Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 38

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Nei secoli credenti erano a ciò bastate le cronache e le legende, ma queste non reggeano all'età critica, che al sentimento surrogava il raziocinio. Si pubblicarono legendarj di miglior critica, quelli di Pietro Natali, di Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano, superati poi da Lorenzo Surio, indi dai Bollandisti[245]. Ma era desiderata una storia ecclesiastica, che rivelasse le leggi che governano i fatti, mostrasse il predominio dell'unità della Chiesa sopra la versatilità degli avvenimenti, l'imperturbabilità di essa tra i sofismi e le violenze, lo sviluppo del principio dell'autorità attraverso gli accidenti, e ribattesse le parziali applicazioni, con cui voleasi oppugnare il cattolicismo col mostrarlo deviato dalle credenze e dalle pratiche primitive. In tal senso tutto cattolico e papale lavorò Cesare Baronio, napoletano di Sora (1538-1609). Avea egli cominciato a narrare alcuni momenti ecclesiastici a' suoi Filippini, quando, per istanza principalmente di Filippo Neri, assunse la narrazione completa degli_ Annali Ecclesiastici_[246], traendo la storia fuor delle cronache e delle legende, sistemandola colla cronologia, dandole unità e decoro, e facendone così una battaglia sintetica contro gli analitici attacchi di teologi e di filologi. Non arrivò che al secolo XII. Ignorava il greco; volea veder in ogni avvenimento l'immediato castigo o la rimunerazione di Dio, quasi egli retribuisca quaggiù: mai però non iscusa il delitto, nè esita a disapprovare i pontefici erranti, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze dei papi». Della sua buona fede non dubitarono nemmeno i più avversi[247]; e il suo libro restò la fonte forse più importante di notizie sul medioevo, allorchè Roma era centro della civiltà del mondo.

Così la fede della storia veniva opposta allo scetticismo della discussione; tornava ad associarsi il principio conservativo della tradizione col progressivo della civiltà; e mentre erasi idoleggiata la società pagana, si tornava a studiare l'ideale cristiano, l'autorità che rigenera il mondo.

Già erasi nel 1551 (Venezia per Michele Tramezzini) cominciata la collezione delle _Lettere edificanti_, relazioni de' missionarj ne' paesi nuovi, dove la pietà più schietta e operosa avviva le relazioni più interessanti.

Si raccolsero pure le bolle, e nella prima collezione, apparsa il 1586, Laerzio Cherubini distribuì cronologicamente le costituzioni pontificie da Leon Magno fino a Sisto V; la crebbero suo figlio Angelo Maria, poi Angelo Lantusca e Paolo da Roma; nel _Bollarium Magnum_ del 1727 furono tirate fin a Benedetto XIII; indi fin a Pio VIII nell'edizione di Andrea Barberi del 1835. Oggi infinite altre lettere pontifizie vengono in luce, e i _Regesta pontificum romanorum_ di Jaffe (Berlino, 1852) aggiungono mille ottocentottantun documenti al Bollario e mille cinquecentrentasette alla raccolta del Mansi, soltanto dall'anno 882 al 1073; nel XII secolo adducono seimila settecennovantuna bolle, quando il Bollario ne ha seicento, e mille trecentottantanove il Manso.

Non bastava togliere i vizj dal clero e riprovare gli scandali antecedenti; bisognava prepararlo col dirigere la vocazione e la laboriosa cooperazione che deve alla grazia divina chi è chiamato al sacerdozio. A tal fine era necessario che una educazione speciale precorresse all'unzione sacramentale; e perciò vennero istituiti i seminarj. Già sant'Ignazio, d'accordo col cardinale Polo e col Canisio, aveva istituito il Collegio Germanico. Sul modello di questo venne eretto il Collegio Romano, una delle principali glorie ecclesiastiche e scientifiche del mondo cattolico. Fu compito il 10 febbrajo 1565, raccogliendovi cento giovani delle principali famiglie d'Europa, sotto la direzione dei Gesuiti, e di là uscirono i pontefici Gregorio XV, Innocenzo X, XII, XIII, Clemente IX, XI, XII; più di ottanta cardinali, centinaja di vescovi.

