Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 34

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[185] Alberto Mazzoleni, monaco nel famoso convento di Pontida presso Bergamo, vissuto dal 1695 al 1760, avea raccolto cinquanta volumi di documenti intorno al Concilio di Trento, sui quali ideava scriverne di nuovo la storia, _possibilmente confermata con autentici contemporanei documenti_. Morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al trentino Antonio Mazzetti, che potea comprare ma non sapeva adoprare, e che morendo lasciolla alla città di Trento, ove ancora aspetta chi ne profitti. Tre volumi restano nella biblioteca di Bergamo.

Il primo volume di essa collezione contiene _Præludia Clementis VII ad celebrationem generalis concilii_, e son lettere e bolle di esso papa all'imperatore e al re dei Romani, altre di Paolo III, del cardinale Polo, del Coeleo, del Vergerio, del quale principalmente molte ne sono lunghe, e piene di zelo e d'abilità nel rimuovere le difficoltà.

[186] Gherardo Dacherio intitolò l'opera sua _Historia magnatum in Constantiensi Concilio_.

[187] Un intero volume della collezione Mazzoleni è di lettere dell'Aleandro legato in Germania, o a lui, sopra le condizioni della Chiesa e della Germania.

Ulrico di Hutten, che aveva secondato cogli scritti la guerra di Lutero, sorreggendola pur colla spada

_Ut prius ingenio, nunc peragente manu,_

non dissimulava d'aver teso ogni sorta d'insidie all'Aleandro:

_Integer hinc Aleander abit: dubium hoc tamen illi_ _Qui semel effugit semper ut effugiat..._ _Quod potui, facete insidias, servare recessus,_ _Complectique omnes obsidione vias,_ _Cessatum nihil est. At Cæsaris agmine tuti_ _Evadunt. Credas sic voluisse Deum._

[188] Nei _Monumenta Vaticana, historiam ecclesiasticam sæculi_ XVI _illustrantia_ (Friburgo, 1861) è una serie di lettere scritte dal Morone al cardinale Farnese da Germania nel 1540, 41 e 42. Fra altri è notevole questo passo: «Il duca Guglielmo di Baviera mi ha fatto dir per certo che i Protestanti sono risolutissimi non voler mai riconoscer la sede apostolica: ed avanti ogni cosa faranno protesta che, se in alcuna cosa consentiranno alla religione antica, lo vogliono fare per autorità e comandamento dell'imperatore, non perchè obbediscano o vogliano riconoscere in alcun modo la superiorità di nostro signore e della Chiesa romana» (Ratisbona, 13 aprile 1541).

Riponeasi dunque la libertà nell'obbedire all'imperatore fin negli articoli di fede!

Altra volta il Morone suggerisce quel che poi fu fatto col Collegio Germanico. «Per esser queste Sette in tanto aumento, poche persone si fanno ecclesiastiche, ed ognora più poche; e da qui nasce il negletto della religione, non essendo chi la curi. E perchè questi vescovi e capitoli tengono le scuole assai grandi de' putti, ma di questi, come sono cresciuti, la minor parte, anzi pochissimi vogliono farsi sacerdoti, vedendo l'obbrobrio nel quale sono i capi chericali; e per contrario, come sanno un poco di lettere, diventano luterani per la copia de' loro libri stampati in lingua latina e tedesca; mi pare ricordare si potrebbono mandare, da diversi luoghi, alcuni putti in Italia, quali fossero distribuiti ne' luoghi ben disciplinati, come sarebbe appresso qualche buoni monasteri e buoni prelati, e fossero instituiti innocentemente nelle lettere e costumi cristiani» (Innspruck, 18 gennajo 1542).

Trattando della pace, il re di Germania diceva al Morone come essa fosse impedita solo dalle pretensioni di Francia: aver l'imperatore offerto al re cristianissimo di cedergli il Milanese, purchè lo ricevesse come feudo dell'Impero, e quegli non l'aver voluto a tal patto. E soggiungeva: _Rex Galliæ appetit monarchiam; et si haberet ducatum Mediolani, vellet habere Florentiam et Regnum Neapolitanum, et regere totam Italiam; quia bene scit, ut libere loquar, quod, qui habent dominium Mediolani, facile mutant animos aliorum Italorum_ (Spira, 10 febbrajo 1542).

