Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 32

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«Sua signoria illustrissima mi fece istanzia a fermarmi due giorni ancora, perchè desiderava mostrarmi le reliquie e le cerimonie della sua Chiesa. Io, schifando di andare alla messa di uomini non consacrati, andai al dopo pranzo, e vidi tutte le reliquie benissimo tenute, e molte statue d'argento e vasi e croci d'oro sin del tempo di Carlo Magno, e donati da quell'imperatore, come io credo, alla chiesa di Magdeburg. V'è ancora una rosa, donata a suo avo da papa Nicola V. La sera poi con grandissima fatica impetrai licenza per il dì seguente, e la mattina per tempo sua signoria illustrissima venne a vedermi, e mi fece grande istanza a supplicare sua santità che gli volesse donare un poco del legno della santissima croce, da riporre in una croce, che m'aveva mostrato d'oro e di cristallo bellissimo, e subito ritornò ne' suoi soliti ragionamenti, dicendo, la più espediente via di finire queste discordie esser forse che si eleggessero di tutte le nazioni uomini buoni che ne fossero giudici, e mi domandò se questo partito mi pareva buono. Io dimandai a sua signoria illustrissima chi sarebbe colui che eleggesse questi uomini buoni, e lo pregai a considerare come questo non si può condurre in alcun modo ad effetto ma quando ancora si potesse, che tali uomini non avrebbono altra potestà che umana, dove nelli Concilj legittimi la Chiesa ha sempre tenuto e conosciuto l'assistenza dello Spirito Santo; finalmente che nessuna cosa sarebbe più incerta, e più vana dell'autorità della Chiesa, se fosse permesso contro li magistrati ecclesiastici questa eccezione della bontà, e questa via di fuggire il giudizio sotto pretesto di volere uomini buoni; e che manco d'ogni altro doveano ciò pretendere coloro, i quali non attribuiscono alcuna cosa alle opere nostre. Con questi e simili ragionamenti sua signoria illustrissima m'intertenne tanto, che io non potei partire se non dopo pranzo. In fine mi diede una lettera per nostro signore, e io mi licenziai.

«Nella licenzia, sua signoria illustrissima mi aveva apparecchiati molti presenti e di molto momento, li quali io ricusai, pregandola che, in luogo di quelli, mi concedesse due grazie: l'una, che avendo io portato all'illustrissima sua moglie per nome del vescovo Varmiense il libro della sua confessione, sua eccellenza fosse contento di leggerlo; l'altra che facesse restituire alcuni luoghi tolti a certi poveri cartusiani, che restano ancora in Francoforte sull'Odera. Sua signoria illustrissima mi promise di fare in ogni modo l'uno e l'altro e si contentò che io mi astenessi dal resto»[200].

I Concilj erano composti d'uomini, e chi conosce gli scompigli de' parlamenti moderni, massime ne' paesi che vi son nuovi, la smania di ciaramellare, l'aggrovigliare delle quistioni, il sofisticare sulle parole, le mozioni, gli emendamenti, il trionfo dell'abilità sopra la ragione, l'aspirare alla insulsa popolarità degli applausi o alla lucrosa riconoscenza dei grandi, facilmente supporrà gli stessi sconci nel sinodo di Trento; quantunque assistito dallo Spirito Santo; quantunque maestosa assemblea e composta de' Cattolici più rinomati per lettere, santità, abilità d'affari. Epperò rammemoriamo l'evangelico, _Quæcumque dixerint vobis servate et facite: secundum vero opera illorum nolite facere_[201].

