Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 35

Chapter 353,652 wordsPublic domain

Il padre Bergantini avea raccolti molti documenti per appoggiare la storia di frà Paolo, in favor del quale scrisse contro il Pallavicino, sotto il nome di Giusto Nave. Sul Mazzoleni vedi la nota 3 qui sopra.

Il libro VII delle Decretali di Clemente VIII comprendeva il Concilio di Trento, ma fu soppresso. _Libri symbolici ecclesiæ catholicæ conjuncti, atque votis, prolegomenis, indicibusque instructi, opera et studio_ FRID. GUIL. STREITWOLF et RUD. E. KLENER, 1843, contengono i tre simboli universali, i decreti e canoni del Concilio tridentino, la confession di fede di Pio IV, e il Catechismo romano.

Varj scrissero questi ultimi anni la storia del Concilio, fra cui Alzog, Döllinger, il conte di Melun ecc. L'eruditissimo padre Theiner si era ultimamente proposto di farne un lavoro tutto nuovo, giovandosi degli Archivj Vaticani, da lui custoditi, e andando a investigar in tutti gli altri. Doveano essere di gran lume i processi verbali delle adunanze. Ma era bell'accorgersi che vi si metteano fuori opinioni inesatte, come succede nell'improvisare e nella controversia, e che la malafede poteva imputare a chi le disse, e trarne argomenti contro la verità e contro l'inerranza delle decisioni.

Negli archivj di Venezia e di Toscana (e così avverrà degli altri) noi leggemmo relazioni di ambasciadori, che quasi giorno per giorno riferiscono le discussioni e decisioni. Per semplice saggio, e come relativo a quanto nel testo accenniamo, caviam un cenno da lettera 3 febbrajo 1545 del Pandolfini residente toscano.

«Intendesi da Trento che il reverendissimo cardinale di quella città era venuto in una congregazione ultimamente, con dar certo scritto, e parlar a lungo sopra la reformazione della Chiesa che questo pareva riguardasse la persona del papa e gli abusi della Chiesa romana, e saria stato facilmente confermo, se il reverendissimo di Monti non vi si fosse gagliardamente contrapposto, adducendo molti luoghi della Scrittura alli ragionamenti suoi. E si tien che, dubitando esso reverendissimo Monti non la poter mantenere in benefizio del papa, sotto colori del nocumento di quell'aria sia per far instanza appresso sua santità della licenzia, ecc.».

Ad un'altra lettera è inserto: «Del Concilio, io son pure nella mia prima opinione che non si farà niente, ma ogni cosa si risolverà sopra li frati e preti: se Dio non manda qualche vento aquilonare, che rinfreschi tutti, ed ecciti qualche scintilla, che certo ve ne son molte, ma non hanno ardire nè anche possono far niente, perchè non si può parlare eccetto di quello che è interrogato e proposto dalli legati, i quali hanno apertamente detto che il Concilio è del papa, e non si ha a trattare altro che quello piace e pare a sua santità. Sopra la qual cosa non è ancora stato risposto, perchè non pareva ancora il tempo: ma si vedono ben molti che volevano, ed in vero avriano fatto succedere: ma, come ho detto, se Dio non manda altro ajuto non si farà niente. Questa mattina, che s'è fatta la sessione (seconda, 4 febbrajo) non s'è recitato altro nel decreto che il simbolo che canta la Chiesa, con una certa escusazione per gli abati, quali sono in cammino di Francia, di Spagna e di Roma. Frate Ambrosio Catarino ha recitato l'orazione: certo mai saria creduto che questo uomo tanto fervore e ardire avuto avesse: ha detto liberamente, non toccando però niuno, confortando tutti alla libertà del Concilio, che si parli senza rispetto; il che però non si potrà mai fare, se prima non vengono più in numero».

