Part 21
Vostra eccellenza deve sapere come questo anno in questa città si fa il Capitolo delli frati di Santo Agostino, il qual'hora si ritrova essere principiato: e perchè pare consuetudine che, per il tempo ch'egli dura, il pergamo della chiesa cathedrale suol essere deputato a quella religione, il Capitolo della quale si celebra, acciochè li frati d'essa possano predicarvi a lor piacere, egli così havendolo domandato qui questo anno, il reverendo vicario di monsignor il vescovo ricercatone, anche dalli magnifici conservatori, s'era contentato che essi, secondo il solito, l'havessero. E perchè si ritrovava essere qui un frate di zoccoli, qual vi predicava, ben comportato dal precitato vicario et con licenza sua, e per certe conclusioni quali gli erano state mandate dalli precitati frati di Santo Agostino, per le quali s'erano scambiate alcune parole tra il precitato predicatore di zoccoli et il frate che gliel haveva portate era nata qualche altercatione et alteration dell'animo d'esso predicatore, per la quale pare che nella predica del venerdì lui con qualche parola pungesse questi frati de Santo Agostino; havendone loro inteso qualche cosa, mandarono alla sua predica di hier mattina due deli loro frati, dali quali esso fu notato che, nelle due infrascritte cose, havesse predicato a carico della loro religione: l'una che raccomandando lui al popolo li detti frati de Santo Agostino acciò che gli porgesse ajuto de limosine in questo Capitolo, haveva soggionto, che, oltra questa limosina attuale, pregava ii popolo che ne facesse anche loro un'altra spirituale, cioè di pregare Dio che inspirasse li cuori di tutti quei frati a fare elettione de predicatori et confessori, li quali predicassero et confessassero più catholicamente che fin qui non havevano fatto: l'altra che, annonciando al popolo il giubileo e plenaria indulgenza che haveva concessa Nostro Signore a questi frati per questo loro Capitolo, haveva detto: Io credo bene che sarò forsi riputato un buffone da loro, facendomi essi annonciare quell'in che non credono. E così essendosi per detti due frati di Santo Agostino, quali havevano udita questa predica, riferito à tutti li altri questi due punti, vennero dopo desinare a me alcuni de' loro, mandati in nome di tutto 'l Capitolo, li quali mi dissero quanto io ho soprascritto a vostra eccellenza della consuetudine del deputare il pergamo del Duomo alli frati che fanno il Capitolo, et della promissione che n'era stata fatta loro, la quale non ostante ci predicava un frate di zoccoli, il che loro dicevano non curare però molto, perchè poteva predicare nella loro Chiesa. Ma che ben havendo il Capitolo inteso che nella sua predica di hier mattina il detto frate haveva nelle sopraddette due cose tassato et infamato molto tutta la loro religione, n'haveva sentito incredibil dispiacere, et tutti li frati se n'erano gravati, et che essi in nome de tutti erano venuti a dirmi che, desiderando loro giustitia dalle false calunnie che gli erano state date, volevano questa mattina predicare sul detto pergamo del Duomo un loro frate secondo l'ingiuria che da esso pergamo gli era stata fatta, overo quando pur quest'altro di zoccoli ci dovesse predicare loro voleano similmente mandare loro frati, li quali gli rinfacciassero tutto quello che haveva detto della religione essere falso, mostrandosi in questa cosa molto offesi d'esser talmente ingiuriati, che non potevano senza gran disonore lasciar di risentirsene. Io che cognoscevo che, quando non havessi messo le mani dinanzi a questo loro animo, poteva facilmente per questa gara nascere qualche gran seditione et disordine, non quanto fosse per li frati soli, che quando la cosa havesse dovuto solamente passare tra frati e frati non me ne sarei curato; ma per rispetto di quelli della terra, li animi delli quali havrebbono potuto applicarsi qual ad una openione et quali ad un'altra, et massimamente essendovi pur molti cervelli intelligenti et svegliati come ci sono; e però parendomi mio debito provedergli con ogni studio, risposi loro, che di quanto mi riferivano essere stato predicato da questo frate a carico della loro religione io non sapevo cosa alcuna, perchè non ero stato a quella predica, nemeno da altri n'havevo sentito ragionare: ma che bene tenendo il luoco che tenevo, l'uficio mio era di non lasciare pullulare contese nè discordie, ma di spegnerle et conservare la unione e la pace in la città, e che ricordavo anche loro che era cosa