Part 24
Dopo qualche tempo mi pervenne alle orecchie che si mormorava contro questo libro, ed io era già ritornato a Roma, e parlando al reverendissimo Cortese, il qual era uno de' reverendissimi inquisitori, per saper il parere di sua signoria reverendissima, mi disse le formali parole: «Quando la mattina mi metto il giuppone, io non mi so vestire di altro che di questo Beneficio di Cristo». Ma perchè la mormorazione del libretto perseverava, e perchè vedeva diversi pareri, lo lasciai, e mai più l'ho veduto, e con verità posso dire che non mi ricordo che cosa contenga, altro che quella esortazione a ricever il Corpo e Sangue del nostro Redentore. E se il libro fosse stato proibito, o se io avessi compresa qualche malignità in esso, non l'avria lasciato vendere. Però questo si ha da imputare a mera malavvertenza e trascuraggine, come ancora mi è avvenuto in un altro libro che io sempre ho reputato buono e santo, che è il Concilio Coloniense, il quale da monsignor Giovan Matteo (Giberto) vescovo di Verona fu fatto stampare, e dato alli suoi curati, e poco fa ho inteso che vi son cose mal dette dentro e sospette di eresia, per non dire eresie. E come ancora pochi giorni fa fui avvertito che nelle prediche del Savonarola erano molto eresie, quali sinora non sono state manifeste. Però voglio dire che quando un libro par buono, e non è proibito, avendo qualcosa mala dentro, è facil cosa che uno, anche più dotto di me, si inganni, e non avverta gli errori. Ma io non difendo il libro e lascio la censura alla sede apostolica, la quale io sempre voglio seguitare, e lo voglio avere per reprobo in tutti quelli punti che si trovano contro la verità cattolica; e perchè intorno a questo libretto possono esser occorsi diversi accidenti, delli quali non ho così particolar memoria, mi rimetto in tutto alla verità. Mi pare aver detto la somma di quanto mi ricordo: sol questo voglio aggiungere perchè sia più conosciuta la sincerità dell'animo mio, che, essendo in conclave, e avendo sentito mormorar non so che contro di me per questo libretto, lo dissi al cardinale di Trento, il quale mi rispose: «Io l'ho _in delitiis_, ligato in oro in casa mia»; ed io gli dissi lasciasselo, giacchè pativa eccezione. Voglio ancor dire che non potei mai saper l'autore del libro _se non dopo alcuni anni_, perchè si diceva esser stato il Flaminio, ed esso lo negava: dopo intesi esser stato un monaco di San Benedetto, credo o siciliano, o del Regno, che non ho saputo il nome.
_Di frate Bernardo._
Avendo il vescovado di Modena, per esser quei cervelli gagliardi, e contaminati come erano, e avendo li magistrati secolari allora poco favorevoli, essendo persuaso ed avendo per l'esperienza provato che, prima di esecuzione, non poteva provvedere agli inconvenienti, cominciai a pensar se per via di benignità e di confidenza potessi scoprir bene tutto il male, del quale era impossibile aver notizia per via di deposizione, perchè nessuno voleva far l'ufficio. E per venir a questo, e anche per evitar li rumori, andava cercando d'aver predicatori di buona e sana dottrina e di spirito mansueto e buono, il qual potesse fruttificar nell'animo loro. Ma avea gran fatica ad aver persona al proposito. Stando in quello, poco dopo che fui fatto cardinale mi fu posto alle mani un frate Bernardo viterbese, credo, il quale mi diceva il reverendissimo Polo e Priuli e gli altri che era un buon padre, e che saria stato al proposito per Modena. Io aveva ancor poca cognizione del prefato reverendissimo, perchè _in minoribus_ non l'avea mai veduto che una volta, passando per Viterbo, ove sua signoria reverendissima era Legato. Ma informato _etiam_ dalli frati suoi, lo mandai a predicar a Modena, essendo fatto Legato al Concilio quasi subito.
In Modena questo frate si portava bene, come intendeva per relazione del mio vicario e di altri ancora, e aveva fatto molte buone opere, e tra le altre aveva instituita l'orazione continua di quarant'ore al Santissimo Sacramento. Io era stato non molto avanti in Modena, ed avendo fatto venir a me molti preti, curati della montagna, per esaminarli e vedere come erano idonei a far l'officio suo, trovai uno fra li primi, curato, come credo, di Monte Cretto, uomo vecchio, il quale interrogato da me sopra il Sacramento della penitenza, non si sapeva risolvere in che modo, essendo Dio misericordioso e giusto insieme, rimettesse i peccati a lui ed agli altri uomini. Onde dicendogli io che li peccati nostri meritavano la giustizia severa di Dio, ma che questa giustizia alli veri penitenti confessi ecc. si voltava in misericordia per amor di Gesù Cristo, il quale aveva patito la morte della croce per placare e procacciar la salute nostra; questo prete cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchioni, ringraziava mirabilmente Iddio e me che gli avevo mostrato la via, per la quale avesse la remissione delli suoi peccati, essendo stato sin a quell'ora sempre dubbioso tra sè stesso come, essendo Dio giusto, usasse la misericordia verso li peccatori.
Essendo dunque Legato al Concilio in Trento, ed essendo la quadragesima, mi ricordai di questo effetto, e scrissi al mio vicario che facesse intendere al predicatore che ammonisse il popolo a far la sua confessione, ma che avvertisse di sperar la remissione de' peccati da Cristo, e che ammonisse tutti li confessori delle religioni di frati e tutti li curati che insegnassero questo alli penitenti. Il vicario dette la mia lettera al predicatore, il quale, pensando forse di far bene, la volle leggere in pubblico: ma ne seguì gran bisbiglio, perchè li cattivi la dicevano altrimenti che non stava. Di che essendo avvertito dal vicario, sebben vi si era già rimediato, scrissi subito che facesse osservar nelle confessioni la forma del Concilio Coloniense, stampato a Verona, e così fu eseguito.
Ora essendo venuto questo frate, qualche anno dopo, in man della Santa Inquisizione, depose alcune cose contro a me intorno a questo. Il che papa Giulio mi fece intendere, mandando a me il maestro _Sacri Palatii_, ora arcivescovo Conza. Io feci venir le lettere che si trovarono ancora in Modena, e sua santità le vide, come credo, ed il frate si ridisse di quello aveva detto a torto contro di me: e mandandomi sua santità Legato in Germania, mi dette il processo, e ragionando poi intorno a simili materie, e massime sopra la materia della giustificazione del reverendissimo Contarino, che costì si chiama la Concordia di Ratisbona, e discorrendo delle altre delazioni fatte contro di me, sua santità abbracciandomi teneramente, mi disse, se era bisogno, che mi dava la benedizione e assoluzione di tutto _in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti_, e mi disse con le lacrime che sperava che, per mio mezzo, s'avesse a ridur la Germania all'antica e vera religione; con molte altre parole circa ciò, che non fa bisogno raccontare.
_Dal Salmerono._
Stando pure in Trento, mandai il Salmerono della compagnia di Gesù, a predicar a Modena, perchè sempre fui affezionato ad essa compagnia; e in Germania ebbi per confessore, sinchè morì, un mr. Pietro Fabro di detta compagnia, ottimo religioso: e dopo la morte sua, quando poteva averla, mi valeva dell'opera di mr. Claudio Jaio, pur della medesima compagnia. E perchè detto Salmerono mi pareva ben dotto ed istrutto contro Luterani, pensai fosse buono per Modena. Ed essendo lui andato, cominciò a fare il debito suo, benchè si facesse gran rumori contro di lui da quelli dell'Accademia, che erano li sospetti; ed il governatore di Modena più volte si lamentasse che il predicatore era ingiurioso, perchè chiamava costoro con il suo nome. In quel tempo ritornai a Modena, essendosi fatta la sospensione del Concilio; ed essendo andato alla sua predica, udii che attribuiva assai e lodava li meriti degli uomini, tanto che mi pareva desse occasione a far gli uomini più arroganti e superbi verso Dio. Onde lo chiamai in camera, e cominciammo a ragionare insieme noi due soli, e venimmo sopra a questo. Esso, che era giovane ardito e dotto mi parlava molto gagliardamente, come credo ora, con buon zelo. Io non avendo pazienza, essendo più insolente di lui, me lo levai d'avanti, e alterato dal ragionamento, credo che io dicessi molte inezie, di nessuna delle quali io mi ricordo, se non che di questa, ch'io non sapeva tanti meriti, ch'ancora in dire la messa, la quale è la più santa opera che si possi fare, io faceva peccato. Esso mi replicò che questa era mala opinione, come è in effetto, intendendosi che a dir la messa sia peccato: ma io intendo che, quantunque nessuna cosa si possa fare più grata a Dio che il celebrar divotamente, nondimeno a me intervenne che, o per la poca devozione e riverenza, o per la distrazione della mente, mi bisognava dir mia colpa delli difetti commessi intorno a tanto misterio.