Altre lettere ha l'Archivio Vaticano (_Nuntiatura Germaniæ_, vol. VII), dal Morone scritte da Boemia nel 1537 al Recalcato e a Paolo III, contro il quale dice si pubblicano continue invettive, come causa della pace turbata e del differito Concilio.

Altre ancora al Duranti, al cardinale di Santafiora; e in tutte persuade a mitezze, a concessioni, pur mostrando come i Riformati sieno tra loro dissenzienti. «Fra Luterani ed altri eretici sono alcuni principi, alcuni dotti ed alcuni popolari. Li principi seguitano l'eresie, alcuni per desiderio d'esaltazione sua, come il duca di Sassonia e il langravio d'Assia, e per deprimere la casa d'Austria: alcuni per arricchirsi de' beni ecclesiastici, come esso langravio e quasi tutti gli altri, il numero de' quali non bisogna contare. Li dotti prevaricano per vera malizia, ed oltre che sono istigatori delle passioni de' predetti principi, cercano ancora del proprio comodo ed onor del mondo. Li popolari, tra' quali sono molti cittadini per tutta la Germania ricchi ed onesti, sono stati sedotti ed ingannati; e di questi alcuni s'avveggono dell'error suo, ma per vergogna non ritornano, come Norimberghesi, Lubeccensi ed altri; alcuni stanno ancora nell'error suo, persuadendosi far bene» (Lettera 18 aprile 1540 da Gand). Crede che il Concilio provvederà a tutti costoro; e che intanto si favorisca a tutta possa la Lega Cattolica. Nella convocazione del Concilio, «con quel santo desiderio e petto veramente apostolico, e carità paterna, sua santità potrebbe alquanto discostarsi dalla solita forma, cioè invitar di nuovo i Luterani con ogni benignità, affezione ed esortazione, ed anco preghi; imitando sua santità Colui, del quale ha il nome, il quale _omnia omnibus factus erat ut omnes lucri faceret_. La qual cosa se movesse Luterani a venir al Concilio, sarebbe cagione della lor salute: se ancora non giovasse con loro, sarebbe però grata a Dio ed utile e onorevole a sua santità, e cagione di maggior confusione ad essi Luterani».

[189] Il cardinale Contarini il 29 maggio 1541 da Ratisbona al segretario del papa scriveva:

«Volendo far l'uffizio debito verso Dio e debito ad un buon ministro di sua beatitudine, sono astretto di significare a vostra signoria reverendissima tutto quello che a me pare che il bisogno ricerca si facci. Prima gli significo che questa eresia luterana è così infissa negli animi di questi popoli di Germania, dico non solamente dei protestanti, ma di quasi tutti i popoli cattolici, che tengo certo che, quando bene in questa dieta si facesse una concordia cristiana con consenso di tutti i principi e teologi protestanti li quali qui si trovano, non potremmo dire di aver fatta provisione, ma solamente di aver fatti i fondamenti della provisione. Io dico a vostra signoria per certo che, essendo questa setta cosa nuova, e i popoli essendo naturalmente avidi di novità; essendo questa setta così larga, perchè leva l'obbligo della confessione, di udir la messa ed altri uffizj divini, leva l'obbligo delli digiuni, di astinenza da carne, di servar festa ecc., è molto popolare e plaudita: e però è pericolo grandissimo che tutta Germania presto v'entri, e così la Fiandra; e molti in Francia e _in Italia_ la desiderano... Però importa avanti tutto che qui in Germania si facesse una buona riformazione e buona provisione cristiana, la quale consiste che li vescovi, con la vita e con la diligenza, con predicatori e precettori idonei procurassero che la fede cattolica fosse insegnata, siccome fanno i Protestanti, li quali non mancano in punto alcuno di diligenza in predicare, in leggere, in ampliare la loro setta.... Certamente se non vi si mette più pensiero di quello si ha posto per l'addietro, la cristianità sta in maggior pericolo per questa setta, che per l'arme del Turco. Questo ne potria privare del temporale, ma quella ne priva del temporale e dell'essenziale della fede: però bisogna ponervi tutti li spiriti, non sparagnare cosa alcuna, altrimenti ne avremo da render gran ragione a Dio. Oggi siam vivi, e domani siamo morti: e il viver da uomo, non che da cristiano, consiste in far il debito suo, ben operare nella persona che Dio ne ha imposto. Consideri vostra signoria reverendissima che dovemo far noi cristiani, noi prelati, alli quali Iddio ha date tante dignità, tante comodità comprate dal sangue di Cristo e dalla sua passione, e così indegnamente, così ingratamente, poi possedute e godute da noi». _Collez. Mazzoleni, tomo_ XII.

