Part 31
La Chiesa professa essere unica depositaria e interprete della parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono credere; i Protestanti arrogano a ciascuno l'intender a suo senno le sacre carte, all'autorità comune sostituendo la capacità individuale. Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità di accordo; già a quel punto ciascuno aveva preso partito; le opinioni religiose eransi rinterzate cogl'interessi politici; il mondo diviso in due campi, umanamente irreconciliabili; talchè il sinodo, non potendo scendere a transazioni nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa, sin d'allora restava ridotto a «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema cattolico». Ma gli avversarj tergiversavano col solito artifizio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non qual capo, ma qual membro, e che anche i novatori vi avessero voce deliberativa, lo che equivaleva a dare già per ammessa la scissura. E questi sotterfugi non cessarono più. Se i papi sollecitavano il Concilio, diceasi, «Non v'è tempo ad allestirlo; affrettano a bella posta perchè sieno scarsi gli intervenienti, e prevalgano affatto gli Italiani, loro devoti». Se indugiassero, li tacciavano di non volerlo che in parole, di fare scaturire difficoltà, d'adombrare ne' ragnateli. Voleva il papa far da sè? lo gridavano arrogante, e che pregiudicasse la quistione della supremazia. Dirigeasi ai re e all'imperatore? diceano volesse rovesciar su loro l'odiosità: accuse triviali d'ogni tempo in simili occasioni.
Il Concilio era stato, nel 1537, intimato a Mantova: ma quel duca pretendeva che il papa vi mantenesse una guardia militare per garantire la sicurezza: e il papa non la volea per non acquistare aria di coazione verso i congregati. Propose dunque alcuna città del Veneto, e si preferì Vicenza: ricusata anche questa, vennero in campo Ferrara, Bologna, Cambray, altre delle tante libere o soggette a principi indipendenti, e per tutte trovavansi objezioni. Le più forti venivano dal patriotismo tedesco che s'impennava contro ogni paese italiano: corsero otto anni tra proposte e rifiuti, prima che si prescegliesse Trento, italiano ancora, ma sui confini di Germania, e indipendente come principato del proprio vescovo.
Questa città non era rimasta immune dal fomite luterano, e nel 1536, principando il vescovo Bernardo Cles, ne derivò turbamento, dal quale si colse pretesto per rivoltarsi contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi dei valligiani, ma fallitagli l'impresa, dovette ricovrarsi a Riva, mentre gli abitanti delle valli Sugana e di Non tentavano pigliare Trento per forza. Le milizie del vescovo riuscirono a calmare la sedizione, e molti de' rivoltosi furono decapitati, impesi, mutilati, fitti in carcere.
Altrove accennammo quante premure adoprassero il Sadoleto, l'Aleandro[187], il Morone[188] ed altri per ricondurre gli spiriti alla concordia; ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi[189], ogni passo era reso scabroso da puntigli dei principi cattolici e dei prelati delle nazioni. Dopo un lungo predicarlo quando il papa non lo volea, poi ricusarlo quando il papa l'accettò, e domandar che non ci fossero truppe per non diminuire la libertà della discussione, poi volerne per la comune sicurezza, il Concilio vi fu aperto al 13 dicembre 1545. Paolo III, che sinceramente lo bramava[190], aveva all'uopo spedito in Germania Ugo Rangone: poi a presiederlo come _angeli della pace_ mandò Giammaria Ciocchi del Monte e Marcello Corvini, cardinali che poi divennero papi, e l'inglese Reginaldo Polo che ne fu a un punto. Essi vi fecero leggere un'ammonizione, qualmente il Concilio teneasi per tre oggetti: 1º l'estirpazione delle eresie, non suscitate da loro, ma per la negligenza nel difendere le buone dottrine e nello svellere la zizzania: 2º emendar i corrotti costumi, dov'era manifesto che gli ecclesiastici erano e depravati e depravatori; 3º provvedere alla guerra civile fra i Cristiani e all'esterna co' Turchi.
La prima adunanza, con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vediamo rinnovarsi ogni tratto in assemblee non di frati e cardinali, e che con cura puerile raccolse frà Paolo Sarpi, come farebbe ora un gazzettiere. Nel 1547 scoppiano febbri perniciose con petecchie, sicchè il medico Fracastoro dichiara sovrastare gran pericolo di pestilenza, e che essendo egli chiamato a curar le malattie ordinarie, non il contagio, si licenziava dal servizio. I legati protestarono farebbero quel che i Padri risolvessero, e di questi, ch'erano cinquantotto, quaranta opinarono per la traslazione.
