Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 29

Chapter 293,446 wordsPublic domain

Un'altra volta era il _Liber generationis antichristi filii diaboli. Diabolus genuit papam, papa vero genuit bullam; bulla vero genuit ceram; deinde cera genuit plumbum; plumbum vero indulgentiam; ea vero curenam_ (assoluzione dal digiuno quaresimale); _carena vero genuit quadragenam_ (la quarantena); _ex qua tandem orta fuit simonia, ex qua fuit superstitio, etc._; e dopo la cattività di Babilonia, il cardinale generò il cortigiano, il cortigiano il vescovo suffragante e il commendatore, che generarono la pensione: dalla pensione venne la decima, da questa l'oppressione del paesano; l'oppressione generò la collera, e questa l'insurrezione, nella quale si rivelò il figlio dell'iniquità che chiamasi Anticristo.

Gli è per tali profanità che delle pasquinate ebbe ad occuparsi anche il Concilio di Trento, perocchè alcuni, e specialmente il legato Del Monte, voleano si provvedesse all'abuso che in essi faceasi de' testi sacri, convertendoli o a satira o a giocondità: ma non si credette dovervi prendere un provvedimento speciale: solo si proibì di usar le parole scritturali in vanità, adulazioni, scurrilità, superstizioni, libelli famosi. E fra i decreti sui libri proibiti al § 11 restano in generale vietati _Pasquilli omnes, ex verbis sacræ scripturæ confecti. Item Pasquilli omnes etiam manuscripti, omnesque conscriptiones in quibus Deo, aut sanctis, aut sacramentis, aut catholicæ ecclesiæ et ejus cultui, aut apostolico quomodocumque detrahitur_.

Pure queste applicazioni di testi ecclesiastici talvolta non sono che ingegnose, come quando nel 1535 de' cardinali francesi si dice «Per altra via se sono tornati»; e dei tedeschi: «Non v'è nulla da mangiare noi in questa casa?»

Ed altra volta per l'entrata de' Francesi in Italia:

Roma. _Hora est jam de somno surgere._ Spagna. _Uxorem duxi: habe me excusatum._ Germania. _Quo me vertam nescio._ Fiandra. _Effusum est in terra robur meum._ Polonia. _Date elemosinam._ Portogallo. _Non bene conveniunt Judæi cum Samaritanis._ Lorena. _Dominus dedit, Dominus abstulit._ Savoja. _Nescio loqui, quia puer sum._ Piemonte. _Legatis manibus et pedibus, projicite eum in tenebris exterioribus._ Ginevra. _Quando morietur et peribit nomen ejus, tribulationes cordis multiplicatæ sunt._ Svizzera. _Miseremini mei, saltem vos amici mei._ Olanda. _Veh nobis._ Genova. _Transeat a me calix iste._ Milano. _Timor et tremor venerunt super me._ Parma. _Adorabimus in loco ubi steterunt pedes ejus._ Modena. _Deprecabilis esto super servos tuos._ Firenze. _Domini est terra et plenitudo ejus._ Napoli. _Deficit spiritus meus, paratum cor meum sperare in Domino._ Messina. _Non credam amplius._ Mantova. _Quid vultis mihi dare et eum ego vobis tradam._ Francia. _Dissipabo et assorbebo simul._ Venezia. _Non timebimus dum turbabitur terra, etenim inimici mei non potuerunt adversus nos._ Inghilterra. _Pereat memoria ejus, et sequaces ejus fiant orphani._

E qui son a ricordarne due a proposito di Galileo. Quando egli ebbe scoperto i satelliti di Giove, e che la più parte degli astronomi li negavano, Keplero li vide, ed esclamò, _Galilee, vicisti_. Di rimpatto un frate a Firenze prese per testo d'una predica, _Viri Galilæi quid statis aspicientes in cœlum?_

Nell'Indice tridentino de' libri proibiti è registrato _Evangelium Pasquilli_. Vi somigliano le _Sortes Virgilianæ per Pasquillum collectæ_; emistichi o versi di Virgilio, applicati ingegnosamente.

