Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 37

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In conseguenza i primi attacchi la stampa diresse contro i monaci e gli ecclesiastici, perchè erano custodi dell'ordine e della coscienza individuale contro la tirannide dell'opinione generale che essa voleva imporre, e che dichiarava pregiudizj i sentimenti anche più nobili, le più libere ispirazioni della coscienza. A tal uopo la beffa o il raziocinio si camuffarono col vizio che apponevano alla Chiesa, cioè l'ipocrisia, fingendo voler la correzione e la riforma, mentre miravano alla distruzione: non minacciavano il dogma come tale, non rinfacciavano all'autorità ecclesiastica di esistere, bensì di non essere sincera, di pretendere l'obbedienza e il sagrifizio con mezzi immorali, e sviando dalla divina istituzione.

Già Hutten, Erasmo, l'Ochino, il Vergerio ci mostrarono qual uso se ne facesse contro la morale o la fede: sin l'Aretino era e tollerato e premiato per paura dell'opinione stampata: e questa ben presto divenne la voce sovrana degli interessi: non buona, non cattiva in sè, ma onnipotente, e perciò tirannica e irreparabile, sia che esalti o deprima: toglie d'aver più una fede, una coscienza individuale, obbligando gli uomini a ricevere le suggestioni altrui, disposti a prenderne altre domani, con un avvicendamento che distrugge la facoltà d'averne di vere, cioè personali. Enorme oppressione dell'individuo e del pensiero libero, che però piace perchè può esercitarla ognuno.

I re cercarono farne tutto lor pro, onde alla fede, al feudalismo, al cattolicesimo opporre la burocrazia, le scuole, gl'interessi, alfine la libertà organizzata, cioè la libertà di chi tutto dirige. Ma venne il tempo che tale ordigno sguizzò dalle loro mani per cader in quelle di chiunque sappia adulare le passioni del giorno.

La Chiesa avea preveduto il pericolo, e custode com'è della morale e del diritto, potea non provedervi?

La bolla _in Cœna Domini_ scomunicava gli eretici o chi ne leggesse i libri, ma non essendo questi distintamente nominati, ne nasceva incertezza: i varj inquisitori registravanli, man mano che ne aveano contezza, onde differivano gli uni dagli altri. Prima l'inquisizione di Spagna nel 1558 pubblicò un catalogo di libri proibiti: l'anno seguente papa Paolo IV mandò fuori l'_Indice_, che servì di norma ai successivi. Era diviso in tre parti. La prima, d'autori de' quali riprovavansi tutte le opere, sebbene d'argomento non religioso: tra' quali autori n'ha alcuno vissuto e morto nella nostra comunione. La seconda, dei libri condannati particolarmente: la terza, degli anonimi, dove per regola generale si vietavano quelli dati fuori senza nome dopo il 1519[230].

Anzi notaronsi settantadue stampatori, ogni opera edita dai quali si considerasse interdetta: e così le edizioni di qualunque avesse stampato libri d'eretici. Sono le esagerazioni consuete di chi si trova di fronte a un pericolo urgente.

Restarono allora proscritti autori che da secoli correvano per le mani; altri stampati in prima con approvazione, come le Annotazioni di Erasmo al Nuovo Testamento, che pur Leon X aveva onorate d'un breve; cogli ereticali poi si appajarono le opere che attenuassero l'autorità pontifizia a fronte sia dei vescovi, sia de' principi e magistrati temporali.

Alcune volte ottimi libri furono vietati, pe' commenti appostivi da editori[231]. Un grandissimo numero son di devozione, orazioni, legende, offizj, prediche.

Pio V regolò quella materia mediante la _Congregazione dell'Indice_, alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, per cautelare men tosto contro i lavori d'eretici che contro quelli di cattolici, e togliere i lamenti anche pubblicamente mossi per condanna di buoni. Lodando la santa sede di aver sempre provisto che i cattivi libri non pregiudicassero alla fede e alla pietà de' Cristiani, e d'averne a tal uopo pubblicato l'Indice, prima sotto Pio IV, poi sotto Clemente VIII, poi sotto Alessandro VII con aggiunte di nuovi, Benedetto XII ne fece un altro, seguendo le norme che prescrisse nella bolla _Sollicita ac provida_.

