Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 19

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_Ordo eligendi pontificis et ratio. De ordinatione et consecratione ejusdem. De processione ad ecclesiam Lateranensem. De solemni convivio, quo cardinales, episcopos atque alios excipit. Tum de pallio de corpore beati Petri sumpto, in quo est plenitudo pontificalis officii. Omnia excerpta verbum verbo ex libro, cui titulus: S. R. Ecclesiæ cerimoniarum libri VI, qui in vaticana secretiore Bibliotheca magna religione et reverentia conservatur. Reliqua etiam, quæ illic in hoc genere latebant, brevi evulgabuntur._ Tubinga 1556, 4.

_De Gregorio P. ejus nominis I. quem cognomento Magnum appellant, et inter præcipuos Ecclesiæ Romanæ doctores numerant. Invenies hic, candide lector, primum miracula circiter L. verbum verbo ex dialogis, quos ille in ipso adeo pontificatu scripsit excerpta: deinde nonnullos veluti flosculos ex ejus a Jac. a Varagine descriptam. Regiomontani 1556._

_Alcuni importanti luoghi tratti fuor dell'epistole di Francesco Petrarca, con tre suoi sonetti, 1557._

_Articuli contra cardinalem Moronum, de Lutheranismo accusatum et in carcerem conjectum, a procuratore Fisci et Cameræ apostolicæ, et nomine officii sanctæ inquisitionis instituti. Cum Scholiis, 1558._

_Agl'inquisitori che sono per l'Italia. Del catalogo di libri eretici_, stampato in Roma nell'anno presente, 1559.

_Copia d'una lettera d'Atanasio, dello stato in che è la religione nel principio dell'anno 1559._

_Postremus catalogus hæreticorum Romæ conflatus 1559. Continens alios quatuor catalogos, qui post decennium in Italia, nec non eos omnes, qui in Gallia et Flandria post renatum Evangelium fuerunt editi. Cum annotationibus._ Pforzheim 1560, e altrove.

_In che modo si portino nel tempo del morire quei che ritengono l'obedientia della sedia romana. E in che modo quei che Luterani, ovvero Eretici si chiamano. Con la confession della fede d'un servo di Gesù Cristo, 1560. All'Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe e signor, il signor Ercole Gonzaga, chiamato il cardinal di Mantoa, Legato al Concilio di Trento. Che papa Pio IV non fa da dovero, 1561._

_Comparation tra 'l Concilio Basiliense e il Tridentino, 1561._

_Lettera al signor Francesco Betti, delle insidie che il papa m'ha posto attorno, 1562._

_Della declinazione che ha fatto il papato solamente da undici anni in qua. Ai fratelli d'Italia._ Ristampato la terza volta l'anno LXII, con qualche aggiunta, specialmente delle cose di Franza.

_Ai miei carissimi in Cristo e onorati fratelli della Valtellina, Chiavenna e Piur. Che concilio desiderino gli amatori della renascente dottrina del Vangelo; e che concilio si celebri tuttavia in Trento._

_Ai fratelli d'Italia. Di un libro di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1563._

_Risposta ad un'invettiva di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1565._

_Responsio ad librum Antichristi Rom. Regiomontani 1563._

_Quod Pius Papa IV, licet concilium indixerit, nihil tamen minus in animo habet, quam profligatam ex Ecclesiis, quæ illum adhuc agnoscunt. Jesu Christi doctrinam restituere, sed pristinos abusus atque idolomanias retinere et confirmare auctoritate concilii_ (_De concilio papæ Pii IV_). Tubinga 1563.

_Vergerii opera adversus papatum._ Era la collezione da lui cominciata, ma dei tre volumi uscì uno solo di 800 pagine, a Tubinga 1573.

[120] _Catalogo._

[121]

Tubinga 12 marzo 61.