molto più conveniente a buoni religiosi il trattare questa cosa amichevolmente et fra poca brigata, che esclamarne et contenderne publicamente; e che, fin che fra loro non erano d'accordo, io non volevo che nè l'uno nè l'altro predicasse nel Duomo. Loro mi risposero essere apparechiati a parlarne in presenza mia col precitato frate zoccolante, e che ogni volta che lui disdicesse quanto l'haveva detto a carico della religion loro erano satisfatti, et metterebbono la cosa in silentio. E mi ricercarono che io lo mandassi a chiamare, il che non mi parendo de fare così improvisamente, mandai prima a chiamare il reverendo guardiano di essi di zoccoli, il qual venuto e me insieme con un altro frate di suoi, qual diceva essere stato a quella predica, et essendosegli comunicato la doglianza che facevano questi frati de Santo Agostino, esortandolo a vedere d'accomodare questa differenza, lui respose essere nuovo di questa cosa perchè non era stato alla predica, e che quando pur esso predicatore havesse detto qualche cosa di dispiacere alli Augustiniani, l'haveva forsi fatto provocato da colera per una mentita che gli haveva dato quel frate che gli portò le conclusioni. Et il frate che era col precitato guardiano, et che diceva essere stato alla predica, affermava chel predicatore non haveva detto quelle cose del modo che le esponevano li frati de Santo Agostino. Replicavano il contrario li augustiniani, et dicevano havere già fatto examinare molte persone, le quali erano state alla predica, et che havevano deposto la cosa nel modo che loro la narravano, e che se il frate di zoccoli era stato ingiuriato da alcuno delli loro, doveva modestamente dolersene a li suoi superiori, li quali non seriano mancati di farne opportuna dimostratione, e non in publico biasimare tutta una religione, e mettere male impressioni nelle orecchie delli auditori, et tanto maggiormente che, come diceva il procuratore generale d'essi Augustiniani qual si ritrovava presente a questo ragionamento, era di pochi mesi inanzi stata fatta una constitutione da molti reverendissimi deputati da nostro signore che nel pergamo niun frate dovesse predicare a carico d'alcuna religione: ma se si haveva notitia che alcuno fosse in qualche errore o incredulità, si deferisse alli precitati reverendissimi deputati. Finalmente, di parere del precitato guardiano si mandò a chiamare il precitato predicatore di Zoccoli che dicono sia un frate Francesco Farino de Monferrato, e così venuto dinanzi a me, li precitati Augustiniani cominciarono a replicare il sopra detto, lui havere detto a loro carico, gravandosi delle calunnie che lui gli haveva date, et instando che lui le negasse overo, le disdicesse, altrimenti che essi se ne risentirebbono davanti altro più competente giudice, et non tacerebbono anche quanto incontro potevano dire. Il prefato predicatore con molta patientia e con tutta quella consideratione che havrebbe potuto fare, cominciò a dire che li frati adversarj dicevano la bugia, et lo imputavano di quel che esso non haveva detto; riferendo quanto alla prima oppositione havere simplicemente detto chel popolo pregasse Dio ad inspirare quei frati che facessero elettione di predicatori et confessori che predicassero et confessassero catholicamente: e non havere detto che quello non havevano fatto sin qui. Quanto alla seconda, havere detto che se tutti li frati di Santo Augustino fossero come erano alcuni dei loro, lui sarebbe riputato un buffone a predicare per loro quel che non credevano. Se per la prima li Augustiniani, anchor che dicessero haverne molte prove, mostravano restare satisfatti, poi che lui proprio s'era disdetto, sopra la seconda si dolevano di lui in qualunque modo sel havesse detta, dicendo che fra loro non conoscevano alcuno nè pur un solo che non credesse catholicamente, ma che tutti si riputavano fedelissimi Christiani. Sopra questo il precitato frate cominciò a nominargli un certo frate Giulio di Santo Augustino, qual diceva essere già stato perseguitato per incredulo; al che essi Augustiniani respondevano che frate Giulio non era delli loro, ma era delli Conventuali. Questo alla prima vedendo esso predicatore che li precitati Augustiniani toglievano la sua resposta per una disdetta, cominciò ad adirarsi, et a dire che per questo lui però non si disdiceva, ma quanto haveva detto, era ben detto e che non venisse voglia alli adversarj d'andarsi gloriando d'haverlo fatto disdire, perchè così non era l'animo