Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 30

Chapter 303,138 wordsPublic domain

Una volta si finge che i Padri in conclave vogliano trattenersi con una commedia, e ciascuno ne propone una, delle più conosciute, e il cui titolo è satira.

CIBO. Chi non sa fingere non sa vivere. DELFINO. La verità inefficace. CARPEGNA. L'accidia sospirosa. BARBARIGO. L'Arcadia in Brenta. GOES. Chi la fa l'aspetta. MALDACCHINI. Arlecchino finto principe.

Un'altra volta Pasquino disse:

Conclave in carnevale. Oh cosa bella! Ci daranno per papa un pulcinella.

Nella qual occorrenza disse pure:

Tre peccati faceste, o padre santo, Accettare il papato e viver tanto, Morire in carneval per esser pianto.

In tal fatto il capolavoro è il _Conclave del 1774_, dramma metastasiano, dove son messi in celia il Bernis, lo Zelada, il Negroni, il Giraudi.

Di una lunga canzone per la vacanza di Pio VII, ecco qualche strofa:

Se in bando voglionsi Tanti bricconi, Pregate, o popoli, Per Oppizzoni. Chi vuol che tolgasi Tanta gramaglia Che copre il tempio, Scelga Somaglia. Potrebbe eleggersi Prudentemente Il buon Galeffi In tal frangente. Chi vuol che il papa Ci racconsoli I voti porga Per Severoli. Chi vuol che l'ordine In tutto venga Preghi che scelgasi Il Della Genga. Fo punto; e il cielo Prego ci salvi Da un uom despotico Qual è Consalvi.

E il Della Genga fu di fatti eletto col nome di Leone XII.

Tutti conoscono le più vicine, ma parmi distinta per merito questa:

_Spirito Santo._ O popolo di Roma, ecco il momento Che decider dovrà del tuo sovrano. La vedovanza a terminar del trono, E i tuoi voti a compir disceso io sono. Ti calma alfin: già sospirasti assai Novello un papa, e qual lo brami avrai.

Volerò; su qual ti piace Il mio vol si poserà; Purchè tenda alla tua pace, E alla tua felicità.

_Popolo Romano._ O Signor clemente e buono, Dacci un papa di pietà, Che regnar faccia sul trono La giustizia e la bontà.

_S. S._ Ebben, perchè felice, O popolo di Roma, appien tu sia, Oggi che il papa scegliere si deve, Vo' che alla scelta il voto tuo si dia.

_P. R._ Adoriamo i cenni tuoi: Grande è, o Dio, la tua bontà: Alla scelta ognun di noi, Poichè il vuoi, risponderà.

_S. S._ I già sofferti affanni E il senno inveterato ancor dagli anni Par che dubbio non offra Onde salga sul trono al Vaticano Dei vostri eminentissimi il decano.

_P. R._ No, Signor, per carità! Polverosa è la sua gloria, Occupato egli sarà A compor qualch'altra istoria: Per sovrano non è nato Chi vuol fare il letterato.

_S. S._ Ebben, questo si lasci, ed in sua vece Al camerlengo della santa Chiesa D'esser papa la gloria oggi sia resa.

_P. R._ Come! papa uno scolare? Ah! Signor, ciò non può stare; Tommasini col triregno? Ah! di tanto ei non è degno, Di calcar non merta il trono Chi da sè sol non è buono.

_S. S._ Si lasci dunque, e pel voler divino Sia pontefice vostro il Cappuccino.

_P. R._ Ah! signor, certi caproni Non son nati per i troni, Altre volte ricordate Che fu preso a bocalate; Lungi, lungi un tal pensiero, Non ci piace, è troppo nero.

_S. S._ Si cangi dunque, e assiso in Vaticano Pedicini sarà vostro sovrano.

_P. R._ Come? in trono una tal rapa? Ah, signor, no per pietà: Non è nato ad esser papa, Nato è ad essere papà; Se felici ci bramate Presto presto un altro fate.

_S. S._ Si scelga dunque in più lontan paese, E sia vostro pontefice l'Inglese.

_P. R._ Ah, signor, ci fa spavento Quella sua fisonomia, Quell'altero portamento, Quella falsa ritrosia, E suonare altrui mal puole Ch'anche il papa s'abbia prole.

