Part 36
[208] Merito chiamano i teologi la bontà naturale o soprannaturale delle azioni dell'uomo, e il diritto che egli acquista per esse ai premj divini, in grazia delle divine sue promesse. Si dà merito di condegnità, quando c'è una proporzione fra il valor dell'azione e la ricompensa annessavi: altrimenti non c'è che merito di convenienza (_de congruo_). Quello non può fondarsi che s'una promessa formale di Dio, questo sulla fiducia nella sua bontà, mera grazia e misericordia (San Paolo _ad Rom_. VIII, 48).
Daniele dice a Nabucco: «Riscatta colle limosine i tuoi peccati». Qui s'avrebbe un altro merito; il perdono delle colpe qual guiderdone delle buone opere. Così è scritto che Dio fece del bene alle levatrici egiziane perchè lo temettero (_Exod._ I, 20). Secondo san Giacomo, la meretrice Raab fu giustificata per le sue buone opere (_Ep._ II, 25). In questi ed altri casi non v'era condegnità o proporzione fra le opere e il premio, e nemmen promessa: è la bontà di Dio che non volle lasciarle senza premio: era merito di convenienza.
L'uomo non può meritar la prima grazia attuale, altrimenti essa sarebbe premio d'azioni fatte senza di essa e meramente naturali. Nemmeno la prima grazia abituale può essere meritata _de condigno_; ma può l'uomo meritarla _de congruo_ per via d'opere buone fatte col sussidio della grazia attuale. Sant'Agostino insegna che il dono della perseveranza non può l'uomo meritarlo _de condigno_, perchè Dio non l'ha promesso ai giusti: ma i giusti posson meritarlo _de congruo_ colle preghiere e la fiducia.
[209] L'Ochino scrive: «Io mi ricordo che, trovandomi a Roma, il cardinale Contareno da Spira aveva scritto al papa e a certi cardinali come infra loro cattolici avevano accettato l'articolo della giustificazione per Cristo, ma non già confessato alli Protestanti: e che desiderava sapere se lor pareva che pubblicamente l'accettassero. Ora il cardinal Fregoso mi disse: Domani si farà concistoro, e si proporrà lo articolo della giustificazione per Cristo; saremo da cinquanta cardinali, delli quali almanco trenta non sapranno che cosa sia questa giustificazione; e degli altri venti la maggior parte la impugneranno; e se qualcuno la vorrà difendere sarà tenuto eretico». Sicchè si può vedere che cosa è la nostra chiesa, poichè nel supremo tribunale, dalli primi capi, si ha a propor per cosa dubbia il primo e principal articolo della fede, e di più sarà rifiutato».
_Risposta di messer Bernardino Ochino alle false calunnie e impie bestemmie di frate Ambrosio Cattarino_, 1546.
Gran rumore si mena di tale asserzione, ma a noi non pare vedervi che un de' paralogismi soliti nelle polemiche. È di fatto che i Padri stavano indecisi sui termini, paventando di restar sorpresi per qualche parola sfuggita o frantesa. Nell'epistolario di Reginaldo Polo v'è una lettera che Nicolò Ardinghello, a nome del cardinale Farnese, scrive al Contarini; aver il papa ricevuto la conclusione fermata fra sei deputati, sopra la giustificazione, e non l'aver letta in concistoro perchè esso Contarini avea raccomandato di tener secrete queste trattative, onde non turbare la concordia. Sua santità considerava che le risoluzioni del colloquio non faceano autorità e sono _citra conclusionem_, ma pure guardasser bene di non lasciarsi sfuggire cosa cui potessero appigliarsi gli eretici; si cercasse che «le parole debbin in ogni cosa essere ben chiare e non comuni a più sensi»; che «li articoli siano boni di senso e chiari nel parlare; nè sotto speranza di concordia si lasci trasportare non solo ad acconsentire in quanto al senso ad alcuna determinazione che non sia del tutto cattolica, ma _etiam_ nella esplicazione delle parole fugga ogni dubbietà, e non comporti che si pretermetta di esprimere il tutto, e tanto chiaramente che non vi sia pericolo di esser gabbato dalla malitia degli avversarj». Il Laynez nell'opera _De imputatione justitiæ_ (Trento 1546) conchiudeva: _His itaque dictis circa ipsam decreti doctrinam, addam me vehementer desiderare ut, in publica atque ordinaria synodo, huic negotio justificationis imponatur extrema manus: atque ob id præsertim, quia cum ego, sicut et alii generales, jam missurus sim permultos concionatores ad varia Italiæ loca, vellem ut ex præscripta formula idem omnes de justificatione dicerent._
[210] Sess. XIV, c. 8. È la frase di sant'Agostino, che Dio corona i proprj doni coronando il merito de' suoi servi.