Il Polo gli rispose che niun legato per lo innanzi avea sostenuto con tanta dignità il nome della sede apostolica, non solo quanto alla virtù dell'azione ed alla carità in pro di tutti, ma anche quanto alla sodezza della dottrina.

[190] Fra le lettere di monsignor Della Casa, conservate nell'archivio di Parma, n'è una al cardinale Farnese del 17 dicembre 1543, dove enumera tutti i vescovi del dominio veneto, ai quali ha trasmesso l'avviso, da parte del papa, di andar al Concilio di Trento _sanza dilatione_, e le rispose che da ciascuno ottenne. «Corfù andrà; Veglia, Curzola e il coadjutor di Papho andranno, e Terracina. Sebenico credo sia partito per Roma. Cesarino si scusa di essere ammalato di sorte e in parte che non può cavalcare, e credo che sua signoria dica il vero. Papho è di età di 84 anni e di corpo non sano, e della mente qualche volta non con quella perfezione che ha avuto da giovine, nè mi par possibile che vada... Il vescovo di Nona è tanto povero, che a pena ha che vivere. Civital dice che è povero et infermo. L'eletto di Spalatro dice che non sà se sua santità vuole che vadi esso o l'arcivescovo suo, ma che sempre sarà pronto ad obbedire alli comandamenti di sua santità. L'arcivescovo di Cipri è vecchio e corpolento molto, e tal che mal volentieri si potrebbe condur mai a Trento, e però con ogni reverenza prega vostra signoria reverendissima a supplicar sua santità che si degni admetter la sua scusa che certo sarebbe metterlo a grave pericolo della vita».

E così degli altri: e davvero vi appare un tono di veridicità, che non lascia credere fosse semplice finzione il desiderio del papa che si tenesse il Concilio. Anzi il Lagomarsino nelle note alle lettere di G. Poggiano vol. II, reca documenti certissimi e vivissimi della premura sincera di Pio IV per ciò.

Per un saggio delle ragioni pro e contro, riferiamo, fra tanti, questa informazione al papa, di cui trovammo copia in più d'un archivio:

«Essendomi venuta occasione di parlar con alcuni delli deputati dalla maestà cattolica a consultar la materia del Concilio Generale, ho compreso (come per altre mie ho detto) che per loro proprio interesse cercano di persuadere a detta maestà che non sia bene il celebrare detto Concilio di presente, colle ragioni che appresso sieguono, le quali ho volute ragguagliar per darne notizia alla santità vostra et ho soggiunto nella fine quelle risposte che allora mi soccorsero di dire.

«Primamente considerano se il Concilio è rimedio opportuno e necessario per estirpare le eresie e mettere concordia nella santa Chiesa.

«Discorrono poi sopra la forma, che se gli deve dare.

«Finalmente propongono le difficoltà sopra la esecuzione.

«Attorno il primo caso, dicono che non solo non è rimedio necessario e opportuno, ma o impossibile o almeno senza speranza, che possi produrre alcun buon frutto per le ragioni infrascritte:

«Che gli eretici non vogliono che la santità di nostro signore sia di superior portata a detto Concilio, perchè non sia giudice e parte.

«C'hanno sempre apertamente protestato di non volere intravenire senza aver voce diffinitiva come li vescovi.

«Non potendosi concedere le suddette due cose come empie, dicono che non vorranno intravenire, e non intervenendo non ubbidiranno ai decreti.

«Che invitandoli o citandoli, e non comparendo, se poi si vorrà procedere contra di loro, con l'ajuto e forza degli altri principi, non sarà il rimedio per via del Concilio, ma per via dell'armi, la quale affermano che sarà di pregiudizio irreparabile alla maestà cattolica per le cause che, sotto il capitolo della esecuzion d'esso Concilio, saranno comprese.

