Part 20
Allorquando Calvino staccossi da Ginevra, il Sadoleto credette opportuno di scrivere ai Ginevrini, l'aprile 1539, deplorando i sovvertimenti che recato avea la Riforma nella loro città, dianzi così colta e ospitaliera; geme sui loro mali, e nella persuasione che i novatori non potran trionfare se non per mezzo della rivolta e col conquasso delle libertà civili e religiose; magnifica la grandezza dell'unità cattolica, che con un'unica croce, un unico simbolo vinse il mondo, che sempre senza interruzione insegnò le medesime verità, da san Girolamo fin a Paolo III: stupenda unità, alla quale deve rifuggire chiunque s'intitola cristiano, quand'anche i pastori non fossero sempre stati dolci e miti di cuore come Cristo; che importa se il sole è velato a intervalli, purchè rimanga sempre lo stesso? Il giorno del finale giudizio (soggiungeva), due anime compariranno davanti al giudice supremo. Una dirà: «Mio Dio, nata e cresciuta in seno alla vostra Chiesa, tenni i suoi precetti quali gli avevo ricevuti dalla vostra bocca. Venner a me novatori, colla Bibbia alla mano, cercando sommuovere il mio cuore, svilendo il papato, insultando alla madre nostra, predicando la disobbedienza e la rivolta: io stetti fermo nella fede de' miei padri, nella credenza de' nostri dottori, negli insegnamenti de' nostri pastori. Lo sfarzo d'alcuni pontefici, lo scandalo de' lor costumi, il fasto delle dignità offuscarono bensì i miei occhi, ma io gli obbedii senza giudicarli, io pover'anima, improntata in fronte col peccato. Signore, eccomi a invocare meno la vostra giustizia che la misericordia».
L'altra dirà: «Al veder i nostri preti superbi e ricchi, spesso coperti d'oro e di peccati, montai in collera: io vissuto nella meditazione della tua santa parola, rimasto indigente in una Chiesa, ove le mie fatiche e il mio sapere m'avrebber dovuto elevare alle dignità, n'ebbi dispetto, e presi la penna contro i pastori per distruggerne l'autorità: ne assalii la dottrina, intaccai la liturgia, il digiuno, le astinenze, la confessione; esaltai la fede e depressi le opere; domandai il tuo sangue, e l'offersi in olocausto pe' miei peccati».
Il giudice eterno che dirà? Se v'è una Chiesa, l'anima fedele non potè peccare, mantenendone i segni, i simboli e la parola: se anche questa Chiesa, avesse mai potuto errare, il Signore potrebbe condannare chi fallì solo per amore ed obbedienza? Ma l'anima che inorgoglisce sol nel proprio sentimento, che ha per patrono soltanto il proprio interno, qual ne sarà la sorte?
E finiva esortandoli a tornar alla verità. «Se i costumi nostri vi stomacarono, se alcuni di noi colle colpe offuscarono la fronte immacolata di questa Chiesa, voi potete odiar noi, ma non la nostra parola e la nostra fede, essendo scritto, Fate ciò ch'essi diranno».
L'orazione, tutta piena di sottili interpretazioni di san Paolo, è troppo lunga perchè divenisse popolare: e tanto meno essendo latina, e finita d'artifizi retorici e di sottigliezze scolastiche: pure va fra quanto di meglio nelle contenzioni d'allora io abbia veduto.
Non è in tempi di commozione che alle voci concilianti s'ascolti. Si pensava a fargli rispondere, ma tant'era la reputazione del Sadoleto, che niuno l'osava: onde Calvino, benchè allora espulso, offrì la sua penna, e fece una risposta famosa. In quella espone i dogmi suoi, come antichi: appartener egli alla chiesa di san Basilio, di san Crisostomo, di sant'Ambrogio, di sant'Agostino; e cerca infirmar l'autorità di «quest'uomo, fin dalla puerizia imbevuto nell'arti romane, in quella officina d'astuzie e di tranelli».
