Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 25

Chapter 253,576 wordsPublic domain

In questo luogo, se mi fosse lecito, pregherò nostro signore volesse informarsi bene delli miei vicelegati, se io attendeva in quel governo alla verità della fede nostra e al beneficio pubblico, di che li miei ordini e gride, _etiam_ nelle cose della religione, ne possono rendere vivo testimonio. E questo durò per 4 anni continui, nelli quali non lasciai mai officio alcuno, mentre vi stetti presente nè pubblico nè privato che facesse al buono esempio, ed a servare il popolo nella antica religione. E fra altri mi ricordo (perchè monsignor reverendissimo Alessandrino mi toccò un motto ch'io ero imputato sentir male delle reliquie de' Santi) che mai lasciai d'andar solennemente a visitar le reliquie di san Stefano, e di accompagnar la Madonna di san Luca secondo il costume della città; ed andava sempre a piedi, il che non facevano li miei antecessori; e lo faceva puramente e con divozione, e da molti ne era biasimato, quasi che avvilissi il grado di magistrato. E per continuar in questa objezione fattami delle reliquie de' Santi, dirò quanta affezione ho sempre portato e porto alli gloriosi Santi, veri amici di Dio, li quali in vita sono stati tempio di Dio e abitacolo della sua santità, e dopo la morte son fatti _consortes divinæ naturæ_, come dice san Pietro. E mi meraviglio assai come possa essere ch'alcuno dubiti di me in questo, essendo assai manifesto nella Scrittura che non solo la fimbria del vestimento del Salvatore nostro salvò il flusso della Emoroissa, _sed umbra Petri et semicintia Pauli sanabant infirmos_. E perchè sono andato pensando tra me stesso onde possa nascere questo sospetto, mi son ricordato, ma non saprei dire con chi, che qualche volta ho detto che a Roma si mostravano alcune reliquie, le quali dubitava non fosser vere, come il fieno del presepio che si mostra a Santa Maria Maggiore, e li capelli e camicia della Maddalena; e ragionando ho contato delle imposture che fanno alcuni barri nelle ville: portano fuori qualche osso d'asino o di cavallo, con dire che sono reliquie, per ricoglier denari; e questo ho biasimato, come ancora le favole che raccontano molti questuanti, li quali introducono molte superstizioni. E ho detto che se gli dovrebbe provvedere. Ma alle reliquie vere ho sempre portato gran riverenza, e l'ho mostrata in ogni luogo pubblico e privato: come _etiam nunc_ si può vedere che qui in Castello ho la croce d'argento piena di reliquie, che almeno 12 anni fa si porta meco in ogni luogo: se forse non fossi mancato per la negligenza solita in ogni mia azione, come mancano il più degli uomini, ch'è difetto a me ordinario e comune con molti nelle buone azioni. E mi rincresce ancor aver detto questo, massime in quelli tempi che non faceva _ad ædificationem_; come ancora mi è rincresciuto aver parlato dopo desinar o nel desinare contro frati, cioè contro tanti Ordini, ricordandomi tra le altre, aver detto, _Omnis plantatio quam non plantavit pater meus cœlestis eradicabitur_; il che però non dissi per biasimar le religioni buone, le quali attendono alla perfezione; delle quali ho avuto sempre gran protezione, come essi sanno; ma contra tanta varietà, non solo di Ordini, ma delli medesimi Ordini, dispiacendomi le novità e la mala vita di molti.