Nondimeno io so che feci male, e ho soddisfatto dopo a esso Salmerono non solo in parole, ma con fatti, perchè per il servizio di Dio e per ajutar quelle anime e per dare ad intendere a questa città ch'io approvo la dottrina di questa compagnia, ho contribuito da molti anni in qua cinquanta scudi d'oro l'anno per mantenere un collegio di essa compagnia e tuttavia vi contribuisco[171]. E perchè siamo in questo proposito, non per gloriarmi che non sta bene, dovendosi dar tutta la gloria a Dio, ma per dare un evidentissimo testimonio della volontà mia nelle cose della religione, dico che, molti anni fa, vedendo che le cose di Germania tendevano alla totale rovina per difetto di ministri, i quali avessero buona dottrina e buoni costumi, fui il primo che proposi la via di fare il Collegio Germanico in Roma, ove si istruiscano in sana dottrina e buoni costumi quei giovani, sotto la disciplina di quei Padri del Gesù, per mandarli poi in Germania a predicare e lavorare _in vinea Domini_. E dal principio dell'istituzione del Collegio sin all'ora presente, che son molti anni, ho dato sempre più di cento scudi l'anno della povertà mia: nel che mostro con l'effetto continuo che approvo e seguo la vera dottrina ch'essi insegnano: e di questo si può chiarire.
_Delle opere e meriti._
Perchè abbiam tocco di sopra delli meriti nostri e delle opere buone, voglio in qualche modo esplicare qui il mio concetto, il quale è ch'io non mai ho dubitato che le buone opere non siano necessarie alla salute nostra quando si possono fare; e che, quando sono fatte in grazia, non siano meritorie di tutto quello che Cristo benedetto ha promesso non solamente delli beni di questa vita, ma della vita eterna; e trovo questa verità fondata nella Scrittura, e tenuta da tutta la Santa Chiesa. Ma perchè noi uomini siamo di natura assai arrogante, e cerchiamo sempre d'esaltare noi stessi, leggendo continuamente quanto sia grato a Dio la vera umiltà, nelli ragionamenti miei ho molte volte detto che, quando m'appresento nel cospetto di Dio, non posso metter la speranza nelli miei meriti, nè nelle mie opere perchè son poche ed imperfettissime, e li peccati e le negligenze sono infiniti e gravi: e perchè molti anni fa aveva letto nella vita di san Bernardo che, essendo egli gravemente infermo, stando per morire, fu presentato innanzi al tribunal del Signore in excessu mentis, ove venne ancora l'avversario, il quale l'accusava delli suoi difetti, e quando toccò a san Bernardo a dire la parte sua, disse queste parole: _Fateor non sum dignus ego, nec propriis possum meritis obtinere regnum cœlorum; duplici jure illud obtinet Dominus meus heres, hereditate patris et merito passionis, altera ipse contentus, alterum mihi donat, ex cujus dono jure illud mihi vendicans non confundor_, ed ho veduto in molti libri spirituali in una simil sentenza, come dice Lodulfo Cartusiense _In vita Cristi: Caveat prudenter fidelis peccator ne unquam, in quocumque statu fuerit, confidentiam in suis meritis habeat, sed tamquam mendicus pauperculis omnino nudus ad elemosinam dominicam mendicandam semper vacuus accedat; hoc autem faciat non quasi ex humilitate facti merita sua abscondens, sed certissime sciens quod non justificabitur in conspectu Dei omnis vivens; etiam solius cogitationis nostræ non possumus rationem reddere, si ipse voluerit nobiscum in judicium intrare_, ed altri simili detti appresso li santi dottori. Conscio a me stesso delli peccati miei e delli pochi beni ch'io ho fatto, del che me ne rincresce assai, ho detto più volte ch'io non voglio tener conto con Dio de' miei meriti, ma che desidero entrare nel cielo per la sua misericordia e per li meriti della passione di Gesù Cristo, conforme a quel del Canone, _Non estimator meriti, sed veniæ quæsumus largitor admitte_. E questo mio dico non è stato per contemplazione delle buone opere nelle quali dovevo esercitarmi sempre sinchè vivevo, ed io potrei dire senza jattanza, per grazia di Dio, che tuttavia ne faccio qualcuna, ma non tante quante vorria, e avrei potuto verso Dio, verso il prossimo e verso me medesimo. Di che me ne duole: ma perchè sono poche, sono imperfette, ed io ne son debitore di molte più, ancora che così siano, so però che Dio le rimunera come piace alla sua infinita liberalità: ma io non riguardo a questo, rimettendomi sempre alla sua grazia immensa, della quale conosco bene aver gran bisogno. Ed ho però più volte insieme detto che alcuno si sente aver avuto tanta grazia e tanti meriti, che possa star per quelli nel giudizio con Dio, me ne riporto a lui; faccia quel che può, ch'io per me non posso. E questo è stato il mio sentimento ed il mio parlare quasi ordinario delle buone opere e meriti: nel che se vi è qualche errore, me ne rimetto, ecc.