E notizie quotidiane riceveva il duca Cosimo dal Concilio, al quale teneva come proprio ambasciadore Giovanni Strozzi; poi Jacobo Guidi vescovo di Penne. Nell'Archivio di Stato toscano son notevoli in tal fatto le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio ai Nº 47, 48, del Carteggio Universale, e viepiù i manoscritti Cerviniani, che versano su quel sinodo e sugli affari di Germania al tempo di Marcello Cervini che poi fu papa; dove son lettere del Vergerio, del Moroni, di altri e un infinità di opuscoli di circostanza. Avremo a parlarne ove della Toscana.

[198] La bella vita del Comendone, scritta in latino da A. M. Graziani fu ben tradotta in francese dal Flechier (Parigi 1669). S'attribuisce al Comendone un discorso sopra la Corte di Roma, che esiste in più copie manoscritte nella Biblioteca Palatina di Firenze, non accennato dal suo biografo, ma degno di lui. Loda questa singolar repubblica, ordinata per vantaggio della religione. Ma ora (dice) si fanno ecclesiastici e prelati prima che neppur intendano l'uffizio a cui sono eletti. I pontefici traviarono dal loro scopo divino, volendo viver come i principi secolari, e affezionarsi alle cose che non son nostre che per pochi anni. La potestà de' papi dev'esser illimitata, necessità che apparve negli scismi, e che consta dalla storia e dai Concilj come volontà di Dio. Ma la sensualità produsse nella Chiesa molti difetti, come le astuzie, il favorir i parenti, il negligentare il governo, il cercar la grazia dei principi. A coloro che credono alla Chiesa non convenga aver signoria, oppone che Dio al popol suo diede signori i sacerdoti; che le ricchezze e l'autorità sin di far guerra sono antichissime; disapprova i governi che o tolgono i beni o vietano di lasciarne di nuovi a Roma, la quale è come l'arringo di quanti hanno speranze e attività nel resto del mondo. Gli abusi rivela con forza pacata e intrepida. Mostra come cose futili, per esempio l'impor nomi gentileschi ai figliuoli e l'ammirar gli eroi gentili, rivelassero quei traviamenti che poi apparvero manifesti; sicchè era stato prudente Paolo II quando li riprovò. Segue a dire come la Chiesa fosse passo passo guidata a usar mezzi, che parrebbero poco convenienti; e se prima subiva il martirio, dappoi dovette ricorrere a mezzi secolareschi: ma questi riuscirono a scredito dell'autorità e diminuzione anche de' beni.

Venendo ai rimedj, pone per primo la emendazione della Corte pontificia: il viver gli ecclesiastici secondo il loro stato, ridur le cose verso il proprio fine della religione, e costituirla nella forma sua prima, di aristocrazia universale. Vede la gran difficoltà della riforma se la si fa dai prelati; come supporne tanti così buoni, da emendar abusi inveterati? se da altri, ove trovar ancora tante persone degne di tal uffizio? poi come spossessar tanti di uffizj che spesso sono perpetui? Eppure bisogna far tutto il possibile, e cominciare la purga dalla testa e dal petto: ma come i difetti entrarono nella Chiesa a poco a poco, non è probabile che la sanità ritorni in un subito.

[199] Esso Comendone da Nauenburgo, l'8 febbrajo 1561, scrive allo stesso cardinale Borromeo a Roma.