_S. S._ Eh sia dunque a tutti i patti Il pontefice vostro Cacciapiatti.

_P. R._ Cacciapiatti? Cacciapiatti? Riderebbero anche i gatti; Vi sarebbe al Quirinale Quasi sempre il carnevale, E le donne, oh caso indegno! Porterebbero il triregno.

_S. S._ De Simoni, Oppizzoni, qual volete? A vostro genio scegliere potete.

_P. R._ Quella lor finale in oni, O signore non ci piace; Son due volpi, anzi volponi, Ruberebbero la pace; Niun dei due d'aver bramiamo, E di un altro vi preghiamo.

_S. S._ Ebben l'onor si dia. Di sovrano a Cristaldi, e papa sia.

_P. R._ Ah, signor, fu tesoriere; Questo sol deh rammentate: Deponete un tal pensiere, Per pietà deh non lo fate: Quel suo viso non ci piace, Ha dell'aquila rapace.

_S. S._ Si lasci quest'onor: ah ben lo veggo, Perchè siate felici, o miei Romani, Un papa darvi voglio in Giustiniani.

_P. R._ Ah signor, deh per pietà Pecchereste in crudeltà; Gl'Imolesi ben lo sanno Quanto a lor costi d'affanno, Formerebbe ingrato suono Una tigre sopra il trono

_S. S._ Questo si lasci, e segga in Vaticano Qual vi piace, Navali, oppur Caprano.

_P. R._ E che? Regnano i stivali? Buoni son per gli ospedali; Son malati, han sempre sonno, Camminar appena ponno, E i discorsi a far finiti Son due vecchi rimbambiti.

_S. S._ Veggasi invece, se saria più degno Il cardinal Pallotta del Triregno.

_P. R._ Questi certo col talento Arricchir potria lo Stato, Se un editto ogni momento Da lui fosse pubblicato; Ma l'ostacolo sol è Che il somaro non fa il re.

_S. S._ Facciam dunque ai Tedeschi un'opra pia, E il cardinal Albani papa sia.

_P. R._ Deh! per mastro di cappella, O signor, lo risparmiate: L'avarizia gli è sorella, Per pietà deh non lo fate: Noi diremo anzi un rosario Se ci è tolto a segretario.

_S. S._ Abbia termine omai questo conclave, Odescalchi di Pietro abbia la chiave.

_P. R._ Dalla Chiesa ove è il rispetto Nel crear tal monachella? Non vedete dall'aspetto Che rassembra una zitella? E la cosa a far finita, Non ci piace, è gesuita.

_S. S._ Di una tal scelta cessino i pensieri, E sia vostro pontefice Guerrieri.

_P. R._ Ciascheduno in un momento Morirebbe di spavento, È il suo volto un ceffo tale Che ci sembra un animale. Deh, signor, dal Vaticano Mille miglia stia lontano.

_S. S._ Gli alti sien noti miei voler divini, Sia pontefice vostro Barberini.

_P. R._ Ah, signor: dunque di Piero Successor sono i bambini? Ciò che i Barbari non fero Faran sempre i Barberini? Per di più prence romano Saprà appena l'italiano.

_S. S._ Si rallegrino dunque i vostri aspetti; Sarà invece pontefice Bernetti.

_P. R._ Troppo troppo nel suo cuore La passion si sente ancora, E la fiamma dell'amore Più d'ogni altra lo divora. Ah, signor, se nol credete, Da Massani il ver saprete.

_S. S._ Ebben; di questo invece al Vaticano De Gregorio sarà vostro sovrano.

_P. R._ Ah, signor, no per pietà Egli pecca in vanità. Troppo mostrasi invogliato Del triregno, del papato. Non è degno un siciliano Di sedere in Vaticano.

_S. S._ Più fresco un cardinal donar vi voglio, Mario di Pietro sederà sul soglio.

_P. R._ Parentela e povertà Forman sempre il suo contorno: Nipotini in quantità Gli zampillano d'intorno; Dippiù, noto è a' nostri dì Che gli manca un venerdì.

_S. S._ Ebben ti allegra, o popolo romano, Esser deve Franzoni il tuo sovrano.

_P. R._ La sua vita è religiosa, Grande assai la sua pietà, E se pecca in qualche cosa, Pecca forse in santità: Ma il pietoso, il santo, il buono Poco adatto è per il trono.