Passando incognito da Ginevra, il Sadoleto cercò dove abitasse Calvino: gli fu indicata una modesta casa e avendo battuto, il riformatore venne egli stesso ad aprirgli in abito dimesso. Conversarono lungamente, ma l'uno non potè convincer l'altro, e Calvino gli protestò che, nell'osteggiar la Chiesa di Roma, non avea preso consiglio dal sangue e dalla carne, ma dal puro desiderio di glorificar Dio e difendere la fede.
Il Sadoleto ha più d'una lettera a Federico Fregoso arcivescovo di Salerno dissuadendolo, dallo studiar troppo l'ebraico, o almeno di preferirvi il greco e il latino[133]. Le ragioni che adduce non contenterebbero certo gli ermeneutici, ma provano che vi si badava.
Di nuovo Paolo III lo chiamò a Roma nel 1536; e ornatolo della porpora, lo pose tra quelli che stesero il _Consilium delectorum cardinalium_[134].
Più volte dovette egli accompagnare i papi o viaggiar per affari: venerato dapertutto, e attivissimo malgrado la tenue salute. Scriveva a Carlo Gualteruzzi il 20 marzo 1544 come desiderasse ritirarsi dal vescovado, «oltre che tutti i disegni e desiderj miei son oggi più che mai fossero, allontanati dalle cure di queste cose e mareggi nostri mondani e volti allo studio e contemplazione delle cose divine, al qual esercizio spero nella benignità di Dio, ch'io potrò fare qualche miglior frutto, e per me e per altri, o a questi o altri tempi, che far qui nell'altre mie azioni non mi è stato concesso».
Finalmente morì a Roma il 18 ottobre 1547.
Altri begli ingegni ornavano allora Modena, fra' quali menzioneremo Ercole Rangone, che fu vescovo di Rovigo, poi della patria sua e cardinale (1530): Pietro Bertani, de' Predicatori, adoprato dal papa in affari scabrosissimi; fatto vescovo di Fano, poi cardinale; Antonio Fiordibello, uom di moltissime lettere, versato in ambascerie e nel Concilio, e segretario del cardinale Polo, che recitò un'orazione _De auctoritate ecclesiæ_ davanti a Filippo e Maria regina quando la religione cattolica venne ripristinata in Inghilterra. Panfilo Sassi fu portento di memoria: e avendo un poeta da colascione recitato certi versi in lode d'un podestà, il Sassi levossi tacciandolo di plagiario, ed avergli involato versi suoi, e per pruova li recitava; onde grande stupore e mortificazione nel povero ciclico, finchè si rivelò la burla. Legato a principi e nobili, al tumulto aulico preferiva il ritiro e lo studio, talvolta lesse Dante e Petrarca commentandoli, con gran concorso di persone. Potremmo aggiungere il famoso legista Cesare Castaldo, Camillo Coccapani, Fulvio Rangone, il poeta Molza, e quel che vale per cento, lo storico Sigonio.
Fra questi era assiduo Giovanni Grillenzoni, che, scolaro devotissimo del Pomponazio, di questo raccolse le lezioni, neppur omettendo gli scherzi onde talvolta le condiva. «Io non so, se altra patria sia tanto obbligata ad alcun suo cittadino privato per esempj e per cose civili ben fatte, quanto Modena è obbligata a Giovanni Grillenzone. Erano sette fratelli, tra' quali egli non era il maggiore nè il minore; cinque avevano moglie e figliuoli, e alcuni erano reputati, ed erano di natura fieri e bizzarri, e incomportabili; e nondimeno tanta fu l'autorità sua verso i fratelli, che fece, che, dopo la morte del padre loro, che fu dell'anno di Cristo 1518, stettero tutti con la moglie e co' figliuoli in una casa, vivendo in comune con somma concordia, senza pure una parola acerba tra loro avervi, infino all'anno 1551, nel qual anno, morto lui, che era il legame che riteneva i fratelli insieme, si divisero separando ciascuno sè dagli altri. Ciascuna donna aveva la sua fante, che serviva alla camera, e eranvi le fanti, che servivano tutta la casa per far mangiare e bucato e simili cose, e ciascuna delle donne prendeva il reggimento della casa la sua settimana a vicenda, comandando alle predette fanti, e ciascuna faceva far pane e bucato la sua settimana. Mangiavano in una sala capace i sette fratelli e le cinque donne ad una tavola, e i figliuoli maggiori; ma i minori, che non erano meno di quarantacinque o di cinquanta, in quel tempo medesimo ad una tavola più bassa nel cospetto de' padri, e delle madri, e de' zii, ed erano serviti dalle sorelle più grandicelle. Mangiavano ancora alla tavola più alta con esse loro i forestieri, i quali erano assai e continui, conciosiacosachè la predetta casa fosse un pubblico comune albergo de' letterati e d'altre persone di valore, che passavano per la città di Modena, e molti s'invitavano da sè, non essendo chiamati per vedere quest'ordine e concordia, parendo loro cosa non mai più vista e miracolosa. Niuno de' predetti fratelli era ozioso e scioperato. Egli era medico, un altro era giudice, un altro speziale, un altro mercante da panni di lana, un altro avea la cura della casa, e un altro attendeva a quella della villa, e un altro era prete. E quantunque le facoltà non fossero molte, nondimeno per l'ordine e buon governo bastavano a tanta spesa».
Parlato degli studj del Grillenzone, dell'adoperarsi ch'e' fece, perchè fosse chiamato in Modena Francesco da Porto a insegnar pubblicamente lingua greca, soggiunge che, quando questi dovette trasferirsi a Ferrara, «ordinò, che in casa sua ogni giorno fossero lette a certa ora due lezioni, una latina e l'altra greca per coloro che fossero più sufficienti, e erano stati discepoli del Porto, e a chiunque vi voleva intervenire. E così furono interpretati i più difficili libri della lingua latina, e fra gli altri Plinio dal principio al fine, e i più difficili della lingua greca. Si leggeva senza pompa di parole, di prologo, nè s'interpretavano se non i passi più difficili, sopra i quali ognuno degli ascoltatori poteva dir liberamente il parer suo, e si faceva giudicio delle cose lette, e specialmente delle cose de' poeti, approvandole o riprovandole. Il qual giudicio era di gran giovamento a' giovani, de' quali alcuni sono riusciti uomini valenti. Fu egli autore che s'ordinassero certe cene a certi tempi dell'anno, nelle quali interveniva solamente un certo numero di persone, che per l'ingegno potessero ubbidire alla legge delle cene, e ciascuno della brigata faceva la sua cena, la quale, per legge ordinata e approvata da tutti, era limitata e di quantità, e di qualità di vivande e di giuochi e di simili cose. E in ciascuna cena era proposto alcuno esercizio ingegnoso, come che ciascuno dovesse comporre epigramma greco o latino, o sonetto, o madrigale sopra alcuna o alcune vivande recate in tavola, o che niuno potesse domandar da bere se non in quella lingua che il signor della cena prima domandava, nè domandare con quel modo di parlare col quale fosse stato domandato o da lui o da altri altra volta; nè gli era dato se non ne domandava; che ciascuno dovesse dire tutti i proverbj che erano intorno ad alcuno animale terrestre o acquatico o celeste, o tutti i proverbj che sono intorno ad un mese o ad alcun santo o ad una famiglia della città, o che ciascuno dovesse dire una novella della vita di Tommaso dal Forno vescovo Gerapolitano, e simili cose».
Chi così parla è Lodovico Castelvetro, bello scrittore e critico arguto, nato pure a Modena, dove aveva imparato l'ebraico da David, giudeo modenese, «filosofo e teologo da non sprezzare»: il provenzale da Giammaria Barbieri, che in Francia avea studiato i trobadori, e volea dedur l'italiano dalla costoro favella. Il Gravina attribuisce al Castelvetro il titolo di «Varrone della lingua vulgare», e per avventura egli ci ha maggior merito che non il Bembo; mostrò conoscere altri idiomi, e non la filiazione ma la fratellanza del nostro col provenzale.