— Alli 5 febbrajo comparvero quattro molto onorati gentiluomini, due mandati dall'elettore Palatino, e due dal duca di Sassonia, con la guardia degli alabardieri e molto numero d'altre persone, e dissero avere in commissione dalli principi di accompagnarci all'andare e al ritornare. Furono essi ringraziati, e pregati da noi a volere loro ancora montare nei cocchi ch'erano preparati, ma essi volsero andare a piedi appresso li cocchi nostri. Li due mandati dall'elettore Palatino furono il suo maresciallo e il dottor Hemmio primo secretario; gli altri due del duca di Sassonia, Wolfango Koller, consigliere e capo, il quale si trovò al Concilio in Trento, ed il dottor Francesco Cram, slesita, suo consigliere. Li predetti principi erano congregati nella stufa loro ordinaria molto grande, nella quale non erano altri che principi, figli di principi, ambasciatori, consiglieri, secretarj, cancellieri. Stavano i principi, all'entrare dei nunzj, in stufa tutti in piedi e senza berretta con quest'ordine. Sopra una banchetta, li due elettori: un poco discosto sedeva sopra uno scanno il conte di Hostain, ambasciatore dell'elettore di Brandeburg, e così parimenti un poco lontano sedeva il duca Wolfango di Neuburg: appresso a lui il duca di Wirtemberg, poi il marchese Carlo di Baden, poi il figlio del landgravio, il quale neanco il giorno innanzi era stato in consiglio, poi Giovanni Giorgio palatino. Fu dato in mano d'ognuno il breve colla bolla del Concilio: ognuno l'accettò, e ci dissero poi unitamente, stando però loro ancora in piedi, che noi sedessimo, mostrando il banco messo a posta per noi, coperto di velluto. Rispondemmo noi, _Sedeant celsitudines vestræ_, e così il sentare (_sedere_) di tutti ad un tempo e farsi un grandissimo silenzio fu una medesima cosa. Onde cominciò il vescovo Delfino a parlare, esponendo puntualmente quanto si contiene nella qui annessa scrittura: dopo il quale il vescovo Commendone soggiunse quelle parole che similmente saranno con questa: e come egli ebbe finito, li due elettori dissero fra loro alcune parole, le quali fecero francamente comunicare al duca Wolfango di Neuburg e al duca di Wirtemberg, e dappoi il Misquir, cancelliere dell'elettore Palatino, rispose a nome di tutti li principi con queste formali parole: _Illustres principes intellexerunt ea quæ exposuistis nomine pontificis romani, et quia negotium est arduum, nolunt nunc resolvere; convenient inter se, et postea dabunt responsum; interim cuperent ut, quæ vos legati pontificis dixistis, ea scripto eis deferatis._

«Qui fu risposto che sua santità aveva largamente dichiarata la mente sua nella bolla del Concilio, oltre che aveva scritto a sufficienza alla maestà cesarea, e che però noi non avevamo ordine di moltiplicare in scritture.

«Qui di nuovo un cancelliere andò intorno parlando ai principi, e poi ci rispose: _Illustres principes intellexerunt vestrum responsum, et vos in eo non urgent._ Dopo queste parole noi ci licenziammo, e dalle medesime persone fummo accompagnati fino a casa, dove non stemmo un quarto d'ora che comparsero tre gentiluomini mandati dai principi, li quali dissero queste formali parole: _Magnifici domini principes, quamdiu vos fuistis apud illos non viderunt hæc verba_, Dilecto filio, _quia tecta erant: sed postquam viderunt se appellatos filios a romano pontifice, quem illi non agnoscunt pro patre, remittunt vobis literas; respondebunt nihilominus ad ea quæ vos dixistis_.