«Per la forma, dicono che è d'avvertir se si dee aprire nuovo Concilio, o continuare il già cominciato a Trento.

«Soggiungono poi, che par che sia più necessario per rispetto della riforma degli abusi, che per la controversia della dottrina, e però trattandosi tuttavia la riforma in Roma, vogliono che sia opera vana a celebrar il Concilio.

«Finalmente mostrano di dubitare che, ogni volta che cosa si tratti che possa dispiacere a vostra santità, subito si debba fare una sospensione, o traslazione d'esso Concilio, di che ne potria seguire una dissoluzione, di peggior esempio che non fu quella di Trento, e con mostrar pure di confidare nella molta pietà e constanza di vostra beatitudine, mettano in dubbio, che la vita è incerta, che potria seguire una sede vacante, o succeder elezione d'un altro pontefice: di diversa volontà, per il che potria nascere scisma e maggior travaglio nella cristianità.

«Sopra la esecuzione mettono poi in considerazione a sua maestà (di Spagna) che, collegandosi con vostra santità, coll'imperatore, re di Francia et altri principi per questo effetto, verrà a provocarsi contra, non solo tutta la Germania, ma tutti gli altri principi e nazioni eretiche, onde l'imperatore potrà facilmente venir ad accordo coi suoi e similmente il re di Francia, per non veder la rovina de' lor sudditi, e allor tutto il travaglio e tutta l'inimicizia resterà sopra le spalle di detta maestà cattolica.

«Alle predette ragioni in questo modo risposi, mettendo primamente in considerazione, che il Concilio non si celebra solamente per speranza che gl'ostinati e perduti eretici si possino racquistare, ma perchè sono infiniti popoli, i quali non sono talmente confermati e sepolti nelle eresie che non si possino ridurre a sanità, al che fare è unico rimedio il Concilio.

«Non s'avvedano ancora che il tollerare i pertinaci e reprobi non è altro che nutrire il veleno, che va poi spargendosi, infettando i buoni, e che contra tali ostinati e pestiferi non è altro rimedio che unire contra di loro le forze di tutti i principi cristiani, e questo frutto non può nascere che dal solo Concilio.

«Della riforma, che dicono che più s'ha di bisogno da trattar nel Concilio che della controversia della dottrina, è da meravigliarsi che tal giudizio se ne facci. E prima si nega che non sia più bisogno trattar della controversia della dottrina, avendo gli eretici posto controversia in tutti i santissimi sacramenti, e nei principali fondamenti della cristiana religione, come è noto. E poi si soggiunge che, avegna che con molta diligenza si tratti la riforma in Roma, la quale in ogni tempo e luogo che si facci con pio zelo e prudenza è sempre buona, non per questo si leva l'autorità e occasione del Concilio di trattare una riforma generale e particolare, così intorno all'ordine ecclesiastico, come ancora agli abusi de' principi o signori, che più s'arrogano e s'usurpano l'autorità che lor non si deve.

«Il dubbio della sospensione o traslazione è mosso con poca pietà e molto leggiermente, perchè non s'ha da presuporre che un Concilio, congregato con l'autorità, apostolica, invocato lo Spirito Santo, debba trattar cosa che possa dispiacere al vicario di Cristo, il quale ha da giudicare detto Concilio, e il giudizio suo è sempre guidato dal medesimo Spirito Santo.

«Nè debbono similmente cader in considerazione le male venture delle sedi vacanti, nè d'altro caso tristo che possa avvenire, ma s'ha da sperarvi ogni bene.

«Per la esecuzione d'esso Concilio, con poca ragione si muovono a proporre la provocazione de gl'eretici contra il re cattolico solo, e fanno gran torto all'imperatore e re di Francia dandoli biasimo d'inconstanti, e non fedeli amici; che piuttosto si deve tener per certo, che unendosi insieme con legame sì santo per causa tanto pia, non debbano mancare di soccorrersi l'un l'altro, massimamente che si tratterà del lor proprio benefizio, desiderando tenere i lor popoli quieti, et evitar le ribellioni, onde, come collegati di sangue e come ristretti poi col vincolo dello Spirito Santo, non solo non lasceranno tutto il travaglio sopra le spalle del re cattolico, anzi piuttosto, essendo egli il più potente principe de' cristiani, lo ajuteranno a conseguir sempre gloriosa vittoria e si potranno poi voltare le forze contra gl'infedeli.