Il papa si duol di non aver dapprincipio soffogato Lutero:

_Trojaque nunc stares, Priamique arx alta maneres_

A quei che voleano il papa presedesse al Concilio:

_An monstrum infelix sacrata sistitis arce?_

Ad Erasmo vacillante,

_Terras inter cœlumque volabat._

Al papa perchè non si mescoli delle cose temporali,

_Pastorem, Tytire, pingues_ _Pascere oportet oves, deductum dicere carmen._

Il papa temente della sorte de' suoi, esclama:

_Dii patrii, servate domum, servate nepotem._

Sui disastri di Roma:

_Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos._

Lutero solo contro tutto il mondo:

_Vim cunctam atque minas perfert cœlique marisque._

Nell'indice de' libri proibiti dal concilio di Trento son notati:

_Pasquilli et Marforii hymnus in Paulum III._ _Pasquillorum tomi duo, quorum primo versibus ac rhytmis, altero soluta oratione conscripta quamplurima continentur._ _Pasquillus extaticus et Marphorius._ _Pasquillus Fagius._ _Pasquillus Germanicus._ _Pasquillus proscriptus a tridentino concilio._ _Pasquillus semipoeta._ _Pasquino in estasi nuovo e molto più pieno che 'l primo_, fu aggiunto con decreto del 16 marzo 1621.

In occasione che il papa prende il possesso, che è una delle solennità più splendide della splendida Roma, veniva Pasquino foggiato in qualche personaggio, e allora le satire s'acconciavano a queste trasformazioni. Per l'una diceva:

«Qual meraviglia se mi trovi cangiato, dacchè Paolo cangia dieci volte all'ora?»

Vestito da Occasione, diceva all'imperatore:

_Cæsar, habes nulli qualem me habuere; videsne?_ _Ni mea, ni noscis tempora, asellus eris._

Ma gli si rispondeva:

_Postquam regna tenet Paulus, domus alta Quiritum_ _Occidit, atque simul concidit omne decus._ _Occidit imperium Christi, spes, fasque, piumque._ _Occidit alma quies, occidit alma fides._ _Dicendum occasus potius quam occasio certum est,_ _Pasquille, ut rebus nomina conveniant._

Un'altra volta egli compariva da viaggiatore, e

_Credula verbosum papam quia Roma creasti_ _Expedìt hoc cunctis dicere; Roma, vale._

Essendo vestito da Perseo, gli fu appicciato il distico:

Perseo che di Medusa il capo cese, Cederà ancora il capo del Farnese.

Oppure:

_Papa medusæum caput est; coma, turba nepotum:_ _Persæu, cede caput; cæsaries periet._

Quando esso Paolo III trasferì il concilio, stampossi un _Pasquilli carmen in Paulum III fugitivum a facie concilii Mantuani_:

_Quid est tibi, papa, quod concilium fugisti, et vos, cardinales, quia conversi estis retrorsum?_

_A facie reformationis mota est curia, a facie reformationis veræ,_

_Quæ converteret papam in pauperem plebanum, et cardinales in miseros capellanos._

Anche Paolo IV fu incessante bersaglio a satire, massime a cagione dei nipoti: e il suo nome di famiglia Caraffa diè occasione a molte arguzie, tanto che si dovette proibire di gridar per istrada bicchieri e caraffe.

Sotto Sisto V comparve Pasquino con una camicia tutta sudicia. E chiedendogliene Marforio il perchè, rispondeva: «Perchè la mia lavandaja è divenuta sorella di papa».

E perchè Sisto rimescolava colpe vecchie, si fecer dialogare le due statue di san Pietro e Paolo. Il primo vedeasi in atto di partire cogli sproni:

_San Paolo_: Dove vai?

_San Pietro_: Corro qualche pericolo. Temo esser chiamato in giudizio perchè ho rinnegato il mio maestro.

_San Paolo_: Allora farò bene anch'io a cavarmela, perchè m'imputeranno le persecuzioni che feci contro i Cristiani.

Ma Sisto non intendea scherzi, e faceva anche impiccare i satirici, onde Pasquino dovette contentarsi d'esclamare che papa Sisto non la perdona neanco a Cristo.

Venendo a tempi vicini, di Benedetto XIV disse Pasquino: _Vir bonus in solio, Bonus vir in solio_. E di Pio VI che nello stemma portava aquila, gigli, stelle, venti:

_Redde aquilam imperio, Gallorum lilia regi,_ _Sidera redde polo; cætera, Brasche, tibi._

In somma Pasquino è un arguto, che tien l'occhio al Vaticano, l'orecchio al conclave, intelligenze nelle anticamere, spie nelle sale e nelle alcove. Talvolta fu l'uom dabbene indignato de' vizj: tal altra lascia fra il riso trapelare l'ira protestante come quando dice:

Il rosso gregge si divide in tre, Mangia Dio, mangia plebe, e mangia re.