Su quel tipo, il Concilio prescrisse che ogni diocesi avesse un seminario pe' chierici: attestazione della virtù razionale de' credenti, del progresso voluto nell'intelletto e nella coscienza; destinati a formare la milizia che combatta le battaglie di Dio colla scienza non men che coll'amore; una delle istituzioni più nobili del Concilio; dovremmo dire delle più efficaci se guardiamo alla rabbia con cui è osteggiata dai _deliri potenti_. Se ogni capitano ha diritto di formare i proprj soldati, doveva ai vescovi esser riservata la facoltà di ordinare i seminarj, esclusa ogni ingerenza laica: ordinarli all'acquisto delle dottrine più opportune. Queste erano la letteratura, il canto, il computo ecclesiastico e le altre arti liberali; inoltre la santa scrittura, i libri ecclesiastici, le omelie de' santi, le forme de' riti e de' sacramenti. Ai vescovi prescriveasi di stabilirli, e far che le norme vi venisser osservate mediante frequenti visite[248], ben vedendo, che «se la gioventù fin da' teneri anni non venga informata alla pietà e alla religione prima che l'invada l'abito dei vizj, non mai perfettamente e senza massimo e singolare ajuto di Dio onnipotente s'otterrà che perseveri nella disciplina ecclesiastica».

Si diede opera a trar agli ecclesiastici anche l'educazione de' secolari; e vi s'industriarono i Barnabiti, gli Scolopj, i Somaschi, e più di tutti i Gesuiti. N'aveano naturalmente invidia i maestri laici, eppure tutti i letterati d'allora vanno d'accordo nel lodare l'istruzione data da quelli. Non occorre dire che mai non andava scompagnata dall'educazione, e dirigevasi nell'interesse dell'anima, più che prima non si vedesse ne' trattati che ne scrissero, fra altri, il Sadoleto in buon latino[249], e in volgare il cardinale Antoniano.

Un altro de' mille errori che la petulanza accademica prima, poi il sistematico odio propagarono contro il medioevo fu, ch'esso abbia distrutto le opere gentilesche. Alle ricantate celie del beffardo Boccaccio e dell'insulso Benvenuto da Imola opporremo che _tutte_ ci vennero per mezzo degli ecclesiastici, e sfidiamo a smentirci.

Ben vi furono scrittori ecclesiastici de' primi tempi, e nominatamente Tertulliano e Arnobio, che declamarono contro lo studio de' classici[250], perchè in fatto riuscivano pericolosi allorchè la loro bellezza allettava all'oscena felicità, mentre la severità cristiana chiamava all'ascetismo penitente. Ma stabilitosi il cristianesimo, nelle scuole si conservò l'antica tradizione letteraria: se anche in alcune si introdusse qualche autore cristiano, la prevalenza restò ai Gentili, riprovati per le cose, studiati per la forma.

San Basilio, nel trattato ai giovani _Sul modo di leggere con frutto le opere de' Gentili_, raccomanda di studiar questi, primo per raccogliervi esempj di virtù; secondo, perchè quanto di utile e di vero essi contengono lo dedussero dalle sacre scritture; opinione allora divulgata. Avrebbe potuto aggiungere che lo studiar in quelli affina il gusto ed esercita l'intelletto e la critica per adoperarli poi ad usi santi; ed egli con quest'opuscolo ben meritò impedendo la distruzione che uno zelo stemperato faceva dei libri profani.

Cassiodoro, raccomandando a' monaci suoi lo studio degli autori profani, invoca l'esempio non solo di Mosè, che fu istrutto in tutta la sapienza degli Egizj, ma anche de' santi padri, i quali, «non che decretare si rigettassero gli studj delle lettere profane, diedero l'esempio del contrario, mostrandosene espertissimi, come vedesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri. Chi dopo l'esempio d'uomini siffatti oserebbe più esitare?»[251]

Carlo Magno, in una celebre enciclica _De literis colendis_, diretta ai vescovi ed abati nel 787, raccomandava assai gli studj umani, affinchè col disimparare a scrivere non si perda anche l'intelligenza dell'interpretare le sante scritture: perocchè, se son dannosi gli sbagli di parole, più il sono gli sbagli di senso. Gli esorta quindi a gareggiar di zelo nell'imparare, onde possano con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle sacre carte. Nelle quali trovandosi figure, tropi, altri ornamenti, più facile ne coglierà il senso spirituale chi vi sia preparato dall'insegnamento delle lettere.

