Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 27

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«Prima, che instando il reverendissimo cardinale Morone (in vertù d'un breve di nostro signore) perchè alcune persone di Modena si sottoscrivano ad una modula di capitoli che saranno con queste instruzioni, loro si rendono difficili e renitenti a volerlo fare, dicendo non stare a loro a dare sentenza di queste cose, ma accetteranno quel che sarà determinato dal Concilio. E pure alcuni capitoli vi sono, alli quali loro si sottoscriveriano, ma volendo detto reverendissimo si sottoscrivano a tutto e non ad una parte sola, la cosa sta così imperfetta. Detto reverendissimo veramente è proceduto con tutta quella destrezza che sia possibile. Aggiuntavi ancho l'opera di esso signor governatore, quale non è mancato ricordarli che, per le asprezze che usò il cardinale Gajetano legato d'Alemagna con li Luterani, nacque di piccola favilla quel grande incendio che anchor oggi arde, e che sua reverenza si guardi che Dio non voglia e permetta talora e per li peccati del mondo mettendo a disperazione costoro, persone di molto ingegno e spirito e d'un sottil cervello, sorgesse un qualch'altro simil fuoco in Italia, onde per il lento procedere d'esso reverendissimo e per quel che le dette persone hanno scritto a Roma sia nostro signore entrato in sospizione de sua reverendissima, e ha eletto sei cardinali legati alla requisizione de' Modenesi: delli quali si pensa che ne manderà uno ad essa città a procedere e inquirere sopra le cose della fede, di che esso reverendissimo è rimasto con tanta mala sodisfazione de dette persone, che non voleva intromettersene: pur pregato da esso signor governatore, se ne lascia parlare, et quando queste persone volessero sottoscriversi, accetterà le sottoscrizioni: in che esso governatore non manca, siccome ha fatto buon ufitio col cardinale, di farlo ancho con loro, et esortarli a sottoscriversi per accomodare questa differentia la quale conosce quanto è di mala natura e quanto male ne potria seguire, e perchè troppo gli dispiaceria per l'honore dell'illustrissimo signor duca che nel suo Stato pervenisse da Roma a Modena un cardinale a far processi e inquisizioni di cose della fede, massime stendendo lui gli capitoli, nè essendo sua sicurtà, ha voluto che io li porti a sua eccellenza (il duca) acciò, vedutili e mostrati come gli parerà, possa deliberare e pigliare qualche espediente opportuno sopra questa pratica, la quale per molti rispetti è di gravissima importanza, e ricerca gran considerazione».

[151] Balzac scriveva a Chapelain:

«Je suis bien avant dans la querelle d'Annibal Caro, mais je ne change point de passion, et l'estime toujours plus honnête homme que son adversaire, quoique peut-être son adversaire soit plus grand docteur que lui. Je n'ai gueres vu de grammairien de la force de ce modenois, soit-ici, soit dans les commentaires sur la Poëtique d'Aristote. Il faut avouer pourtant qu'il pèche quelque fois par trop de subtilité, et qu'au reste c'étoit un ennemi public qui ne pouvoit souffrir le mérite ni la reputation de personne». _Lettera 5 del libro V del 1640._ Nelle opere di Chevreau, pag. 330, ediz. del 1697 dell'Aja, leggesi una lettera di questo, a M. de la Menarderie, ove dice: «Je viens d'achever de lire votre poëtique, où vous traitez Castelvetro d'une étrange sort. Et peut-être qu'autre fois vous n'eussiez pas trouvé votre compte, s'il est vrai ce que Pasquin lui a reproché en quelque endroit, qu'il passoit de la langue aux mains, de la plume au fer, de l'encre au sang: et qu'il avait fait assassiner un fort galant homme qu'avoit pris la liberté de lui contredire».

[152] Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no, salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale sempre mi fu avversario in tutte le cose che concernevano al governo della Chiesa di Modena, ed ebbe particolari nimicizie col mio vicario, il quale io favoriva, e con l'arciprete don Andrea Accolti, il quale era mio confessore... faceva la quadriglia con alcuni contro di me ad impedire... e diceva: Io so che ho torto, ma voglio litigare per far dispetto al cardinale».