Il reverendissimo Alessandrino mi raccomandò ancora che io dovessi pensare se avevo mai sentito male della intercessione dei Santi: io risposi che aveva sempre creduto che i Santi intercedessero appresso Dio per noi, e così credo perchè _caritas manet_, e tanto maggiore quanto per se stessi non hanno bisogno più di preghi, ma pregano per noi. È ben vero ch'alcuna volta questo punto mi aveva dato un poco di molestia, che mi pareva meglio indirizzar l'orazione, nella quale si ricerca l'ajuto de' Santi, a Dio come sono scritte nel messale e nel breviario, che indirizzarle a loro Santi come si fa nelle litanie, perchè in quella orazione si domanda l'intercessione de' Santi a Dio _per dominum nostrum Jesum Christum_, secondo l'ordinario della Chiesa. In questo altro mi dava molestia, che non era capace come le creature potessero udire li nostri preghi così di lontano, essendo il proprio di Dio di vedere e udire tutto, _etiam corda et cogitationes hominum_: ma questo mio dubbio non durò molto tempo, perchè vidi che san Leone papa voltava i preghi suoi a san Pietro, san Bernardo alla gloriosa Vergine, e sant'Agostino alla medesima, e il mio lodato Cartusiense, ch'io leggo spesso, a diversi Santi nell'orazioni sue dopo i sermoni. E mentre stetti in questo dubbio, servai però sempre la consuetudine della Chiesa, captivando l'intelletto mio, e dicendo le litanie ordinariamente la quaresima con li sette salmi, e dicendo ordinariamente l'antifona _Sancti Dei omnes, intercedere dignemini pro nostra omniumque salute_. È vero che domandava qualche volta di tal dubbio, poi mi risolsi in san Tommaso che li Santi intendono le cose di qua in Dio, e restai da me stesso quietissimo e senza alcuno scrupolo, come ancora restai quieto nella _Salve Regina_, la quale non lasciai mai dopo l'offizio, se non quando, in luogo di quella, dicevo _Regina cœli lætare_ ecc., secondo il tempo, benchè più volte dicessi senza pensamento, quasi con ognuno con cui occorreva, ch'io avrei desiderato che quelle tre parole _vita, dulcedo et spes nostra_ avessero detto _vitæ dulcedinis et spei nostræ_, congiungendosi a quelle _mater misericordiæ_, perchè si sariano potuti intender quegli attribuiti a Cristo, il quale propriamente è _vita, dulcedo et spes nostra_, secondo dicono infiniti luoghi della Scrittura, del quale Cristo ella è madre. Ma ancora in questo non pigliava scrupolo perchè sapeva che, per partecipazione, si possa dire quelle parole non solo della Madonna, la quale è madre di Dio piena di grazie, e sempre vergine gloriosissima, ma ancor degli altri Santi, come diceva il Salvator nostro di sè stesso, _Ego sum lux mundi_, e poi diceva agli apostoli _Vos estis lux mundi_, ma ad un altro modo più misterioso, e per sola partecipazione, non per proprietà nè per natura.

E però ho detto la _Salve Regina_ come la sta, e l'ho fatta dir e cantare in tutte le mie chiese secondo il consueto, e quando mi son trovato presente sono sempre stato inginocchiato mentre si cantava: e questo l'ho fatto in Germania quando mi è occorso trovarmi presente, e la cosa sta così in fatto, sebben forse quelle mie parole possono aver messo dubbio di me nell'animo d'alcuno, come fece ancora nell'animo di don Lorenzo Davitico, al qual ragionando dissi puramente: A me piace s'abbia ricorso ai Santi, ma sento non so che maggior contento quando ricorro a Cristo, e a lui effondo il cuor mio. Esso mi respinse questo; dopo venne un giorno a chiedermi perdono inginocchiato, che non poteva dir messa se non gli perdonavo, come feci, perchè mi aveva calunniato contro la verità, stimolato dal disonore che gli era stato fatto da me e da miei ministri, che fu pei suoi mali portamenti, de' quali consta in processo. Ma perchè ho in devozione particolare la Madonna, andai una volta a Santa Maria di Loreto, e vi portai un voto d'argento, fatto per l'infermità d'un mio fratello: e dopo in verità io ho fatto voto d'andarvi molti anni fa, e anche a Santa Maria della Quercia, a celebrare in ambedue i luoghi, e non ho mai voluto far commutare il voto, perchè, piacendo a Dio, voglio adempirlo, e così la prego di cuore voglia intercedere per me appresso il Figliuol suo acciocchè sia libero presto da questo travaglio, se così è la volontà di Dio ed il bene dell'anima mia.