Era allora scoppiata guerra aperta fra la Lega Smalcaldica de' principi protestanti, e l'imperatore, al quale mandaronsi d'Italia dodicimila fanti e cinquecento cavalli, oltre ducento dal duca di Toscana e cento da quel di Ferrara, condotti da famosi capitani, sotto la supremazia di Ottavio Farnese; e seimila soldati, cerniti ne' possedimenti austriaci di Napoli e Lombardia. Il costoro passaggio disturbava il Concilio, e viepiù l'accostarsi di Maurizio di Sassonia, ardito nemico dell'imperatore e de' Cattolici; laonde, dopo la settima sessione del 3 marzo 1547, se ne decretò la traslazione a Bologna. Quivi il Concilio non avanzò i lavori, poi Giulio III, nel dicembre 1550, lo restituì a Trento, ove nel 1551 e 1552 si tenne la XVI sessione, sciogliendolo poi allorchè la guerra strepitò alle porte.
Moriva intanto Paolo IV, del quale tanto mal si disse[191], e del quale noi vorrem qui solo ricordare la costituzione _Etsi romanum pontificem_, ove condannò i diplomatici romani che inclinavano, blandivano, corteggiavano per conseguire grazie o benefizj, e raccomandarsi per avanzamenti. Aveva irritato le Corti col mostrare che muoversi e minacciare ancor sapesse una podestà, che i Protestanti dichiaravano morta, laonde le tresche di esse fecero che il conclave succeduto fu uno de' più disputati[192], prolungandosi due mesi e mezzo fra ventidue papeggianti, alcuni di gran merito. Per cattivarsi i vacillanti Francesi, propendevasi a scegliere un papa di loro nazione, ma temeasi non rinnovasse l'esiglio avignonese.
Giovan Angelo, della famiglia Medici milanese, per nulla attinente alla fiorentina, era fratello di Gian Giacomo, capitano di ventura noto col nome di Medeghino, che fattosi largo colla spada, come avviene in tempi sciagurati, aveva conseguito il titolo di marchese di Marignano. Il fratello prelato, valente giureconsulto, ottenne varj benefizj anche di semplice titolo, e nel conclave del 1559 prevalse agli altri, e prese il nome di Pio IV. Al vedere i ragguagli differentissimi degli ambasciadori e residenti si capisce in quanto lieve conto abbiano a tenersi tali documenti[193]. Per alcuni egli è pigro, ignaro degli affari; per altri attivissimo, spicciativo, che vuol far da sè; uno lo dice sobrio e avaro; altri che prodiga in fabbriche; chi l'accusa di lasciar fare tutto dal cardinale Borromeo, uomo freddo, mal pratico delle cose del mondo e senza risoluzione; un altro soggiungerà che assolve da qualunque peccato, purchè si paghi; il cardinale d'Augusta asseriva avergli detto in conclave di non essere lontano dall'assentire il matrimonio de' preti e la comunione sotto le due specie.
Nel fatto egli credeva che l'autorità de' principi fosse allora necessaria per sostenere quella dei papi, onde la sua politica fu più universale che nazionale. Benchè aderente all'Austria come milanese, non pigliò parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti e provveduti; agli ambasciatori dava udienza in Belvedere senza cerimonie; cavalcando ascoltava chi gli parlasse; leggeva gli storici e poeti moderni. Per assicurare il Vaticano ridusse a fortezza tutta la Città Leonina; al palazzo aggiunse molti abbellimenti, e specialmente la Sala regia, ove da Giuseppe Salviati fe dipingere i fasti dei papi, con epigrafi dettate da un'apposita commissione: e fra questi l'atto di Federico Barbarossa quando si prostra ai piedi di Alessandro III a Venezia[194].
Tra questi edifizj e gli armamenti contro de' Turchi e degli Ugonotti, dovette spendere, con aggravio dei cittadini, che se ne vendicarono colle satire: un assassino gli tirò un colpo, e messo al tormento, disse averlo indotto a ciò il suo angelo custode.