_Dell'elemosine date a persone sospette._
Mi fu ricordato che dovessi pensare se avessi mai dato denari a persone sospette. Io risposi che, quando avea denari, ne dava volentieri qualche volta a quelli che me ne chiedevano, secondo quel detto dell'Evangelo, _Omni petenti te tribue_ e quell'altro _Estote perfecti sicut et pater vester cœlestis perfectus est, qui solem suum facit oriri super bonos et malos_. E ho dato assai indifferentemente, con intenzione però di darli per amor di Dio, al quale sono cogniti coloro che hanno da riempir il cielo. E dico la verità che molte volte ho dato limosina a soldati e gentiluomini e a meretrici, ma con l'intenzione a Dio, benchè più spesso e più volentieri l'ho data a quelli che credevo fossero uomini da bene, ancorchè da questi spesse volte mi son trovato ingannato, come ho fatto da un prete Lorenzo Davitico, al quale io ho date parecchie decine di scudi. In Germania ho dato più volte denari a molti Luterani, e donai diverse cose, come qualche bicchier d'argento, anelli, collane, medaglie ed altre simil cose, per valermi ad intender i loro secreti, e per servirmene nelle occorrenze del mio offizio. Ne ho dato ancora a qualche predicatore luterano, ma con animo d'acquistarli, come mi venne fatto una volta in Spira, ove, per Dio grazia, con l'amorevolezza e con donar in un tratto 30 fiorini d'oro a un frate di sant'Agostino, sfratato e predicator luterano ed inimicissimo di questa Santa Sede, diventò cattolico, e stette con l'abito, e fu cagione che quella città non diventò in tutto luterana, stando per diventare se costui non si mutava.
Sono sforzato a questo proposito manifestar la mia presunzione, e forse parzialità, la quale parrà coperta da buon desiderio. E questa era che, essendo io stato molti anni in Germania, mi dava ad intendere che dovesse toccar a me ad esser ministro di ridurre quella provincia all'obbedienza, all'unica religione, perchè sapevo esservi amato universalmente, e che avevano buona opinione di me, e che confidavano nella conformità del sangue, dal quale essi non temevano esser ingannati: ed io conosceva assai bene i loro umori, e sapevo trattenerli. Stando questa mira non senza un poco di vanità, mi sforzavo in ogni occasion fare cosa grata universalmente a quella nazione ovunque mi trovava, e in ispecie a Bologna ove ero Legato. E benchè credeva che ve ne fossero de' scolari luterani, pure io non li cercava: e se non avessero fatte cose scandalose, non gli diceva altro; anzi gli faceva delle grazie, come di dargli licenza di portar le armi. E perchè sapeva che in Germania è gran curiosità di saper le cose d'Italia, mi sforzava ancora di non acquistar nome di persecutore dei Luterani per poter guadagnarli se a Dio fosse piaciuto. E questo medesimo aveva prima fatto in Trento quando era Legato al Concilio, ove, per speranza di farli venire, mostrava ed in pubblico alcuna volta di difendere in qualche cosa la loro parte, sapendo che in Trento v'erano molte loro spie; il che forse anco mi ha nociuto alli sospetti di qua, perchè mi pareva onesto che fosse alcuno in Italia, dal quale essi non fossero totalmente aborrenti, e non credeva mai che potesse nascere sospetti di me, avendo tanti anni faticato per servir questa Santa Sede.