Infinite dispute vedemmo nascere dapprima; se farlo, dove farlo, quando farlo; se convocar lo dovesse il papa o l'imperatore; chi parteciparvi[202], chi presedervi; come conseguire che rimanesse abbastanza libero per tutti. Radunato che fu, o tarda il nunzio d'una gran potenza, o se n'ammala un altro; o bisogna perdere tempo a far un decoroso incontro a un ambasciadore, a un legato, a un cardinale; poi a disputare qual posto gli spetti, e se dargli o no l'incenso e la pace: qual re commemorare pel primo nelle prediche e nelle orazioni: punti intricatissimi in età puntigliosissima sul cerimoniale. Or un incidente obbliga a differire la tornata; or muore il papa; or in Germania la Lega Smalcaldica rompe guerra: or in Francia gli Ugonotti insorgono contro i Cattolici: or c'è festa e _Te Deum_ perchè i miscredenti furono sconfitti, e ricuperato un paese, dove vennero ribenedette le chiese, ridesta la letizia degli organi e delle campane, restituiti i beni ai prelati, i conventi alle corporazioni, bruciate le Bibbie vulgari, rannodati i matrimonj coi riti antichi. Ora si fa lutto e penitenza perchè altre contrade caddero sotto i Protestanti, abbattendo altari e immagini, violando monache e reliquie, trucidando preti, contaminando calici e battisteri, espilando i sacri arredi e convertendoli in denaro da soldar nemici di Cristo. Le vittorie degli uni e degli altri erano accompagnate da migrazioni in folla, da esigli, da processi, da spettacolosi supplizj. Tutto ciò ritarda o scompiglia le tornate e le risoluzioni: si scioglie il Concilio; quando riapresi si disputa se considerarlo come nuovo, o come sèguito del primiero.

I prelati, invitati con istanza, non venivano: o bisognava dunque prorogar l'apertura, e allora diceasi che il papa l'allungava a bella posta; o aprivasi, e allora si gridava che gl'intervenienti erano scarsi, che v'avea soli italiani, che non era rappresentata l'intera cristianità. Professando la massima riverenza alle somme chiavi, il re di Francia protestava contro il Concilio, adunato mentre il papa stava in izza con esso, e quando il numero de' cardinali francesi trovavasi tanto assottigliato. I principi si lagnavano della lentezza: eppur questa veniva dalle loro pretensioni e brighe, poichè di certe riforme si sbigottivano, e voleano far servire il Concilio a intenti loro particolari; Spagna ad isgomento de' Belgi ribellati, Francia e Impero a deprimere o ad accarezzare Ugonotti e Luterani. Poi l'imperatore domandava, non solo la riforma del papa e sua Corte, de' breviarj, legendarj, sermonarj, ma la comunione sotto le due specie; Spagna volea si dichiarassero d'instituzione divina i vescovi, non emanazione del poter papale, e perciò indipendenti; Francia sosteneva i decreti di Basilea e la superiorità de' Concilj sul pontefice, e per bocca del cardinale di Lorena chiedeva il matrimonio de' preti, l'uso del calice, la liturgia vulgare, finchè i sovvertimenti di Francia non indussero ad accostarsi ai papali.

Di somma difficoltà riusciva il ridur l'imperatore Ferdinando a contentarsi che non sì spingessero le riforme sin dove egli avrebbe amato per quetare i suoi Tedeschi, e perciò mostrare ch'egli avesse ottenuto soddisfazione, senza per questo derogare ai diritti de' legati o del pontefice. A tal uopo il Morone che, come presidente, ebbe tanto a faticare su tali pretensioni, senza il solito treno burocratico va ad Innspruck, s'affiata coll'imperatore, e ripiana ogni cosa. In simile modo il cardinale di Guisa propose un abboccamento fra il papa e il re di Francia e quel di Spagna, che tolse di mezzo altre difficoltà. Allora potè procedersi in sei mesi, più che non si fosse fatto in molti anni, e si ottennero le tanto contrastate riforme de' vescovi, de' cardinali, della curia, de' principi.

Poi rampollavano difficoltà sulle espressioni: chi non le credeva grammaticalmente latine, chi troppo ricercate per la gravità delle materie, chi invece troppo disadorne per un secolo che «prendeva a schifo la dottrina se non era condita in eleganza, sicchè molti letterati aveano minor affezione alle verità celestiali per vederle fra le invoglie grossolane della rozzezza scolastica»; sottentravano gli emendamenti, e il sofisticare ogni parola, come quando non si volea chiamare _augustissimo_ il sacramento perchè questo titolo si dà agli imperatori secolari.