Volle severo processo dei tre nipoti di Paolo IV, e li condannò a morte, non eccettuando il cardinal diacono. Il supplizio d'un porporato era novità che stupiva il mondo; tutti smaniavano di conoscere il processo, ma nessun lo vide intero, nemmanco l'imputato nè il suo difensore; dal che i maligni indussero che si servisse men tosto alla giustizia che ai rancori della Spagna contro cotesto famiglia, ch'erasi vantata capace di torle il regno di Napoli. Pio IV ebbe a dire allo storico Pallavicino che niuna cosa eragli rincresciuta quanto tale condanna, ma avea dovuto lasciarle corso per lezione de' futuri nipoti[195].
Eppure esso Pio non s'astenne dal favorire i nipoti, e fece generale della Chiesa con mille scudi al mese Federico Borromeo figlio d'una sorella, gli diede sposa una figlia del duca d'Urbino, gli ottenne il principato d'Oria, e pensava investirgli il ducato di Camerino, ma nel fior delle speranze lo perdette.
Quest'inaspettata fine fu un solenne avvertimento al fratello Carlo, al quale, di appena ventitrè anni, lo zio papa aveva conferito l'arcivescovado di Milano e ben tosto la porpora, sebben non ancora negli ordini (1560). Quanti in lui s'accumularono benefizj e cariche! egli legato _a latere_ di Bologna e Ravenna, poi d'Italia tutta: egli abbate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati, arciprete di Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa Chiesa, protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri cattolici, della bassa Germania, de' Francescani e Umiliati, dei canonici regolari di Santa Croce a Coimbra, e de' cavalieri di Malta e del Cristo; sinchè, unendovi il contado d'Arona sul lago Maggiore, e il principato d'Oria nel napoletano, fruiva dell'entrata di almeno novantamila zecchini. Avendo cognata una duchessa d'Urbino; maritata una sorella nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe Colonna vicerè di Sicilia, scialava principescamente, quando la morte del fratello Federico lo concentrò ne' gravi pensieri della tomba, e d'allora il nome di Carlo Borromeo indicò uno de' prelati che più onorarono la Chiesa, e maggiormente faticarono nel riformarla. Rinunziato a quel cumulo di cariche, onde mortificare col suo esempio la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma congedò ottanta persone di corteggio, non ritenendo secolari presso di sè che nei bassi uffizj; da novantamila restrinse a ventimila zecchini la sua spesa domestica; agli sfarzosi spassi, ai clamorosi convegni consueti nel suo palazzo sostituì un'accademia settimanale di lettere e morale, detta le _Notti Vaticane_; eccitò il papa a fabbricare Santa Maria degli Angeli e la superba Certosa di Roma; molte chiese procurò s'edificassero per tutta Italia e l'Università di Bologna. La riconoscenza de' poveri conservò a Roma, nella cappella d'Araceli, la borsa dalla quale è fama che distribuisse ai bisognosi in un sol giorno quarantamila scudi, e in un altro ventimila.
Invece di trattenersi a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle corti o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di Milano. Da quarant'anni essa costituiva una commenda, che passava quasi in eredità a cadetti di casa d'Este, i quali non vi risedevano mai, mettendovi un vicario. In conseguenza la disciplina vi si era sfasciata; nè pietà e costumatezza appariva nei preti, i quali, non che curare le anime altrui, la propria negligevano, e si credeano dispensati dal confessarsi perchè confessavano: secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sacristie si valevano come di portifranchi per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand'anche non ne faceano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche erano occasione a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati all'ozio in convento, agl'intrighi fuori; le monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l'abilità non manifestavano che in trine, confortini e manicaretti.
Attorniatosi di valent'uomini, Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi. Diceva l'uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità curiose.
Autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte di Roma, per l'illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e per l'uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni, e armato di qualità penetranti e sovrane per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici paganizzanti: vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed astinenze, e d'animo a reggere le opposizioni dei governatori, le persecuzioni de' maligni, l'indifferenza de' beneficati, con que' decreti che costano poco a farsi, ma molto a far eseguire disciplinò la sua Chiesa, dalle materie più importanti fin alle minime di sacristia. Una volta l'anno banchettava il governatore di Milano, e lo serviva d'un cappone lesso, d'un arrosto, d'una torta squisita e null'altro. Teneva frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell'impedire che dalla vicina Svizzera l'eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, che preparasse apostoli e parroci a que' paesi. Vedremo quanti urti avesse col suo clero, inorgoglito dalla pinguedine, e quanti conflitti di giurisdizione: onde il papa doveva ammonirlo che bisogna talora non guardare solo alle cose in sè, ma all'opportunità[196]; non riceveva alcun breve papale se non iscoprendosi il capo: eppure egli fu sempre amico e difensore del Sirleto e del Morone. Le lettere scritte da lui o direttegli basterebbero a formare intera la storia del Concilio.