In qualche Ordine religioso era vietato al monaco _gentilium libros vel hæreticorum volumina legere_, ma ne' più era anzi un degli esercizj prediletti il ricopiarli, e se ne trovano ne' cataloghi di tutte le biblioteche monastiche. Abbiamo del secolo XI una lettera, in cui Enrico cherico a uno Stefano descrive il lavorare che si fa nella badia della Pomposa presso Ravenna, attorno agli studj, annoverando i libri che ne formano la biblioteca, e loda «la clemenza di Dio, che accresce la nostra sete di conoscere mediante la sapienza. Non ignoriamo (continua) potervi esser alcuni superstiziosi o malevoli, che vorranno appuntar questo venerabile abbate dell'aver messo libri pagani e favole di errore insieme colla verità divina e colle pagine de' libri santi. Noi vi risponderemo colle parole dell'apostolo, che ci ha vasi di creta come vasi d'oro; lo che fu istituito affine di allettare e occupare i varj gusti degli uomini».

Coloro che disapprovano tali letture, il faceano o nel fervore della disputa, o per colpire l'abuso, come san Girolamo nel passo succitato: come sant'Agostino ove, nelle _Confessioni_, si pente che le lacrime di Didone lo facessero dimenticare di Cristo, o nelle _Ritrattazioni_ d'aver troppo adoprato la parola _Fortuna_ e rammentato le _Muse_. E che strani pericoli potesse recare lo studio de' classici lo mostra quel Vilgardo di Ravenna che già mentovammo, di cui uno scrittore del XI secolo racconta che con soverchia assiduità studiava la grammatica (cioè i classici) «come sempre ebber costume di fare gli Italiani, a preferenza del resto». E inorgoglitosi del suo sapere, una notte gli apparvero i demonj in forma de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale[252], e con fallaci parole tolsero a ringraziarlo dello studio che in essi poneva, e gli promisero farlo partecipe della loro gloria. Da queste seduzioni traviato, cominciò insegnare cose contrarie alla fede, asserendo dovessero le parole de' poeti esser credute quanto le sacre scritture. Convinto d'eresia, fu condannato dall'arcivescovo Pietro; e si trovò che in Italia molti erano infetti dalle medesime opinioni[253].

Ma conveniva formare il gusto de' giovani sui classici gentili? Dante, nel XX del _Paradiso_ condannava quel puzzo di paganesimo, benchè si facesse condurre da Virgilio, e in effetto prendeva dagli antichi il classico, non il gentilesco. Ma i profani pigliarono poi il sopravento sugli autori ecclesiastici, tanto che la riazione proponeva di sbandirli dalle scuole, come insinuatori di sentimenti e passioni anticristiane. La Chiesa mostrossi men rigorosa, e lo stesso san Carlo non li proscrisse da' suoi seminarj, solo facendoli in qualche parte emendare, e suggerendo si unissero agli Uffizj di Cicerone quelli di sant'Ambrogio, alla sua retorica quella di san Cipriano, e così d'altri santi padri. E il gesuita Possevino proferì a Lucca un discorso sul modo di trar profitto dai classici anche per la morale, accoppiandovi le opere di Pantenio, di Giustino Martire, d'Eusebio, principalmente di sant'Agostino, i quali diedero interpretazione cristiana alla civiltà gentilesca; i maestri avessero a mano i santi padri, e se n'ajutassero per cercare la verità anche ne' profani, e il divario che corre fra la nebulosa luce di questi e la fulgida del Vangelo; si desuma da Tullio lo stile, dai Padri la pietà e la dottrina vera; si mettano a parallelo gli eroi di Grecia e di Roma coi nostri, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d'Ungheria, e giù sino a Vasco de Gama e all'Albuquerque, tanto più che di questi aveansi le imprese narrate in buon latino dall'Emilio, dal comasco Giovio, dal bergamasco Maffei[254].