Non occorre ripetere che i Protestanti, i quali avean prima appellato al Concilio, or lo repudiavano come non indipendente, come pregiudicato; e i profughi d'Italia lo osteggiavano di tutta forza. Ma anche internamente moveasi querela che la discussione non fosse libera[203], che tutto venisse da Roma già disposto e deliberato, e, come celia frà Paolo, lo Spirito Santo viaggiasse in valigia per le poste; che i prelati troppo s'affaccendassero intorno alla grandezza pontifizia; che il Concilio fosse menato a senno degli Italiani.

Italiani era una qualificazione generica, come quelle che inventansi a designare i partiti, e applicavasi a chiunque caldeggiasse le prerogative romane. Vero è che l'importanza che la Chiesa attribuisce a ciascun uomo pei meriti suoi proprj, non per la nascita, dovea far preferire la votazione per testa, anzichè per nazione: dal che derivava la prepollenza degli Italiani; e agli ottantatrè prelati di tutti insieme gli altri paesi stavano a fronte centottantasette de' nostri. I presidi del Concilio, al 1 giugno 1563, scrivendo al cardinale Borromeo per informar il papa degli andamenti, fra il resto dicevano: «Come consta di tre nazioni principali, che sono Italiani, Spagnuoli e Francesi, così è diviso in tre fazioni, che hanno ciascuna la sua mira ed il suo fine, onde sempre si muovono con le loro passioni e loro interessi. Gl'Italiani, se non tutti, perchè sono di maggior numero assai, hanno sempre l'occhio al servizio di vostra santità ed alla conservazione della Corte di Roma, nè, per cosa che si proponga loro, sia di qual sorte si voglia, ponno indursi a pensare in essa altro, per abbracciarla o schifarla, che il servizio o il pregiudizio di sua santità e della Corte».

Gli Spagnuoli tendono a rialzar i vescovi a scapito del papa e de' cardinali, cui vorrebbero ridurre a semplici consiglieri del papa, e obbligati star a Roma a cura delle loro chiese. I principi avrebbero gradito assai questo abbassamento de' cardinali, laonde se ne stava in grande apprensione. I Francesi magnificano il Concilio volendo farlo superiore al papa, a imitazione del Basileense. Li seguono i pochi Tedeschi che ci sono, ed anche «parecchi Italiani, i quali, come sanno meno e sono più poveri, facilmente si lasciano tirare dalla ignoranza e dal bisogno molte volte a quello che non dovrebbero».

In realtà però la discussione dogmatica fu diretta dai gesuiti Lainez e Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino, rappresentante del cardinale Truchsess vescovo d'Augusta; uno dei tre presidi era inglese, il cardinale Polo; nè erano italiani Andrea De Vega, Volfango Remio, Genziano Hervet, luminari di quell'adunanza. Vero è che, i vescovi forestieri ogni tratto uscendo di carreggiata, era duopo mandarne di italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de' Gesuiti, i quali allora mostraronsi più che mai, quel che alcuno li chiamò, i granatieri della santa sede.

Oltre di questi, componeano l'assemblea uomini insigni, quali di rado si trovano.

Stava fra i presidi il cardinale Morone, di cui a lungo ragionammo; e perchè il papa mancava di denari, egli persuase i cardinali a obbligarvisi, e vi diede regole che poi servirono al Concilio per norma nel regolare i seminarj.

Ad altri già lodati aggiungiamo l'eruditissimo Seriprando vescovo di Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il Bertani, autore d'un commento a san Tommaso, e d'un trattato sulla podestà del papa; Alvise Lippomano (-1559) e Girolamo Accolti; Ercole Gonzaga, fatto vescovo di Mantova da Leon X a quindici anni, a ventidue cardinale da Clemente VII, segnalato per prudenza negli affari, applicazione, pietà.

Di Lorenzo Campeggi bolognese, vescovo di Feltre poi di Bologna, nunzio in Inghilterra pel divorzio d'Enrico VIII, e alla dieta d'Augusta (-1539) fu figlio Alessandro, cardinale e vescovo anch'esso di Bologna, dove abbellì San Petronio, introdusse i Gesuiti, e favorì Agostiniani e Cappuccini; prolegato ad Avignone, vi combattè i Valdesi, e quando il Concilio fu trasferito momentaneamente a Bologna, esso il ricevette in casa sua, dove stavano quattro altri vescovi della famiglia stessa (-1554).

In Agostino Valier, vescovo di Verona, non sapeasi se più ammirare la rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse cenventotto opere, ma pochissime ne pubblicò, fra cui una storia di Venezia; impugnò la barbarie scolastica e il timore delle comete; nella _Rethorica ecclesiastica_, più volte ristampata, fu il primo che indicasse una fonte delle false legende, qual fu l'esercizio che ne' monasteri davasi, di comporre amplificazioni sul martirio di qualche santo, e dove gli scolari particolareggiavano ed esageravano, come si suole in tali componimenti, senza darsi briga della verità. I migliori venivano conservati negli archivj dei monasteri, e trovati più tardi, passarono per atti autentici.

Per un Aurelio di Bari, vescovo di Budua in Dalmazia, di cui frà Paolo tesoreggiò le lepidezze; pel Bollani, che, avendo consumata la gioventù in negozj secolareschi, a venticinque anni passò dalla pretura al vescovado di Brescia digiuno di studj sacri[204], splendeano il giureconsulto bolognese Ugo Buoncompagni, consigliere di san Carlo, splendidissimo, e che pur ricusò tante volte legati, e pensioni, e infine divenne papa; i cardinali Salviati insigni per virtù e beneficenza e massime Antonio Maria che fondò ed ampliò spedali e un collegio per gli orfani; il cardinale Vincenzo Giustiniani genovese, generale dei Domenicani, dei quali spedì moltissimi ad apostolare le Indie, la Cina, il Giappone, e che stampò le opere di san Tommaso, e fu gran difensore del Carranza; frà Camillo Campegio pavese (-1569) domenicano, che pubblicò _De hæreticis_ ZANCHINI UGOLINI _senæ arminensis jc. cl. tractatus aureus cum locupletissimis additionibus et summariis_[205].

Daniele Barbaro d'ordine pubblico scrisse la storia veneta; fece poesie filosofiche lodatissime col titolo di _Predica dei sogni_; fondò in Padova l'orto botanico e l'accademia degli Infiammati, tradusse e commentò Vitruvio; lasciò bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a Edoardo VI d'Inghilterra. Ivi pure Giannantonio Volpi e Antonio Minturno, letterati di prima schiera; Onorato Fascitello vescovo d'Isola, autore di lettere e poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il vescovo Vida, che erano salutati Catullo e Virgilio redivivi; Isidoro Clario gran giureconsulto; Taddeo Cucchi di Chiari, che emendò la versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico e greco, senza trascurare l'esegesi dei Protestanti; Lodovico Beccadelli insigne letterato, amico del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali scrisse la vita, amministratore di diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di Ragusi, e prevosto di Prato ove morì in odore di santità.

Primo Del Conte milanese, un de' primi compagni di san Girolamo Miani, spedito in Germania per opporsi all'eresia, dopo tornato era cerco a gara ne' conventi per leggere di teologia e di lingue orientali, adoprato dal Volpi vescovo di Como per combattere gli eretici in Valtellina, e fatto arbitro della scelta de' professori di belle lettere a Milano e a Como, servì a preparare materie pel Concilio, al quale assistette come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia. L'insigne giureconsulto cardinale Paleotto continuamente era consultato dai Padri, e scrisse gli atti del Concilio, dei quali molto si giovò il Rainaldi.

Il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, parlava francese, latino, greco, ebraico, sicchè fu detto che da trecento anni non s'era veduto cardinale più dotto, e non fu eletto papa per tema che gli studj nol distraessero di troppo. Sepoltosi nella Biblioteca Vaticana, colà pose affatto l'animo in ajutar le opere altrui, mentre di sue niuna pubblicò; provedeva testi e argomenti ai campioni del sinodo, onde il cardinale Seriprando scrivevagli da Trento, le opinioni sue sopra le quistioni agitate esservi riuscite gratissime, e conchiudeva che, stando a Roma, egli dava maggior ajuto e faceva maggior servizio al sinodo, che se ci venisse con cinquanta prelati[206]. Eppure non isdegnava raccogliere attorno a sè i bambini che capitavano in piazza Navona co' fasci della legna, e istruirli nel catechismo.