«Ho mandato all'altezza vostra la bolla d'intimazione del Concilio con alcune mie annotazioni, affinchè, come alquanto tempo, mentr'era del tutto cieco, fui versato in queste cose papistiche, manifestassi alcuni luoghi che non facilmente s'intendono. Alcune giova qui ripeterne. Pio IV, con certo quale apparato viene all'intimazione del Concilio, premettendo due bolle: una in marzo passato col titolo «Per conservar la pace, estirpar le eresie e proseguir il Concilio»; l'altra del novembre col titolo «Per l'indulgenza del felice Concilio generale, che s'ha da indire e continuare in Trento» e in questa chiama la dottrina nostra pestifera e perniciosa setta, esiziosa zizzania, falsa e perversa dottrina degli eretici, prava opinione nella fede: e ripete e inculca che noi siamo empj eretici, sprezzatori della religione; ci paragona fino ai Turchi; che gravi ferite recammo alla Chiesa cattolica, e minaccia voler abbattere le nostre riforme. Con tali complimenti il padre santo accoglie le nostre chiese, strappate dalle fauci di lui per grazia di Dio.

«Premesse queste due bolle, promulgò l'intimazione, nella quale ci carica quasi delle stesse contumelie per grazia sua, e spaccia molte cose inonestissime e intollerabili. Fra l'altre, dice di voler celebrare il Concilio generale, quasi tutti i regni e le provincie che dal papato si separarono, debban volarvi; ma non s'aperse di voler continuare il vecchio, come disse in due bolle. Volle certamente ingannare, ma loda i predecessori suoi Paolo III e Giulio III, ciascun de' quali aveva adunato un ingiustissimo Concilio; anzi Paolo III coll'armi avea tentato il compimento dell'appena cominciato Concilio: questi egli loda, di questi vuol continuare i Concilj. E ciò ch'è principale, convoca i suoi stessi, che a Trento non fanno altro, nulla pronunzian di suo, ma soltanto le cose che il papa giorno per giorno manda per la posta (_per dispositos equos_); attentissimo esclude tutti i nostri, ai quali tolse fin il salvocondotto, dato dal Concilio tridentino. Insomma trae a sè tutta la cognizione della causa religiosa. E non solo queste enormissime cose comprende nella sua indizione, ma molt'altre che qui non è luogo e occasione di riferire.

«Eppure queste, sebben assurdissime, nulla sono se badiamo a quel che seguì.

«V'è gran separazione e quasi divorzio irreconciliabile fra le nostre chiese e il papa. Son quasi venti anni che nessun legato papale venne più agli illustri principi nostri: nè, dopochè io da Clemente VII e da Paolo III fui mandato, credo che altri ci venisse. Ed è da avvertir bene che, quando fui mandato io, nessuna intimazione erasi ancora pubblicata, ma trattavasi solo del luogo, della forma, del modo di celebrarlo; onde la legazione aveva una certa qual moderazione, non era affatto ingrata, eppur nulla ottennero; gli illustri principi rispondeano press'a poco quel che rispondono ora, non aver affare col papa; non verrebbero alla sua intimazione, di far la quale e' non aveva autorità; Cesare avea dato speranza di celebrar il Concilio in Germania; di questo seguirebber essi l'autorità, non del papa. Le quali cose avrebbe dovuto aver presenti Pio IV se voleva mostrar senno. Ma che? Nè volle trarsi in memoria le cose già fatte, benchè da pochi anni, come fanno i savj: nè pare vi fosse tra' suoi consiglieri, cancellieri, segretarj, nè fra i trenta cardinali che sottoscrissero alla bolla, chi lo avvertisse delle cose passate; giacchè, trascurate o dimentiche queste, dopo sparse per tutto il mondo le ingiurie acerbissime che disse contro noi e la nostra dottrina, delegò due suoi prelati che invitassero gli illustri principi al Concilio. Deh quanta arroganza, quanta impudenza ed imprudenza, perocchè la sua indizione, la più iniqua dopo che c'è uomini, la più bestemmiatrice contro Dio e gli uomini, avea divulgata, avea recato la ferita. Paolo III non poteva, da quelli che non avea vituperato, impetrar che andassero a Trento per trattar della forma e del modo di celebrarlo; e costui, dopo aver tutto stabilito da sè, e massime ciò ch'è più importante, di volerlo celebrar solo fra' suoi, attentamente rimossi e respinti i nostri, pure osò mandar una legazione, colla quale gli illustri principi di somma sapienza e pietà e gravità invitasse ed esortasse a questa così enorme indizione, e si sottomettessero al papa nel Concilio tridentino, negata la genuina dottrina di Cristo, alla cui norma riformarono le loro chiese. Perchè a dirittura non gl'invocava al bacio dei piedi a Roma? Gesù, quanta insolenza! Pur dovea ricordarsi d'aver testè offese le loro altezze serenissime con somma ingiuria, affiggendo turpi obbrobrj alla dottrina di cui si professano nutriti e propagatori, e d'averli chiamati eretici: che cosa potea dir di peggio?