A trar il quale a compimento, principale impegno egli pose, e fece che il papa ne ordinasse la riunione al 29 novembre 1560; ma le tornate si cominciarono solo al 18 gennajo del 1562, per finirle il 3 dicembre dell'anno successivo: al 26 gennajo 1564 usciva la bolla di conferma. Ed è questo il Concilio più famoso della cristianità, e insieme la scuola più ricca della diplomazia ecclesiastica, comprendervi teologi di prima forza, ambasciadori di tutte le nazioni, varietà di pontefici, mutazione di politica dell'imperatore verso la Chiesa, della Chiesa verso l'Impero e d'entrambe verso le nazioni, e una pubblica giurisprudenza liberale[197].
Quante fatiche per far accettare, da gente rivoltosa, un'autorità senza appello, che parla e dev'essere creduta, che ordina e va obbedita! Fra i tanti, spediti ad invitare i principi massimamente di Germania, segnalossi il veneziano Gianfrancesco Comendone, limpido dicitore, abilissimo negli affari più avviluppati e meno attesi, nè «la Corte romana ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili; procacciossi l'amicizia de' principi senza condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose alle rinascenti eresie»[198]; nunzio in Inghilterra, in Polonia, in Moscovia, poi ad Augusta; i suoi viaggi sono leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, al Sirleto, ai migliori d'allora.
Cercava egli stabilire appunto l'autorità della Chiesa, e in lettera del 3 febbrajo 1561 al cardinale Borromeo da Berlino racconta il suo colloquio coll'elettore di Brandeburgo.
«Sua signoria illustrissima aperse il breve, lesse la bolla, e poi mi fece dire che delibererebbe, e mi darebbe risposta, il che fece alli XXIIII.
«Questa risposta fu molto lunga, nè però conteneva altro, se non che egli aveva accettata la salutazione del sommo pontefice con la riverenza debita, e che ne lo ringraziava grandemente, che sin in Ungheria l'aveva conosciuto d'ottima mente, e di somma benignità. Che sua signoria illustrissima similmente nel grado suo aveva sempre atteso alla pace, e che io non mi ingannava a riputarlo per tale, perchè s'era sempre affaticato e tuttavia s'affaticava in questo; _nescire tamen an pacem apud omnes gratiam ineat_; di che si doleva tanto meno, quanto non aveva altro fine che la pace della _conscientia sua et verbum Dei_, per il quale e non leggermente aveva accettata la confessione augustana, e che sommamente desiderava a tutti gli uomini e specialmente _summo pontifici veram agnitionem filii Dei_. Entrò poi sopra la presente indizione del Concilio, e disse che, non appartenendo questo negozio a se solo, nè alli principi soli convenuti in Namburg, ma a molti altri e principi e Stati della Confessione Augustana, sua signoria non potea rispondere se non quello di che di comune consiglio fosse risoluto: che dal canto suo farebbe sempre ogni opera acciochè si venisse a concordia, sebbene, per l'esperienza che aveva e della volontà de' principi e della causa in sè, ci trovava molte difficoltà, come in più ragionamenti famigliari mi aveva liberamente mostrato, sì perchè egli suole così sinceramente trattare, sì perchè conosceva che io ancor così trattava con sua signoria illustrissima; e che tenevo per certo che non solo io avessi accettato tutto ciò in buona parte, ma ch'io dovessi continuare una buona amicizia seco, per la quale si offeriva, ecc. Io risposi che sua signoria illustrissima non s'ingannava punto del giudizio che faceva della somma bontà, e sincerità di nostro signore, e che similmente sua santità aveva sempre stimata sua signoria illustrissima desiderosa di pace, anco innanzi che la conoscesse in Ungaria; soggiunsi poi, che, sebbene la causa era comune a sua signoria illustrissima con molti altri, non di meno era così comune, che apparteneva grandemente a ciascuno separatamente, trattandosi della salute dell'anima, e tanto più a sua signoria illustrissima, che per tal cagione sola diceva aver consentito nella Confessione Augustana: il che, come aveva fatto da sè, così poteva da sè, massimamente in un Concilio universale, cercare _veram agnitionem filii Dei_, la qual cognizione nostro signore non solo le pregava, ma per tal mezzo le procurava, come successor di colui al quale era stato comandato che _aliquando conversus confirmaret fratres suos_, con certissimo