suo, et che, anchor che lui fosse qui di transito et gli importasse il partire, voleva però predicare ancho questa mattina acciò che li precitati Augustiniani non dicessero che, se ne fosse fuggito, e cominciò ancho a tassare uno d'essi Augustiniani, qual ha predicato qui questa quaresima, che havesse messo in dubio il purgatorio, come a lui era stato riferito, il qual predicatore di Santo Augustino respose non havere mai parlato parola del purgatorio in le sue prediche, e che quanto lui haveva predicato era stata vera dottrina christiana, et era paratissimo a così sostentare: e quando gli fosse fatto constare d'havere mal detto, che nol credeva ridirsi con la propria lingua. Et così essendo sin presso a sera durata questa quistione senza pigliare forma d'acquetarsi e concordarsi, et in la quale anchor che quei frati di Santo Augustino sempre procedessero molto costumatamente e con humanissime parole, nondimeno quell'altro di zoccoli per il primo procedeva rottamente et in colera, io li risolsi chiaramente che io non volevo che loro mi mettessero la città in conquasso et in rotta con le sue discordie et suoi dispareri. E che però, quando fra loro non rimanessero d'accordo, non pensassero alcun di loro di predicare questa mattina nel Duomo perchè non mi pareva che l'havessero a fare così partiti da me. E sapendo che havevano a ridursi al precitato vicario, feci tal ufitio, et tenni tal modo con lui, che 'l dispose quel frate di zoccoli a non predicare altrimente questa mattina nel Duomo; ove lui così non ha predicato, nè meno vi ha predicato alcuno di quelli di Santo Augustino. Non tacerò che quello di zoccoli disse ancho questa parola; E ci sono stati di vostri frati che sono andati vantando che monsignor Augustino, qual ha predicato quest'advento in Ferrara, n'ha fatto fuggire don Calisto. Al che li Augustiniani resposero che queste erano parole impertinenti e che li Augustiniani non potevano havere detto questa cosa non appartenente a loro, perchè monsignor Augustino non era delli suoi ma è conventuale.
Il tutto ho voluto, parendomi di qualche importanza, fare sapere a vostra eccellenza togliendo solamente il succo e la sostanza di infinite parole che dall'una parte e l'altra furono dette e replicate, e così questa mia glie ne sia per aviso.
La qui alligata è resposta di quella che, addì passati, vostra eccellenza scrisse all'illustrissimo signor duca de Mantova contro quel Guido Del Fante, la qual ha fatto buon frutto. Spero che sua eccellenza con una sua patente data in mano a questi adversarj de Guido comette che, in qualonque luogo del suo Stato egli capiterà, li suoi uficiali gli debbano fare porre le mani adosso et ritenerlo, il che acciò che così possa succedere, li precitati suoi adversarj non mancheranno d'osservare tutti li suoi andamenti per farlo incappare nella rete.
Nè altro mi occorre dire a vostra eccellenza alla qual bacio le mani.
Di vostra signoria illustrissima et eccellentissima
_Umil. servitore_ BATTISTINO STROZZI.
Il libretto ereticale che accennammo fu arso in Roma, e Paolo III andava a scagliare la scomunica contro tutta l'accademia modenese, se il cardinale Sadoleto non si fosse interposto. Sempre incline alla mansuetudine, egli scriveva il 12 giugno 1542 al Castelvetro, che il giorno innanzi in concistoro s'erano portati dei dubbj intorno alla fede d'essi accademici; egli aver mitigato il pontefice: ma gli esortava con paterna tenerezza ad attestare il loro attaccamento alla Chiesa cattolica, e dissipare i motivi di sospetto; e avendo essi risposto com'e' desiderava, ne li congratula, e gli esorta a diriger tutti insieme al papa una lettera protestandosi veri e fedeli figliuoli della Chiesa romana[139].
Gl'imputati cercavano o giustificarsi o scusarsi scrivendo ad esso Sadoleto. Il Castelvetro al 2 luglio lo assicura che il concetto che di lui porta è verissimo, cioè che io non ho opinione alcuna indegna di cristiano vero, nè mai mi feci, fo e farò sospetto d'opinioni nuove e non usate appresso i nostri maggiori, uomini santissimi», e meraviglia come i calunniatori possano brigarsi di lui, che vive tanto appartato.
Alessandro Milani[140] al 3 luglio riflette come i suoi studj sieno di lettere mondane anzichè di sante scritture, e come ami la pace, «la quale non potrebbe essere da maggior incomodo turbata che da quello che la novità delle opinioni apporta»; che la vita sua «nelle cose esteriori non si parte dalle consuetudini della sacra romana Chiesa».