[153] Il citato Tassoni narra:

1558. _De anno antecedenti, videlicet 1557 D. Bonifacius Valentinus canonicus et præpositus ecclesiæ cathedralis mutinensis et D. Filippus Valentinus doctor et consobrinus ejus, et D. Ludovicus Castelvetrus doctor, et quidam D. Antonius Gadaldinus bibliothecarius citati fuerunt Roma ab inquisitoribus hereticæ pravitatis ad respondendum de fide: tandem Gadaldinus, et D. Bonifacius missi sunt Romam sub custodia, et in carcere inquisitionis clausi: aliis duobus, videlicet D. Ludovico Castelvetro et D. Filippo, fugientibus. Qui per contumaciam excomunicati, et omnibus honoribus privati sunt. Sed quum D. Bonifacius examinatus, confessus fuisset omnes, errores, et opiniones suas, et retractasset, et abjurasset eas, liberatus fuit a carcere, injuncta pœnitentia quod publice in Ecclesia super Minerva ad altare S. Crucis ante et post debeat alta voce abjurare omnes hæreses, in quibus per multos annos fuerat involutus. Et sic die 6 maji 1558 in dicta ecclesia Romæ abjuravit. Postea Mutinæ reversus, in die Pentecostis post prædicationem fecit eandem abjurationem die 29 maji in ecclesia cathedrali Mutinæ, præsente multo populo. Sed Antonius Gadaldinus senex, qui vendiderat maximam quantitatem librorum lutheranorum prohibitorum, remansit Romæ in carceribus inquisitionis._

Segue l'atto di abjura di Bonifacio Valentino, del tenore della sopra riportata: confessa aver creduto fosse contro le sacre scritture il mangiar magro, e il vietare ai preti l'ammogliarsi: l'uomo fosse per la sola fede giustificato, e potesse avere la vita eterna senza opere: non doversi tenere nè venerare le immagini de' santi, nè i santi invocare; inutili le indulgenze; che non vi sia il purgatorio; le buone opere non acquistare la vita eterna; il sommo pontefice di Roma non essere vicario di Cristo, ma Anticristo: non necessaria la confessione; i sacramenti non conferir la grazia; non farsi transustanziazione nell'eucaristia; lesse libri d'eretici e luterani, le lezioni de' quali ha ascoltate, e ha conversato con loro: stette in quelle eresie per otto o dieci anni, nel qual tempo, benchè non celebrasse mai messa, _perch'io non la celebrai mai, se non la prima volta_, interveniva però ai divini uffici cogli altri canonici in coro, _e mi sono comunicato non essendo absoluto dalle presenti heresie_. Le quali eresie ora abjura, maledice e detesta.

[154] In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del cardinale Commendone a Giammaria Castelvetro, del febbrajo e dell'aprile 1570, donde appare che questi aveva interposto l'imperatore Massimiliano II e il duca di Ferrara per ottenere che la sua causa fosse giudicata in Ferrara: al che quegli rispondeva non essersi mai costumato di toglier di mano a quel sant'Uffizio le cause da esso iniziate: prometteagli però, a nome di sua santità, se si fosse costituito, farlo giudicare con ogni clemenza, carità e anche prestezza. Avendo poi esso Castelvetro domandato grazia dell'errore commesso, il cardinale s'impegnava d'ottenergliela. POGIANI _epistolæ_, vol. IV, p. 444.

Un Jacobo Castelvetro, pur modenese, che non era però nipote di Lodovico, abbracciò le nuove opinioni: e a Basilea pubblicò nel 1562 i libri di Lodovico, e uno contro il concilio di Trento, inserito nella Biblioteca Viziana: poi a Londra stampò varj classici nostri. Venuto a Venezia, fu côlto dal sant'Uffizio, ma l'ambasciadore Arrigo Vottone riuscì a farlo fuggire, nel 1611.

Venuta ora la frenesia de' monumenti, i Modenesi domandarono le ceneri del Castelvetro per trasportarle nella loro città, ma ne fu chiesto un prezzo esagerato.

[155] Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi, narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava; di che irato, Paolo pensò vendicarsi, e accostatosi a Pietro Bertano, frate e cardinale avverso al Castelvetro, l'accusarono a Roma, avendo sollecitatore il Caro.

