Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 26

Chapter 263,564 wordsPublic domain

Quinimo ex deductis pro parte ipsius Joannis cardinalis constare dicimus et judicamus, ipsum tam in illis articulis, quam in omnibus aliis sanctam Christi fidem, et christianam religionem concernentibus, bene, sancte, catholice, ac secundum sanctæ romanæ Ecclesiæ et sanctorum Patrum traditiones omni tempore sensisse et tenuisse, et ita non solum verbis, sed etiam operibus ubique semper testatum esse, et pro tali ab omnibus probis et catholicis viris semper habitum, et reputatum fuisse ubique locorum.

Idcirco illum ab omnibus et singulis contra eum, ut præfertur, pro parte fisci seu officii sanctæ Inquisitionis prætensis imputationibus, et a quibusvis aliis in processu fisci contentis allegatis et positis, tamquam innocentem et innocentissimum, omnique prætensæ hæresis culpa, macula et suspitione carentem absolvendum et liberandum fore et esse, prout absolvimus et liberamus, proque absoluto et liberato haberi volumus et mandamus. Carcerationem quoque, inquisitionem, et processum præfatos, aliasque vexationes, præmissorum occasione, ipsi Joanni cardinali factas, illatas et præstitas fuisse et esse temerarias, iniquas, illicitas, et injustas, ac de facto et perperam factas et præsumptas, et nullam, propter præmissa, existimationis notam, etiam minimam, ullo modo incurrisse decernimus; ac de et super illis omnibus et singulis præmissis procuratori fiscali et officio præfatis perpetuum silentium imponendum esse et imponimus; et ita dicimus, absolvimus, liberamus, declaramus, et sententiamus omni meliori modo etc.

Il pontefice compensò il Moroni col metterlo presidente al Concilio di Trento; dal quale tornato e riposto vescovo di Modena, v'introdusse i Cappuccini, oltre i Gesuiti, fondò il seminario e il pio luogo Bernardino per l'educazione dei giovinetti: celebrò tre sinodi diocesani, e impetrò il perdono per molti Modenesi, affetti o sospetti d'eresia, onde toglier l'occasione di perseguitarli.

Il Morone era amicissimo del rigido Carlo Borromeo, e con lui insistette, nel 1561, perchè Paolo Manuzio trasportasse la sua stamperia in Campidoglio _in ædibus populi romani_. Poco mancò fosse eletto papa dopo Pio IV nel 1566, quando invece sortì il cardinale Alessandrino, dal quale era stato processato[174]. In quell'occasione si racconta che esso cardinale Alessandrino, sollecitato del suo voto pel Morone, disse voler prima celebrare la messa, poi darebbe la risposta. E la risposta fu, che, per coscienza non potea farlo, atteso le accuse dategli sotto Paolo III. Aggiungesi che due del Castellaccio presso Alessandria denunziarono aver avuto larghe promesse dal Morone perchè uccidessero Pio V. Questi chiamò il Morone, senza dirgliene nulla, e in presenza di esso fe comparire i due, i quali confessarono avere finto per isperanza di un premio.

Il Morone poi morì a Roma il 1580; ed una sua vita per Giovanni Giorgio Frickio professore a Ulma è inserita nel tomo XII delle _Amœnitates literariæ_ dello Schœlhorn, con gran pompa delle imputategli eresie.

Di simil passo andò la cosa con Egidio Foscarari, domenicano bolognese dotto quanto pio, e che divenuto vescovo di Modena, profondeva ai poveri non solo la rendita, di non più di mille ducati, ma quanto avea di suo o raccoglieva da altri. I padri Quetif ed Ecard, negli Scrittori dell'Ordine de' predicatori, narrano come _Petri sedem ascendit Paulus IV, capularis senex et effœtæ jam ætatis, asperioribus paulo moribus et senili morositate suspicionibus obnoxius, qui astu delusus et circumventus æmulorum occulto, fidei postulatos apud se Joannem card. Moronum, inculpatæ vitæ pectorisque magnanimi virum, ætate meritisque gravem..... et Egidium nostrum, zelo præcipiti comprehendi, inque molem Hadrianam_ XXI _januarii_ MDLVIII _detrudi jussit_.

Le accuse contro il Foscarari eran meno dirette, e gli autori di lettere anonime o di denunzie vaghe o non osarono manifestarsi o non sostenerle, talchè al 18 agosto 1558 fu rilasciato, dando sicurtà di comparire ogni volta che fosse richiesto. Succeduto Pio IV, fu dichiarato innocente con sentenza siffatta:

«Noi Michele Ghislieri, per la divina misericordia detto il cardinale Alessandrino della santa romana Chiesa, sotto il titolo di Santa Maria nella Minerva, e deputato generale inquisitore della santa ed apostolica Sede contro alla eretica pravitade, e in tutta la cristiana repubblica, narriamo, come, nell'anno MDLVIIII, e alli XXj gennaio, di commissione della felice memoria di papa Paolo III _vivæ vocis oraculo_, a noi allora fatto, il reverendo padre Egidio vescovo di Modena fu incarcerato nel palazzo della santa inquisizione, senza alcun indizio, nè per il passato, nè per il presente a noi manifesto. Laonde poi alli XVIIj d'agosto del medesimo anno prossimo passato, di commissione ed ordine nostro fu liberato, con sicurtade però di presentarsi in modo e forma, come nelli atti del nostro notajo, ovvero dell'ufficio della santa inquisizione; e così dichiariamo non aver ritrovato il detto reverendissimo padre Egidio esser stato, nè esser al presente colpabile, reo, o sospetto di eresia, o di qualsivoglia delitto o peccato, risguardevole a detta eresia o eretica pravitade: anzi, se alcune accusazioni furono fatte contro il detto reverendissimo padre Egidio alla felice memoria di papa Paolo III, o all'ufficio della santa inquisizione, giudichiamo, e sentiamo esser divenute da persone improbe, false e malvagie, alle quali non si debba per alcun modo prestar fede. E perciò tanto di nostra autorità, quanto di commissione di nostro signor papa Pio III sopra a ciò, _vivæ vocis oraculo_ a noi fatto, per le presenti nostre lettere dichiariamo lo stesso reverendo padre Egidio esser stato provato e ritrovato non solamente incolpevole, ma ancor di tutte le cose di che fu accusato innocentissimo. Per il che giudichiamo doversi da ogni qualunque fedele cristiano tener nel medesimo stato, grado, onore e dignitade, in che prima d'esser prigionato, si ritrovava, nè perciò esser incorso in alcuna imminuzione del suo onore o fama, e il predetto reverendissimo padre Egidio vescovo di Modena, dover essere accettato dal suo clero e popolo devotamente col debito onore e reverenza, come legittimo e cattolico vescovo e pastore delle anime; e in tutto e per tutto umilmente accettare e obbedire alli suoi salutiferi precetti e commissioni, come se mai non fosse stato ritenuto o prigionato; e così parimente la sicurtade di presentarsi, o di stare a ragione (come nelli nostri atti) data, quella stessa annulliamo, cassiamo, vogliamo, e comandiamo esser tenuta nulla e cassa, e mai per l'avvenire doversi fastidire: e così sentenziamo, e dichiariamo mai più da tempo alcuno potersi molestare. Dove abbiamo commesso siano fatte le presenti lettere declaratorie, acciocchè mai da tempo alcuno non possi nascere sospizione della sua dottrina, o della integritade della sua vita.

«Data in Roma nel nostro sacro e apostolico palazzo al primo gennajo dell'anno MDLX, e nel primo del pontificato del santissimo nostro signor papa Pio IV».

Allora egli tornò al suo vescovado di Modena, accolto festosamente, e vi eresse il Collegio delle putte del vescovo, e fabbricò parte del vescovado: presto dovette recarsi al Concilio, dopo il quale fu chiamato a Roma a compilare il catechismo con frà Leonardo Marini arcivescovo di Lanciano e frà Francesco Forrero portoghese, coi quali riformò il messale, il breviario. Colà s'addormentò nel Signore, di cinquantadue anni nel 1564[175].

NOTE

[124] Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.

[125] _Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis modum sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt. Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque semetipsos exibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit, ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur._

[126] Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma, fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio, il Pearson, il Blondel, Chamier, Patricio Giunio, Baldassare Babelio, Tommaso Ittigio, Giovanni Clerc, Samuele Basnage, Newton, Giuseppe Scaligero, Giovanni Pappio, ecc.

Le opere del Cortese furono raccolte dal marchese G. B. Cortese, e stampate dal Comino a Padova il 1774, in due tomi, col titolo GREGORII CORTESII _monachi casinatis S. R. E. cardinalis omnia quæ huc usque colligi potuerunt, sive ab eo scriptæ, sive ad illum spectantia_. Oltre i versi e una elegante descrizione del sacco di Genova nel 1522, vi sono le sue lettere italiane, scritte la più parte al Contarini, le latine, dove fin il Bembo trovava che non si direbbero d'un frate, «nella qual cosa egli merita in tanto maggior lode, che _delet maculam jam per tot sæcula inustam illi hominum generi_ di non sapere scrivere elegantemente»: un'edizione del Testamento Nuovo, confrontato agli esemplari greci.