Il Da Porto ai 7 luglio 1542 volgeva al Sadoleto questa lettera: «Le mie opinioni Dio conoscitor ottimo delli umani cuori sa se nuove o sinistre le sieno; e quando ben fossero, per il mio gran silenzio e per la natural inclinazione mia, nemica di dar disturbo e d'offender persona vivente, non potrebbero nuocer ad alcuno, non che facendo tutto il contrario; conciosiacosachè io nè in opinione, nè in fatti, nè in detti mai mi sia discostato, nè sia per discostarmi da quel che ha tenuto e tiene la Chiesa cattolica, sì perchè mi pare che la professione cristiana lo richieda, come per vedere che, altrimenti operando, non vi sarebbe nè l'onore, nè l'utile mio: nè posso farmi a credere che quei gentiluomini, che alla mia disciplina hanno affidato ed affidano il loro sangue e li loro figliuoli avessero ciò fatto se di me avessero pur una minima suspizione d'empietade».
Con maggiore ampiezza risponde il Grillenzoni ai 3 luglio, narrando come, dodici anni fa, capitato a Modena un crotoniate che sapeva di greco, egli, il Castelvetro, il Falloppio ed altri sel presero a maestro. Il vulgo diede a quest'unione il nome d'accademia, e i maligni aggiungevano che interpretassero le sacre scritture. Venuto poi Francesco Da Porto, meglio procedettero nello studio del greco; e ne crebbero le dicerie, quasi costui fosse non cristiano, ma turco, e i Domenicani, «li quali non vorriano che nelle cittadi fossero altre lettere che le sue, dieder alla lor compagnia il titolo di luterana, e viepiù dacchè la città stessa stipendiò il Da Porto, del quale possono rendere giustizia quanti il conoscono, e gentiluomini bolognesi e reggiani che l'ebber in casa, e il Moroni vescovo e i monaci di San Pietro coi quali sempre ha conversato. Ma che dirò io di me (soggiunge), il quale mai non vidi nè Testamento vecchio nè nuovo, nè mai autore alcuno della scrittura sacra; nè mai fu nel mio studio autore alcuno ecclesiastico, e tanto tempo non ho, che pure una minima particella ne possa levare alla cura degl'infermi, per poter vedere alcuna volta qualche cosa di Platone, il quale più desidero di vedere, che d'esser in buona opinione di quelli che di me hanno scritto male? Niente di meno sono tenuto ch'io abbia opinioni non degne di vero cristiano; ma penso che questo proceda perchè la mia natura è di non poter tacere le cose malfatte che io vedo nella nostra città, nè di celare li malfattori, tra li quali mi spiacciono massimamente gli oziosi, gli ignoranti e gli ipocriti, delli quali, se non fosse che io non voglio contaminare le santissime orecchie di v. s. reverendissima, direi tali cose in generale e in particolare, che quella facilmente vedrebbe che meglio starebbono le calunnie agli accusatori che all'accusato». E prosegue narrando com'egli impedì fosse abbruciata per strega una povera vecchia ignorante, che in processo si contraddiceva, e non era relapsa, e domandava misericordia a Dio con man giunte, e che pure fu sentenziata a morte, finchè il vicario non volle riveder la causa e la liberò. «I Domenicani son quelli che non vogliono sentire predicatori se non predicano di cose alte e filosofiche, e che continuamente disputino sul pulpito; e se alcuno ne viene che esponga l'evangelio, ancorchè a noi pochissimi ne vengano, quelli niente sanno appresso di loro. Già son due anni predicò il grande frate Bernardino[141]: non si vergognano di dire che più non predicava bene come soleva: alcuni dicevano che troppo predicava di Cristo, e che mai non aveva nominato san Geminiano, nè fatto disputa alcuna». Il vicario, se li sospettava di errori, doveva chiamarli, sentirli, correggerli; anzichè denunziarli al Morone e a Roma. E fu colpa del vicario se si lesse quel tal libretto; dopo del quale non si è mai parlato in Modena di simili materie. Se vi siano undici o dodici plebei che dicano qualche pazzia, che colpa è dei buoni? Che dipendenza hanno costoro da noi, che per essi debbano esser infamati gli altri? E finisce anch'esso ringraziando il cardinale della paterna premura con che gli ammonisce e protegge[142].
Il papa esortò il duca di Ferrara, allora signor di Modena, a frenare la licenza di quegli accademici; e or l'uno or l'altro chiamò a Roma per giustificarsi.
Era allora vescovo di Modena Giovanni Morone, nato a Milano il 25 gennajo 1509 da Amabella Fisiraga e da quel famoso cancelliere Girolamo, ch'era stato colonna degli ultimi Sforza signori di Milano, e personificazione della politica del Machiavello.