_S. S._ O popolo di Roma, omai son stanco Dal propor cardinali e tutti invano: Scegli pur qual tu vuoi, qual più ti piace, E il prescelto da te sarà il sovrano.

_P. R._ Poichè adunque, o signor, così tu vuoi, È questo il papa che scegliamo noi. Dican pure che è brutto e avaro. Dican pure che niente sa, Il miglior fra tutti è Naro, Ei pontefice sarà; Ma fia papa a solo patto Che non faccia niente affatto.

_S. S._ Al popolo roman tutto si dia, Naro papa volete, e così sia.

Pasquino non la perdona a' privati. Così della regina di Svezia disse:

Nacqui di un gallo semplice gallina, Vissi fra li pollastri e fui regina, Venni in Roma cristiana e non Cristina.

Bartolomeo Borghese spacciavasi figlio del papa; sicchè quando la giustizia francese lo mandò a morte, Pasquino esclamò: _Cur sacrilegorum pœnis iste periit? Quia filium Dei se fecit_.

Nella scandalosa lite fra il Castelvetro e il Caro, della quale parlammo nel Discorso XXVII, tra una farragine d'altre cose si scrissero 17 faleucii, parodiando quei di Catullo, e diretti a Pasquino. Il primo è:

_Quoi dono lepidum novum libellum_ _Antiquo modo Carmine expolitum?_ _Mi Pasquine, tibi: tu enim solebas_ _Castelvetri aliquid putare nugas,_ _Tum cum est ausus is unus Italorum_ _Carum ipsum tribus inquinare cartis,_ _Stultis, Jupiter impudentibusque._ _Quare habe hoc tibi quicquid est libelli,_ _Miser, qui stolidum tuum sodalem_ _Cum tanta voluisti amare pœna._

Alludendo alle folla delle funzioni della settimana santa, Pasquino domanda: «Come potrei, io buon cattolico, esser ammesso alle cerimonie di san Pietro?» e Marforio risponde: «Dichiara che sei inglese, e giura che sei eretico».

Era impossibile che Pasquino si tenesse estranio alla politica.

Nel secol nostro variò d'opposizione secondo i tempi. Di Ferdinando e Carolina di Napoli disse: _Hæc rex, hic regina, hic et hæc et hoc Acton._ E al tempo della spedizione contro i Giacobini esaltò quel re di sopra di Cesare, perchè

Fernando in un sol dì Venne, vide, fuggì.

Alludendo ai miracoli che moltiplicavansi allo strepitar della Rivoluzione, domandava Marforio:

_M._ Di Roma le madonne perchè spalancan gli occhi? _P._ Perchè questi Romani li chiudono da sciocchi. _M._ Perchè là nella Francia non fan tali prodigi? _P._ Perchè impostori e ciechi non trovansi a Parigi.

Al tempo della repubblica romana si lesse:

_P._ Che tempo fa? _M._ Tempo da ladri. (Sarà continuato).

E subito dopo:

_M._ È vero, Pasquino, che tutti i Francesi sono ladri? _P._ Tutti no, ma _buona parte_.

Il Buonaparte faceasi Napoleone imperatore, e sparnazzava i suoi re di qua di là: e Marforio domandava: — Perchè l'olio rincara? — Perchè (rispondeva Pasquino) Napoleone se ne serve per ungere i re e friggere le repubbliche.

Parendo che il papa condiscendesse troppo al nuovo imperatore, Pasquino scrisse:

Per conservar la fede un Pio perdè la sede, Per conservar la sede un Pio perde la fede.

E su Paolina Borghese sorella dell'imperatore, che a questo cedeva la galleria e mal restaurava la sua villa: _Paulus struxit, Paulina destruxit_: oltre un'altra più sanguinosa _Facies picta, dos ficta, v.... refricta_.

Dopo gli arresti fatti da Gregorio XVI:

_M._ Ehi, Pasquino, i nostri Romani dove sono? _P._ Sono con san Pietro in vincoli.