Vedasi il nostro vol. I pag. 309.
[211] Il dottore Pusey, nella recente famosa sua lettera «La Chiesa d'Inghilterra porzione della una, santa, cattolica chiesa di Cristo, e mezzo di restituirne la visibile unità, Irenicon ecc., Londra 1866» dice: «Quanto alla giustificazione, non v'è un solo capitolo del Concilio di Trento che noi Anglicani non siamo tutti disposti a sottoscrivere, nè alcun anatema d'esso Concilio su tal proposito che contraddica alla dottrina della Chiesa anglicana». E soggiungeva: «Paragonando la mia credenza con quella esposta dal Concilio di Trento, fui persuaso che le espressioni di cui si valse, colle spiegazioni di dottori cattolici, private bensì ma autorevoli fra' Cattolici, non condannino quel ch'io credo, nè esigono ch'io ammetta cose che non ammetto... Nulla vi ha che non possa essere spiegato in modo soddisfacente per noi, qualora tale spiegazione ci venga data con autorità; cioè non solo da semplici teologi, ma dalla medesima Chiesa romana».
Ma poi inveisce contro la Chiesa cattolica con pregiudizj vulgari: il primato del papa deriva non da diritto divino ma da ecclesiastico: vuol distinguere nella Chiesa un insegnamento _dottrinale_, ch'e' loda e riconosce, e un _sistema pratico popolare_, fonte di superstizioni e assurdi e in contraddizione col primo, e che trova quasi autoritario e idolatrico, e causa perchè i Protestanti stiano lontani dalla Chiesa cattolica.
Non è così. Il papa crede quel che crede l'infimo de' Cattolici: la Chiesa, attenta a condannare ogni errore, non tollererebbe certo un sistema pratico, opposto all'insegnamento dottrinale.
[212] Se con Lutero si ammette che i sacramenti danno la grazia unicamente coll'eccitar la fede, ne consegue che pari virtù possedessero anche quelli della legge antica, i quali invece erano puro segno della grazia, mentre quelli della nuova la contengono e la producono.
[213] La comunione sotto le due specie era domandata con instanza da molti paesi, ed anche dalla Francia: talchè, nel pericolo di perder un tanto paese, inclinavasi a condiscendere. Ma li cardinali spagnuoli vi si opponevano: il cardinale Sant'Angelo diceva sarebbe un dar a' Francesi un calice di veleno, e ch'era meglio lasciarli morire, che dar rimedj tali: il cardinale della Cueva, che, se l'autorità della santa sede il concedesse, egli andrebbe sulla scalea di San Pietro a gridar misericordia: il cardinale Paceco rifletteva che adesso francesi, tedeschi, spagnuoli vanno alle medesime chiese, mentre allora, variando in rito sì principale, si troverebbero separati, e ne verrebbe scisma e nimicizia. Il cardinale Alessandrino (frà Michele Ghislieri) argomentava che il papa nol poteva concedere; non perchè glie ne mancasse l'autorità, ma per incapacità di quei che domandavano tal grazia. Perocchè, o questi tengon per necessario il calice, o no. Se no, a che volere dare scandalo colla differenza? Se sì, dunque son eretici e incapaci di grazia. Il ricever il calice credendolo necessario è male ereticale: e il papa non può dar facoltà di fare il male. Il cardinal Rodolfo Pio di Carpi rifletteva che, ottenuta questa domanda, Francia ne poserebbe un'altra, e il matrimonio de' preti, e l'uso della lingua vulgare ne' sacramenti, ed altre materie, che tutte aveano altrettanta ragione. In fatti il papa stette al niego.
[214] È perentoria la sentenza della sess. XXIV, cap. _de Reformatione_.