privilegio _ut non deficeret fides sua_, impetratoli da Nostro Signore Gesù Cristo a questo fine: di modo che non v'è il più sicuro rifugio che umiliarsi al giudizio constituito da Dio, e seguire il lume che si conserva nella continua successione della sede apostolica _et in perpetua et constanti patrum doctrina_. Finalmente circa li discorsi fatti più volte meco da sua signoria illustrissima, le resi grandissime grazie, dicendo che piuttosto la pregava ad iscusarmi se liberamente gli avevo risposto quello che m'occorreva circa ciò, perchè, quanto a persona pubblica, io non aveva a dirle altro, se non che fosse contento di venire al Concilio, ed ivi, se per sorte avesse alcuna difficoltà, l'esponesse ai Padri e: che tutto il resto io avevo detto sempre esclusa questa pubblica persona, invitato dalla sua signoria illustrissima; onde la pregava di nuovo a voler considerar bene quello che si può e si deve, e a non approvare quei mezzi che non porterebbono ora alcuno sollevamento, non che pace alla Chiesa, e sarebbono perniciosi all'avvenire, distruggendosi con le condizioni che essi dimandano per consentire al Concilio tutta quella certezza che potremo avere in terra per discernere la verità cattolica dalla eresia, la quale certezza e regola indubitabile è stata sempre appresso la sede apostolica, e ne' Concilj universali, _legitime convocatis habitis et confirmatis_.
«Questa fu la mia risposta sebben fosse detta con più parole, le quali non riferisco così minutamente per non essere molesto a vostra signoria reverendissima come anco non racconto ragionamenti avuti con l'elettore, essendo stati molti e lunghi di tre o quattro ore continue al giorno, perchè egli legge volontieri, e più volontieri ragiona di tutte queste materie controverse; solo dirò brevemente a vostra signoria illustrissima quello che tocca al presente negozio del Concilio. Le difficoltà che egli nella risposta datami dice avermi esposte in altri ragionamenti sono le medesime con le condizioni date dalli Protestanti alla cesarea maestà: tuttavia egli si rende assai trattabile in molte. Una le pare ragionevolissima, che i loro teologi abbiano voto in Concilio, e più volte n'ha parlato meco efficacissimamente, e però jeri dopo la risposta datami tornò nel medesimo ond'io, vedendolo così ardente in questo, e tutto posto in certe sue ragioni civili, lo pregai a dirmi come, concedendosi ciò alli confessionisti, si potrebbe poi ragionevolmente rispondere alle altre sêtte, quando esse ancora dimandassero di aver voto. Egli confessò che si dovesse negare a tutti gli altri, perchè non hanno, come i confessionisti, _expressum verbum Dei_. E replicando io che tutte le sêtte parimenti pretendono questo _verbum Dei_, soggiunsi esser necessario che ci sia stato provveduto da Dio d'un giudice certo in terra, secondo che vediamo nell'antica e perpetua forma del governo della Chiesa. Egli, benchè non mi rispondesse altro per allora, non di meno mostrò di non restar soddisfatto, ed oggi ha fatto sedere a tavola un suo dottore, e di nuovo ha mosso questo ragionamento, dicendo che nessuna setta può dimandar ragionevolmente d'aver voto, perchè, oltre l'esser false, non hanno le controversie sue immediate contro l'autorità della Chiesa romana, come ha la Confessione Augustana, la quale principalmente cerca di levare gli abusi, e restituire la purità dell'evangelo. Io allora dissi, che una tal ragione era appunto buona per accrescere in ciascuna setta questa eresia di più, quando non n'avessero prima, essendo che ciascuna di essa avrebbe gran difficoltà con l'accusare ed opporsi alla sede apostolica, ovvero di acquistar voto in Concilio, o almeno di sottrarsi al giudizio di quella. Ed a tal proposito si ragionò lungamente de' Calviniani e del gran numero loro, e delle cerimonie che esso elettore ama e fa osservare grandemente, e che costoro levano affatto; e poi degli ordini della Chiesa e della volontà di Nostro Signore in riformarla, dove sia di bisogno: e per certo mi pare che questo principe senta stimolo e rimorso nella coscienza, onde licenziandomi io per andare in Lusazia al marchese Giovanni suo fratello, mi ha detto sospirando queste formali parole, _Profecto, reverendissime domine, vos injecisti mihi multas et magnas cogitationes_»[199].
E il 4 marzo dell'anno stesso: