Part 23
Quel voluminoso processo ci somministrò non poche notizie, e qui tenendoci a Modena, aggiungeremo come Domenico Morando, parroco della pieve di San Jacobo cremonese, scrivesse lunghe lettere al vicario del vescovo di Modena: in una delle quali informava che, nella settimana santa, poche fosser le confessioni e sprezzati gli uffizj; e mentre facea l'acqua battesimale, fu sparata un'archibugiata per la finestra, e la palla giunse fino all'altare, con grande turbazione di quanti erano in Chiesa. Il secondo giorno di Pasqua altri diedero ferite ad un poveretto disarmato avanti la Chiesa, e perchè si rifuggì in Chiesa, voleano seguitarlo colà; «e son gente che teme nè Dio, nè gli uomini, nè possono patire di udir la verità, e turbano quei che vorriano udirla: ma son soli tre o quattro. Il signor Iddio mi fe conoscere che non vuole ch'io dipenda dagli uomini, perchè quelli che io pensava mi dovessero esser favorevoli alle cose buone, mi hanno fatto maggior contrasto, perchè non ho voluto che nella casa della Chiesa si faccia un luogo disonesto, e che non voglio far giocare in casa, far banchetti e simili cose». Questo l'aprile 1541. In un'altra del 7 gennajo:
«Pare che in Cremona[170] e fora de Cremona sia molto di questa infermità (luterana).
«Ragionando con don Geronimo, e domandandogli che dottrina avesse insegnato a questi uomini, mi rispose: — Io ho predicato lo evangelio.
«Io volendo pur intendere di più, gli domandai se aveva predicato alcuna dottrina di questi presenti tempi. Mi disse: — Io gli dissuasi la peregrinazione e il visitar le statue e immagini. — Domandandogli se del sacramento dell'altare avesse detto alcuna cosa, rispose: — Io gli ho predicato che quella è una memoria delli benefizj che da Gesù Cristo avemo ricevuti, e di questa cosa ne ho parlato con monsignor (Morone), che ancora lui è della medesima opinione. — Domandandogli se lui avesse detto che realmente nel sacramento ci fosse il corpo di Gesù Cristo, e se era la transustanziazione, mi disse non gli aver detto alcuna cosa, perchè stimava questi uomini non intendere. È ben vero che non teneva la lampada accesa innanzi al sacramento».
Esso vicario di Modena al Morone a Bologna, scriveva il 1 marzo 1541:
«Per quanto intendo, la setta va perseverando, e moltiplicando, ma nullo viene a denunziare. Io ne ho dato avviso a Roma mediante il nostro monsignor Giovanni Battista Guidobono, con quella cautela che io non fossi scoperto, avisando il parer mio circa la provisione».
Aggiunge che, non potendo aver eretici a predicare, fanno letture; col che si disturba la città e la religione. Molto s'occupa de' predicatori, e d'un Agostiniano che «se io lasciava perseverare, si moltiplicava tanto la setta che avrebbero evacuato l'udienza del Duomo, perchè la setta andava invitando, esortando, pregando, praticando le persone che andassero a Sant'Agostino alla predica».
E al 26 ottobre 1540:
«Tutta quella famiglia (della Lucrezia Pica, vedova Rangoni) ho veduto molto familiare e di stretta pratica con messer Bonifazio, il qual è reputato luterano perfetto: s'è posta a studiar il Testamento Nuovo, e farsi leggere da certi forestieri che sono reputati luterani, che andavano sin da questa quaresima in quella o quell'altra bottega a subornar di quelle materie rancide luterane, talchè questa città è molto infamata. Non per questo che alcuno sia venuto mai a far una minima deposizione, se non che generalmente si diceva di questo e quello... Due volte io ho fatto dire a messer Bonifazio di queste eresie che intendo che 'l va diseminando lui e quel santo clerico, suo servitore in casa per maestro delli suoi putti; il qual santo in sacristia pubblicamente diceva dell'officio che non si debbe dire».
Fra gli altri ministri dell'Anticristo «vi erano due. Un siciliano per nome Fileno, o Paolo; si varia il nome a suo modo; già frate predicatore di san Francesco sfratato, fuggito da diverse parti, che ha processo sopra di lui di omicidj e di eresia, ed è fuggito da Bologna, ed è stato preso qua sopra il Modenese, che andava sovvertendo li villani in un castello dove il duca ha mandato un frate di San Domenico che lo esaminasse insieme coll'inquisitore di Bologna. Io con bel modo me li voleva pur ingerire, ma quello di Bologna dice ch'è del suo Foro, per aver già cominciato il processo in Bologna contro costui; promettendomi che, se accuserà alcuno di questa diocesi, me lo notificherà perchè io possa fare il debito mio.... Non manca intercessori per questo ribaldo, li quali dicono che ben si veda non fosse calunniato per esser dottissimo nella scrittura e nella dottrina platonica.
«L'altro simile era ancor lui alienigeno, ed è scappato, e faceva il medesimo ufficio luteranesco, e di nome era il Turchetto, figliuolo d'un Turco aut Turca, il quale era carissimo a questi accademici: però andava a insegnar l'evangelio a monsignor Bonifazio....
«Sono due frati: l'uno tutto spirito audace, letterato, mandato dal duca; l'altro vecchio pratico in inquisizione, animoso, di buona casa di Bologna».
In altra del 21 aprile 1541:
«La setta va pur (_ut audio_) perseverando, se il signor duca non se muove; credo ben che, se gli fosse denunciato alcun colpevole, si risentirebbe, ma nullo vuol esser delatore nè a noi, nè all'inquisitore».
In sì lunga prigionia e con tali procedure ognuno s'immagina quanto dovesse soffrire il cardinal Morone, a cui, oltre le interrogazioni a voce, fu data facoltà di vedere le accuse appostegli (sempre tacendo il nome de' testimonj) e porre in iscritto la propria difesa. Questa abbiamo noi, e non crediamo superfluo il qui pubblicarla, per quanto estesa:
Alli 12 di giugno 1557 sono venuti da me nel castello Santangelo di Roma li reverendissimi et illustrissimi signori miei cardinali di Pisa, Reomano, Spoletano e Alessandrino, mandati da nostra santità papa Paolo IV, li quali si condolsero meco del travaglio nel quale era per conto della religione, e mi esposero il paterno animo di sua santità, esortandomi a dire tutto spontaneamente e con verità, perchè andando sinceramente, se avesse avuto bisogno di grazia, sua santità non mi saria mancata.
Io prima pregai Dio benedetto per amor del suo unigenito figliuolo Gesù Cristo nostro salvatore volesse spirarmi a dire tutto quello che fosse a onore e gloria della sua divina Maestà ed a salute dell'anima mia ed a soddisfazione della santa e retta mente di sua santità e delle loro signorie reverendissime. Da poi mi offersi a dire ingenuamente tutto quello che mi fossi ricordato; e ridussi a memoria a monsignor reverendissimo Alessandrino che, prima ancora io mi era offerto a farlo, e dal principio del pontificato di sua santità l'avevo ricerco alcuna volta, come spero sua santità ne abbia memoria.
Dissi di poi che io era nato tra cristiani, sotto l'obbedienza della santa sede apostolica e della santa romana Chiesa, madre e maestra di tutte l'altre chiese, e che io volevo morire in quella, sottomettendo sempre ogni mia non solo azione ma parere e sentimento alla correzione sua, non essendomi con la volontà mai partito da essa, nè volendo partire in modo alcuno, con l'ajuto di Dio. Il che di nuovo replicai, essendo certissimo che nessuno si può salvare fuori di questa sacra romana Chiesa, di cui ora è presidente e capo papa Paolo IV, vicario di Cristo in terra e successore di san Pietro.
Aggiunsi che io non era nè teologo nè canonista, ma più presto ignorante, e che naturalmente io aveva poca memoria, la quale ancora per li accidenti e travagli miei continui era fatta minore; e però pregai detti reverendissimi signori volessero dirmi come potessi in tutto soddisfare nel presente negozio, perchè io era prontissimo a dire tutto quello di cui mi fossi ricordato.
Ricordai ancora con ogni reverenza per testimonio del buon animo mio nella religione, che, avanti che entrassi in conclave, e dopo che fui entrato, sempre io fui risoluto per il servizio di Dio e per l'affezione che io portava alle rare virtù di sua santità, di favorire la promozione di sua beatudine, come feci, ed è notorio. Il che non avrei fatto conoscendo il zelo di sua santità, se avessi avuto l'animo pravo nelle cose della religione. E così cominciai a dire spontaneamente alcune cose, le quali con altre ancora saranno scritte qui, come fui esortato a scrivere da quelli reverendissimi.
_Delli libri Eretici._
Io son stato nuncio tre volte in Germania, mandato da papa Paolo III, ed un'altra volta ci sono andato legato, mandato da papa Giulio III: tre altre volte sono stato legato del detto papa Paolo III al concilio di Trento nel 1543, se ben mi ricordo; al governo di Bologna, e all'imperatore per trattare la pace col re de' Francesi. Ho avuto in quelle legazioni facoltà amplissime, secondo si soleva avanti che nostro signore moderno le restringesse. Stando la prima volta in Germania, perchè si trattava di fare il Concilio, misi insieme tutti i libri luterani e di altri eretici che potei avere, per farli studiare dai Cattolici, e cavar gli articoli falsi acciocchè, facendo il Concilio, si potessero più facilmente impugnare. Ed a diversi teologi detti o libri o denari per comprarli e fare gli estratti: della qual diligenza nacque che furono poi scritti molti libri contro a' Luterani, da diversi Cattolici di Germania, li quali si trovano ancora, come da Giovanni Fabro vescovo di Vienna, da Alberto Piggio, dal Cocleo, dal Casio ed altri.
Ritornando in Italia la prima volta, passando per Trento, il reverendissimo Tridentino vecchio sapendo questa mia diligenza, me ne dette degli altri, che egli aveva raccolto per il medesimo effetto, desiderando che nostro signore facesse fare la medesima fatica in Italia da qualche buoni teologi. Questi libri furono condotti a Modena, e perchè io veniva con diligenza a Roma, e non avevo comodità di farli portar meco, li feci riponere in un monastero di monache in una cassa inchiodata, perchè non andassero in mano di altri, e venuto a Roma fra le altre relazioni ch'io feci a sua santità fu dell'ordine detto di sopra, domandandole a chi voleva si dessero li libri avuti dal cardinal di Trento. La quale mi disse che li tenessi così sinchè deliberasse. E stato alcuni pochi giorni in Roma, fui licenziato per andar in Lombardia a dare ordine alle cose di casa, ma perchè quasi importunamente aveva ottenuto licenza di venire in Italia, sua santità mi comandò che, quanto più presto poteva, ritornassi, il che feci, e fui rimandato in Germania, da onde ritornai la seconda volta in Italia, chiamato da sua santità, e passando per Modena feci portar libri dal monastero nel vescovato, perchè dubitai che non fossero aperti nel monastero. E li lasciai nel vescovato e trovandosi sin allora, se ben mi ricordo, frate Reginaldi da Mantova bonissimo cattolico e dotto, gli diedi le opere del Pelicano, le quali io feci legare a Modena, con altri, acciocchè levasse fuori le eresie, nel che il buon padre si è affaticato alcuni giorni: dopo mi disse che non gli bastava l'animo di fornirlo, perchè li volumi erano grandi e pieni d'eresie. E per venire al fine dell'istoria di questi libri, essi con alcuni altri furono condotti qui in Roma, ove io ne feci legare qualch'uno e ne lessi parte, e ultimamente li mandai nella libreria apostolica per mano di messer Guglielmo protonotaro, e non so che ne sia rimasto alcuno in casa mia, benchè non ho fatto diligenza di cercarlo; se non che ho ritenute alcune bibbie ebraiche, con la traduzione dell'Amastero, avendo etiam ritenuto tutte le altre bibbie che aveva, le quali credo siano sei o sette di varie sorta, perchè, per intendere meglio la scrittura secondo la lettera, ho sempre avuto caro aver diverse traduzioni per confrontarle insieme.
Questi andamenti de' libri possono avere partorito qualche ombra presso molti, massime presso libraj e legatori ed altri che sapevano od avevano inteso che io li aveva, ma non sapevano ch'io li poteva avere, e la causa.
Ma perchè dal leggere di questi libri, avea ben conosciuto con quanta arte gli eretici porgevano il veleno nei suoi scritti, più volte feci istanze a papa Paolo III che revocasse tante licenze ch'erano uscite di tenere detti libri, e proibisse alla penitenzieria che non desse più licenze, e più volte lo ricordai al reverendissimo Santa Croce, al quale stava vicino in capella e concistoro; e sua signoria reverendissima mi diceva che la medesima opinione era delle soprastanti alla santa Inquisizione, e credo anche averne parlato più volte al reverendissimo San Jacobo.
Non resterò di dire, che essendo legato in Bologna, ebbi per spia che una suma di libri luterani di passaggio erano portati a Lucca: con gran diligenza la feci intercipere, e la mandai all'Inquisitore che si chiamava frate Leandro, col nome e cognome nella lettera che portava il mulattiere a chi andavano.
_Della giustificazione._
L'ultima volta che fui mandato in Germania da papa Paolo III alla dieta di Ratisbona, nella qual venne legato il reverendissimo Contareno, designando l'imperatore di accordar insieme la provincia della quale, stando rimossa e piena di mutui sospetti, non poteva valersi nelli suoi bisogni, fu proposto un libro da sua maestà, sopra il quale da parte de' Cattolici furono designati dodici, quattro per nostra santità, quattro per l'imperatore, quattro per li principi cattolici, se la memoria non m'inganna. Li nostri furono con il reverendissimo legato, il maestro di sacro palazzo, che fu poi il cardinale Badia, Alberto Piggio ed il dottore Scotto cieco, che fu poi arcivescovo. Per l'Inquisizione furono certi Spagnuoli, tra' quali mi ricordo un dottore Ortizo e del Maluendo, e due che non mi ricordo. Per li Cattolici fu il Groppero, e monsignor Giulio Fulgo, ora vescovo nurembergense, e il dottore Ecchio, e credo il Cocleo. In questa deputazione fu trattato l'articolo della giustificazione, e fu concordato come si può vedere nel libro stampato nelli atti de' Comizj Ratisbonensi, il quale è nel mio studio.
Io sempre fui presente al trattato, come nuncio, non come teologo, e non parlava: e benchè sentissi dire dopo varj pareri di questo articolo, nondimeno, sapendo non esser alcun altro risoluto per migliore, mi tenni a quello. Fra poco tempo nacque che Luterani cominciarono a scrivere che il colloquio avea risoluto quell'articolo in favor loro, stando il senso di esso che pareva si potesse interpretare variamente, e li Cattolici scrivevano al contrario, e furono fatti diversi libri. Io, che mi ero trovato presente al trattato, e sapeva che i nostri deputati erano dotti e reputati cattolici, quando mi occorreva ragionarne difendevo questo articolo, perchè mi pareva si potesse difendere, essendovi dentro, se ben ne ricordo, che quella fede _per quam justificamur, est fides viva et efficax, quæ per dilectionem operatur_. Di poi nel fine del capitolo vi era che a questa si doveva aggiungere la dottrina dei sacramenti e delle buone opere, e ho sentito dire da molti dotti che stava bene, e così mi stetti sino alla conclusione fatta nel Concilio Tridentino sopra detto articolo, ed allora mi fermai nella determinazione di detto Concilio. Se ben non è stata fatta sin ora l'approvazione autentica del papa di quel Concilio, senza la qual si sa che i Concilj non sono validi. Nondimeno, come io ho detto, mi acquietai a quella, e sempre l'ho tenuto e tengo e terrò col divino ajuto, sin ch'io viva, se la Chiesa non mutasse che non credo.
E perchè mi è stato ricordato da questi reverendissimi, li quali sono stati da me, che debba pensar bene se mai ho detto o scritto qualche cosa in questa materia dopo la determinazione del Concilio, avendo pensato e ripensato non mi posso ricordare aver scritto o detto altro intorno a questo, se non che quando ne ho parlato ho sempre detto: Il Concilio l'ha determinata, perchè in questo io era risoluto, ed io non ho mai scritto nè mandato fuori cosa alcuna mia, eccetto che per mio esercizio ed istruzione. Ho esposto quattro o cinque salmi, alcuni anni fa, cioè il salmo _Benedicam Dominum in omni tempore; Misericordias Domini in æternum cantabo; Dominus regit me, nihil mihi deerit; Laudate Dominum omnes gentes; In convertendo Dominus captivitatem Sion_; ho ancora scritto sopra le due epistole canoniche di san Pietro, ma non le ho ben rivedute, e perchè credo che questi miei scritti forse saranno stati trovati, se ben non mi ricordo ove fossero tra le mie scritture, desidero e prego se vi fosse qualche cosa che potesse dispiacere, sia interpretata in bene, perchè rimetto il tutto alla debita censura; oltre che non erano finiti. E ricordandomi, come ho detto, d'avere scritto altro, pensando e ripensando mi è venuto in mente che, molti anni fa, benchè con verità non mi ricordi se fosse innanzi o dopo la determinazione del Concilio, mi fu data una scrittura, come credo, da monsignor Aloysio Priuli o dal Flaminio, che era, come mi dissero, del reverendissimo Polo, la quale, essendo venuto a visitarmi l'arcivescovo d'Otranto, me la cavò dalle mani, ed io non la lessi e non so se fosse restituita; ma come ho detto, non avendola letta, con verità del soggetto non mi ricordo, e forse potrebbe essere che in ciò vi fosse qualche altra cosa; intorno questo non so, e se me ne ricordo lo dirò con ogni sincerità.
E perchè siamo a ragionare del reverendissimo Polo, e più volte ho udito dire che si sono avuti sospetti di lui, io voglio dire ingenuamente _et coram Deo_ quel che ne sento sulla materia della giustificazione. Esso ha dato il parer suo in iscritto al Concilio, e questo si potrà trovare negli atti del Concilio, perchè io non mi ricordo se sia nelle mie scritture. Dopo il Concilio ragionando meco una sola volta, non mi parlò della sostanza, ma disse che aveva desiderato l'ordine del decreto in altro modo, e che gli pareva che avesse compilato molte cose insieme, le quali più comodamente si sariano potute dividere in molti articoli. Nel resto della dottrina sua, per quanto ho potuto conoscere io, e che mi ricordo, sua signoria reverendissima nelli suoi ragionamenti attendeva ad abbassar l'uomo, e rappresentar dopo il peccato del primo parente li gran mali che sono in esso uomo, ed in questo soleva diffondersi assai, tanto che qualche volta diceva che saria stato buono, per mortificare il vecchio uomo, che fossimo come morti e sepolti con Cristo, e resuscitati con lui, acciò _ambulare in novitate vitæ_: e soleva poi magnificare assai l'immensa carità e grazia di Dio, mostrataci e dataci nel Figliuol suo, della quale mai si saziava di ragionare con incredibile allegrezza: e se occorreva qualche volta di ragionare delle cose del mondo, esso sempre mostrava una grande fede nella providenza divina, e si riponeva tanto in quella ne' fatti proprj, che mi faceva stupire, non trovando in me tale affetto.