Sfoggiavano nelle prediche i più insigni oratori; Alessio Stradella di Fivizzano, Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano. Cornelio Musso piacentino, affatto giovane, a Pavia faceva lezioni sopra le epistole di san Paolo, quando sorse un altro a interpretarle in senso diverso, e trovò assenso, e ne seguirono tumulti, finchè il cardinale Campeggi, legato a Bologna, fe cacciare i novatori, e raccomandò il Musso a Paolo III, che lo chiamò a Roma. Quivi a San Lorenzo in Damaso succedette all'Ochino, contro del quale scrisse discorsi e dispute, mostrandolo falso ecclesiastico, e cercava anche in privati colloquj convertirlo. Il primo giorno della quaresima 1548 predicava in San Pietro di Bologna, quando un Servita levossi a fargli objezioni. Il papa lo pose vescovo di Bitonto e lo volle alla Corte, affinchè in latino predicasse ogni giorno sul Vangelo in camera o alla tavola sua; trattenimento già ben diverso da quelli del tempo di Leon X, e dove, finito il sermone, si cominciavano le objezioni, che l'oratore combatteva, il quale disputò spesso con un chierico, che poi divenne Pio IV, e che l'adoprò all'istesso uffizio.

Somma lode gli si attribuiva per avere sbandite dal pulpito le sottigliezze scolastiche, le declamazioni ridicole, le ostentate citazioni d'autori profani, onde far luogo a un predicare sodo, devoto, conforme al Vangelo. Girolamo Imperiali lo chiama l'Isocrate italiano, e non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l'ubertà di Cicerone, nè la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; a lui si dedicarono opere; a lui monsignor Della Casa un'ode sull'eloquenza: Bernardino Tomitano, medico e retore dell'Università di Padova, compose un ragionamento intorno all'eloquenza di esso e gli fece coniar una medaglia portante un cigno e la leggenda _Divinum sibi canit et orbi_: ai cardinali Contarini e Bembo «pareva nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il mondo».

Questo «Crisostomo italiano» fu scelto a far l'orazione inaugurale del Concilio; la quale riuscì «piena di sottile artifizio, sparsa di retorici colori, come se tempestata fosse di rubini e diamanti; vi avea consumati dentro tutti i preziosi unguenti di Aristotele, d'Ippocrate, di Cicerone, e tutti i savj precetti di Ermogene». Quest'encomio di un gazzettiero di quei tempi, Ortensio Lando, la condannerebbe abbastanza s'anche non avessimo l'orazione stessa, forse troppo malmenata dagli avversarj, certamente lontana dalla dignità conveniente all'assemblea più augusta che da molti secoli si fosse radunata. Ai tre nunzj dava lodi, dedotte dal nome di ciascuno; apostrofava l'eco dei monti tridentini, e (talmente la mitologia era incarnata) citava l'esempio de' poeti, che fanno tener concilio agli Dei, e invitava i prelati a rendersi a quel sinodo, come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.

Era stabilito che i teologi dicessero il parer loro, traendolo dalle sante Scritture, dalla tradizione apostolica, dai sinodi, dalle costituzioni e autorità de' sommi pontefici e dei santi padri, e dal consenso della Chiesa cattolica, tutto con brevità, eliminando le quistioni inutili e le contenzioni pertinaci. Niuno crederà si procedesse sempre alla quieta; spesso i legati dovettero richiamare i campioni alle leggi della carità e della modestia; ma insomma era conflitto interno; tutti partendo dai punti ammessi, e finendo coll'accordarsi nelle decisioni.

Spetta alle storie particolari lo svolgere di quella _Iliade_ l'elemento umano, le lotte, i partiti, i maneggi; quel che realmente importa è il riferir la sentenza finale, il _visum_ est, in cui s'accordano tutte le genti, le età, le passioni. Anche dall'esame della esteriorità esce la convinzione che, se sopra alcune decisioni parve operar la politica, le più furono suggerite da persuasione e coscienza, dettate con elegante e lucida evoluzione di forma; ravvicinando il mistero all'umana ragione per quanto è possibile; accarezzando anche il sentimento, mentre i Protestanti lo vilipendevano. Anzi che a confutare Lutero e gli altri, si tolse a dirigere l'intera cristianità, fatta civile e ragionatrice, con rigorosa e perentoria dichiarazione delle dottrine, rimovendo ogni contraddizione o divergenza; ricusando ogni transazione, ogni confusione ne' termini e limiti delle definizioni: alla quale stupenda precisione giovavano le abitudini scolastiche, unite alla rinnovata cultura classica. Laonde, come la luterana era la sintesi di tutte le eresie, così il tridentino fu la sintesi di tutti Concilj, che aveano definito sopra qualsifosse argomento.