«Coloro i quali, altrimenti che alla presenza del parroco o d'altro sacerdote, autorizzato dal parroco istesso o dall'ordinario, e di due o tre testimonj, si attenteranno di contrarre matrimonio, la santa sinodo li rende del tutto inabili a contrarre in tal guisa, e siffatti contratti decreta esser irriti e nulli».
Dunque _in faccia alla Chiesa_ non esiste matrimonio se non è contratto nella forma prescritta da essa; mentre oggi in Italia la legge non riconosce se non l'atto civile. Che il matrimonio non sia sacramento, ma semplice contratto civile, lo sostenne principalmente, fra i nostri, il De Dominis. Contro del quale e del Lannoy cominciò un trattato il famoso Gerdil, mostrando che la sua natura intima ed essenziale, come la istituzione, distinguono il matrimonio dai contratti civili e naturali. Fu pubblicato postumo nel 1803, e riprodotto nel 1860 allorchè tal quistione rinacque.
[215] Sant'Agostino definisce la Chiesa _populus fidelis per universum orbem dispersus_. Dopo lo scisma orientale, fu definita l'assemblea di persone unite dalla professione della fede cristiana e dalla partecipazione agli stessi sacramenti, _sotto la suprema condotta del papa, primo vicario di Cristo_. Le parole in corsivo sono taciute dalla Chiesa greca. La protestante chiamasi congregazione dei santi, in cui il Vangelo rettamente s'insegna, e rettamente s'amministrano i sacramenti. _Confessio Augustana_, art. 7. I Sociniani dicono, la Chiesa visibile è l'adunanza di quegli uomini che tengono e professano la dottrina salutare. _Catechismo Cracoviano_ pag. 108.
[216] È il preciso opposto del razionalismo del XVIII secolo, e per esempio di Tollotson o di Buttler, che dicevano: Chi desidera veramente far la volontà di Dio, non può lasciarsi ingannar da vane pretensioni di rivelazione. Se gli si propone una dottrina come venuta da Dio, esso _la giudica_ secondo le cognizioni che possiede della natura divina e delle sue perfezioni; vi è conforme? la ammette. Altrimenti la repudia, se anche un angelo calasse dal cielo per fargliela accettare.
[217] G. Volkmar, nel _Zeitschrift für wissenschaftliche Theologie_, 1861, parlando delle epistole canoniche, sostiene che i libri di Enoch non comparvero se non verso il 132 d. C. In conseguenza le due epistole di san Pietro e quella di Giuda che li citano son posteriori, e vanno al 145: Papio, che si serve della prima epistola di san Pietro, non potè scrivere avanti il 155-170: e perciò cade la testimonianza sua a favore de' libri di san Giovanni. E così via. Ma il libro del profeta Enoch, opera apocrifa, tenuta molti secoli per perduta, fu scoperto in Abissinia al fine del secolo scorso, e tradotto s'un manoscritto etiope della biblioteca Bodlejana (Oxford 1821), e n'è dimostrata l'anteriorità. Vedi dott. RICARDO LAWRENCE, _Mashasa Enoch Naby the booky_ ecc., e il Ghiringhello nella _Vita di Gesù Cristo_ p. 413. Il vero è che l'autenticità dell'epistola di san Giuda non dipende per nulla dall'età del libro di Enoch, giacchè non lo cita come libro, nè dice scriptum est: ma cita solo parole che la tradizione attribuiva ad Enoch, e che poterono passare nell'apocrifo di Enoch, togliendole dalla stessa tradizione, e fors'anche dalla lettera di Giuda che le avea registrate.
[218] La distinzione de' libri in antico e nuovo Testamento fu fatta da Tertulliano, appoggiandosi a san Paolo che scrive: _In lectione veteris Testamenti: idoneos ministros nos fecit novi Testamenti._ Ad Corint. III, 14, 6. Il greco dice διαθήκη, voce equivalente all'ebraica _berith_, che significa o taglio o alleanza o economia. Quarantasei sono i libri del Vecchio Testamento, cioè _Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè,_ il libro de' _Giudici, Rut,_ il primo e secondo di _Samuele_, il primo e secondo de' _Paralipomeni_, il libro d'_Esdra_, il libro di _Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe,_ il _Salterio_, i _Proverbj_ di Salomone, l'_Ecclesiaste_, il _Cantico de' Cantici_, la _Sapienza_, _l'Ecclesiastico, Isaia, Profezie e lamentazioni di Geremia, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zacaria, Malachia,_ primo e secondo de' _Macabei_.
