecer preferire la adottata nell'edizione Clementina e gli sbagli della Sistina. È insigne dimostrazione delle pazienti e generose fatiche sostenute dai dotti d'allora, e del merito dell'edizione del 1592, sola riconosciuta autentica. Ciò non toglie che possa esaminarsi e criticarsi il testo, e Pio IX incoraggiò il Vercellone all'impresa; _tibi addimus animos ut inceptum opus naviter scienteque absolvendum ac perficiendum cures, omnesque ingenii tui vires in iis peragendis semper impendas._ Con queste potrà benissimo farsi una nuova edizione della Bibbia, non per autorità privata, bensì della Chiesa.

Le dissertazioni che accompagnano il lavoro del Vercellone chiariscono la consuetudine costante della Chiesa rispetto a traduzioni e lezioni nuove, e come il Concilio di Trento non avesse voluto che provvedere alle infinite varietà che l'opera umana potesse introdurre nella divina, assicurando però solo la conformità sostanziale della Vulgata cogli originali, e non già la conformità fin nelle minime particelle, come si usa dai Rabbini.

Vedasi il nostro discorso XV e la nota 31.

La prima edizione ebraica del commento al _Pentateuco_ di Rabbi Salomon Jarco fu fatta da Abramo Gorton a Reggio di Calabria nel 5235 della creazione, mese di adar, cioè nel marzo 1475. L'anno stesso erasi stampato a Pieve di Sacco nel Padovano il Rabbi Jacob ben Ascer Arba Jurim, che è la più antica edizione ebraica che si conosca, ma porta la data del mese jamuz, cioè di quattro mesi posteriore a questa di Reggio.

Della versione greca del testo ebraico, detta dei Settanta, i più antichi codici conosciuti appartengono al IV o V secolo di Cristo, e sono: il _Vaticano_, edito nel 1857 a Roma dal padre Vercelloni: l'_Alessandrino_, pubblicato dal 1816 al 1828 a Londra dal Baber: il _Sinaitico_, pubblicato a Pietroburgo il 1862 da Costantino Tischendorf, che lo scoprì in un convento del monte Sinai, ma dove manca più di metà del vecchio Testamento. Alla Vaticana c'è pure il codice Marcheliano del VII o VIII secolo; tutti in caratteri unciali. Or ora se ne scoprì un altro a Grottaferrata da palimsesto, non posteriore al VII secolo, con moltissime note marginali greche e latine, ed appartiene alla recensione esaplare.