Secondo questa, la Congregazione dell'Inquisizione è composta di cardinali, cospicui per studj gli uni di teologia, gli altri di scienza canonica, gli altri di cose ecclesiastiche o di affari: vi s'aggiunge un auditore di Sacra Rota, un maestro di teologia domenicano, alquanti consultori del clero secolare e regolare e dotti qualificatori. Quando un libro sia denunziato, essi vedono se sia a trasmettere alla Congregazione dell'Indice. Se sì, è dato a un qualificatore o consultore, che lo legga attentamente, e indichi i luoghi riprovevoli. La sua relazione è presentata in istampa a ciascun membro di questa Congregazione; la quale poi ne discute, e proferisce un voto. Ma voto consultivo, giacchè col libro è trasmesso alla Congregazione de' cardinali, che pronunziano coi procedimenti stessi; allora tutti gli atti son presentati al pontefice, senza di cui nessuna condanna è proferita.

È antica regola che, per libro d'autore cattolico, non basti che un solo relatore ne proponga la proibizione: ma sia presentato a un altro revisore, che ignori il nome del primo. Che se questi dissenta, un terzo revisore esamini; e sulla differenza pronunzino i cardinali.

Taluni si lamentano perchè si decida senza ascoltare l'autore. Ma non n'è bisogno, giacchè non si giudica della persona, bensì dell'opera; non di punir lui, ma di ammonire i fedeli del pericolo. Trattasi però d'autore cattolico di buona fama? Si proibisce il libro colla clausola _finchè si corregga o si emendi_, se è possibile. Data questa sentenza, prima di pubblicarla si comunichi all'autore o a qualche suo rappresentante, indicandogli qual cosa abbiasi a correggere o levare. Se egli eseguisca tali emende in una nuova edizione, sopprimasi il decreto: salvo che della prima fossero divulgati molti esemplari. Per un autore cattolico e di reputazione si vuole sia sentito, o nomini un consultore che ne sostenga le difese. E sebbene vi sia giuramento di silenzio, il segretario della Congregazione potrà comunicare gli appunti all'autore, sopprimendo i nomi del denunziante e del censore. Ma a che buoni questi riguardi per libro che con dirette eresie intacchi la fede, o leda i buoni costumi?

A censori è prescritto si assumano persone di pietà e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci temere odio o favore: non credansi destinati a condannar l'opera, ma ad esaminarla equamente; pesino le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d'istituto, di parte; ricordino che molte opinioni pajono indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure sono rejette da altri cattolici senza detrimento della fede. Sovratutto abbiano a mente che d'un autore non può sentenziarsi se non leggendo intera l'opera, comparando i differenti passi, e badando all'intenzione di esso; non proferire sopra una o due proposizioni staccate: giacchè quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, è forse spiegato abbondantemente altrove.

E deh (soggiunge la Costituzione) si potessero proibire le ingiurie, le facezie che si lanciano gli uni agli altri! Chi le adopera in quistioni religiose mal serve alla verità e alla carità. Si reprimano dunque costoro, che difendono accannitamente una sentenza, non perchè vera, ma perchè sua, e che recano opinamenti privati come dogmi certi della Chiesa.

Esso pontefice diede altre norme in una lettera diretta al grande inquisitore di Spagna, disapprovandolo d'aver messo all'Indice le opere del cardinale Enrico Noris, mentre grande parsimonia va usata nel proibire libri di autori illustri, e benemeriti delle buone dottrine. Ci ha bensì (dice) nell'opera di esso cardinale proposizioni censurabili, ma di tali non mancano la _Storia_ del Tillemont, nè quella de' Bollandisti, nè _la Dichiarazione del clero gallicano_ di Bossuet, nè gli Annali di Lodovico Muratori: eppure, sebbene queste opere venissero denunziate, i pontefici si astennero dal condannarle, giudicando si dovesse molto condiscendere alla fama e ai meriti di quegli scrittori, senza che ne pericolasse la Chiesa, la quale libra i vantaggi e i danni prima di proferire.

Di tutte queste cautele fanno strame coloro, che non hanno se non esecrazione per l'_Indice_, e, v'accerto io, non l'hanno mai veduto. La Chiesa crede i suoi principj siano giusti, e i meglio atti a prosperare lo Stato e la famiglia; onde impedisce siano guastati. Altrettanta autorità non si conferisce allo Stato e alla famiglia? perchè negherebbesi alla Chiesa? Essa, non potendo impedire il male, bada che questo produca altro male. A tal effetto adopera armi a lei convenienti: l'ammonizione e la scomunica. E non si tacia che la legge è meramente di rimedio: non impedisce colla forza di stampar libri, bensì di leggerli: ne dà licenza a coloro che crede non ne faranno mal uso[232], appunto come si fa dell'armi insidiose: non è licenza di far il male, ma di conoscerlo.