I libri del Nuovo Testamento son ventisette: cioè _I quattro evangeli, I fatti apostolici, Le quattordici epistole di Paolo, Le sette lettere cattoliche,_ una di san Giacomo, due di san Pietro, tre di san Giovanni, una di san Giuda o Taddeo, l'_Apocalisse_.
Questa serie è data già dal Concilio III Cartaginese del 397, e riprodotta dal tridentino, che non pose divario pe' libri deuterocanonici.
[219] _Ad Ephes._ v, 27; _Apoc._ XXI, 27.
[220] Nel vangelo di san Matteo XII, 32 si dice che «a quello che avrà parlato contro lo Spirito Santo non fia rimesso nè in questo secolo nè nel futuro». Dunque ci ha peccati che saranno rimessi nell'altra vita.
Sant'Agostino, oltre quel che ne riferiamo alla nota 7 del discorso XV, ha un trattato _de cura pro mortuis gerenda_: nella Città di Dio S. XXI, c. 24 scrive: _Pro defunctis quibusdam vel ipsius ecclesiæ vel quorundam piorum exauditur oratio:_ nell'Enchiridion § 29, c. 110: _Cum sagrificia sive altaris, sive quarumcumque eleemosynarum pro baptizatis defunctis omnibus offeruntur, pro valde bonis gratiarum actiones sunt: pro non valde malis, propitiationes sunt; pro valde malis, etiamsi nulla sunt adjumenta mortuorum, qualescumque vivorum consolationes sunt._
Vedi VINCENZO DE VIT, _Come si possa difendere la Chiesa cattolica nelle sue preghiere pei defunti, incriminate dagli eterodossi._ Prato 1863.
[221] Sess. XXV, cap. 3. _Et quamvis in honorem et memoriam sanctorum nonnullas interdum Missas Ecclesia celebrare consueverit, non tamen illis sacrificium offerri decet, sed Deo soli qui illos coronavit; unde nec sacerdos dicere solet o offero tibi sacrificium, Petre vel Paule, sed Deo de illarum victoriis gratias agens, eorum patrocinia implorat: ut ipsi pro nobis intercedere dignentur in cœlis, quorum memoriam facimus in terris._
[222] Eppure uno dei campioni d'allora, il Gerson, così poco favorevole al primato romano, dichiara eretico _eum qui negaret statum papalem institutum esse a Deo supernaturaliter et immediate, tamquam habentem primatum monarchicum et regalem in ecclesiastica hierarchia._ (_De statu ecclesiæ_ cons. 1). È forse la formola più comprensiva, e da preferirsi anche a quella del Bellarmino.
[223] BOSSUET, _Hist. des variations_, lib. XV.
[224] Dianzi a Trento celebrò il terzo centenario di quel sinodo, e a Roma fu coniata una medaglia coll'iscrizione CONCILIVM MAGNVM TRIDENTI INCOATVM AN. MDXLV ABSOLVTVM ANNO MDXLIII ECCLESIÆ SALVS. RX AN. MDCCCLXIII TRIDENTI TERTIIS FESTIS SÆCVLARIBVS.
DISCORSO XXXI.
LA RIFORMA MORALE E DISCIPLINARE.
Ogni albero dee portar frutti, ogni dottrina esercitare efficacia sugli atti degli uomini; altrimenti non evita lo sprezzo, destinato alla sterile in Israele. Se primario uffizio del sacerdote è combattere il vizio e la miscredenza, duopo è ch'egli possieda molta dottrina, e insieme porgasi modello di virtù. La superbia di non volere dar ragione ai dissidenti non distolse i Cattolici dal confessare la depravazione insinuatasi nel clero, e volere l'emenda morale, e che il sentimento religioso prevalesse alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute, nelle lettere, nella vita. Nessuna sessione del Concilio passò senza decreti di riforma per restituire, come la chiarezza della dottrina, così la purezza delle opere. Furono dichiarati per l'avvenire irriti e nulli i matrimonj clandestini, o senza la presenza del parroco e di testimonj, prescrivendo a tal uopo di premettervi le tre pubblicazioni; vietato l'ordinare chi non possedesse benefizio o patrimonio sufficiente a sostentarsi; condannati i questori e spacciatori d'indulgenze, le quali non devono pubblicarsi che dai vescovi; siano gratuite la collazione degli Ordini, le dispense, le dimissorie; obbligata la residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj curati; su questi nessuno sia messo prima dei venticinque anni, nè a dignità in chiesa cattedrale prima dei ventuno, e previo sempre un esame; con decoro e disinteresse si compia il sagrifizio dell'altare[225]: delle rendite di cattedrali e collegiate un terzo si eroghi in giornaliere distribuzioni a quei che intervengono agli uffizj; i vescovi ogni anno, o al più ogni due, visitino le chiese della loro diocesi, esaminando quanto vi occorre, e provedendo, oltre la cura delle anime e la correzione de' costumi, che sugli edifizj e agli arredi sacri si facciano i necessarj restauri; abbiano ciascuno un seminario, e ne' sinodi provinciali e diocesani estirpino i resti delle superstizioni e delle indecenze.