Si abusa del suo nome? egli esclama:

_Me miseram! copista etiam mihi carmina figit,_ _Et tribuit nugas jam mihi quisque suos._

Talora domanda un cappello di cardinale:

_Tandem, maxime pontifex, galerum_ _Pasquillo tribuas tuo roganti._ _Si sensu sine sum, rude atque marmor,_ _Complures quoque episcopos videmus_ _Ipso me mage saxeo creari._

Altre volte fa un confronto tra il papa e Cristo:

_Christus regna fugit: sed vi papa subjugat urbes._ _Spinosam Christus, triplicem gerit ille coronam._ _Abluit ille pèdes; reges his oscula præbent._ _Vendentes pepulit templo, quas suscipit ipse...._ _Ascendit Christus, descendit ad infera præsul._

Qualche volta con tenuissimi cangiamenti muta l'elogio in satira; come quando essendosi scritto, _Orietur in diebus nostris justitia et pax_, Pasquino vi antepose un _M_.

E altra volta: «Tu ridi, o passagero, perchè il vecchio Pasquino vedi senza naso, senza labbra nè mani, e perduta ogni forma.

_Nempe vides quam Roma viros bene tractet honestos_ _Quos ea, si qui sunt hic, periisse cupit._ _Nam me quod nimius veri sum visus amator_ _Et mores urbis carpere sæpe malos_, ecc.

E il Marini cantava:

Non cercar tu che passi Come favelli e scriva Una pietra insensibile e scolpita Che della mano e della lingua è priva. Fora ancor poco a questa età cattiva, Poichè tacion color che han voce e vita Quand'io non sol parlassi Ma parlando scoppiassi, Per romper con lo scoppio e testa e braccia A chi mi fa parlare e vuol ch'io taccia.

Nel 1592 erasi stabilito di farla finita con questo garrulo mozzicone e gettarlo in Tevere. Trovavasi allora a Roma Torquato Tasso, e suggerì: «Nol fate. Dalla polvere nella ripa del fiume nasceranno infinite rane, che gracideranno notte e giorno per vostro dispetto». Gli si diede ascolto, onde Marforio ne mandò le congratulazioni a Pasquino. E questo rispondea: «Di fatto m'avean messo in querela col sant'Uffizio. Comparvi davanti ai cardinali, e pensa come mi conciarono! Senza un secondo Torquato, la bocca di Roma era chiusa per man de' Barbari. Per fortuna la ragione disarmò l'ira, e la satira dee la vita alla poesia».

Sotto Urbano VIII de' Barberini, Pasquino esclamava:

Ohimè, non ho più un quattrino, Tutto il mio è del Barberino.

Ed essendosi levato il tetto di bronzo dal Panteon per fondere la cattedra di san Pietro, disse: _Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini_. Quando esso papa emanò una bolla contro il tabacco, Pasquino esclamò: _Contra folium quod vento rapitur ostendis potentiam tuam, et stipulam siccam persequeris_.

Sotto Alessandro VII, Pasquino prese, come spesso i buffoni, la parte del prepotente, schernendo il papa degli insulti fattigli da Luigi XIV, or in colloqui coll'abbate Luigi, or in sindacato dove i conservatori di Campidoglio assumono per segretario Marforio, Pasquino per procurator fiscale, don Gregorio per usciere; e dopo molte cose serie e molte beffarde, conchiudesi con sette avvisi: 1º che tutti i cittadini abbian un esemplare della storia romana, per ricordarsi le geste degli avi, aspirarne l'amor della libertà, e ricordarsi che cacciarono i Tarquinj dalla città; 2º che siano obbligati di legger la storia primitiva della Chiesa, notare il diritto che avea il popolo d'eleggere i papi e di partecipare al governo temporale; 3º di non chiuder gli occhi ai disordini degli ecclesiastici; 4º ridersi delle bolle fabbricate per avvilire il popolo e sottomettere i laici ai preti; 5º stare uniti in santa fraternità, perchè sulla discordia si fondò la sua schiavitù; 6º render al papa ogni rispetto e obbedienza come sovrano spirituale; 7º guardarsi dal pagare soldati quando i papi volessero far guerra e cambiar la croce in spada.