«Fu risposto che s'era scritto loro come si scrive agli altri principi cristiani, e che della medesima forma han usato di scrivere sempre li predecessori di sua santità. Quelli posero li brevi tutti, senza però le bolle del Concilio, sopra una tavola, e se ne andarono. Come noi restammo, e come ci trovammo di mala voglia, il pensarlo alla sapienza di vostra signoria illustrissima; perchè manco vedevamo che poter fare, poichè erano partiti già de' principi con questa deliberazione già fatta, onde tanto meno si poteva ritrattare. Aspettammo dunque d'essere chiamati, ma in luogo di essere chiamati, la mattina alli VII comparvero dieci consiglieri de' principi, capo de' quali era Mesquir, consigliere primario dell'elettore Palatino. Questi furono ricevuti da noi con ogni umanità, e il secondo fra loro, che era Giorgio Cracovio, consigliere dell'elettore di Sassonia, persona, siccome qui è fama, assai dotta e bene esercitata nelle lingue, fece l'ufficio di risponderci a nome delli principi, chiamandoci nel principio _Reverendi Domini_, e le parole furono in questa sustanza. Che li principi non dubitavano essere in tutte le nazioni persone pie e buono, i quali desiderassero che la luce del vangelo e la purità della dottrina fosse restituita, _et tetri abusus tollerentur_, i quali il pontefice romano nella sua giurisdizione doveva già aver purgati; ma esser cosa manifesta a ciascuno quali sieno stati i pensieri di loro signorie, e particolari interessi, _et quantum romana ecclesia superstitionis et erroris effuderit evangelio_; per le quali cose essi principi erano stati forzati _ab ordinaria potestate decedere, lucem quærere et puritatem doctrinæ haustam ex ipso verbo Dei, quam nunc certe et indubitate sequuntur, juxta primam Confessionem Augustanam_. Ma quanto tocca alla presente legazione nostra, era parso a' principi di dare questa risposta alle cose che avevamo detto per nome del pontefice romano: _Primo, mirari se, qua spe fretus, romanus pontifex ausus sit mittere legationem ad illos: non agnoscere se ejus potestatem, neque in aliis, neque in indictione Concilii: unum se dominum in terris agnoscere, cæsaream majestatem._ Si dolsero poi che fosse imputato loro d'essersi divisi in molte sètte, dicendo di seguire una sola Confessione Augustana, e che avevano suoi dottori e teologi che la difendono, come noi abbiamo potuto leggere ne' loro libri, _et quod illi debuissent habere vota in Concilio_. In fine che, come noi sapevamo, erano stati qui gli ambasciadori cesarei, e che li principi gli avevano risposto _ut supplices referrent cesareæ majestati quid de hac tota re principes sentiant_. Ma quanto alle nostre persone private, se non fossimo venuti _nomine pontificis_, n'averiano usata ogni amorevolezza e cortesia per rispetto d'essere veneziani, osservando i principi quella illustrissima repubblica, e per rispetto nostro particolare, laudandoci con molte parole: che però come private persone offerivano in nome de' principi tutto quello in che le loro celsitudini ci potessero gratificare.

«Come egli ebbe finito, noi due conferimmo insieme circa la risposta, e di comune consenso il vescovo Commendone rispose così: e Che nostro signore aveva mandato suoi nunzj alli principi di Germania per l'officio che teneva di pastore universale, e per la carità sua verso ognuno, con quell'animo e a quel fine che era stato esposto l'altro jeri alle loro celsitudini, e che però non vedevamo perchè alcuno se ne avesse a maravigliare. Che il Concilio era stato inditto da sua santità secondo la forma ed il modo perpetuamente osservato nella Chiesa per inspirazione dello Spirito Santo, non si potendo conservare nè, dove fosse bisogno, restituire l'antica disciplina dei nostri padri, se non colle medesime vie tenute da loro. Quanto al non aver essi principi altro superiore che la cesarea maestà, non è loro nascosto qual proporzione sia nella repubblica cristiana fra sua maestà ed il sommo pontefice, e qual sia l'osservanza di sua maestà cesarea verso sua santità, e quale ancora sia stato sempre l'animo de' pontefici verso quest'inclita nazione, specialmente circa le cose dell'imperio. Quanto alla riforma, lisciando ora di parlare de' predecessori per non esser troppo lungo, specialmente la santa memoria di Pio IV, dal principio del suo ponteficato ha atteso alla riforma e datole buon principio, anzi tanto più volentieri ha convocato il Concilio, quanto ha giudicato espediente che in esso Concilio si faccia questa riforma universale.