Il padre Laderchi al 1571 riferisce che «morì finalmente nella eresia Lodovico Castelvetro, e Giovanni Merlino pseudovescovo; talchè, colla uccisione di così insigni eretici fatta dalla divina giustizia, parve la Chiesa aver riportato non minor trionfo sugli eretici che sugli infedeli». Era l'anno della battaglia di Lepanto.

Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 15 marzo 1561:

«Fuoruscirono d'Italia per l'evangelo tre insigni personaggi, un vescovo, un abbate, e un professore di lettere greche, di nome Francesco da Porto, di sopranome Greco. Visse alquanto a Ferrara, ha cinquant'anni, moglie, figli; e potrebbe a Regiomonte nella scuola di vostra altezza venire, e credo si contenterebbe di duecento fiorini. Se Dio movesse l'altezza vostra a desiderarlo per la sua scuola, oserei affermare che avrebbe un uomo che nella letteratura greca (e tacio la latina) non avrebbe il pari in altra scuola, oltrechè è sincero nella dottrina e veramente pio».

Il Da Porto morì a Ginevra, e Teodoro Beza ne compose l'epitafio.

[156] Antonio Caracciolo, domenicano, il quale, al principio del 1600, scrisse una vita di Paolo IV, ch'è una difesa della santa inquisizione, e che potè vedere i registri di questa, scrive:

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in niuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinale Morone, chiamato Bianco da Bonghis, e molti sospetti d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino, librajo modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia: vendè costui molti volumi del _Beneficio di Cristo_, libro pernizioso che insegnava la giustificazione _ex sola fide et ex meritis Christi_, imputazione alla luterana. Questo libro, così caro agli eretici, il Gadaldino non solo lo vendè ma anche lo ristampò.

«Il cardinale Cortese..., ancorchè di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal sant'Uffizio per aver letto ed approvato il libro del _Benefizio di Cristo_».

Altrove dice pure che «quel libro (_del Benefizio di Cristo_) fu stampato molte volte, particolarmente a Modena, _de mandato Moroni_». Aggiunge Bonifazio Valentino, al quale Adriano, segretario del cardinale di Fano, scrisse una lettera di condoglianza per la morte di Lutero e di due frati modenesi eretici, frà Reginaldo e frà Albasio. Bonifazio infettò la terra di Nonantola. Poi Alessandro Milano, frà Bernardo Bartoli, che in carcere abjurò: frà Bartolomeo Pergola, prete Domenico Morando, Francesco Camerone, un Farzirolo, prete Gabriel Falloppia, Gozapino calzolaro, prete Girolamo Regia, il Castelvetro, don Girolamo di Modena cappellano del Morone; Giovanni Borgomazza, Giovanni Bertano, mastro Giovanni Maria Mannelli. Costoro mandavano sussidj agli eretici di Germania: e dà qualche contezza di ciascuno.

Le notizie e i documenti più importanti intorno a questo periodo si trovano nella Biblioteca Modenese del Tiraboschi, ma sparpagliati man mano che gli capitavano, e secondo i nomi delle persone. Altre ce ne furono somministrate per cortesia, fra cui la cronaca inedita del Tassoni, ove leggesi al 1561. _Cum, jam pluribus mensibus elapsis, dominus Ludovicus Castelvetrus, dominus Philippus Valentinus doctores mutinenses accusati fuissent de hæresi lutherana, et citati Romæ, sed non comparuissent, et sicut contumaces condemnati fuissent, tandem de anno 1560 dominus Ludovicus, habito salvoconductu, ad purgandam calumniam Romæ se transtulit, una cum domino Joanne Maria fratre suo. Et sic ab inquisitoribus ter examinatus, timens ne quid deterius sibi contingeret, noctu clam aufugit, et sic ab inquisitoribus condemnatus, tali sententia percussus est._

Segue uno squarcio della sentenza pubblicata dai cardinali inquisitori dell'eretica pravità, ove il Castelvetro è dichiarato eretico impenitente, e incorso nelle censure.

Il cronista, parlando più oltre di Lanfranco Fontana nobile modenese, dice che, bandito già dal duca Alfonso d'Este, abbracciò, più anni dopo, la religione luterana in Francia.