Ho ancora ragionato della concezione della Vergine, e ho tenuto l'opinione dei frati di san Domenico, e spesse volte ho detto che l'affezione umana vuol dar degli onori alla Madonna, ch'essa non vorrebbe per l'onore del Figliuol suo, ch'è stato ancora creator suo, com'è questo della concezione: il che può aver partorito qualche scandalo presso qualcuno; perchè tenevano il contrario, avendo forse creduto ch'io sia manco devoto che non sono d'essa Vergine.

Mi sono ancora ricordato d'aver detto che mi pareva che l'epistola e l'evangelo che si leggono nella festa dell'Assunzione non fossero al proposito, perchè una era della divina Sapienza, l'altro era della Maddalena: ma monsignor sacrista mi disse un giorno che si potevano applicar bene _etiam_ a questa festa, _et tunc_ rimasi contento.

Posso aver detto qualc'altra cosa, come si dice, _inter pocula et ratione disputandi et colloquendi_, delle quali non ho memoria alcuna, ma quando avessi, voglio averla per non detta, perchè sarà stata senza mala radice: ma o per l'ignoranza, o per far dire altri, o per contenzioni dopo desinare e intertenimento come si suole fare, e in _multiloquio non deest peccatum_.

Potria anco aver dato sospetto di me la conversazione con alcuni, i quali dopo si sono scoperti di mala mente nella religione; ma sebben son stato in ciò inconsiderato, tutti quelli però con cui ho praticato mai hanno tocco con me alcun articolo di fede nè di Santi Sacramenti, nè cosa essenziale che mi ricordi, altro che quella della giustificazione, come ho detto di sopra. E perchè mi credo che nè anco in questo di che ho detto nè loro nè io eravamo d'accordo, perchè, se alcuni di loro hanno veduto che non bisognino nè opere nè sacramenti alla salute nostra, hanno creduto tutto il contrario di quel che ho creduto e credo io. Ed alcune volte quando udiva dire come di un ms. Apollonio cappellano del reverendissimo Polo, che fu prigione nell'Inquisizione, che negavano li Sacramenti, mi stupiva, e spesse volte diceva, La sua giustificazione e la mia non è medesima, perchè hanno diverse conseguenze: essi negavano li Sacramenti e le opere: io non potrei vivere senza l'uno e l'altro, se ben sono peccatore. E quando m'avvidi che la cosa andava a questo modo, cominciai a troncar le pratiche e da molti anni in qua non voleva più simili persone per casa, se non sforzato come persona pubblica a dar udienza comune a tutti.

Ritenni solo in casa un ms. Marcantonio Villamarina, gentiluomo napoletano, perchè a mia persuasione aveva abjurato in mano del reverendissimo Carpi, e mi vergognava mandarlo via essendosi partito dal male e venuto al bene, quantunque desiderava assai ne andasse di sua posta.

Del mastro di casa don Domenico Morando non credeva male alcuno; anzi essendo stato qualche anno mio agente a Novara, e scrivendogli spesso che facesse avvertire alle eresie, sempre mi rispondeva che si faceva il debito, perchè vi era un inquisitore di san Domenico, ch'io manteneva a mie spese, come è notorio: ma perchè esso don Domenico è nelle mani dell'Inquisizione, potrà far fede del vero se vorrà, e dar conto come dal canto mio è stato governato quel vescovado di Novara dopo ch'è in man mia, benchè si potrà intendere ancora per altra via.