[127] _Ep._ del 1537, vol. I, 749, 758.

[128] _Ep._ 9 del l. XV.

[129] Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:

.... «Mi par che voi pensiate e stimiate ch'io mi sia sdegnato per conto delle censure. Io non sarei cristiano se così fosse, e sarei molto insolente se volessi tôrre la libertà a chiunque sia di dire e scrivere come gli venisse voglia. Le censure non mi son dispiaciute, e chiunque scriverà contra di me per dimostrarmi la mia ignoranza, non mi offenderà..... Ma quella proibizione de' libri mi è doluta fin a morte, fatta così nominatim et in specie e incivilmente...... Ne è stato tanto che dire a Lione, in Avignone, ed in tutte le parti circonvicine, che in vita mia non mi trovai sì mal contento giammai, e quasi non potevo alzar il viso.... A me è stato forza, per ovviare a tanta infamia, mandare le censure e le risposte a Lione, non perchè si stampino, ma perchè si vedano..... Voi dite che le risposte pungono. Non si può, credo io, rispondere se non si redarguiscono le ragioni dell'avversario, e le allegazioni non si mostrano non bene allegate..... Ma come si sia, lo scrivere ed opponere è libero a ciascuno, ed io non fuggo d'esser ripreso: anzi quel che voi dite esser chi dica molti altri luoghi meritar riprensione, mi sarà forte grato che mi sieno mostrati, che sempre imparerò qualche cosa, e l'avvedermi della mia ignoranza mi sarà buona dottrina. La quale ignoranza io non la disdico in me: sol dico che, se quelli che vanno a Parigi a studiare in teologia, in sei anni si addottorano, io, che l'ho studiata otto anni continui in Carpentras, non dovrei esser dalla natura sì mal dotato, che io non ne avessi preso qualche parte; e se ben non ho studiato Durandi, Capreolo, Ochan, ho studiato la Bibbia, san Paolo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, e quei degnissimi dottori che sono le colonne della vera scienza».

[130] Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben del corpo e meglio dell'animo, sì per le doti della natura sua ben composta, come eziandio per le acquistato virtù; onde nella morte del carissimo fratello, nè la morte, nè la povertà in la qual si trova in questo grado, gli dà punto di noja, nè lo disvia da' suoi studj. Ora la sera legge il Fedone di Platone greco e la Logica d'Aristotele a certi nostri; la mattina fa esercizio col papa a Belvedere, dal quale è ben veduto, e così da tutta la Corte. Dopo pranzo, con belli tempi cavalca per queste anticaglie...... Tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per di più, e bocche quaranta. Vivesi mediocremente a guisa de' religiosi senza pompe. Il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provisione con gli emolumenti del cappello basta per l'ordinario della spesa, e scorrerassi così finchè Iddio mandi altro.

«È venuto qui da Carpentrasso M. Paolo Sadoleto nipote del vescovo: giovine dotto e gentile, al quale ha rinunciato l'episcopato. E perchè credo vostra eccellenza intendesse già il travaglio gli fu dato dal maestro del Sacro Palazzo sopra li commentarj suoi sopra l'epistola di san Paolo alli Romani, accusandolo di eresia e vietando li libri non fossero venduti, il vescovo mandò qui al papa una bella apologia, ed era attaccata una grossa scaramuzza con questo frate suo conterraneo (il Bacia), sopravvenuto il reverendissimo nostro, si ha interposto e fatta la pace, con grande onore del vescovo; li libri sono stati approvati e rilassati. Il detto M. Paolo ha portato qui il libro di suo zio tanto desiderato, che è l'_Ortensio_, lo quale è in man nostre; e ci dice che 'l scrive ora _De Gloria_, per rifar del tutto li danni nostri di tanta perdita» (cioè la perdita del libro _De Gloria_ di Cicerone).

[131] _Ep._ 4, l. XI.

[132] Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.

[133] _Ep._ del lib. III.

[134] Vedi TIRABOSCHI, _St. della letteratura ital._, Tom. VII, p. 1. La vita del Sadoleto fu scritta da Fiordibello, di cui parliamo nel testo. Il libro del Sadoleto sull'educazione e la vita comparvero tradotti in francese dal Charpanne, nel 1865.

Nipote del Sadoleto fu Paolo Sacrato canonico di Ferrara, di cui sono a stampa (1579) molte lettere a personaggi d'allora; un libro sulla Genesi, uno sui Salmi, uno sull'epistola canonica di san Giacomo. Al fine delle sue lettere ha due discorsi a difesa di due prelati, i quali le loro pastorali aveano scritte in italiano perchè la più parte de' preti della loro diocesi non capivano il latino.