[157] Similmente il Fontanini (_Bibl. dell'eloq. italiana_, tom. I, pag. 119) narra che certi libri «del Brucioli, di B. Ochino, di G. Valdes, e di altri della medesima farina, nello smuovere una casa in Urbino nell'anno 1723, si trovarono insieme nascosti, e quivi murati per salvarli dal fuoco in tempo di Paolo IV».

[158] Nelle _Novæ amœnitates literariæ_ di Arrigo Guglielmo Klemmio, stampate a Stuttgard nel 1773, si contengono _Anecdota de Ludovico Castelvetro ejusque scriptis, in primis Locorum Melancthonis in linguam italicam ab ipso translatorum editione_. Quella traduzione è minutamente descritta dal Bruckero _Miscell. histor. philosoph._, p. 302; ma non dice di chi sia. Il Fontanini la sostiene del Castelvetro; ma probabilmente esagerò nell'accusar questo, come esagera il Muratori nel difenderlo.

[159] Non già: bensì che sarebbesi potuto esprimerlo più chiaramente, e che ciò si potrebbe anche dopo il Concilio, qualora lo Spirito Santo l'ispirasse.

[160] La lettera, diretta a Giovanni Domenico Sinibaldo, suo vicario, esiste nel processo, e dice:

«Alli preti curati siate sollecito, ripetendo spesso privatim et publice il medesimo, ed istruendoli massimamente nel punto della remissione delli peccati nelle confessioni delli poveri ignoranti, come si contiene nel sinodo coloniese».

[161] Egli rispondeva, oltre il resto, le parole che mettemmo alla nota 18.

[162] Il Contarini? I nomi sono soppressi: ma molti potemmo supplire con altre indicazioni.

[163] Questo Pergola confessa d'aver tenuto l'opinione luterana circa la giustificazione o l'invocazione dei santi. Dice che, quando fu processato, il Morone e monsignor Lodovico (_Castelvetro_) gli esibirono i mezzi di fuggire d'Italia, ed esso non volle.

Il citato Tassoni scrive:

_De anno 1544 pro tempore quadragesimæ in ecclesia cathedrali prædicavit quidam frater Bartolomeus, conventualis S. Francisci, dictus il _Pergola_, qui post Pascha accusatus de hæresi apud inquisitorem S. Dominici, in die lunæ duabus concionibus in dicta ecclesia ore retractavit, vel potius hæreticorum honore declaravit magna parte articulorum sibi oppositam, qui erant amplius 40, probati per 11 testes idoneos et sufficientes, dicens: intelligebam sic; excusans se, aliquando negans non dixisse sic, et aliquando dicens testes non intellexisse. Qui postea Romæ condemnatus est non posse amplius prædicare et ad alia quædam facienda._

_Eodem anno prædicavit quidam frater conventualis S. Francisci, dictus _il Pontremolo_ in festo nativitatis D. N. qui accusatus de hæresi et condemnatus obiit._

[164] Esiste la costui lettera: pure se n'ha un'altra più tarda, ove si lagna che il Morone si mostrasse austero coi dissidenti in Bologna.

[165] Vedi la nota 5 del nostro discorso XIX.

[166] Di ciò il Pusey accusava testè i Cattolici nel suo _Eirenicon_: del che avremo a parlare.

[167] In tutto il processo non v'è menzione di tortura o d'altra sevizie corporale: solo una volta, a un frate che accusava con insistenza il Morone, il suo superiore dice che infamie simili non furono dette mai, e che bisognerebbe sostenerle alla corda.

[168] Uno, interrogato _in quibus articulis habeat pro suspecto_ un tale, _respondet_: «Perchè io veggo che egli si diletta poco della predicazione divina, e quando è al divino officio poca riverenza gli porta». Un altro: «Io non dico che fosse eretico, ma per esser germano e di costumi barbari, mi dava sospetto; altro non so».

[169] Oggi è esposta stabilmente.

[170] Ortensio Landi, nel _Commentario delle cose notabili e mostruose d'Italia_, dice: «Fui per schivar Cremona, essendomi detto che altro non vi udirei che bestemmiar Iddio, maledir la celeste corte, giurare e spergiurare, e mille brighe al giorno farsi».