Si dice: il lento procedere della sacra Congregazione dell'Indice rende inutile la proibizione, giacchè viene dopo che il libro è diffuso, e fors'anche dimenticato.

Vorreste dunque la proibizione preventiva? Con altrettanta ragione si priverebbe la giustizia penale delle sue formalità, giacchè per queste la punizione perde d'efficacia, non seguendo immediatamente al delitto. La Chiesa, estranea alle repressioni materiali, crede suo dovere l'annunziare ai Cattolici che dottrine pericolose o esempj infausti sono esposti ne' libri ch'essa appunta; e a cui essa non vuole, quantunque tardi, lasciare l'impunità.

Non dal Concilio ma dalla sacra Congregazione dell'Indice venne il divieto delle Bibbie volgari[233], provvedimento richiesto dalla natura di quei tempi, poi abrogato da Benedetto XIV: ma chi negherà sia necessaria una direzione per iscegliere un buon volgarizzamento?

Dai libri lascivi ed osceni erano eccettuati i classici, per riflesso all'eleganza; e così non venne registrato l'empio Lucrezio, bensì la traduzione fattane dal Marchetti. Contro del Decamerone già da pezza declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperte di gran finestre all'idolatria, ed all'eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito e senza senso». Rincrescendo però di privare gli studiosi d'un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, acconciò quel libro quale comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e una nuova epurazione fu voluta, alla quale attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero i bontemponi e gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl'ignudi del Giudizio di Michelangelo.

I quali ignudi, che fan senso anche oggi agli ammiratori, troviamo appuntati già dai contemporanei. Un de' quali chiamava Michelangelo «inventor delle porcherie», riprovando «tutti i moderni pittori, e scultori; per imitar simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipinge o scarpella che figure da sotterrar la fede e la devozione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste»[234]. E perfino il sozzo Aretino ne moveva rimprovero al suo adorato Michelangelo: e «Voi in soggetto di sì alta istoria mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena onestà, quelli privi d'ogni celeste ornamento.... In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il fare vostro: onde saria men vizio che voi non credeste, che, in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui..... E conciossiachè le nostre anime han più bisogno dello affetto della devozione che della vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma delle superbe statue degli idoli, che tôrre, bontà loro, la riverenza all'umili immagini dei santi».

Or ci venga a contare il Cicognara che quelle nudità sono effetto della _innocente semplicità_ del Cinquecento[235]. Nell'archivio arcivescovile di Milano è una lettera di Scipione Saurolo a san Carlo, 6 settembre 1561, ove gli dice come a Paolo III e IV, e così a Marcello II e a molti cardinali fossero spiaciute le nudità del Giudizio di Michelangelo, il quale pure «ebbe a dire che lo voleva ad ogni modo conciare, perchè si teneva di coscienza lassar da poi sè una cosa tale». Perciò gli trasmette una memoria da presentare al papa, in cui gli riduce a memoria _quod odio sanctissimo intuenda est pictura Judicii sacræ capellæ suæ sanctitatis, in quo divinam offendit majestatem, eo quod in eum nuditatis modum depicta est, in quo omnes vident et multi admiratores plorant_: e segue dimostrando come la maestà del giudice, l'ornamento di Maria, i seggi degli apostoli sieno falsati in quella composizione. _Quis enim vidit Dominum et sanctos sic depictos, sic formatos aut sculptos in qualibet mundi parte? Quis vidit in pictura Judicii nostri, sic memorabilis et tremendi, fubulosam Acherontis cymbam repræsentari?_ E lagnasi che per le case e per le cappelle stiano immagini di santi e della divinità, sucidi, tormentati da chiodi, ecc.; ed augura che il Borromeo «et sua santità meritino l'onore di risarcire la santa barca, così da nojosi venti sbattuta e male condotta, et ridurla al porto sicuro de la salute».

Il Concilio proibì che nelle chiese si mettessero immagini se non approvate dal vescovo, e dove nulla di falso, di disonesto, di profano, di superstizioso, di contrario alla verità delle Scritture e della tradizione; bensì convenissero alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. A ciò vigilarono in fatto i vescovi, e massime san Carlo proibì di ritrar nei santi persone vive, e di rappresentare teatralmente la passione di Cristo o azioni di santi.