Più tardi egli pubblicò la _Poetica_ d'Aristotele, con bastante erudizione, riflessi sottili, critica assennata e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire; osa criticare Virgilio; imputa a Dante la pedanteria di parole scientifiche, inintelligibili al popolo; all'Ariosto i plagi e l'infedeltà storica; e osò dire che in Ispagna e in Francia v'avea poeti grandi quanto in Italia. Libertà di giudizio che scandolezzava gli umanisti.
La presenza o il ricordo di tali personaggi doveva inanimare gli studj in Modena; e non una vera accademia, ma una brigata di letterati vi si era costituita, alla quale col Castelvetro appartenevano i già detti Giovanni, Francesco e Bartolomeo Grillenzoni, don Giovanni Beretta, Nicolò Machella medico, il dottore Filippo Valentini, Camillo Molza, Gabriele Faloppio, allora empirico, dappoi famoso anatomista; Pellegrino Degli Erri, Francesco Camurana, Lodovico del Monte ed altri. Aggiungiamo Francesco da Porto, venuto povero fanciullo da Creta a studiare a Padova poi a Venezia, e rimasto in Italia ad insegnar il greco in molte città, e alla Corte della duchessa di Ferrara (1546).
Accoglievansi costoro alla spezieria de' Grillenzoni sul mercato delle ova, sotto al palazzo dell'economo ducale; e talvolta erano tanti, che il passaggio per la via ne restava impedito. Quando poi se ne levavano, mostravano andar a prendere la perdonanza alla Madonna delle Fosse fuor città, per continuar meglio a discorrere fra loro.
In que' ritrovi spiegavansi Dante, il Petrarca, i filosofi anche greci; e nella inclinazione introdottasi di raffacciare la bellezza e limpidezza classica alla barbarie scolastica, ne prendeano titolo a censurare gli scrittori ecclesiastici, e vantare le dottrine degli eretici. Da ciò passavano a divertirsi alle spalle de' predicatori avveniticci, che per verità si prestavano troppo alla celia. Nel 1532 in quel duomo frà Francesco Filauro da Castrocaro, minore osservante, pubblicò un breve di Gesù Cristo, steso secondo le formole della curia romana, intestato _Jesus episcopus_ ecc. e _datum in paradiso terrestri, creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno æterno_, e confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario; nel qual breve era approvata e confermata d'autorità divina la regola dei Minori Osservanti.
Se ne rideva fuori, e talvolta fin in chiesa levavasi qualche accademico o altro galantuomo per dire, «Cessate coteste buffonerie»; oppure, «Ciò non è vero»; e li costringevano a scendere dal pergamo; e la cosa arrivò al punto, che predicatori non voleano più venire in quella città.
Naturalmente si vide in ciò un'adesione alle eresie; e nel 1536 Paolo III ingiunse al vescovo di ricercare e punir i colpevoli; nel 1539 vi mandò un inquisitore per esaminar le case monastiche, sospette d'errori[135].
Don Serafino da Ferrara agostiniano, nel 1537 predicando l'advento in quel duomo, si dolse cominciassero a spargersi le eresie luterane, e addusse in pruova un libriccino, allora allora introdotto. L'aveva egli sorpreso nella camera della signora Lucrezia Pico, vedova del conte Claudio Rangone, ed esaminatolo coll'inquisitore, avealo deferito al vicario del vescovo acciocchè indagasse chi l'avesse scritto, e chi intromesso. Il titolo del libro era: _El summario de la Sancta Scriptura et l'ordinario de li Christiani, qual demonstra la vera fede Christiana, mediante la quale siamo justificati, et de la virtù del baptesmo secondo la doctrina de l'evangelio et de li apostoli, cum una informazione come tutti li stati debbono vivere secondo l'evangelio_. Comprendeva trentun capitoli: in fronte l'effigie dei santi Pietro e Paolo, senza nome di stampatore o d'autore, ma pare fosse d'uno degli accademici, i quali certo ne presero la difesa[136].
Nel febbrajo del 1538, in casa del fisico Machella tenevasi un banchetto da nozze, quando si presentano tre trombetti sonando come allorchè s'ha da pubblicare le gride: e due maschere, montate sopra una credenza, leggono e commentano una carta piena di vituperj contro esso padre Serafino, per aver dichiarato ereticale un libro, che dodici letterati di Modena erano pronti a difendere; intanto dicevan ingiurie a donne devote de' frati, e massime alla signora Lucrezia, la quale pensava introdur la _setta della contessa di Guastalla della perfezione_, cioè un ricovero di matrone dedite alla pietà, come le signore della Guastalla, istituite da quella contessa a Milano.
Si scoprì che i mascherati erano Antonio Bendinelli lucchese[137], tagliacantone ch'era stato soldato sotto agli Strozzi e al Valori, poi venuto pitoccando a Lucca, vi s'era posto maestro di leggere, indi di grammatica: egli e un altro maestro furono arrestati, ma presto dimessi perchè que' bandi non infamavano alcuno. Essendo però frà Serafino tornato l'anno dietro a predicare, trovò sconciamente insozzato il pergamo[138].
Di rimpatto si applaudiva a chi paresse nelle prediche favorire le sentenze nuove, come frà Antonio della Catellina minor conventuale nel 1539, che fu vantato per non so quali proposizioni: del che sbigottito, egli ne fece solenne ritrattazione. Paolo Ricci siciliano, minor conventuale e maestro di teologia in Napoli, deposto l'abito e abbracciate molte credenze nuove, le annunziava sotto il nome di Lisia Fileno. Venuto a Modena nel 1540, tolse a spiegare le epistole di san Paolo nel senso nuovo. Accorreasi in folla a udirlo, e non solo ne' dotti ma fin nel vulgo entrò il farnetico, di disputare sulla fede nelle case, nelle botteghe, nelle chiese, allegando a casaccio san Paolo, san Matteo, san Giovanni e altri dottori che mai costoro non aveano veduti. Il duca di Modena fece arrestare il Fileno, e quantunque l'accademia ne assumesse il patrocinio, fu condotto a Ferrara, ivi processato e costretto a ritrattarsi. Nella cronaca manoscritta di Alessandro Tassoni il vecchio, vissuto dal 1488 al 1562, leggiamo al 1540:
_Eodem anno venit quidam Philenus in civitate Mutinæ, et multi Mutinenses receperunt eum libenter, tamquam hominem literatum et doctum in sanctis scripturis. Et cœpit legere æpistolas Pauli, et docere sanctam scripturam occulte, idest solum eis quos sciebat esse suos fautores, quia erat hereticus: et in civitate Mutinæ erant multi sequentes suas opiniones etiam antequam venisset. Sed postquam venit, auctus est numerus: et primi confirmati ab ipso sunt. Et non solum ubicumque homines cujuscumque conditionis docti et indocti et ignari literarum, sed et mulieres, ubicumque occasio dabatur, in plateis, in apothecis, in ecclesiis de fide et lege Christi disputabant; et omnes promiscue sacras scripturas lacerabant allegantes Paulum, Mattheum, Joannem, Apocalipsim, et omnes doctores quos numquam viderant. Et cum dictus zizaniæ seminator esset in villa Stagiæ cum aliquibus civibus Mutinæ suæ sectæ, captus fuit a stipendiariis ducis Herculis Estensis, et missus in carcere in Castro Mutinæ ad istantiam Inquisitionis patrum sancti Dominici. Et sic examinatus pluries, tandem quadam nocte duxerunt eum Ferrariam, et illic diligenter inquisitus et examinatus, tandem retractavit omnes opiniones hereticas, subdens se Ecclesiæ catholicæ, et condemnatus fuit ad perpetuos carceres pro pœnitentia. Nec per hoc Mutinenses sequaces harum hæresum sunt conversi. Sed in sua obstinatione permanserunt, sed non omnes. Verum est quod, propter metum, aliquantulum abstinuerunt se colloquiis et disputationibus publicis. Hæc sunt retractationes dicti Phileni, publice in civitate Ferrariæ factæ._
«Io Lisia Fileno, alias Paolo Riccio siciliano, constituto personalmente in judicio avanti a voi, reverendo monsignore Ottaviano de Castello, vescovo di San Leone e suffraganeo e vicario del reverendo cardinale Salviato vescovo di Ferrara; e di voi, reverendo frate Foscherara di Bologna, inquisitore della eretica pravità, dalla santa sede apostolica delegato specialmente, toccando con le mani li santi Evangelji, giuro ch'io caddi; e col cuore confesso e con la bocca quella fede, che la Romana Chiesa crede, confessa, predica et osserva; e conseguentemente abjuro e renego ogni eresia di qualunque condizione si sia, che altre volte abbia tenuto. Item giuro e confesso la Chiesa Romana, alla quale tutti i Cristiani debbono dare obbedienza, massime quanto appartiene allo spirituale, e sono tenuti tutti li Cristiani all'osservazione di quella. Item giuro che l'uomo sia di libero arbitrio così al ben, come al mal operare, benchè non possa operare operazione meritoria a vita eterna senza special grazia dello Spirito Santo. Item giuro che il Purgatorio si ritrova, per il modo che la Chiesa romana insegna. Item che l'anima de' santi et altri giusti defunti, che con grazia del Signore sono passati di questa vita, sono entrati in cielo a fruire le delizie del Paradiso. Item che li santi e le sante canonizzati dalla Chiesa, le anime de' quali sono entrate in cielo, si possono invocare in nostro ajuto, come avvocati et intercessori nostri appresso di Dio e Cristo salvator nostro. Item giuro che la confessione sacramentale sia de jure divino, e che li Cristiani siano obbligati de necessitate salutis a confessare li suoi peccati al sacerdote, e che sono obbligati all'osservanza della quadragesima e degli altri digiuni di precetto, nel modo che la santa Chiesa comanda. Item che la messa è tutta santa, la qual messa debbono udire così gli uomini come le donne nelle feste di precetto, e che ci stia sino alla fine, e non solamente sino che è finito l'evangelo. Item, che è lecito, et alcuna volta laudabile e virtuoso far voto a Dio e ai santi; e quando son fatti, si devono necessariamente adempiere, non essendo commutati dal superiore. E che è laudabil cosa a dir l'uffizio della Madonna e la Salve Regina mater misericordiæ, con altre orazioni approvate dai santi pontefici. Conseguentemente abiuro e rinego quelle eresie dannate da santa Chiesa, che falsamente affermano contro a quello che di sopra ho affermato, e così ogni altra eresia».
Peggioravano la causa buona certi frati che, per gelosie d'ordine, contendevano fra sè dal pulpito, l'uno disapprovando l'altro; e alla cautela presa che nessuno montasse in pergamo senza licenza del vicario generale non si badava. Tra quegli oratori fu l'Ochino, che nel 1541 al 28 febbrajo passando per recarsi a Milano, fu chiesto di predicare in duomo, e v'attirò folla grandissima, e l'accademia lo pregava a restar la quaresima, del che egli non potè compiacerli.
L'avvenimento capitale in Modena era dunque il predicatore. Parlava ortodosso? veniva fischiato. Era dissenziente? veniva applaudito, ma denunziato e costretto a disdirsi. Fra altri, Giovanni Berettari Poliziano, modenese, contato fra' migliori poeti e maestro in casa Molza, datosi tutto alle sacre carte, spiegava le epistole di san Paolo con gran concorso, e disse pure che le preghiere in latino non poteano piacere a Dio. Per questo citato dal sant'Uffizio e non comparso, in contumacia fu condannato il 2 aprile 1541. Corse a Roma, e coll'assistenza del poeta modenese Molza, che stava col cardinale Farnese, ebbe dichiarazione d'innocenza. Sottoposta però la sua causa a nuovo esame, venne obbligato a ritrattare alcune proposizioni.
Soggiungiamo una lettera in proposito.
All'illustrissimo et eccellentissimo signore signor mio singolarissimo il signor duca di Ferrara.
Modena alli 18 d'aprile 1540.