«Sia vostra santità avvertita che, l'anno del 43 alli XV d'aprile, in Augusta fu fatta una dichiarazione da tutti gli elettori, baroni e Stati del sacro Imperio, nella quale rimettevano tutte le controversie della religione alla definizione del Concilio generale di Trento, promettendo di sottomettersi sempre et ubidire, e lo arcivescovo elettore di Magonza ne fece una pubblica patente, la quale è ora in mano del reverendissimo don Diego Mendozza con molte altre scritture del Concilio, c'ha da consegnare a sua maestà; e come si mostra molto divoto servitore della beatitudine vostra, offerisce tutto ciò che può a servigio di lei».

[191] L'Indice de' libri proibiti condanna come falsa la _Epistola consolatoria et hortatoria Pauli IV ad suos dilectos filios_. Velli Francesco fece due _Difese del gloriosissimo pontefice Paolo IV dalle calunnie di un moderno scrittore_; libro proibito con decreto 10 giugno 1658.

[192] Su quel conclave si ha nell'archivio di Firenze una relazione di Bartolomeo Concina al duca Cosimo, tutta interessi mondani e maneggi per _guadagnar voti_ e levarsi d'innanzi _obstaculi_, con nessun riflesso alla santità del grado. Ippolito, cardinal di Ferrara, il 3 dicembre 1539, scrive al duca raccomandandosi caldamente; grandi speranze avere, e, soggiunge di man propria: «Supplico vostra signoria a bruciarla subito che l'avrà letta, e a conservarmi nella buona grazia sua, ecc.». Ma il duca favoriva il Medici, che riuscì.

Noterò un altro aneddoto: che esso duca scrisse una risposta al Farnese, ma non potendosi mandargliela per nuovi rigori messi al conclave, la pose fra le bottiglie. Rottasene una, la inzuppò in modo che non fu più leggibile.

Questo Ippolito d'Este, figlio d'Alfonso duca di Ferrara e di Lucrezia Borgia, nato il 24 agosto 1509, istruito nella politica da suo padre, giovanissimo fatto prelato, andò in Francia, dove Francesco I lo colmò di onori, e gli ottenne il cappello cardinalizio nel 1538, poi lo fece arcivescovo di Lione nel 1540, ma le tante dignità non vel lasciarono dimorare. Giovanni Desgouttes lionese dedicò una traduzione _dell'Orlando Furioso_, come il Cieco di Ferrara avevagli dedicato il _Mambriano_, poema di lazzi comici e situazioni impudiche. Ippolito fu al Concilio di Trento, dopo il quale venne nominato vescovo di Autun, il qual posto cangiò poi coll'abadia di Flavigni e il priorato di Saint-Vivant: poi ripreso l'arcivescovado di Lione, per la cui diocesi fece pubblicare il _Breviarium recognitum ac innumeris pene mendis summa diligentia et fide repurgatum_, 1547. Lione era sede d'una stampa ricca e licenziosa, e Francesco I tentò reprimerla. Stefano Dolet, dotto tipografo, fu appiccato e bruciato a Parigi come eretico, e molti Ugonotti che secretamente predicavano, furono scoperti, nè salvaronsi che colla fuga. Quando in quella città s'incontrarono Enrico II e Caterina De Medici grandi feste si fecero, descritte in italiano e in francese dal poeta lionese Maurizio Séve, e i mercanti italiani vi fecero rappresentare _la Calandra_ del cardinale Bibbiena. Ippolito era stato protettore di Benvenuto Cellini, che molto ne parla: lasciò splendidi edifizj sì in Francia, sì a Roma a Montecavallo e a Tivoli.