[171] Erra dunque il Tiraboschi che, nelle _Memorie storiche di Modena_, IV, 76, dice che il Morone chiamò i Gesuiti nel 1556.

Nella cronaca modenese di Bartolomeo Lodi inedita, e che va sino al 1596, è narrato come i Gesuiti venissero in città nel 1551, e come vagassero qua e là, finchè stanza ferma posero a San Bartolomeo nel 1614, ma presto le loro scuole soffogarono le laiche. Del Morone racconta che nel 1568 ospitò nel vescovado sua sorella marchesa di Soncino: che del reddito della mensa vescovile, consistente in tremila quattrocento scudi, egli ritenne la metà quando rinunziò l'uffizio al Foscarari poi al Visdomini: descrive i funerali fattigli, con orazione funebre del canonico Fogliani. Narra pure i supplizj o le abjure inflitte ad eretici. Spesso nascevano discordie tra i canonici, o tra questi e il vescovo, tanto che nel 1576 l'intero Capitolo fu sospeso. Nè meno irrequieti mostravansi confraternite e monasteri, sicchè o si riformarono, o vennero surrogati da altri, fra cui i Minimi furono imposti dal papa, a mal in cuore del popolo. Nel 1589 si cercò rifare un'accademia, al modo di quella del Grillenzoni, che adunavasi in casa Sertorio nella rua del Muro.

Vedi _Una pagina della storia di Modena_, per C. CAMPORI, 1866.

[172] L'anno è certamente sbagliato.

[173] Fu sua spia nella cospirazione ben nota.

[174] Contro la candidatura del Morone fu fatta questa pasquinata:

Sarete voi sì ciechi e sì furfanti Di Dio nemici e senza discrezione Che vi facciate papa ancor Morone Nemico della Vergine e de' Santi? Non sapete voi pazzi tutti quanti Che nella fede ha mala opinione, Che fu vicino a cantar il sermone Compagno d'Inghilterra e d'altri tali? Guardate pur che il diavol non vi tenti Che non v'assalga la fortuna ria, Che non vi costi poi la vostra insania. Non vi credete apparecchiar gli stenti, Sciocchi, e d'Italia farvi una Germania, E mandare in bordel la preteria. Lasciate dir ch'ei sia Pur di Milano, e sia troppo gran svario Far il pontificato ereditario, E che sia necessario Ch'avendo mal guidato un piccol gregge, Mal possa al mondo poi dar norma e legge. Ma perchè non si elegge Vercelli o Borromeo? ecc. ... Io non bramo o desìo Poichè sfacciatamente se l'allaccia, Se non che Moron papa non si faccia.

L'Inghilterra significa il Polo. Milanese era stato il papa di prima, e parente del Morone.

[175] Aggiungeremo che anche il modenese Bertani sunnominato, domenicano e cardinale, e illustre teologo, fu appuntato per aver approvato libri che contenevano proposizioni pericolose; del che egli domandò perdono al papa.

DISCORSO XXIX.

CELIO CURIONE. LE PASQUINATE.

Da Giacomo Roterio, detto Curione perchè di Chieri, e da Carlotta Montrolier, dama d'onore della duchessa Bianca di Savoja, nobil casa che avea possessi in Moncalieri, nacque Celio Secondo, ultimo di ventitrè figliuoli. Rimasto orfano a nove anni, fu posto a Torino presso la zia Maddalena, e frequentava l'Università sotto Giorgio Carrara, Domenico Macaro, Giovanni Breme e il milanese Sfondrato che poi fu cardinale. Quivi conobbe i libri e le dottrine de' Protestanti, e invaghitosene concertò di fuggire in Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d'Aosta, il cardinale Bonifazio, vescovo d'Ivrea, lo fece chiudere nella fortezza di Caprano, e dopo due mesi nel monastero di san Benigno per esser indirizzato nella vera fede. Ma egli, impuntandosi viepiù nella sua, burlavasi de' frati; a certe reliquie ch'e' veneravano sostituì una Bibbia; alfine sottrattosi, girò varie città, poi fermossi a Milano, e vi ottenne una cattedra. Milano era allora malmenata dagli Spagnuoli, sicchè molti ritiravansi in campagna, fra i quali la famiglia Isacchi a Barzago in Brianza, la quale lo ospitò, e gli diede sposa una figliuola.