Così non rendevansi santi i pastori, opera più che d'uomo; ma veniva appurata e chiarita la coscienza del loro debito pastorale; e la scelta e gli uffizj e tutte le relazioni fra sacerdoti e fedeli erano ricondotte sotto l'impero di sante leggi. Anzi, al vedere quei decreti, si direbbe che i pii riformatori si fossero lusingati di tornare il mondo all'apostolica purità, neppure evitando gli eccessi che possono guastar le cause migliori. Nel fatto una tale riforma toglieva alla falsa i pretesti, e secondo la frase del padre Ventura, «ne distrusse teologicamente l'impero».
Trattossi pure di quella de' principi, ma vivo contrasto opposero gli ambasciatori; onde bisognò limitarsi ad esprimere che confidavasi restituirebbero alla Chiesa le ragioni sue, non ne esigerebbero gabelle o decime, indurrebbero i sudditi a riverire il clero, non permetterebbero che ufficiali e inferiori magistrati violassero le immunità della Chiesa e delle persone; sudditi e principi obbediranno alle costituzioni del papa e de' Concilj, e a quelle che tutelano la libertà ecclesiastica; non pretenderanno di sottoporre all'_exequatur_ le bolle pontifizie; l'imperatore, i re, i principi e tutti venereranno le ragioni ecclesiastiche, in modo che i cherici possano stare alla residenza ed esercitare i loro ufficj senza impacci e con edificazione del popolo: scomunicato chi usurpasse beni o ragioni di Chiesa.
Principale studio doveasi porre ad impedire la diffusione dell'errore, e qui affacciavasi innanzi tutto la vigilanza sui libri.
La libertà illimitata pel bene compete alla Chiesa, perchè è azione di Dio sull'uomo; ma nell'individuo che opera sull'altro la libertà non può esser tale se non regolata. La ragion pura domanda che la verità trionfi: la ragion pratica domanda che se ne scelgano le vie, si rimuova la violenza per far luogo alla convinzione. La libertà e la verità sono fatte una per l'altra; ma non si può andare dalla libertà alla verità, come vogliono i Protestanti, bensì dalla verità alla libertà, gloria de' figliuoli di Dio, cercando il bene colla maggior possibile libertà, non la libertà senza il bene.
Questo vuolsi tener a mente nel discutere sulla libertà de' libri, ove spesso la quistione politica è anteposta alla quistione morale. Finchè i libri erano una rarità, poco si pensava a mettervi freno, eppure sembra che i Pagani abbian sporto petizione al senato di Roma di distruggerne alcuni, e nominatamente Cicerone _De natura Deorum_, perchè offrivano troppi argomenti ai Cristiani onde battere la religione antica[226]. Fin dall'età de' martiri si ponevano in avviso i fedeli contro le scritture degli eretici, essendo conforme alla legge divina il preservare dal contagio, il non esporsi alla tentazione senza necessità, il non distrarsi in cose vane[227]; e poichè molti appunto si divagavano per amor del bello, da un Concilio di Cartagine nel 400 fu concesso ai vescovi di leggere i libri degli eretici, perchè li doveano confutare, ma non i gentileschi. È evidente la ragione di tal operare, come del contrario quando i libri pagani più non furono di pericolo alla fede, mentre lo erano gli ereticali. E questa è legge di difesa e cautela, come del questore che proibisce l'armi insidiose o la vendita de' veleni. E per prudenza o de' principi o de' prelati a volta a volta si videro proibiti alcuni libri, altri bruciati: anche cataloghi se ne fecero dalle Università di Lovanio e di Parigi: ma era naturale che crescesse la paura de' libri quando la scolastica era flagellata dai classici, e gli umanisti di Germania aveano iniziato la guerra teologica. Però un divieto generale e minaccia della scomunica non si trova fin quando Leon X, condannando Lutero, vietò anche tutti i libri di esso. Una costituzione del 1554 di Paolo IV proscrisse in generale i libri di magia e d'altre superstizioni, i lascivi ed osceni, i libri d'eresiarchi, non quelli d'eretici; neppur le traduzioni di scrittori sacri fatti da questi, purchè nulla contengano d'erroneo. Per leggere la Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con eretici.