Ma perchè si veda ancor meglio qual sia stato l'animo mio per l'estirpazione delle eresie ch'erano in Modena, alla qual cosa io non avea possuto attendere per non essere dotto e per non aver potuto fare la residenza, e perchè tra il duca di Ferrara e me, mentre ero Legato in Bologna, erano state molte controversie d'importanza per causa de' confini ed altro, nelle quali si erano ammazzati notari pubblici e soldati ed altri com'è notorio, ed io non poteva mai sperare aver braccio secolare favorevole, resignai il vescovado in mani di papa Giulio III in favor del maestro di Sacro Palazzo, il quale essendo dell'Ordine di san Domenico, dotto in teologia, potesse con assiduità e destrezza e col divino ajuto ridur quelle anime smarrite, come intendo che s'è affaticato a farlo: il che feci tanto più volentieri, quanto che conosceva ch'io ero stato negligente a farlo, se ben aveva l'intendimento. Ed esso vescovo sa quanto di ciò lo pregai e caricai, dandogli ancora ricordo che bisognava che sua signoria con la buona dottrina e con l'assiduità e pazienza e con ogni amorevolezza e carità cercasse ridur quelli cervelli gagliardi, perchè erano molto ostinati, e si persuadevano sapere molto, ed erano stipati di molta parentela ed amicizie e favori nella Corte del duca di Ferrara; e nominai quelli di ch'io sospettava, ch'erano quelli dell'Accademia. Ed oltre quelli gli nominai il proposto Bonifacio Valentino, del quale non voglio parlare, perchè esso in ogni tempo ha sempre fatto professione di volermi male e farmi dispiacere.

Mandai una volta in Modena un predicatore chiamato Pergola, di san Francesco, che aveva predicato qui l'anno avanti in San Lorenzo in Damaso con buon nome, e l'ebbi per mezzo del reverendissimo Carpi lor protettore. E quando fu verso Pasqua, mi fu scritto dal vicario che questo Padre era molto sospetto, avendo detto delle cose assai che non stavano bene. Io ebbi mezzo di farlo venire a Bologna, e messolo in mano di un frate Lodovico Beccatello, allora inquisitore a Bologna, furono pigliati tutti i capi ch'esso aveva predicato, e fatto lo esame e la dichiarazione, d'accordo con esso inquisitore lo rimandai a Modena, e volsi che in due o tre prediche si dichiarasse e ritrattasse di punto per punto, come aveva ordinato l'inquisitore, e feci che il notaro stesse presente alla ritrattazione, e ne fu rogato. Questo Padre fu poi castigato dalli suoi, ch'altro non ho saputo. Credo che questi atti siano tra le mie carte: almeno erano altre volte.

Ritornerò ancora alla conversazione de' sospetti. Ebbi amicizia col vescovo di Bergamo Soranzo, la qual amicizia fu fino da Padova nel 1514[172] quando andai per studiare, e lo sa il reverendissimo di Carpi, il quale esso ancora in quel tempo era a studio. Dopo la rinnovai qui, ch'esso era camerario del papa: poi fu fatto vescovo. Mi meravigliai assai che faceva molto del riformato, e sempre parlava di Gesù Cristo: all'ultimo si cominciò a scoprire ch'egli era luterano, e fu chiamato a Roma e posto in Castello. Venne una volta a visitar me, e voleva che fosse lecito alli preti pigliar moglie, e diceva che il cardinale Sfondrato n'avea tollerato uno. Io gli contraddicevo, e non poteva patirlo: ma dopo, per quanto intendo, si ritrattò di questo e di altri articoli e fu liberato, nè io ho avuto più commercio con lui.

Ho ancora avuto amicizia della marchesa di Pescara, la quale a Napoli, quando fui eletto vescovo di Modena, mi donò due rochetti e un breviario, e fu nel 1529. Suo marito il marchese era stato la rovina di mio padre a Milano[173]: nondimeno andavo a visitarla qualche volta nella chiesa di Sant'Anna: da' suoi ragionamenti conosceva ch'ella avea avuto amicizia con frà Bernardino da Siena, e dubito ch'avesse anco avute delle sue opinioni: meco però non si scopriva, e la maggior parte delli suoi ragionamenti erano di cose di Stato, delle quali faceva professione grande, o del reverendissimo Polo, dal quale mi disse una volta ch'aveva ricevuto la salute sua, perchè l'avea fermata e ritirata di molte vane fantasie. Lei praticava qualche volta il reverendissimo Sadoleto e Bembo ancora, ma l'animo suo era tutto nel reverendissimo Polo, come mostrò lasciandogli una parte del suo per testamento.