Molti voleano s'interdicessero i teatri, e ben n'aveano di che se si guardi a quel ch'erano allora, e più a quel che sono oggi. Non potendo però sbandire uno spasso così gradito alle moltitudini, si pose almen freno ai recitanti a soggetto, volendo sottoponessero l'orditura delle loro rappresentazioni a un deputato del vescovo. Ripiego insufficiente, che non impediva le basse scurrilità, come la sorveglianza della polizia odierna non toglie che la scena sia la peggiore scuola d'immoralità, d'egoismo, di sragionamento. Meglio san Filippo Neri cercò opporvi gli _Oratorj_, che prima erano sole cantate, poi divennero compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri.

Ma la musica ha un'altra missione speciale, quella d'accompagnare i sacri riti. Resa però interamente profana, cioè occupata ad allettar i sensi e la fantasia, anzichè elevare il sentimento, trastullavasi in superare difficoltà, in imitazioni e combinazioni disparate, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, dove le voci umane non figuravano meglio che un altro istromento, e a cinque, sei, fin otto parti intralciavansi, o non offrendo senso, od offrendone di giocosi e perfino di osceni. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de' salmi e la misura sillabica negli inni. Il Concilio di Trento erasi querelato di tali profanità, e Paolo IV fece esaminare se o no dovesse tollerarsi la musica in Chiesa. Quanto all'escludere l'intralcio delle parole, le arie profane, i testi non ecclesiastici, si cadeva d'accordo, ma i maestri assicuravano sarebbe impossibile far intendere chiare le parole in un canto figurato. Parve altrimenti a Pier Luigi Palestrina, che per esperimento compose la messa papale a sei voci, con melodia semplice, rispettando l'espressione rituale e adattandola alle varie significazioni de' cantici e delle preghiere[236]. Uomo pio, alieno dalle brighe e perciò negletto, sul suo manoscritto, che si conserva, leggesi _Signore, illumina me_. Così ebbe salvata quest'arte, non distruggendo e abolendo, come facea la Riforma, ma ravvivando e santificando. Ancora povero di melodia, possedea però perfettamente il puro sentimento dell'armonia e della tonalità, e s'altri lo superarono in arte, nessuno certo nella potenza, nel profondo e semplice accento, nella mistica tenerezza con cui rivelò i dolori della madre di Dio, le ambasce del figliuol dell'Uomo, e ci elevò a pregustare le sinfonie, di cui gli angeli circondano il padiglione dell'Eterno.

Le lotte coi Protestanti aveano dato incremento alla scienza cattolica, e le opere posteriori al Concilio di Trento furono assai più precise nella conoscenza del cristianesimo giacchè i dogmi v'erano stati dibattuti e chiarìti con tanta profondità e precisione.

Non appare che nel medioevo si formassero catechismi, ove, ad uso dei non teologi, si esponessero i punti essenziali della dottrina. Il Concilio di Trento ne ordinò uno, affidandolo a san Carlo, che assunse a compilarlo il vescovo Foscarari, Muzio Calino bresciano, vescovo di Zara poi di Terni, Leonardo Marino genovese, arcivescovo di Lanciano, tutti domenicani. Interrotta, l'opera fu ripigliata da esso Calino, Pietro Galesino milanese, che trattò del decalogo, e Giulio Poggiani pur milanese di Suna, che espose l'orazione dominicale, e ripulì e unificò la dicitura di tutti (non già Paolo Manuzio, come suol dirsi), mentre la parte dottrinale era riveduta da una Congregazione preseduta dal cardinale Sirleto. Quest'è il _Catechismo Romano_, ammirato per eleganza e lucido metodo, e che dimostra come la profonda e solida erudizione sacra non abbia bisogno d'avvilupparsi in argomentazioni e formole da scuola, e ben si accordi colla esposizione chiara e precisa e colla sublime semplicità del pensiero. Fu pubblicato in italiano e in latino, poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell'edizione d'Andrea Fabrizio, unendovi una tavola della lezione del Vangelo di ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami al catechismo stesso per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sovra i diversi punti della dottrina, in modo che servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni pei parroci.