«Mi meraviglio assai dell'imprudentissimo consiglio del papa; mi meraviglio non vi fosse fra i trenta cardinali e gli altri ministri chi non gli abbia detto di non mandare questa sconsigliatissima legazione. Che direbbe mai questa civilissima nostra età quando sapesse il fatto? Che direbbe la posterità? Gli è come se i legati avessero detto, Clemente VII e Paolo III domandarono che le vostre altezze venissero al Concilio prima di pubblicarne l'intimazione, e vi fu risposto non aver il papa podestà d'intimar il Concilio: ne nacquer offese incomparabili e guerre gravissime, perocchè foste trattati a ferro e fuoco: or successe un altro papa, che già pubblicò l'intimazione fatta a suo modo, ed avvisa che andiate a Trento, non come giudici e definitori della causa, ma come assistenti e spettatori; mentre il papa per la gola e la lingua de' suoi mitrati pronunzierà condanna come legittimo giudice contro voi e la vostra dottrina, e confermerà tutte le cose sue: ciò conviene a voi fare, cioè sottoporvi all'obbedienza della Santa Sede, non già abbracciar e difendere una religione varia ed incerta.

«Chi ben faccia mente si chiarirà che tale è il senso delle parole che i legati del papa spacciarono nella dieta de' grandi principi, e non vergognaronsi di toccare che sotto gl'illustri nostri principi v'abbia tanti evangeli quanti capi; calunnia e bugia, che appresero dagli Stafili e dagli Osii. Ma fortunatamente le vostre altezze risposero virilmente e cristianamente, eppur con somma modestia, per quanto imprudentemente provocate.

«Dirò quel che penso. Questa medesima risposta, come costernerà gli avversarj, massime il papa, così ecciterà e infiammerà gli animi di tutti i pii, e solleverà somma speranza di ben condurre le cose. È da ringraziar il padre celeste per Gesù Cristo, che col Santo suo Spirito sì ben governa le nostre chiese.

«Aggiungerò che or più che mai sospetto di quel che sempre dubitai, che il papa abbia tutt'altro in animo che il Concilio. Paolo III quando celebrava il suo conciliabolo, e vedeva venir nessuno de' nostri principi del sacro impero, il 3 luglio 1546 scrisse agli Svizzeri, che in Germania non pochi anche fra' principi disprezzavano il Concilio, e diceano non obbedirebbero ai decreti di esso, onde si doleva che tale ostinazione lo obbligasse alle armi. Dappoi, quando coll'intercessione e l'opera di Cesare diede il Concilio, parvegli che chi lo ricusava e sprezzava, sprezzasse pure l'autorità di questo, e mosse armi dall'Italia, che congiunte coll'esercito di Carlo V, fecer quella gravissima guerra che tutti sanno. Or pure sospetto che Pio IV non voglia imitar Paolo III, vedendo spregiata la sua autorità. Ma non si dee però cader di cuore; vive Dio; e la sposa del diletto Figliuol suo Gesù Cristo Signor Nostro che dalle tenebre liberò, non abbandonerà».

[122] Lett. 11 luglio 1561.