Mentre tornava al Concilio di Trento, il cardinale Ippolito fu assalito da cinquanta cavalieri dell'esercito del Condé, che gli tolsero il ricchissimo corredo, e cavalli e muli, dicendo che tanta magnificenza non s'addiceva al successor degli apostoli. Moltissime cariche ed uffizj egli sostenne, finchè, rinunziati tutti i benefizi a favore di Luigi d'Este suo nipote, morì il 2 dicembre 1572 a Roma, e il Mureto ne recitò l'orazione funebre, ove ritrae que' tempi, infelicissimi per la Francia, quando «uomini perversi, profittando della giovinezza di re Carlo, credansi permesso ogni peggio, e difondeano tra il popolo dottrine pericolose e criminali in fatto di religione: e non solo aveano imbevuto di lor massime la classe inferiore, ma infettato lo spirito di molti principi. Gli scritti di Lutero, di Calvino, d'altri empj, erano esposti pubblicamente e correano per le mani, mentre quelli di Gerolamo, d'Agostino, di Gregorio, d'Ambrogio escludevansi dalle biblioteche e dalle librerie. Fin alla Corte si teneano numerose assemblee di eretici, prendendovi parte persone della casa del re. Dapertutto non s'udivano che abbominevoli canzoni; e le loro esecrabili bestemmie contro Dio e i santi non cessavano di contaminar le orecchie cristiane».

[193] Il famoso pubblicista Francesco Lottino di Volterra, scrive: «Io posso testificare come di cosa veduta con gli occhi proprj, che l'elezione del papa procede da Dio solamente; perciocchè io mi sono trovato in molti conclavi et ho avuta occasione di sapere la mente, posso dire, quasi di tutti i cardinali, et ho conosciuto chiaramente come la maggior parie di loro alla fine elegge il papa contra ogni sua voglia, senza che vi sia nè forza, nè ragione alcuna che li muova; se non che in quel punto, pare i cardinali si ritrovino fuori di sè, e che l'uno sia tirato dalla paura dell'altro, e vadino poi tutti insieme dove non voriano andare, e nondimeno non sappino negare a chi gli mena. Intanto che a tempi miei si sono queste contrarietà vedute, che alcuno odiato a morte generalmente da tutti, è stato da quelli medesimi che l'odiavano creato papa, et alcun altro amato da tutti e del quale si aveva per sicura l'elezione, non perciò aver potuto arrivarvi. Di modo che si vede che Iddio è padrone dell'elezione del papa, e che, o per sua giustizia meritando così i nostri peccati, ci dà talora un pontefice cattivo, o per la sua pietà e bontà ce ne dà uno buono. Ma perchè nondimeno è comune opinione, che l'industria civile habbia la parte sua in simile elezione, e voi particolarmente lo credete, ho messo insieme alcuni ricordi su ciò».

Questo, fra mille altri passi, può contraddire a quanto raccolsero i satirici, e più estesamente Giovanni Giorgio Fueslino, _Conclavia Romana reserata_, e testè il signor Petrucelli Della Gattina, _Hist. diplomatique des Conclaves_.

[194] La scritta dice: _Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatore filio navali prœlio a Venetis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta_ MCLXXII. Quest'ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta. Il fatto medesimo trovasi dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Tanto il liberalismo del medioevo era diverso dall'odierno, che si scandalizza al vedere il rappresentante della forza e dello Stato, curvarsi dinanzi al rappresentante della giustizia e del popolo. Vedi la nota 16 del discorso III.

[195] Pio V fe riveder quella causa, e dichiarata ingiusta la condanna, fe tagliar la testa ad Alessandro Pallentieri, orditor del processo; e bruciare il processo medesimo, col che tolse alla posterità di rivederlo in supremo appello.

[196] Lettera del 16 settembre 1569.

[197] Dei due più famosi storici italiani del Concilio parliamo altrove. Vedasi LE PLAT, _Monumentorum ad historiam concilii tridentini pot. illustrandam spectantium amplissima collectio._ Lovanio 1782.

Il Manzi ha posto moltissime cose nuove sul Concilio nella II edizione di Lucca della _Miscellanea_ del Baluzio.

LODOVICO DUPIN, _Hist. du Concile de Trente_, fu proibito nel 1725; come nel 1746 M. JEAN AYMON, _Lettres anecdotes et mém. historiques du nonce Visconti au Concile de Trente_.