Le decisioni sono formolate o in via di trattato, che presenta il dogma stesso anche particolareggiato, col titolo di _Decretum_ o _Doctrina_: o in sentenze concise, assolute, col titolo di _Canones_ che proscrivono errori di fede; o in prescrizioni disciplinari, detti _Decretum de reformatione_.

E per quanto i presenti nostri Discorsi evitino di essere dottrinali, non ci pare poter qui ommettere di esporre il complesso delle credenze cattoliche in ciò che differenzia dalle parziali.

Sui punti capitali della divergenza si erano pronunziate già le prime sessioni, così da tôr di mezzo le ambiguità, mediante le quali per un pezzo erasi cercato di rannodare i dissidenti.

Sull'essenza di Dio i nostri cadevano d'accordo con le chiese _ortodosse_ dei Protestanti.

L'uomo fu creato libero di sua volontà, in modo che la colpa de' suoi peccati su lui tutta ricade.

Il peccato originale fu riconosciuto non con decreto dottrinale, ma condannando chi lo negasse: aggiungendo che, col dirne affetti tutti gli uomini, non comprendeasi la Beata Vergine, per riverenza alla bolla di Sisto IV sull'immacolata concezione di lei, controversa fra Scotisti e Tomisti[207]. Per quel peccato l'uomo perdè la giustizia e santità primitiva; si attirò lo sdegno e la vendetta di Dio; fu degradato d'anima e di corpo, e soggetto alla morte. Sì il peccato, sì le sue conseguenze trasmettonsi alla figliolanza, per modo che nessun uomo può compire verun alto accetto a Dio, nè diventar giusto se non per la mediazione di Gesù Cristo[208]. La libertà è infiacchita, non perduta; laonde le azioni umane non son perfette, ma non tutte son peccaminose. Conservavasi insomma la libertà morale, troppo provata dalla facoltà che ha l'uomo di ingannarsi e di fare il male: l'arbitrio, per cui è libero all'uomo di entrare ne' disegni della redenzione, com'era libero di non uscire dal disegno primitivo della creazione.

Al contrario i Protestanti dicevano che l'uomo è predestinato alla salute o alla perdizione: le parole di libertà, di libero arbitrio non trovarsi nella santa scrittura, ed esser invenzione degli Scolastici; è Dio che opera tutto, il bene come il male; gli uomini nascono col peccato, colla concupiscenza, cioè con avversione positiva alla legge e coll'odio di Dio, senza timore nè fiducia in lui, non possedono più nè intelligenza, nè desiderio del regno di Dio; i peccati attuali non sono che manifestazioni del peccato ereditario.

Secondo i Cattolici, il peccatore vien richiamato alla grazia per pura misericordia divina, in vista dei meriti del Redentore, e per mezzo della rivelazione evangelica: lo Spirito Santo ne risveglia le facoltà assopite, traendolo ad arrendersi all'impulso celeste. Se il peccatore vi ascolta, primo effetto n'è la fede nella parola di Dio, e nell'asserzione che Dio amò il mondo fino a dargli il proprio Unigenito. In quall'abisso di corruzione giaceva il mondo, se non potè esserne tolto che per intervento del Figliuol di Dio! E alla misericordia di questo si volge l'uomo, sperando ne' meriti di esso; e vedendone l'infinita carità, suscita qualche scintilla d'amore, donde abominio al peccato, e pentimento; al quale venuto con libero consenso, rimane giustificato; cioè lo Spirito Santo diffonde nell'anima la grazia santificante e l'amor di Dio; sicchè rinnovellato, il Cristiano produce opere buone e meritorie, e diventa partecipe del regno celeste. Ma della sua giustificazione non acquista certezza, salvo che sia per ispeciale rivelazione.