[123] Lettera 20 novembre 1560 da Tubinga.

DISCORSO XXVIII.

NOVATORI IN MODENA. LODOVICO CASTELVETRO. IL CARDINALE MORONE.

Quell'esuberanza di vita che godeva l'Italia quando le cento sue città conservavano l'indipendenza sotto principi proprj, e che formò il carattere e il vanto, se non la forza della nostra nazione, ci appare singolarmente in Modena, «città piacevolissima d'aere, d'acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle Muse»[124]. Come ai nostri tempi, così allora fioriva d'elettissimi ingegni, fra' quali rammenteremo quei soli che s'attengono al tema nostro. Tommaso Badia (1483-1547) domenicano, fu fatto maestro nel sacro palazzo da Clemente VII, e come tale adoprato a respinger l'errore, poi da Paolo III spedito al colloquio di Worms, del quale diede una relazione al cardinal Contarini; infine ornato della porpora nel 1542. Il _Tractatus adversus Lutheranorum errores_, che il Rovetta gli attribuisce forse non è se non gli _Acta in colloquio Vormatiensi_.

Gregorio Cortese, che già lodammo, nato il 1483, educato con diligenza, fu ai servigi di Giovan De Medici ancora cardinale, poi canonico e vicario generale in patria, benchè di soli ventun anno; entrato cassinese nel famoso monastero di San Benedetto di Polirone, e trovandovisi in dottissima compagnia, coltivò gli studj ed insieme la pietà, fin a ricusare risolutamente gli inviti di esso cardinale De Medici; fattovi abate, compì la fabbrica di quel convento e la libreria, dandone egli stesso il disegno e l'indirizzo, e invitando Rafaello a dipingervi. Spedito nel rinuovato monastero dell'isola di Lerins in Provenza, vi stabilì un'accademia, che molti traeva a studiare o ad ascoltare. Era chiesto anche altrove a metter regola e dare esempj, e al fine Paolo III lo pose nella congregazione dei nove (tre erano modenesi) che prepararono il Concilio, e lo fece vescovo d'Urbino.

Il Contarini diceva a esso papa: «Padre santo, io ho in tal conto il Cortese, che mi trarrei il cappel rosso di capo per porlo a lui, il quale molto meglio di me servirebbe la santa sede in questo grado». Il Sadoleto gli attestava, in nessuno trovarsi meglio le condizioni di buon sacerdote: ingegno, consiglio, eloquenza, dottrina, e, ciò che meglio a cristiano conviene, pietà, continenza, religione. Pertanto Paolo III l'ornò cardinale nel 1542, con universale applauso: ma la fievole salute gl'impedì d'adempiere alle tante incombenze onorevoli, e morì il 1548.

Le lettere sue, oltre il merito letterario, spirano candore, pietà e zelo pel vantaggio altrui; nel trattar coi Protestanti, cercava riguadagnarli colla dolcezza, disapprovando quelli che contro loro scrivevano non dirò con ingiurie e scurrilità, ma neppure con ischerzi e celie, dovendo chi indaga la verità mostrarsi mite e modesto sull'esempio di Cristo, il quale non volle tampoco che Pietro minacciasse a chi dicea mal di lui[125]. E in fatti nell'opera sua contro Ulrico Valenio, ove dimostra che san Pietro fu veramente a Roma, porge esempio di posata polemica e ragionata[126].

Reputazione ancor più estesa ottenne Jacobo Sadoleto, nato in Modena ai 12 luglio 1477 da famiglia civile, dov'erano comuni il sapere e la virtù, e da padre illustre professor di dritto. Nelle belle lettere innamoratosi di Virgilio, ancor fanciullo fece un poema _De Cajo Curtio_; in giurisprudenza a Ferrara ebbe maestro il Leoniceno; in filosofia si applicò ad Aristotele quando veniva di moda Platone; a Roma adottò per motto _Sedulus animus spectati mores_, ed entrato a servizio del cardinale Oliviero Caraffa, che lo fece prete, acquistò la stima del Bembo, del Fregoso, del Beroaldo, del Valeriano, del Navagero: e morto il Caraffa, passò a servigio del cardinale Fregoso, che possedeva molti libri e manoscritti, raccoglieva i grandi artisti d'allora, e a cui Sante Paguini dedicò la grammatica ebraica.

Leon X, salito papa, lo volle segretario col Bembo, acciocchè le sue lettere uscissero vergate dai più eleganti scrittori in latino e in italiano. In tal posto il Sadoleto potè viemeglio mettersi a contatto de' grand'uomini; frequentava le accademie, coltivava la poesia; e proveduto di soli trecento scudi, pur n'avanzava per comprare qualche manuscritto, qualche anticaglia: esultando allorchè il papa gli regalasse un cammeo, un bronzo, una curiosità bibliografica, ne lo ringraziava in versi. Quando dal Fredi fu disepolto il famoso gruppo del Laocoonte, il Sadoleto lo celebrò con un poema, e il Bembo gli diceva: «Cento volte lessi il vostro _Laocoonte_. Mago stupendo, non solo voi fate riviver l'immagine paterna, ma la statua stessa mostrate ai nostri sguardi. Non ho mestieri d'andar a Roma per vederla: l'ho sottocchio».

Papa Adriano nulla capiva di tali gusti, sicchè, allorquando vide le minute del Sadoleto disse: _Sunt literæ unius poetæ._ Pertanto il Sadoleto se n'andò, come tanti altri fecero allora, conducendosi a Carpentras, di cui Leon X l'avea destinato vescovo. Caricò i suoi tesori sopra un vascello, ma la peste gittatasi a bordo, tutta la ciurma morì, e il carico prezioso andò disperso; _tot labores quos impenderamus, græcis præsertim codicibus conquerendis undique et colligendis, mei tanti sumptus, meæ curæ, omnes iterum jam ad nihilum reciderunt._ Ben presto da Clemente VII fu richiamato a Roma nel 1524; ma vedendo mal avviarsi le cose per la costui oscillante politica, se ne partì venti giorni prima del sacco memorando.

Nel suo vescovado dimenticò il lusso di Roma; soccorreva, educava quei poveri montanari; distribuiva legna all'inverno, grano nella carestia; frenò gli Ebrei usuraj; si oppose alle prepotenze, e con ciò ottenne stima dai Francesi, ma non accettò le esibizioni di Francesco I che se lo voleva a' fianchi. L'ammiraglio di Brion e il conte di Fürstenberg, guidando i Francesi contro la casa di Savoja, rompevano addosso a Carpentras, che coll'armi respinse que' brutali. Irritati, essi cacciaronsi sopra la città per castigarla, come si dice nel linguaggio de' prepotenti; ma il Sadoleto si presenta a loro, e col suo carattere e col suo nome la salva. Intanto scriveva _Dell'educazione de' figliuoli_, operetta che ancora può leggersi con frutto, ma dove non possiamo non avvertire la poca parte che attribuisce alla religione positiva, egli prelato e così pio. Occupavasi anche di opere scritturali per recare ajuto alla religione dapertutto pericolante, e scriveva a Lazaro Bonamico: _Ego opus habeo nunc in manibus ex eo genere quod est in sacris literis positum. Studeo enim pro mea parte ferre opem christianæ religioni, cum ea fere ubique periclitetur, quemadmodum imprimis quidem et debeo et opto._

In fatto, ricordandosi della sua condizione, il Sadoleto attendeva alle cose sacre, studiava san Paolo ed agitava le quistioni d'allora. Quando pubblicò l'interpretazione del Salmo 14, Erasmo gli scriveva d'esser incantato dalla facilità e semplicità della dizione, unita a somma pietà, e soggiungeva: «Se di tali operette ci mandi Roma, confido che molti acquisteranno migliore stima della vostra città, vedendo esservi uomini che i libri arcani non solo eloquentemente, ma anche con santità e pietà sanno trattare». E al Calvi librajo: «M'è in delizia l'opuscolo del Sadoleto; e osservando quell'aureo fiume di dicitura, comprendo quanto il mio rigagnolo sia torbido e meschino, e d'or innanzi mi sforzerò di foggiar il mio stile su questo esempio»[127].