«Quanto alla Chiesa romana, che essa non pure non ha offuscato l'evangelio, ma che è sempre stata maestra e regola della dottrina cristiana e lume della verità, e che a lei sono ricorsi sempre tutti i padri antichi fin dal tempo degli apostoli, e che da lei devono riconoscere i Germani l'esser cristiani, _a qua primam evangelii lucem acceperunt_. Quanto alle parole dette l'altr'jeri della verità delle moderne opinioni, essere stato semplicemente detto il fatto, secondo si vede nelli medesimi scritti de' loro teologi, che essi ci adducevano piene di molte nuove opinioni e contrarie l'una all'altra. Quanto alla fermezza e certezza che dicevano avere della loro opinione, che la novità e il dissentire dal resto della Chiesa, _et ab ordinaria potestate discessisse_, come essi medesimi dicevano, doveva almeno levare loro questa tale certezza, e renderli dubbj massimamente in cosa che importa la salute e la perdizione eterna, e che a san Paolo vaso d'elezione, ancor che, come esso afferma, _accepisset evangelium, non ex homine sed per revelationem_, non di meno gli fu per rivelazione comandato che _ascenderet Jerosolimam, et conferret evangelium suum cum apostolis, ne forte in vanum curreret, aut cucurrisset_: il che fece lo Spirito Santo non per bisogno ch'esso Paolo n'avesse, ma a perpetuo esempio e dottrina di tutti i posteri. Finalmente che si ricordassero di quelle parole del Vangelo: _Quoties volui congregare filios, etc._

«Poi quanto alle nostre persone particolari, che ringraziavamo le loro celsitudini grandemente, e che ne terresimo perpetuo particolare obbligo, offerendoci all'incontro, ecc., e essi senza fare altra replica si partirono.

«Di tutto questo successo, per quanto si può congetturare, e per quanto ci è stato anco accennato da alcuni consiglieri di principi, è stato autore il duca di Wirtemberg. All'incontro il duca Augusto, per varj segni che si hanno, inclina a pace temporale e spirituale più di qualunque altro; onde ha fatto far complimenti con ciascuno di noi, ed ha preso destra occasione di partirsi, avanti che ci sia stato risposto, ancora che toccasse a lui d'essere l'ultimo, come più vicino a Nauburg.

«Le cose sopra questa materia venuteci in considerazione degne della notizia di V. S. Ill. sono le infrascritte. Li principi, al comparir nostro dinanzi a loro, non ci diedero la mano all'usanza tedesca, perchè questo atto arguisce pace e buona volontà, la quale non è in loro verso la santa romana Chiesa. Mentre che noi parlavamo, almeno dieci persone scrivevano, ed il duca di Wirtemberg aveva il suo libretto in mano, e notò alcuni passi. Ci hanno accettati, uditi e onorati sotto nome di nunzj della sede apostolica; ci hanno risposto a quello che abbiamo detto in nome di sua santità cortesemente, e non sono devenuti a parole nè a modi ingiuriosi nè derisorj; cose che molti giudicavano dover succedere in contrario; hanno rimandato le lettere, non la bolla del Concilio, atto da tutti giudicato più inetto che altro, sebbene è segno di molta mala volontà, e d'animo grandemente alienato, perchè ognuno vede che hanno consentito a quello che importa più, accettando e ritenendo la bolla del Concilio. Per questo esempio siamo in pericolo che nessun principe nè città protestante accetti li brevi. Dall'altra parte è gran cosa che, etiam senza vedere li brevi di sua beatitudine, siamo accettati, onorati e uditi come nunzj di lei, ci sia lasciato far l'ufficio che avevamo in commissione, cioè d'invitare al Concilio, mostrando la necessità di esso, e dichiarando la pia mente di sua beatitudine, e che ci sia finalmente risposto, se non ad vota, almeno a proposito. Ora quanto al convento, la causa principale d'esso è stato l'avere giudicato li principi che certo si sia per celebrare il Concilio generale, e l'aver conosciuto molta necessità d'accordarsi almeno appartatamente in qualche forma di fede, acciocchè quest'accordo dia loro qualche reputazione. Però non hanno trattato cosa che importi se non questa. Il fine non è stato a lor modo, perchè Giovanni Federico duca di Sassonia vuole stare alla semplice confessione, data del 30 all'imperatore Carlo V, fatta da Lutero; il resto de' principi vogliono la predetta Confessione insieme con l'apologia del Melantone, e questo perchè, avendo inclinato a Zuinglio, e sparsi semi assai della venenosa insania sua nelle cose che ha scritte, vengono in questo modo a non essere condannati li sacramentarj, che sono fra questi principi più che notorj, come l'elettore Palatino, il duca di Wirtemberg, il marchese di Baden. Per le quali cose il sopradetto duca Giovanni Federico, non solo non ha voluto consentire, ma è partito in collera contro li principi chiamati sacramentarj, e ha insomma fatto un gran rumore. Noi da più segretarj e consiglieri de' principi, che sono venuti spesso a visitarci e a pranzo con noi, abbiamo inteso insomma quanto al Concilio, non ci essere alcuna inclinazione, e che i principi tengono la bolla del Concilio essere continuazione espressa, specialmente per quelle parole _omni suspensione sublata_, e che di questo hanno trattato con gli ambasciatori cesarei. Di più i medesimi consiglieri ci hanno più volte detto che nessuno prelato di Germania anderà a Trento...»