Sono principj liberali, più che non gli abbia professati o praticati il nostro secolo, più che non potesse attendersi dal color religioso e fin chiesolastico, che prendea l'educazione, quando, anche fuor de' seminarj, moltiplicavansi le pratiche religiose, frequentavansi i sacramenti e gli esercizj, introducevansi feste, altarini, cappannucie; insinuavasi la venerazione per ogni cosa sacra, l'obbedienza incondizionata al papa, l'orrore per ogni lubricità.

Allora campeggiò lo zelo di molti, vorrei dire di tutti i vescovi, nel restaurare la disciplina delle proprie diocesi.

Il cardinale Giberti, già datario, e soprannominato padre de' letterati e dei poveri, nel suo vescovado di Verona pose una stamperia, da cui fece riprodurre le opere de' santi padri; rese quel clero un modello di ecclesiastica disciplina, sicchè il Concilio non fece quasi che ridurre a decreto ciò ch'egli aveva introdotto.

A torto vien attribuita al Contarino, ed è probabilmente del Flaminio una lettera, inserita nelle raccolte di quel tempo, ove si dice: «Tenetevi per voi questi vostri mostruosi vescovi con le loro sete, ori, argenti, tappezzerie, cavalcature, staffieri, per non dir peggio, ne' quali non si vede altro di vescovo che una gran cherica. A noi fanno di mestieri vescovi, che per gemme e ori abbiano le sagre lettere, per delizie la povertà ed i digiuni, per ornamenti un'ardente, casta ed umile carità, quale a dì nostri fu il santo vescovo Matteo Giberto, di tante esimie doti dell'animo ornato, che alli antichi si poteva propriamente paragonare. Visse con tanta celebre opinione di santo vescovo, che lasciò di sè eterna memoria ed indicibile desiderio».

Gabriele Paleotto, insigne grecista e canonista e gran sostegno del Concilio di Trento, del quale stese gli atti, fatto cardinale e arcivescovo di Bologna nel 1566, vi si modellò sugli esempj di san Carlo, di cui era amico e collaboratore; nella sua diocesi riformò i costumi e la disciplina, introdusse divozioni, frati, nuove chiese, opere di carità, un de' primi seminarj: spiegava egli stesso il catechismo ai bambini, amministrava i sacramenti, albergava tutti i sacerdoti avveniticci visitava nelle case i poveri, e gl'infermi che mandava a rimettersi nelle proprie ville; insieme raccoglieva sapienti, quali l'Aldrovandi, il Pandusio, il Sigonìo. Volendo il papa imporre ai sudditi una nuova gravezza per sostenere i Cattolici di Francia nella guerra contro gli Ugonotti, egli si oppose, non curandone lo sdegno e la punizione (-1597).

Benedetto Lomelli riformava la diocesi d'Anagni: la pavese il cardinale Ippolito De Rossi, dotto insigne e caritatevole, che vi fabbricò l'episcopio, restaurò la cattedrale, introdusse ospedali, sinodi, visite, dottrina cristiana. Roberto Nobili di Montepulciano, nipote di Giulio III, che l'ornò della porpora a quattordici anni, a quindici promosso bibliotecario della santa Chiesa da Marcello II, era universalmente chiamato angelo del Signore: assiduo alle orazioni, al digiuno, al predicare; colle penitenze si logorò tanto, che moriva a diciotto anni, dicono per non voler ledere la castità.

Angelo Niccolini fiorentino, governatore lodatissimo di Siena e di Pisa ove poi fu arcivescovo, ambasciadore presso molte Corti, nel conclave per Pio V poteva divenir papa se non fosse parso troppo familiare col granduca (-1567).