Ho avuto amicizia con l'arcivescovo d'Otranto, il quale fu sospetto, e perchè l'istoria sua è nota, non m'affatico a scriverla. Ma dirò ben questo con verità, ch'io più volte cercai di rimuovere don Giovanni de Manriquez da quella istanza ch'egli faceva che fosse fatto cardinale dopo che fu purgato, e anco domandato io da papa Giulio in coscienza mia quel che avrei detto nel voto mio se l'avesse voluto far cardinale, gli risposi: «Padre santo, io ho esortato più volte davvero l'arcivescovo, se aveva avuto qualche mala opinione, volesse pentirsene, e dirlo a vostra santità: esso a me sempre ha negato non aver avuto mala opinione: nondimeno alcuni di questi signori reverendissimi dell'Inquisizione mi hanno detto ch'hanno di malissime cose contro di lui, vostra santità le debbe saper tutte: se le son vere, ella se ne chiarisca, e dica liberamente a don Giovanni che non lo vuol fare, e non lo faccia; se ancora non son vere, quantunque io potessi desiderare che vostra santità compiacesse al signor don Giovanni che se ne piglia per punto d'onore, e per affronto, e ne tiene inimicizia col cardinale di Carpi, nondimeno io non darò mai altro voto in favor suo, se non che me ne rimetterò alla coscienza di vostra santità ch'è papa».

D'esso arcivescovo non so altro se non quel che si diceva pubblicamente esser articolato contro di lui, ed egli mi ragionava come ho detto sopra, ed io l'esortai più volte a scoprire a nostra santità ingenuamente se aveva qualche opinione mala, ed esso mi rispondeva come ho già detto. Di che lascio che la verità stia al suo luogo. So ben che egli avea letti libri luterani, ma mi disse avea licenza, ed anco avea letto, per quanto intesi, gli scritti del Valdesio, ed era stato molto suo amico.

Queste son le cose ch'io sin qui, pensando e ripensando tanto che, con l'afflizione nella quale mi ritrovo, ho quasi perso in tutto il sonno, ho potuto ricordarmi d'aver fatte o dette, che m'abbino ridotto in queste calamità. Ma perchè nel principio ho detto ch'io son figliuol di questa romana Chiesa e servo di nostro signore, replico di nuovo che voglio perseverare col divino ajuto in questo, e perciò sottometto me ed ogni azione mia ed opinione al retto e santo giudizio di sua santità, offerendomi paratissimo ad ogni obbedienza ch'a sua santità piacerà: e se più mi ricorderò o mi sarà ricordato, lo dirò sinceramente, perchè queste sono cose vecchie di molti anni, dalle quali ove sono sospette io spontaneamente mi era partito. Supplico bene umilmente sua santità voglia usare animo paterno verso di me, e benigna misericordia in tutto ch'ella giudicherà ch'io n'abbia bisogno, e conformandosi a Quel del quale sua santità è vicario, il quale è insieme giudice e avvocato de' peccatori, voglia anche esser mio piuttosto avvocato appresso se stessa, che giudice, e pigliar il patrocinio mio paternamente, e cavarmi di tanta afflizione e miseria, nella qual mi ritrovo.

In Castello, ai 18 di giugno 1557.

Io Giovanni cardinal Morone ho scritto e sottoscritto di mano propria.

Eppure a lungo durò ancora in carcere. Perocchè, sebbene Paolo IV offrisse liberarlo «per benignità d'animo, e quand'anche gli trovasse alcuno degli _errori che oggidì possono dirsi comuni_», il Morone volle che della sua innocenza constasse, e rimase in Castello quanto visse quel papa. Alla costui morte nel 1559 ottenne d'intervenire al conclave, e vi fu dichiarato innocente, annullando il processo e assolvendo anche il Sanfelice: sentenza confermata con questa di Pio IV, che fu letta dal secretario Gallio:

In nomine sanctæ et individuæ Trinitatis Patris et Filii et Spiritus Sancti. Pius Papa IIII. Inter cæteras pastoralis curæ sollicitudines nobis jugiter imminentes, illa est præcipua, ut ad Dei gloriam et augmentum ejus fidei negocium Sanctæ Inquisitionis cum omni ea (ut decet), justitia et puritate peragatur, ut scilicet contra tanti criminis reos id agatur, quod contagiosa ipsius enormitas agendum requirit, et e contra, is discretionis ordo in procedendo servetur, ne bonorum innocentia insidiis pateat malignantium, et sub pietatis specie graventur innoxii, et ne quod per circumspectam sedis apostolicæ vigilantiam ad exterminationem hæreticæ pravitatis salubriter est provisum, per malitiosam calumniantium iniquitatem cedat infidelium detrimentum, et scandalum universum. Sane dudum tempore pontificatus Pauli papæ IIII, prædecessoris nostri sanctæ memoriæ, causa licet nulliter et injuste mota inter procuratorem nostrum, tunc suum fiscalem, et officium sanctæ Inquisitionis actores ex una, et dilectum filium nostrum Joannem, tituli Sanctæ Mariæ Trans Tyberim, ejusdem Sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbiterum, cardinalem Moronum vulgariter nuncupalum parte ex altera, de et super eo, quod prætendebatur eundem Joannem cardinalem in non nullis articulis pro parte fisci et officii prædicti productis, male et aliter quam Sancta Romana et Catholica Ecclesia teneat, sensisse, rebusque aliis latius in actis causæ et causarum hujusmodi deductis; Nos, post nostram ad summi pontificatus apicem divina favente clementia assumptionem, causa præfata adhuc indecisa pendente reassumpta, eam dilectis filiis Jacobo, tituli Sanctæ Mariæ in via de Puteo, vulgariter nuncupato I. V. D. et Michaeli, tituli Sanctæ Mariæ supra Minervam Alexandrino summo inquisitori, sacræ theologiæ magistro, sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbyteris cardinalibus ambobus in officio sanctæ Inquisitionis, et a prædecessore nostro inter alios judicibus, et in hac causa a nobis specialiter deputatis, quoad ejus merita cognoscendam, et nobis referendam commisimus. Qui quidem, visis et mature discussis omnibus pro parte fisci seu officii præfati, deductis et ex adverso exceptionibus quoque et juribus pro parte Joannis cardinalis productis et probatis, nobis statum totius causæ retulerunt, conformem innocentiæ præfati Joannis cardinalis.

Nos igitur, hac causa inter procuratorem seu officium prædictos ex una, et dilectum filium Joannem præfatum parte ex altera, coram nobis et de mandato nostro coram præfatis cardinalibus sic pendente, habita prius relatione præfata, et de meritis totius causæ etiam alias ad plenum informati, Domini Nostri Jesu Christi nomine invocato, per hanc nostram deffinitivam sententiam, quam in supremo justitiæ throno pro tribunali sedentes, et solum Deum præ oculis habentes, de illorum et aliorum sacræ paginæ, et jurisperitorum consilio ferimus in his scriptis pronunciamus, sententiamus, et diffinimus, capturam et carcerationem dicti Joannis, alias tempore pontificatus Pauli prædicti, et forsan de ejus mandato, nullis pœnitus ad id legitimis indiciis præcedentibus factam. Necnon Inquisitionem contra eum formatam, et totum processum contra ipsum Joannem cardinalem factum, præsertim ex defectu formæ in capitulis conclavis ejusdem Pauli contra hujusmodi cardinalem necessariæ, non servatæ, nulliter et de facto, ac inique et injuste processisse, prout etiam sicut de facto processerunt, annullamus et irritamus, nulliusque momenti fuisse decernimus. Et nihilominus dicimus et, judicamus etiam ex tali processu ipsum Joannem cardinalem nequaquam fuisse aut esse de hæresi, aut quibus suis delictis et criminibus hæresim et hæreticam pravitatem seu ejus suspitionem quomodolibet concernentibus culpabilem, couvictum, aut confessum, aut deprehensum, aut aliquo modo suspectum, aut etiam legitime diffamatum, sed in omnibus iis, quæ contra eum pro parte fisci et officij præfati (ut præfertur) prætendebantur, innocentissimum, et nedum culpa, sed omni prorsus suspitione carentem.