Quando gli parve poterlo senza pericolo, il Curione tornò in patria a raccogliere l'eredità de' fratelli, di cui solo una sorella sopraviveva. Assistendo in Castiglione alla predica di un Domenicano torinese che malmenava Lutero, asserendo che in Germania trovasse favore sol per la licenza di costumi che permetteva, ed esponendone leggermente le dottrine, Celio gli gridò, «Voi mentite»; e cacciò a mano le opere di questo. Scontò tale uscita con rigorosissima prigionia a Torino: ma quivi fingendosi rassegnato alla meritata pena e sofferente, ottenne dal carceriero gli legasse una gamba sola, poi dall'una all'altra alternasse la catena; nel qual mutamento riuscì a sostituire una gamba finta, e così svincolato potè sottrarsi. Sono storielle, riprodotte anche ai giorni nostri, e colle quali si volle spesso mascherare romanzescamente la corruzione d'un custode o la sollecitudine di un amico. Ma allora come adesso se ne levò rumore; il fatto fu attribuito a magia, sicchè il Curione si credette obbligato a riferirne le miracolaje circostanze[176], e vantandosi diceva: «Per questo fatto io non feci voto di visitar Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, la quale Dio solo può dare; ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro».

Ricoverossi a Salò; presto ottenne una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si ardì arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua difesa. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese togliesse di mezzo quello scandalo, il Curione si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa Renata gli diede raccomandazioni, per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma perchè il papa non cessava di domandare glielo consegnassero, la repubblichetta il consigliò di mutar aria. Entrato negli Svizzeri, fu maestro e rettore alla scuola di Losanna, poi di Basilea nel 1547, donde più non si scostò, per quante offerte ricevesse. Una volta ardì ritornare a Lucca per prendervi la moglie e i figliuoli; ma mentre si riposava a Pescia, ecco il bargello del sant'Uffizio presentarsi per arrestarlo. Egli non si perde d'animo, ma afferrato un coltello da tavola, profitta della sorpresa degli sgherri e si salva.

Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui sono una rarità _Pasquillorum tomi duo_[177], raccolta di pasquinate e satire varie, edite dall'Oporino nel 1544. Di là venne la reputazione delle pasquinate, e diversi scritti, si pubblicarono con titoli simili, e principalmente il _Pasquino in estasi_. A Basilea egli stampò _De amplitudine regni_ Dei, dove sosteneva che il numero de' salvati è molto maggiore che quel de' dannati, onde gli fu gridata la croce addosso dal Bullinger, dal Vergerio, da altri, tacciandolo di pelagiano. Trattò _Della antica autorità della Chiesa di Cristo_; stese varj opuscoli, fra cui una «Lettera ai fratelli, i quali pel regno di Babilonia sono sparsi»; parafrasò l'inizio del vangelo di san Giovanni; pose una prefazione di dodici pagine a _Le cento et dieci diuine considerationi del s. Giouani Valdesso ne le quali si ragiona delle cose più utili, più necessarie et più perfette della christiana professione_, ch'egli forse avea tradotte, e che, sebbene senza data, pajono stampate dall'Oporino o dal Guarino[178].

Gran ciceroniano, fe molti lavori filologici, ampliò il dizionario del Nizolio, pubblicò le opere del famoso ellenista Guglielmo Buddeo; fece il _Thesaurus linguæ latinæ_ e commenti ad Aristotele: tradusse in latino venti libri delle storie del Guicciardini[179]. Molte sue lettere sono a stampa, altre manoscritte nella biblioteca di Basilea, dirette a regnanti e a primarj riformatori, Bullinger, Musculo, Cardano, Erasto, Gesner, Sturm, Brenzio, Borrhaus, Vadian, Paleario, Gribaldi, Castalion, Melantone. Quest'ultimo in una lettera grandemente ne loda il nobile stile, applicandogli quel verso di Omero:

Σοὶ δ’ἔνι μὲν μορφὴ ἔπεων, ἓνι δὲ φρὲνες ἐσθλαί.

Di Erasmo diceva che _sursum, deorsum, huc atque illuc agebatur... inter cœlum papisticum et christianum_.