[135] SPONDANO, _Ann. Eccl. ad annum_.

[136] Dal processo del Morone appare che quei dell'accademia aveano pubblicato un libro «In che maniera doveriano esser istrutti in fine della pueritia li figliuoli de' Cristiani nelle cose della religione».

[137] Era un tristo arnese questo Bendinelli. Carlo Sigonio, dappoi così famoso come storico, era stato eletto successore al Da Porto in Modena, e preparò una vita di Scipione Africano per dedicarla a Cosimo de' Medici, sperando così esser chiamato lettore a Pisa. Il Bendinelli, che già avea divulgato censure contro alcune traduzioni del Sigonio, fece secretamente stampare essa vita, e così scornò il Sigonio.

[138] Il Morone nel suo processo narra che, quando cresimava, «fu posta fuori una pittura in suo obbrobrio, che era un asino con la mitra in testa e col piviale».

[139] SADOLETI _ep. famil._, vol. III, p. 317, 319.

[140] Autor di varie operette e traduzioni, molto lodato dal Castelvetro. Non trovasi sottoscritto al formolario: ma sul fine di sua vita fu sospettato di nuovo d'eresia, onde fe segreta abjura davanti al cardinale Morone. Ma parendo che questa segreta abjura non bastasse, e' ne prese tal afflizione che morì, di circa cinquantasei anni, il 1568.

[141] Ochino, non ancora apostata e condannato.

[142] Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone, deposte nell'archivio secreto vaticano.

[143] «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito quello di Modena, etiam che per me non si ricercasse altro che digno compenso.»

Lettera del cancelliere Morone, marzo 1529, nel vol. III della _Miscellanea di cose italiane_.

[144] Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo, d'oltre seicento carte, e che dobbiamo al signor duca Scotti, servì certamente ad uno de' giudici, come mostrano i segni ed appunti ch'esso vi fece. Pur troppo, secondo il consueto, son taciuti i nomi, che ci avrebbero dati molto maggiori indizj.

[145] Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse. Nell'adunanza di Hagenau però riferisce come i Luterani avessero risposto al re de' Romani in modo da toglier ogni speranza di concordia, dicendo apertamente che non conoscono nè vogliono riconoscer il papa per capo. «E se pure l'imperatore e il re vogliono che li ministri di sua santità intervengano al convento proposto, non intendono che sua santità abbia più di una voce, come ogni altro vescovo. Quanto alla restituzione delli beni ecclesiastici, dicono non esser tenuti, perchè li dispensano meglio che non faceano li primi possessori, di che s'offeriscono render conto» (23 luglio 1540, _Arch. vaticano_).

Il cardinale Farnese rispondendo, fra altre cose, dice trovarsi strano che voglia trattarsi di dogmi per opera di principi, non di teologi; e che il duca Lodovico di Baviera non abbia menato seco Echio, se non per disputare, almen per consiglio: il qual Echio è certo molto dotto e peritissimo in questa materia s'altri mai in Germania; nè tanto duro quanto lo fanno gli avversarii, che ne traggono pretesto di ricusarlo per timor che hanno di esso. «Ed è gran cosa che detti avversarii mandano chi e come vogliono, e danno la legge alli Cattolici di non poter introdurre, se non quei che piaciono agli eretici» Roma, 24 luglio 1540.

[146] Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli affari, il bisogno d'aver l'appoggio di un Legato. Il vescovo d'Aquila scriveva al cardinale Farnese da Worms l'8 gennaio 1541: _Mutinensis est satis turbato animo, excusat se a negociis, credo prudenti consilio quia prudens est et perspicacis ingenii; nunquam tamen potuit induci ut semel tantum una cum Feltrensi voluerit tractare causam; imo dicit se velle ad Urbem proficisci, vel ad regem Romanorum. Excito ejus animum, quantum possum omni studio foveo, confirmo; dignus enim est ut ametur, sed video animi obstinationem: hodie enim confirmavit se omnino deliberasse de recessu, et nolle futuris comitiis interesse_.

[147] «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti gli altri ambasciadori di imperatore e re, e sopra tutti li principi dello impero, etiam gli elettori ed ecclesiastici. Il qual luogo non avria potuto tenere mordicus se avessi avuto a ritenerlo per un principe secolare. Oltre di questo, avevo le facoltà molto ampie, le quali dispensavo per tutta Germania secondo il bisogno; quali istantemente avevo richiesto, e fatto diverse volte ampliare. La qual facoltà, se il papa fosse solo principe temporale, anzi se non fosse papa universale, non potria darle da dispensare in provincie esterne». _Processo._

[148] Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I volume delle opere del cardinale Cortese.