Rodolfo Pio da Carpi, operosissimo nel combinar paci e nel ben governare, fu segnalato non meno per grandi virtù che per una splendida biblioteca e collezione di statue e di medaglie. Il cardinale Alessandro Farnese moltiplicò in varie parti istituzioni benefiche e pie. Prete Demetrio Petrone rigenerò Montagano nel Sannio, quella popolazione corrotta e ignorante inducendo, per penitenza e in proporzione de' peccati, a piantare alberi fruttiferi ne' campi proprj e negli altrui, egli stesso ai più poveri fornendo gli alberi e le zappe.

Gaspare dal Fosso, frate paolotto, fatto arcivescovo di Reggio, fu lodatissimo al Concilio di Trento, donde volendo andarsi per riparare a semi d'eresia che udiva spargersi nella sua Calabria, i legati lo indussero a rimanere, dove per la sua prudenza e virtù pareva, dice il Pallavicino, non pur utile ma necessario. Finito il Concilio, moltissimo adoprò al meglio della sua diocesi, rifabbricò la cattedrale, quasi distrutta dall'irruzione de' Turchi; al rito gallicano, ivi conservatosi, surrogò il latino: prodigossi nella peste del 1576, e distribuì molte terre della mensa a trentadue famiglie col patto vi coltivassero fichi e gelsi. Le sue ossa furono violate in una nuova invasione dei Turchi del 1594.

Fra quei che illustrarono allora la porpora e la mitra menzioneremo il Rusticucci, uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora nella lode de' Bolognesi; il Sartorio, severissimo capo dell'Inquisizione. Tommaso Campeggi, che nell'opera _De auctoritate ss. Conciliorum_ mostra la necessaria dipendenza di questi dal papa, salvo i casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo di Foligno, combattè gli errori correnti, e lasciò un _Compendium institutionum theologicarum_, molto reputato. Tolomeo Gallio di Como aperse alla sua patria inesausti tesori di beneficenza, fra i quali un collegio, dove i fanciulli della diocesi dovessero educarsi, non in grammatica solo e rettorica, ma nelle arti e mestieri; scuole tecniche, quali il secolo nostro le proclama.

Lungo sarebbe ripetere quanti nelle nunziature furono spediti a sfidare o dissipare le procelle di quel tempo.

Carlo Caraffa, nunzio apostolico, nella _Germania sacra restaurata_ divisa i progressi della Riforma ne' paesi tedeschi, e le sovversioni che ne seguirono fin alla guerra dei Trent'anni. Giovenale Ancina di Fossano, amico a Roma de' gran santi e de' gran dotti, si sottrasse alle dignità per rendersi oratoriano; e cansato più volte l'episcopato, al fine fu costretto accettare il povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè mostrare zelo e dottrina, finchè il veleno gli accorciò la vita.

Feliciano Scosta da Capitone servita, adoprò assai contro gli Ugonotti; poi ad istanza di san Carlo e per autorità di Pio V promosso arcivescovo d'Avignone, campò questa città dalle dottrine e dalle armi dei Protestanti (1511-77).

Tra gli auditori di Rota si citano, e fan tuttora testo le decisioni del cardinale Mántica friulano, dell'Arrigone milanese, di Serafino Olivieri. Tale corredo i pontefici s'eran messo attorno, invece dei poeti e dei soldati d'un secolo prima.

Tipo del riformatore cattolico, l'arcivescovo Carlo Borromeo sei volte convocò il clero milanese in sinodi diocesani, de' quali stampò gli _Atti_; vera carta costituzionale, ove l'universalità della Chiesa è applicata al governo di ciascuna diocesi; corpo di disciplina, ammirato tuttora anche fuori, e dall'assemblea del clero francese fatto ristampare e diffondere a sue spese nel 1657.

Moltissimo carico egli si fa della dignità e del contegno de' preti e del vescovo nel vestire, nel conversare, nell'abitare, nella tavola. I suffraganei suoi si facessero mandare una volta l'anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedessero migliorare, vi spedissero un predicatore. I morti si seppelliscano in campagna, cinta di muro; si tenga cura delle biblioteche. Vuol ponderazione nel riconoscere le antiche reliquie e nell'accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose ritegni ai troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione, o per penitenza: bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la forma de' discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva quel della Scrittura, _Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter_: volevalo oculato su' costumi de' fedeli, sino a tener in ogni parrocchia un registro della condotta di ciascuno. Anzi rintegrò le prische penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo quelle comminate in antico a varj peccati[255]. E fra le penitenze enumera il vietare le vesti di seta e d'oro, i conviti e le caccie; il far limosine, o mettersi pellegrini o servi in ospedali, o visitare carcerati, o chiudersi alcun tempo in monasteri, o pregare in Chiesa a braccia tese, o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o cingersi il cilizio.

Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi qualunque angolo più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori generali e particolari, gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi, esempj adoprò per rimettere l'uso quasi dimenticato de' sacramenti e la decenza nelle chiese, più ch'altro simili a taverne, senza campane o confessionali o pulpiti o arredi; introdurre devozioni e riti e un regolato cerimoniale; ripristinare l'adempimento de' legati pii; istituire parrocchie ove prima un solo prete attendeva a vastissimi territorj; circoscrivere meglio le pievi, con vicarj foranei in corrispondenza colla curia; i preti abituare al pulpito, su cui prima non salivano quasi che frati; misurare i diritti di stola bianca e nera; rendere regolari i registri di battesimi, matrimonj, morti; svellere le superstizioni, sincerare le legende di santi e di miracoli. Istituì le _Compagnie della dottrina cristiana_, ove la festa oltre le verità della fede, s'insegnasse, anche a leggere e scrivere; e con espresso divieto ai membri di esse di cercare rendite o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò l'osservanza delle feste, sin mandando a togliere la roba a contadini che in esse aveano lavorato; niuna donna di qualsia stato o condizione, entri in Chiesa, nè accompagni le processioni se non con velo non trasparente o zendado o altro panno, di tal modo che stiano coperti realmente tutti i capelli. Niuno v'entri con cani da caccia o sparvieri, nè con archibugi, balestre, arma d'asta o simili, nè le appoggi alle porte o ai muri di Chiesa, nè le deponga ne' sagrati o negli atrj[256]. I principi vogliano escludere i ciarlatani, gli zingari, i giuochi, le smodate spese; vietino le taverne al possibile, e vi si possa dar mangiare e bere, ma non alloggiare.

Al commercio dei libri si vigili con cautele rigorose; non si tengano Bibbie vulgari, nè opere di controversia cogli eretici, senza licenza; non si lascino andar i fedeli ne' paesi ereticali, nemmeno a titolo di mercatura o d'imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il sant'Uffizio. Istituì gli Oblati di sant'Ambrogio, preti con voto di speciale obbedienza all'arcivescovo, perchè accudissero alle parrocchie più faticose e povere, e dessero esercizj e missioni, e istruissero i giovani ne' seminarj. I frati Umiliati, arricchitisi colle manifatture della lana, possedeano nel solo Milanese novantaquattro case, capaci di mantenere cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle rendite di venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite di schifosa depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un di essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l'Ordine, e delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di Gesuiti.

Traversando la val Camonica, ove da alcun tempo non si pagavano le decime, Carlo non dà la benedizione, e que' popolani ne restano sgomenti; nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente eretici e maliardi[257]: illusioni che (al par di certe esorbitanti pretese di giurisdizione, come d'avere forza armata a sua disposizione, di far eseguire le sentenze della sua curia anche contro laici[258] i quali non vivessero da buoni cristiani) vorremo perdonare ai tempi, piuttosto proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a sovvenire di corporale e spirituale assistenza gl'infermi d'una terribile peste allora scoppiata, e che oggi ancora in tutta Lombardia è intitolata peste di san Carlo: tanto prevalse l'idea della carità a quella del disastro.

Molto egli si valse di Carlo Bescapè barnabita milanese, che poi vescovo di Novara vi fondò il seminario, e scrisse opere di diritto ecclesiastico e la vita di esso san Carlo. Col quale e come lui operò il beato Paolo d'Arezzo teatino, a correggere la depravatissima sua diocesi di Piacenza, poi quella di Napoli; dove ancora servono di modello per le visite diocesane le istruzioni dell'arcivescovo Annibale da Capua.