Oltre la pasquinata, che diceva di lui, _Maxime de se, magna de parentibus, mala de principibus, pessima de cardinalibus, nihil de Deo_, moltissimi sonetti conosco per la morte d'Alessandro VII, e un de' migliori è questo:

Papa Alessandro settimo sanese Di casa Chigi, qui sepolto giace Che sopra dodici anni e più d'un mese, Mal grado suo, non vide Italia in pace.

Con finto zelo e con pietà fallace Molto al mondo promise e nulla attese. Disse che i suoi starebbono al paese, Ma a capo all'anno si trovò mendace.

Vantò di sollevar lo stato oppresso, Disse voler premiar li dotti e buoni, Far tornar Roma al suo primiero sesso.

Ma niuno più di lui senza occasione Mille gabelle impose, e niun quant'esso Distrusse Roma ed ingrandì bricconi.

Un papa il ciel ci doni, Che riducendo quel ch'ei disse in atto, Si guardi poi dal far quel ch'egli ha fatto.

Questo sonetto trovo nella Magliabecchiana mss. cl. VII. 309; dove sono moltissime pasquinate, o in raccolte, o sparse: fra cui _Risate di Pasquino con l'abbate Luigi per l'aggiustamento di Pisa circa le differenze tra il re di Francia e la casa Chigi_.

Ultimamente stampossi _Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, traduite et publiée pour la première fois par_ MARY LAFON (Parigi 1861). È poco meglio che copia di un articolo dei _Mémoires de littérature par M. De S...._ (t. II, p. II, p. 200, Aja 1717), aggiuntevi mentosto pasquinate che satire contro i papi, tolte da Hutten e da altri. Per esempio, sotto Giulio II mette il dialogo, spiritoso per verità ma ben lungo, fra questo papa e san Pietro alla porta del paradiso, che è attribuito a Erasmo o a Fausto Anderlino, e che noi mettemmo in nota al Discorso XIV. Esso Hutten ha pure il _Pasquillus exul_, dialogo con Ciro; ove finge che, abbandonando affatto la città, stanco di aspettare, nè più nulla sperando dal papa, solo occupato ad impinguare i suoi ben numerosi, gli espone il secreto della creazione dei trentun cardinali, della promulgazione delle indulgenze, e del progetto della crociata, che in fatto era un'operazione politica e finanziera per ristaurar l'erario, e dar al papa la maggioranza nel conclave.

E tutt'altro che pasquinate sono il dialogo tra Vadisco e Pasquino: _Apophtegmata Vadisci et Pasquinei de corrupto statu Ecclesiæ_; il _Pasquillus extaticus_, ed altre composizioni.

Gli è per quest'ultima che annettesi il marmo beffardo al nome di Celio Curione, del quale vuolsi sia la raccolta _Pasquillorum_, comparsa a Basilea il 1544.

Questa comincia da una poesia _De se ipso et origine sua_, ove Pasquino narra lui esser Lica che portò ad Ercole, da parte di Dejanira, la fatal camicia, onde perdè la vita; ma prima di spirare lanciollo in aria: ricaduto sopra uno scoglio del mar d'Eubea, suscitava tante tempeste, che Nettuno col tridente ne lo cacciò, onde salvossi in terraferma, ed or rimane a Roma, dove una turba di pedagoghi ogni anno gli rende i dovuti onori.

Non v'è titolo propriamente onde attribuir quella raccolta al Curione, e neppure il _Pasquillus theologaster_ diretto a Lutero; bensì è di lui il _Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium_ (Basilea 1544). Poi _Celii Secundi Curionis Pasquillus extaticus, una cum aliis etiam aliquot sanctis pariter et lepidis dialogis, quibus præcipua religionis nostræ capita elegantissime explicantur; omnia quam antea cum auctiora, tum emendatiora,.... adjectæ quoque sunt quæstiones Pasquilli in futuro concilio a Paolo III indicto disputandæ, lectu jucundissimæ_ (s. l. et a.).

Forse col titolo di _Pasquino in estasi, ragionamento di Marforio e Pasquino_, il dialogo fu scritto originariamente in italiano, qual si trova manoscritto nella biblioteca ducale di Gotha, poichè v'è qualcosa che manca nelle stampe latine, come il passo relativo a Giovanni Valdes, che daremo qui sotto.