Esaltato Pio IX, Pasquino tacque sotto l'universal concerto d'applausi: parodiò volentieri gli ampollosi decreti dei triumviri, poi venutivi i Francesi, sfogossi contro questi. Fra gli altri, cantò:

_M._ Dimmi, o Pasquino; avvisi Il general straniero Che con lo sguardo fiero Percorre la città? _P._ Egli, o Marforio, è il prode Repubblican soldato Ministro invidiato Di galla libertà. _M._ Sai tu, Pasquin, se, giunto Di Roma all'almo ostello, Il sospirato avello De' Gracchi visitò? _P._ Oibò, Marforio mio: Il general francese Nelle trecento chiese Devoto si prostrò. _M._ Quale, o Pasquin, reliquia Toccò il suo labbro ardente? A qual con riverente Piede inchinossi ognor? _P._ L'orribil sacrilegio, Marforio mio, non taccio: Baciò l'infame laccio Di Giuda traditor.

Fra le recentissime fu arguta questa pasquinata:

«La guerra d'Italia costò tre ducati; la guerra del Messico potrebbe costar un napoleone».

Ma Pasquino, se ha il dono dell'arguzia, non ha quelle della profezia. Guai!

DISCORSO XXX.

PIO IV. IL CONCILIO TRIDENTINO.

Perchè là vita, questo combattimento, cui prezzo è l'immortale godimento di Dio, diventasse meritoria, bisognava vi fossero e luce bastante a illuminare la fede, e tenebre bastanti a offuscarla: senza di queste l'evidenza avrebbe colpito l'anima di modo, che cessati sarebbero l'equilibrio fra il bene e il male, e la possibilità del peccare, e l'azione dell'uomo sul proprio destino, e il merito della santità[183]. Di qui il perenne conflitto dell'errore contro la cattedra della verità, che fra il vecchio mondo osceno e il nuovo feroce fu eretta contro la servitù del pensiero e conservata nella libertà del pensiero, la quale non consiste nell'autonomia assoluta, ma nel non avere ostacoli a riconoscere la verità, nell'esplicarsi l'intelletto nel campo dell'intelligibile.

Ogni qualvolta si trovò lacerata da qualche grave eresia, la Chiesa adunossi in Concilio attorno al successore «del gran viro, a cui nostro Signor lasciò le chiavi»[184], onde proferire come appariva ad essa ed allo Spirito Santo. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza: i popoli di tutto il mondo congiungere di credenze e di riti; ritemprare l'interno di questa società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v'ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. A tal uopo non s'introduce nulla di nuovo: le cognizioni umane, forse l'intelletto nostro son altro che tradizione? Cristo medesimo non venne a portare novità, ma a _rivelare_ ciò ch'era stato coperto. Anche la Chiesa non fa che dichiarare oggi quel che credeva jeri; cangiando soltanto l'espressione per rendere più chiara, più completa, più esplicita una credenza sempre identica.

La definizione infallibile consta di materia e di forma. La prima è prestata dall'episcopato; l'altra dal pontefice. Ogni vescovo parla nel Concilio, qual testimonio della credenza della sua Chiesa: sicchè l'accordo di tutti i vescovi significa l'accordo di tutte le Chiese. Il papa, capo inseparabile dell'episcopato, non è il più profondo teologo, il più erudito canonista, il più destro dialettico, nemmeno il più pio, il più santo; ma quello che la preghiera di Cristo garantisce dagli errori umani; che non inventa nulla, nè aggiunge forse tampoco un pensiero al tesoro di tanti pensieri ivi raccolti, ma proferisce «Questo è vero»: diffida del suo sapere, e perciò interroga, fa discutere, ma non diffida della sua inerrabilità; esso convoca il Concilio, lo presiede, lo sanziona, lo dichiara infallibile.

Gli spiriti negativi ridano pure di questi meriti: noi parliamo ai serj e leali. E questi sanno che tutti i Concilj, da quel di Nicea fino a questo tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più segnalate che la storia ricordi per la dignità de' personaggi raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l'elevazione delle idee, superiori a limitazione di paese, di nazionalità, di tempo, fondate su principj irrefragabili, e ispirate da una generosità non d'astrazioni, ma effettiva nè mai smentita: vi si presero le decisioni più gravi, più prudenti, più elevate: si fecero le istituzioni più savie per la condotta della Chiesa, e le più rilevanti per la pace dell'anime e la salute del mondo, e mai non fu necessario disdirsi o correggersi.

Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l'autorità della Chiesa, l'udimmo proposto fin dal prorompere della gran Riforma. I Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellavano al Concilio; i Cattolici confidavano basterebbe in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove; l'imperatore, il re di Francia, i principi di Germania, gli ecclesiastici, Lutero, gridavano Concilio: ma lo desideravano lealmente?

I papali nol credevano necessario, quando sì di recente n'era stato raccolto uno, e quando a tutte le nuove negazioni poteano opporre asserzioni antiche e precise. Pure, incalzati dagli avversarj, conoscendolo d'altra parte come il mezzo di cui la Chiesa si era sempre valsa per reprimere le eresie e togliere gli scismi, vi assentivano. Non trattavasi però più di dibattere quistioni parziali come a Costanza, bensì l'essenza medesima della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti, quanto non era pericoloso il raccoglierlo, difficile il contenerlo ne' limiti, e impedire che, al modo di quel di Basilea, non si dichiarasse superiore al pontefice stesso!

Carlo V come imperatore potea desiderar l'umiliamento di questi papi che, sempre repugnanti alla dominazione forestiera, aveano tenuto a freno i suoi predecessori, e con Giovanni XXII aveano proclamato il distacco dell'Italia dall'Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d'altro lato, egli fiammingo e spagnuolo, re cattolico di Spagna e capo del sacro romano Impero, non potea farsi eterodosso; re di Napoli ed emulo di Francesco I, non potea nimicarsi il papa; cosmopolita, non potea restringersi alla politica tedesca. Poi sentiva scossa l'autorità; s'indispettiva che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell'Impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno da Cesare che da Pietro; e che sorgesse una diversione troppo disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d'interessi mondani; ma quando uscì vincitore dell'emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de' papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il Concilio.

Francesco I di Francia pretese che il Concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse; e intanto l'imperatore ed esso re faceano da particolari teologi promulgare decisioni su punti di fede, locchè più sempre impacciava il già scabroso negozio. Maggiore ombra ne prendeva Clemente VII, nato illegittimamente nè abbastanza legittimamente eletto; sicchè cercò soprattieni e argomenti in contrario, dicendolo inutile e pericoloso; inutile, perchè l'eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè avrebbe aria di revocare in dubbio le prische decisioni della Chiesa, e il convegno di tante teste torbide potrebbe al papa o all'imperatore strappar concessioni, di cui tardi avessero a pentire. Se però l'imperatore lo credeva conveniente, l'intimasse pure a nome del pontefice, patto che gli eretici promettessero obbedirvi, i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, formando quel che oggi chiamiamo ordine del giorno, onde perdere men tempo e non divagare[185]. Uberto Gàmbara nunzio pontificio spiegò più chiaro, che i Luterani domandassero il Concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell'estinguere l'eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli, a cui spettava giusta i canoni. Con ciò Clemente indisponeva anche i Cattolici; oltrechè per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose l'interdetto sulla città. Anche i preti di Parma aveano esclamato contro l'esorbitare degli esattori, ed ecco giungere Vincenzo Canina commissario papale, e tutto in collera esporre i cedoloni minacciosi: ma i preti s'ostinano al niego, anzi insorgono; il popolo li seconda, e il commissario è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove.

Ruppesi poi la guerra per la Lega Santa, che condusse i Tedeschi a saccheggiar Roma. Fra le condizioni poste allora da Carlo V alla liberazione di Clemente VII fu la convocazione del Concilio; ma non appena si sentì riappoggiato dalla Francia pel matrimonio della nipote Caterina, il papa abbindolò indugi e pretesti.

Pure anche a Roma si era convenuti sull'opportunità d'un Concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che di nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Nel Concilio di Costanza erasi veduta l'aristocrazia ecclesiastica[186] elevarsi contro il monarcato papale, non accorgendosi che contro di essa agguerrivasi la democrazia. Non volea però tagliare il nesso fra l'autorità e l'uomo che la esercitava: bensì in quest'uomo discernere le azioni giuridiche dalle abusive. Il papato è la maggiore delle autorità, assoluta, irreformabile, indivisibile dalla persona che legittimamente n'è investita: non si dee sceverare l'autorità dalla persona, bensì la persona dagli abusi. Vedemmo come poi trascendesse il Concilio di Basilea. Adesso si riuscirebbe a ricondur le pecore sotto un solo pastore, come erasi fatto a Nicea?