De' dogmi particolari, Dio sa che mai son venuto a ragionamento privato con lui, se non che, essendomi stato detto da un certo ferrarese, che si faceva parente del Savonarola, il quale non vidi mai più che una volta, ed era di passaggio per Bologna; e come mi disse, era venuto a posta per amor di Dio ad avvertirmi del cardinal Polo, a causa non credeva che fosse il purgatorio, ritenendo questa memoria, quando mi trovai con sua signoria reverendissima per esplorar la mente sua gli dissi che molti in Italia negavano il purgatorio, che le pareva? Sua signoria reverendissima subitamente mi rispose: Sono molto presuntuosi e temerarj quelli che lo negano, tenendolo la Chiesa.
Un'altra volta ragionando con lui di certi versi del Flaminio, gli dissi che molte persone mormoravano che lo tenesse in casa, perchè si diceva che era allievo del Valdesio e di frate Bernardino da Siena: esso mi rispose: — Ho veduto questo bell'ingegno e le belle lettere del Flaminio, e ho avuto paura che non facesse di gran male se diventava eretico, e son andato pian piano ritirandolo alla buona via, di modo che spero sarà guadagnato alla Chiesa di Dio; e però quelli che mi biasimano mi dovriano più presto lodare per avere fatto tal opera». Ed altro particolare non mi ricordo avere ragionato.
Dal detto Flaminio ebbi una volta un libro spagnuolo sopra li salmi, composto dal Valdesio; il qual Valdesio non vidi mai, e mi disse che quello era un bel libro, e che lo leggessi. Io ne lessi alquanto, ma per esser in lingua spagnuola, la quale troppo bene non intendeva, e perchè l'uomo si fastidisce di legger tanti che scrivono, lo restituii. Ebbi ancora certe interrogazioni in un fascio che dicevano esser del Valdesio, le quali non apersi mai, e non so che ne sia seguito. Dopo ho sentito molto biasimare detto Valdesio come autore delle eresie di Napoli. Ma per concludere del reverendissimo Polo, monsignor Aloysio Priuli e l'arcivescovo di Salerno credo siano meglio informati della dottrina sua che altri, perchè ho inteso che l'arcivescovo ha veduto molti suoi scritti per correggerli, ed è uomo dotto che potria giudicare al vero; il che non posso io non essendo dotto, nè avendo veduto molte sue composizioni.
_Del libro del Benefizio di Cristo._
Molti anni fa le cose della religione in Italia andavano con poca regola, perchè non era istituito l'ufficio della santa Inquisizione e non era ancora ben fondato, e gagliardo, e però in ogni cantone si parlava de' dogmi ecclesiastici, ed ognuno faceva da teologo, e si componevano libri _passim_, e si vendevano senza considerazione per tutti i luoghi, e molti luoghi erano senza inquisitore, ed in molti l'inquisitori erano di poca portata; talmente che era quasi lecito o tollerato a ognuno fare e dire quanto gli pareva. In questi tempi fu portato un libretto a Modena, intitolato il Benefizio di Cristo, stampato, e se ben mi ricordo mi fu dato da un librajo Picciolino, vestito di Bertino del terzo ordine; credo abbia nome mastro Antonio.
Questo libretto fu letto da me e quasi divorato con grande avidità, perchè mi pareva fosse molto spirituale, e in specie mi ricordo affettuosamente _de Comunione_, e perchè io aveva prima massima che li libri eretici fossero contrarj a tutti li sacramenti, non mi venne in mente che questo libretto, che parlava sì bene del Santissimo Sacramento, potesse avere qualche male nascosto, e mi rallegrai molto che mi fosse capitato alle mani. Ed ordinai a questo librajo che me ne facesse venire assai, e avendolo mostrato al mio vicario, il quale era stato 30 anni in questa città, e fu sempre buon cattolico, mi disse che il libretto gli pareva molto spirituale, e ad ognuno che lo leggeva pareva il medesimo.