Comparve poi a Ginevra _Pasquillus extaticus, non ille prior sed totus plane alter auctus et expositus_; e _Pasquino in estasi, nuovo e molto più pieno che 'l primo, col viaggio all'inferno colla falsa data di Roma, nella bottega di Pasquino a l'istanza di papa Paulo Farnese_. Sebben quest'ultima frase sia evidentemente falsa, indicherebbe però fosse anteriore al 1549, e vi stanno in appendice _Questioni di Pasquino da disputare nel Concilio di Trento, che mostrava di voler fare il papa_.

È un de' libri che più corsero attorno in quel tempo, e di quelli che sogliono fare il maggior danno, pervertendo il buon senso e la morale col mettere il riso al luogo delle ragioni, e ridur l'uomo al grado di scimia. Diamone l'analisi.

_Marforio._ «Che c'è di nuovo, Pasquino? Tu sei bello e smagliante.

_Pasquino_. Come chi ha veduto il re del cielo. Non sai che, dopo il colloquio coll'Eterno, Mosè sfolgoreggiava?

_M._ Il so, ma che? Forse le pietre van oggi in cielo?

_P._ Perchè stupirne, quando ci van tuttodì monache, abati, preti, vescovi, papi, coi ventri dieci volte più pesanti di me?

_M._ Oh per lo meno son uomini e non sassi.

_P._ Non sai che quei che governano il mondo e la Chiesa han l'orecchio duro, sicchè bisognan pietre per toccarli, e massime per cacciar quello sciame di adulatori che vi ronza attorno?

_M._ E chi t'ha dato a te quest'incarico? N'hai licenza dal papa?

_P._ La necessità mi forza a parlare. I nostri contemporanei hanno gran bisogno d'udir la verità: quei che potrebbero dirla taciono; bisogna dunque che parlin le pietre, come comanda il Vangelo».

Qui vien a raccontare come, stando in una grotta presso il Coliseo, s'addormentò, e gli apparve un globo di fuoco, di mezzo al quale un vecchio Jerosataniel, capo de' veri veggenti, il quale gli esibì di mostrargli il cielo. «Ma oggi v'ha due cieli, uno eterno, ove Cristo salì, ove andranno i fedeli, ove Dio, cinto di angeli, giudicherà noi tutti; l'altro, fatto di man d'uomo, e compaginato abbastanza male dal papa». Pasquino chiede di veder quest'ultimo: gran città, dove entrava una folla di cattivi angeli, carichi di suppliche, petizioni, corone, rosarj, cera da bolle, argento, oro, sigilli, immagini, scapulari, pietre preziose; altri n'uscivano portando la pace, la guerra, i nembi, il fulmine, la tempesta, e tutto ciò che gli uomini creduli amano e temono. Una sola porta serve ai mortali, fatta di marmo grossolano, e che ha per ornamenti la donazione di Costantino e i trofei dei papi, quando umiliavano i re, e metteano il piede sulla testa degli imperatori.

Il vecchio che la custodiva, udito che era Pasquino, nol volle ricevere, dicendo che quello cielo non era fatto per buffoni e mimi.

La guida lo consolò, dicendogli conosceva una breccia, aperta da Lutero e Zuinglio secondo i precetti di Paolo, per demolire questo cielo. All'entrata sventolavano due bandiere, portanti detti evangelici: «Nel silenzio e nella speranza sarà la vostra forza. — Venite a me voi che soffrite e faticate, e v'ajuterò». Accostandosi al difficile accesso, incontrano un vecchio, dalla barba lunga, sulla cui tunica eran ricamate le lettere V. D. M. I. Æ. (_Verbum Dei manet in æternum_). Questi non vuol lasciar entrare Pasquino se non l'esamina sulla fede. E gli domanda: «Chi è il capo della Chiesa, Cristo o il papa?»

— Tutt'è due» risposi io.

— Dunque la Chiesa è bicipite, eh?

— No no, celiavo: non ebbe mai e non ha che un solo capo, Gesù Cristo; chi gli mette sulle spalle anche quello del papa, ne fa una specie di Cerbero».

Il vecchio lo bacia, e lo mena verso gli altri, chiamandolo fratello. Colà trova Federico di Sassonia, eccellente principe che aperse tutte le porte al Vangelo: Zuinglio, Capitone, Ecolampadio, altri Tedeschi, e molti Svizzeri, alquanti Francesi abbastanza Italiani, e qualche spagnuolo. Fra gli Italiani erano Gerolamo Galateo di Venezia, che undici anni soffrì con costanza, e morì pel Vangelo nelle tenebre d'un carcere. Vide anche uno spagnuolo, nobil cavaliere di Cesare, ma cavaliere di Cristo ancor più nobile, Giovanni Valdes _vir summa religione, fide, eruditione, qui Neapoli diem obiit supremum, egregiis relictis ad hoc cœlum excidendum istrumentis_.