In quell'opera si danno per risoluti alcuni punti, che il sinodo avea lasciato indecisi, o di cui avea solo condannato i contrarj. Perciò i Gesuiti che, massimamente nel fatto della Grazia, dissentivano dai Domenicani, non l'aggradirono, e ne pubblicarono altri, fra cui la _Summa doctrinæ christianæ_ del Canisio[237], e il Bellarmino.

Il catechismo è il libro de' sapienti e degli ignoranti, dove trovasi la soluzione di tutte le grandi quistioni morali e sociali; donde venga l'uomo e la specie umana, dove vada, come ci vada: perchè l'uomo è in terra; dove va quando n'esce; come originarono il mondo, la specie e le varie stirpi umane; che relazioni ha l'uomo con Dio, co' suoi simili, colle altre creature: quali doveri nella società, coi superiori, collo Stato, colle genti. Il catechismo dà a tutto una risposta precisa; aggiungiamo risposta la più umana, la più generosa[238]. E questo è il libro della prima infanzia, è il libro unico d'un'infinità di famiglie ne' paesi più colti del mondo; benchè sia stato di tutti i libri il più combattuto. Ed a ragione, poichè infonde sin nelle tenere menti l'objezione decisiva a tutti gli errori religiosi, morali, sociali[239].

Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, elegante e dotto stampatore, affinchè con que' suoi lodatissimi caratteri pubblicasse i santi padri[240]. Esso Manuzio, dedicando a Carlo Borromeo l'edizione di san Cipriano (Roma 1563), divisa le cure che egli e altri letterati italiani posero ad emendarne le opere, parendogli che «in tanta procella, in tanta distruzione giunga opportuna la voce di Cipriano, sostenitore meraviglioso della cattolica dignità»[241].

Il raffinamento della civiltà esigeva si emendassero le lezioni apocrife, certe goffe antifone, alcuni riti burlevoli, introdotti dall'ignoranza o dalla semplicità, e Leon X ne diede commissione a Zaccaria Ferreri vicentino. Quando lo spirito ecclesiastico era sì scarso, e l'amor dell'eleganza preoccupava a segno da far sorridere all'impulito latino di san Paolo, potea molto sperarsi da quest'uffizio? Lo Zaccaria avea servito al cardinale Carvajal nel conciliabolo di Pisa, onde erasi ricoverato a Lione, finchè il papa gli perdonò; ed egli in tre giorni fece un poema di mille esametri, ove esaltava la felicità del genere umano sotto un tal pontefice. Messo a riformare gli inni, li leggeva man mano a Leon X, che gliene faceva congratulazioni; ma se erano puri di stile, restavano freddi di pietà, ritraendo da Orazio non solo le parole ma le immagini. Meglio riuscì il Sarbiewski che, per ordine di Urbano VIII, assunse il medesimo còmpito con maggior rispetto[242].

Pio V mandò un nuovo breviario, obbligatorio per tutte le chiese che non ne avessero uno almeno ducentenario; e vi tenne dietro il messale.

Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica dovesse avere autorità, e v'attese egli medesimo col Nobili, l'Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rocca, il cardinale Caraffa, Prospero Martinengo bresciano. Ma appena uscita, vi si scopersero molti sbagli, onde fu messa all'Indice, e ritiratine sollecitamente gli esemplari, divenuti così una delle maggiori rarità bibliografiche. Clemente VIII pubblicò poi quella che fa testo[243].

Oltre pubblicare libri di più regolata devozione,[244] si pensò a chiarire e assodare la storia. Lutero, come bruciò le bolle dichiarandole d'autorità incompetente, così bruciò il Diritto Canonico, asserendo che la somma di esso è questa: «Il papa è Dio in terra, superiore a tutti i celesti, terrestri, spirituali e corporali: tutte le cose son proprietà del papa, e nessuno deve osare di chiedergli, _cosa fai_?» Il fumo di quest'incendj, opposti a quelli del Savonarola, offuscò la storia, che si trovò ridotta ad aneddoti; e sedici interi secoli della Chiesa vennero presentati come solidariamente rei di frodolenza e di menzogna, nelle diatribe de' Protestanti e nelle gravi _Centurie di Magdeburgo_. Eppure la società cattolica è eminentemente storica, avendo per vincolo d'unità la tradizione; _quod semper, quod omnibus, quod ubique._ Mentre dunque si contrapponeva agli eterodossi la precisa esposizione del dogma, bisognava pur colla storia rivelare e i fatti, e l'essere della Chiesa, e la potenzialità della virtù dello Spirito Santo.