Educato in casa, poi dottorato a Padova, Giovanni era stato dal padre consegnato a papa Clemente VII per ottenerne denari onde riscattarsi dalla prigione ov'era tenuto come traditore; poi dato ostaggio al duca di Ferrara per averne altri onde mantener l'esercito di Francia. Giovanissimo, era senatore di Milano «ch'è il primo magistrato in quello Stato e con grossa provisione», prima che Paolo III lo chiamasse al vescovado di Modena, promessogli già prima[143]: ed egli avrebbe preferito continuar quella carriera, poichè «più era quello che lasciavo e di grado nella patria mia e il comodo ed utile che potevo sperare della presenza mia in quella, oltre l'amor della patria e della madre e degli altri miei parenti»[144]. Nel 1530 fu mandato residente nunzio apostolico a Ferdinando re de' Romani, onde persuaderlo al Concilio, alla riforma, alla guerra col Turco, oggetti costanti delle missioni d'allora[145]; e il papa, non parendone abbastanza soddisfatto, forse per la sua mitezza[146], lo chiamò a rendergli conto: ma uditene le ragioni, mentre «credeva far residenza alla sua Chiesa e vedere potea con carità disfamar quella città del mal nome qual ha pigliato non solo in Italia, ma ancor di fuori di queste novità delle opinioni moderne», fu mandato alla Dieta di Spira (1541) e a quella di Ratisbona, nella quale, stabilitosi l'_interim_, restò divelta ogni speranza di riunir le due Chiese[147].
Quando nel 1542 tornò di Germania alla sua Chiesa, sbigottì dell'estensione del male, e scriveva al cardinale Contarini a Bologna: «Qui ho trovate cose che infinitamente mi accorano e non mi danno riposo, conoscendo li pericoli ed essendo incerto e non sapendo come estricarmi a salute di questo gregge, qual vorria col mio sangue poter consegnare a Cristo, ed anche disinfamare a questo mondo, perchè ardo di vergogna sentendo per ogni loco ove sono stato, e da ogni parte essendo avvisato che questa città è luterana. Non si può negare che nelli frati regna grande ignoranza, congiunta con molta audacia e con poca carità: nondimeno vi son molti indizj che vado verificando per far poi la provvisione qual Dio m'ispirerà».
A tal uopo voleva interrogare i sentimenti de' Modenesi circa il purgatorio, il sacrifizio della messa, la verità del corpo e sangue di Cristo nel sacramento, l'adorazione di esso, la confessione auriculare, l'autorità della Chiesa in far costituzioni; l'intercessione e invocazione dei santi; e così circa la gloria de' beati, i quali dicono non esser ancora con Cristo. Trovandoli consenzienti colla Chiesa cattolica, leverebbe d'infamia loro e sè dal cruccio; altrimenti, con carità procurerebbe convertirli. Pertanto il Contarini s'indusse a stendere una confessione generale o catechismo, destinato a tutti i Cristiani; e gli suggeriva che, pubblicatolo a Modena, il facesse destramente accettare a tutta la terra, cercando lo firmassero i cittadini, imitando san Girolamo che il vescovo gerosolimitano sospetto d'arianesimo volea producesse la confessione sua.
Il Morone inviò quel formolario al cardinale Cortese, allora in San Benedetto di Mantova: e questi gli rispondeva, approvando le proposizioni come «cattoliche, vere e pie, scritte con gravità e dottrina grande, che non lasciavano indiscusso alcuno de' punti che al presente vengono in controversia»; suggeriva qualche espressione più chiara intorno alla necessità delle opere, alla transustanziazione del pane e del vino, e alla Grazia e al libero arbitrio: desiderava che il Morone stesso pel primo le firmasse, onde tòrre ogni scusa a quelli ch'e' ne richiedesse, e lo facesse segnar anche da persone non sospette, affinchè queste paressero piuttosto dar testimonio della verità che attestazione della propria fede[148]. Ma se ne sgomentarono gli accademici; Francesco da Porto addusse che suo padre in Candia era malato, e se n'andò; il medico Machella passò a Venezia; Filippo Valentini si gettò malato; il canonico Bonifacio Valentini dichiarava voler vendere tutti i suoi libri, nè più badare alle sacre scritture, «dacchè gli uomini da bene non possono più studiare». E tutti mostravansi renitenti a sottoscriver il formolario, volendo aspettare quel che il Concilio deciderebbe; onde il Morone, che pur avea suggerito questo spediente, allora scrisse al papa per sospendere tal firma, onde non dar motivo al mondo di credere che tutti gli accademici fossero eretici, e non eccitare qui da piccola favilla un grande incendio, com'era avvenuto in Germania _per le asprezze del cardinal Cajetano_.