Ma confesso che l'amor proprio mi faceva credere più di me che non doveva; e se avessi ben considerato l'insufficienza mia, non sarei entrato in tal presunzione, e conseguentemente non avrei fatto le cose che ho detto di sopra.
Ora al proposito avendo considerato a che persone sospette posso aver dato denari, mi pare ricordarmi ancora che qui in Roma donai una collana a un gentiluomo siciliano, don Bartolomeo Spatafora, il quale però era stato assolto per giustizia del reverendissimo Sfondrato, come esso me diceva, e pareva garbato e gentilissimo ed era povero e voleva partirsi per casa sua.
In Bologna poi, essendo legato, venne da me uno che sollecitava cause per certi gentiluomini delli Desiderj, ovvero Ghisleri salvo il vero: costui era di color bruno, e non mi sovviene il nome, e si mostrava molto mortificato, e sempre aveva Cristo in bocca, e mi diceva che quelli suoi principali erano buoni cristiani, ma che per la inimicizia e per la lite della roba erano anco imputati e travagliati per conto della religione. Oltre di costui, vennero in diverse volte molti gentiluomini, parenti ed amici di costoro, secondo l'usanza di Bologna, a raccomandarmeli. Può esser facilmente, come mi ricordò, monsignor reverendissimo Reomano, sebben io non gli ho a memoria, perchè non è manco di 10 anni da questi fatti, dicono dicessi: Se verrà da Roma ordine, io vi avviserò; per mostrarmi benigno alle raccomandazioni e dar buone parole come si suole fare; ma non lo feci nè l'avrei fatto quando l'ordine fosse venuto: anzi l'avrei fatto eseguir, come faceva sempre eseguir ogni volta che bisognava per l'officio dell'Inquisizione, come ne posson render buon testimonio li frati istessi di San Domenico di Bologna, che mai li son mancato quando m'han richiesto: e credo che l'arcivescovo di Conza se ne potrebbe raccordare, perchè era priore del monastero di Bologna. E mi ricordo aver dato ogni prova ch'io ho possuto, e credo anche denari all'Inquisizione, per fare lemosina e per ajuto dell'officio che non aveva cosa alcuna. Costui un giorno mi domandò elemosina per dar a certi poveri uomini, buoni cristiani, come esso diceva, carichi di famiglia, femmine e putti, e senza recapito, che potevano assai. Io glie la diedi per l'amor d'Iddio, ma non so chi fossero, nè io lo vidi mai, nè so se esso gliela diede o la ritenesse per sè.
Un'altra volta costui venne da me, e cominciò a volersi domesticare meco e ragionar di materia della religione. Invero ch'avea molte occupazioni per il governo, e Dio sa che a un certo modo il genio mio l'aborriva, ed anco non giudicava bene parlar di simil materie con laici: se ben mi posso ricordare, credo che in sostanza gli dicessi, se egli era buon cristiano che si doveva contentare che non gli era tolto Cristo, e che dovesse pigliar le cose in bene come si poteva, e doveva fare. Credo che questo medesimo mi portasse un libro luterano _contra Judæos_, il quale io tolsi, e per essere _contra Judæos_, de' quali ne erano assai a Bologna, e favoriti dalli Cristiani, lo diedi a vedere all'inquisitore, il quale me lo riportò, e disse che, se l'autor non fosse stato cattivo, il libro saria molto buono, acconciando qualche cosetta delli suoi andamenti soliti contro questi inimici della fede nostra, perchè usava de' buoni argomenti e autorità per convertirli. E mi lasciò il libro, e fummo in ragionamento di farlo acconciare e farlo volgare: ma perchè aveva molte occupazioni, ed esso padre non era atto a farlo ben volgare; e non era bene dar la cura ad altro, non se ne parlo più, ed il libro, come credo, fu posto tra gli altri nella libreria apostolica. Credo non ebbi tempo nemmeno mai di leggerlo, perchè al legger e scriver molto la natura e volontà mia presto si straccano. Non voglio però affermar in tutto che fosse costui proprio che mi desse il libro, perchè per esser, come ho detto, molti anni, non me ne ricordo preciso, ma non posso ricordarmi che fosse altro, ed io ebbi il libro come ho detto, e me ne rimetto alla verità; nè ancora mi ricordo dopo aver mai più veduto costui, e mi rincresce non mi ricordar il nome, ma era agente, come ho detto, delli Ghisleri o Desiderj.
_Delle reliquie dei Santi._