[149] Nell'archivio vaticano, _Nunziatura di Germania_, VIII, 64, è una nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col cardinale Contarini in Germania. Son essi il generale de' conventuali, Gregorio Cortese che conosciamo, il maestro di sacro palazzo, Pietro Ortiz, Pietro Martire, canonico regolare, il Flaminio. Di questi ultimi dice: «L'uffizio di scriver ben potria far anche il Flaminio, bon poeta e bon orator, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui; ben stimato per il commento sopra alcuni psalmi.... Non cognosco don Pietro Martire. Il reverendo Contureno, per relazion del Flaminio, ne dice miracolo della dottrina teologica ed altre, ed eziandio della lingua greca e latina, e credo anche in qualche parte della ebraica. Il che è molto a considerar tra quelli che si mandano, perchè li Luterani maggior profession fanno e più si valgono delle lingue che di ogni altra cosa. Se si avesse potuto aver teologi secolari d'Italia, sarebbe stato meglio; ma di questo ben manca l'Italia, e bisogna servirsi di religiosi....».

[150] Jacopino Lancellotti, in una cronaca inedita che ora si va stampando, all'anno 1543, dice venuti da Roma al vescovo 40 articoli di fede, sui quali esaminare gli accademici che espongono false dottrine. Il cronista le dice sparse da Francesco Greco (di nazione) che legge greco in comunità per venticinque lire al mese, ad istanza degli accademici. _Vi sono molti, e de' migliori della città, che sono tutti immersi nel greco._ Si dice che il vescovo (Morone) voglia far sottoscrivere gli accademici....... Si dice che Francesco Greco era per non sottoscrivere gli articoli. Nicolò Machella andò per la stessa ragione a Venezia. Gli altri trenta accademici sono spaventati. Viene per questi articoli il modenese Bertani, vescovo di Fano. Gli accademici insinuano non mangiar magro, non confessarsi che a Dio, non venerare i santi, e non celebrare che poche feste, non esservi purgatorio. Il canonico Valentino diceva voler vendere tutti i libri, i galantuomini non potendo più studiare le scritture senza incorrer pericoli.

Si sospende la sottoscrizione dei quarantuno (sopra disse quaranta) articoli per non mettere in voce di luterana la città, essendosi solo disputato per istruzione. Ciò saputo, il Machella ritornò a Modena.

Settembre. Il vescovo invita varii accademici a sottoscrivere i quarantun articoli: risposero lo faranno se prima li sottoscrivano i conservatori del Comune; interrogati, questi risposero voler sentire su di ciò gli aggiunti. Tre soli furono poi i conservatori che sottoscrissero. Allora il cardinale Sadoleto modificò gli articoli. Si fece tornare Francesco Greco, ma perchè era stato processato fuori, pare che il vescovo non volesse la sua sottoscrizione, del che lagnaronsi gli accademici, che lo condussero in comunità, ove dichiarossi pronto a sottoscrivere, e che voleva gli fosse mantenuta la cattedra di greco. Tutta la città è sottosopra.

L'inquisizione presenta al governatore lettere ducali perchè dia il braccio secolare contro le eresie che sono in Modena.

Nota che alle prediche del francescano Dalla Pergola andava sempre il governatore — e gran gente: ebbe rimproveri dal suo provinciale: il Morone lo protegge: l'Inquisizione gli dà da giustificare quarantasei articoli e riesce vincitore. Dice non predicava che l'Evangelo, non nominava santi, nè penitenze quaresimali: asseriva aver Cristo pagato per noi. Gli accademici alle sue prediche sono più di venticinque, tra quali Andrea librajo il primo a introdur libri eretici in Modena, che furon poi bruciati a Roma. Il cronista dice il Pergola mandato a Modena dal Morone, e che tornato a Venezia, i suoi superiori lo carcerarono.

Un canonico regolare prende ad esame cogli inquisitori un libro senza data, da lui trovato in camera di Lucrezia Rangoni, e accusa l'ignoto autore di esso al vicario vescovile: dal pulpito invita chi ha libri proibiti a portarglieli.

A Bologna è bruciato, come a Modena, per eresia quel libro che gli accademici lodano.

Dall'archivio di Stato, già archivio segreto estense, copiamo questo brano di relazione, che Francesco Villa governatore di Modena manda a Ferrara al duca per mezzo del suo cancelliere M. Gentile Albino, il 12 agosto 1542.