[200] Il Comendone al Borromeo da Anversa, a' 9 giugno 1561, scriveva:

«In Londra la vigilia del _Corpus Domini_, all'ora del vespero, una saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa, il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano, e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio, ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare gl'infelici popoli nell'eresia».

[201] Matteo, XXIII, 3.

[202] Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a Padova, scrisse un libro _Del Concilio_, dove esamina quali persone abbiano diritto d'intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o soltanto di filosofia e lettere, anzichè di canoni e scritture; esamina poi i varj Concilj precedenti, e quistiona se il Concilio sia superiore al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.

[203] _Nell'Ordo et modus in celebratione sancti et generalis concilii tridentini observatus, a r. p._ ANGELO MAZZATELLO _ejusdem concilii secretario descriptus_, parlando _de congregationibus generalibus_, è scritto: _Licet unicuique quam maluerit summa libertate opinionem vel tueri vel destruere, dummodo ea quæ catholicum decet dicatur et tandem confirmetur. Evenit aliquando ut, aliquo minus catholice loquente, multi assurgerent conclamantes, Hæc non sunt dicenda, Hæc hæresim sapiunt vel similia: usque adeo ut nonnumquam aliquibus clara voce dictum fuerit: Iste est hæreticus, Iste debet a congregatione expelli. Quæ verba fuere summa ratione ab illustrissimis Legatis reprehensa, ne libertas loquendi patribus adempta esse videretur_.

[204] GRADONICO, _Brixia sacra_, p. 366.

[205] Mantova, 1567. Questo Zanchino era stato inquisitore nell'Emilia il 1302, e morì il 1340. Dice: «Per più spedita istruzione del religioso ed onesto frà Donato di Santa Agata minorita, inquisitore nella provincia della Romagnola, che, occupato nelle cose divine, e insistendo agli studj delle sacre carte, non può attendere alla dottrina del diritto canonico e civile, per poter più di questi pienamente essere istruito, e sapere quel che convenga senza sviare dalla scienza della giustizia nelle sentenze o nel processo, io Zanchino di Ugolino, senese della porta di San Pietro d'Arimino, minimo avocato, figlio spirituale e devoto di esso signor inquisitore, feci questo compendioso trattato sopra gli eretici, ecc.» Vedi QUETIF.

Il Campegio fece pure un'opera _De privata potestate rom. pontificis contra Matthiam Flacium Illyricum_, stampata solo nel 1697. Anche Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse _Fragmenta contra hæreses_ (Mantova, 1557), e le altre cose lodate.

[206] LAGOMARSINI nelle note al Poggiano, maestro di san Carlo, che fu poi cardinale.

[207] Principale sostenitore dell'immacolata Concezione fu il ripetuto cardinal Polo col cardinale Pacecco.