Continuando vede come le mura che difendevano quella città erano di rosarj, tonsure, barbe, cingoli, sandali, pazienze, zoccoli, pesci, ova, mitre, cere, bolle, il tutto cementato con olio e seta: e v'avea quattro porte; la superstizione, l'ignoranza, l'ipocrisia, l'orgoglio. Ma tutto era minato, senza che se n'accorgessero i monaci che custodivano. Entrato, esamina il quartiere dove stavano monaci ed eremiti, de' quali storpia beffardamente i nomi, poi le monache, poi i confessori, e i gran dottori che faticavano a trasportar dal Vecchio e dal Nuovo Testamento ciò che s'affaceva alla Chiesa loro, le decime, le mitre, gl'incensi, i sacrifizj de' leviti, lasciando via le mogli col dir che la nuova legge permette solo le concubine e peggio. Invece di evangelisti, scorge una folla di dottori e redattori di decretali e bolle sull'infallibilità del papa.

Quand'ebbe veduto questo ed altro, pregò il vecchio di ricondurlo quaggiù; e credette inutile veder l'inferno, dacchè avea veduto il cielo dei papi.

È principalmente all'occasione del conclave che la lingua di Pasquino taglia e fende, valendosene amici e nemici a sostenere od abbattere i varj candidati. Quelle satire riferendosi a fatti e persone specialissime, han poco interesse dopo passatane l'occasione. La più antica che si conservi, credo sia quella dopo la morte di Clemente VII nel 1534.

_Dialogo fra Pasquino e san Pietro imprigionato in Castel Sant'Angelo._

_Pasquino._ Or che par vero che Clemente è morto, Sali fuora, buon Pietro, di prigione, E va gridando al cielo e alle persone Tutto il mal che t'ha fatto, e quanto torto.

Non star serrato più: prendi conforto, Ch'ora per tutto si farà ragione, E tal che infino a qui fatto ha il barone, In sulle forche si vedrà di corto.

E via dice i più villani improperj contro Clemente «che ha spogliato la Chiesa e 'l mondo e Cristo», e conchiude:

Pietro norma ti sia d'andar più saldo, Che ne facci un miglior, non un ribaldo.

San Pietro gli domanda a chi

gli par senza peccato, Che si potesse dar questo papato. Farnese è attempato

_Pasquino._ Capperi! ha tanti figli e tanta gente Che alla fin saria peggio che Clemente.

_San Pietro._ E Siena non val niente?

_Pasquino._ Non gli manca se non ch'è sciocco e matto E non ha più cervel che non n'ha un gatto,

E così seguita a riveder il pelo di ciascuno, finendo:

Li Francesi imbriachi, quei di Spagna Marran, e luteran quei di Lamagna.

_San Pietro._ Dunque senza magagna Non si ritrova al mondo un cardinale? Povera Chiesa, come stai tu male!

Gesù mio, se ti cale, Poichè tra questi non c'è nom che vaglia,

Trovane un tu che vaglia E che alla Chiesa tua non sia rubello. Ajuta il pastor tuo che già tant'anni Non ebbe successor se non tiranni; Soccorri alla tua Chiesa e alla mia nave, Che si sommerge, e che perse ha le chiave.

In una pasquinata da conclave si tassano le varie nazioni.

Per cercar nel sacro soglio Il futuro dominante, Vedo ognun sì discrepante, Che il parere anch'io dir voglio. Se ci eleggono un romano, Genti mie, voi state fresche! Gran sparate romanesche E all'oprar si va pian piano. Sento dir da ogni persona, Se lo fanno fiorentino, Che la soglia di Quirino Ridurrà piazza Navona.... Se a gentil napoletano Un boccone tal gli tocca, Saria ben largo di bocca, Ma poi stretto della mano. Se di nuovo a noi un Lombardo La disgrazia mai ci reca, Cambierebbe la buseca Della camera col lardo.... Se reggesse questa mole Un francese, ch'è sì vario, Ben sarebbe necessario Roma empir di banderuole.