E qui a noi, intrepidi difensori della stampa anche ne' giorni più pericolosi, l'intollerante secolo conceda di dire che non si è forse abbastanza considerata l'importanza sociale della scoperta di essa, la più decisiva della civiltà. Nel medioevo la coscienza cristiana e le costituzioni germaniche aveano restituita all'uomo la personalità, che era stata assorta nella splendida cittadinanza romana, e ne vennero quelle istituzioni così caratteristiche, il monacismo, la cavalleria, la feudalità, le corporazioni d'arti e mestieri. I quali elementi si andavano ravvicinando, per combinarsi anzichè distruggersi, e formare lo Stato moderno, ove le varie società sussistessero una accanto all'altra: allorchè in mezzo al lento lavoro fu gittata la stampa, che creava l'opinione, la diffondeva, la imponeva.
Istromento della pubblicità non era stata sin allora che la parola, fosse nelle Chiese, fosse nelle Università; or ecco surrogarsene un nuovo, molto più diffuso e più comune. Avvegnachè pel discorrere si richiedono una certa superiorità e occasione e luogo e coraggio: la stampa invece è un agente meccanico, di cui ponno servirsi tutti e sempre, anche il codardo e l'ignorante, non occorrendovi probità, non zelo, non eloquenza, non cautele oratorie, nè rispetto all'udienza, nè pudore, nè tampoco un apparato scenico. Ognuno dice quel che vuole, e come lo vuole, e quando lo vuole: l'impotente, il maligno, il vile che vuol ferire senza farsi scorgere, lo sfacciato che vuol asserire senza vergogna di smentita, aveano trovato il loro campo, e come far prevalere l'utile al giusto, gl'interessi al diritto, purchè l'osassero.
Alle prime non se ne conobbe che l'utilità: come vedemmo[228], i papi accolsero la stampa sotto il loro manto, quale una benedizione del Cielo: i dotti l'applausero come un mezzo di popolarizzare la coltura; ma intanto a migliaja di copisti, più o meno eruditi, surrogavasi il torchio inintelligente: al libro, che un autore elaborava unico in tutta la vita, e che tramandavasi alla posterità, sottentrava l'improvvisa composizione, destinata a brevissima vita; gustato di quel nettare, presto se ne divenne ubriachi: la propagazione de' classici tentò ripiantare la civiltà pagana, non ancora sulle ruine, ma in competenza della cristiana: le dispute vennero divulgate e perpetuate. Gli Egiziani aveano detto a Platone che la scoperta della scrittura fu il primo attentato contro il carattere santo del pensiero[229]. Nel senso medesimo potè dirsi che la stampa diè il crollo all'edifizio feudale ed ecclesiastico, e così attenuò il diritto personale, tanto prezioso per chi rispetta sè stesso, offrendo un poderosissimo mezzo all'accentramento, all'audacia, alla scaltrezza, onde conformare tutte le menti sul modello che piacesse a chi o esercitava o dirigeva questo grande pressojo.
La stampa era ben lungi dall'aver acquistata la onnipotenza che poi, che oggi: ma subito se ne insignorì quella umana inclinazione che volge ad attaccare ciò, che, per qualsiasi titolo, è rispettato. Allora ogni dovere da compiere diventa un peso incomportabile; ogni autorità è una tirannia; ogni disordine d'applicazione è una condanna delle istituzioni: ogni male inevitabile è colpa di chi non lo toglie; e toglierlo si potrebbe facilmente, e procurare un paradiso sulla terra, della quale gli sconcerti non provengono che dagli uomini.