E quando, sulla tanto discussa epistola di san Paolo ai Romani, stampò un commento a Lione nel 1535, Erasmo, lodandone l'ammirabile nitidezza della lingua e la copia ciceroniana, congiunta ad affetto da vescovo, temeva che non tutti l'approverebbero nè lo lasceriano senza appunti. Facile induzione in tempi di discordie.

Si disse non credeva il purgatorio, ma serbiam di esso una lettera al cardinale Cortese, ove dice: _Opus jam elucubratum in manibus habeo, nondum expolitum sed tamen ejusmodi, ut ex eo intelligi possit quid ego habeam de Purgatorio persuasi atque certi. Quæ res omnium maxime, hoc perturbatissimo tempore, ab Ecclesiæ (ut scis) hostibus oppugnatur. In quo ego catholicæ suffragor Ecclesiæ: quod sane in omnibus meis et curis et actionibus semper est propositum_[128]. Parve anche odorare di semipelagiano intorno alla Grazia, e staccarsi da sant'Agostino; onde il suo libro fu proibito, per istanza del Badia, il quale, sebben suo concittadino, non gliene scrisse tampoco, di che egli «doleasi fin a morte, e quasi non poteva alzare il viso»[129]. Ricorse alla facoltà teologica della Sorbona, e questa pure vi fece appunti e domandò spiegazioni; ma avendo interposto il cardinale Contarini e mandato apologia, la Corte di Roma approvò il suo libro, forse a patto che in nuova edizione modificasse i passi incriminati, che in fatto trovansi variati nelle posteriori[130].

Se ciò indica quanto si estendessero i sospetti, ci rivela insieme l'indole del Sadoleto, il quale fu intitolato dai Francesi il Fenelon della rinascenza. Infatti egli ebbe più volte a scagionarsi, senza però cangiarsi, del mostrare coi Protestanti un'indulgenza, tanto più virtuosa in quanto non nasceva da indifferenza, essendo anzi egli zelantissimo a difendere e diffondere la verità. Oltre le relazioni che vedemmo con Erasmo, egli si tenne in corrispondenza coi caporioni della parte avversa; al Cocleo scriveva: «Mi piace il far vostro, così dolce e moderato: non esasperiamo gli eretici». E soggiungeva: «Non so come m'abbia creato la natura, ma non posso odiare uno per la sola ragione ch'e' dissente dalla mia opinione». E parlando della sua mitezza verso lo Sturm: _Decet nos istorum (hæreticorum) insolentiam non exasperare convitiis, quo in genere maxime exultant ipsi, sed mansuetudine retundere, quod proprium officium christiani hominis est._ A Giorgio duca di Sassonia scriveva: _Nunc tibi mitto oratiunculam quandam meam... ea continet sane modestam (mihi ut videtur) et cuilibet recte judicanti probabilem sanctæ romanæ Ecclesiæ et totius sacerdotii defensionem, adversus probrosas et pene quotidianas Lutheranorum vituperationes.... Ego irritare neminem prorsus volo, nec severe contentiones: hortator enim sum pacis et auctor. Id scribere opto, quod nec Lutherani iniquo omnino animo ferant, et Catholici accipiant æquissimo_[131]. Melantone gli inviava tutte le sue pubblicazioni, ed esso diceva: «Se avessi a far solo con Melantone, domani la pace saria stabilita nella Chiesa, ma con Lutero è un altro cantare». E ad esso Melantone ebbe a scrivere una lettera sì benevola, che questi la mostrò a' suoi amici; e Lutero a lodar il Sadoleto, lodarlo gli eretici; lodarlo anche Giovanni Faber, vescovo di Vienna, il quale però soggiungeva: «Vi confesso ingenuamente che il linguaggio sì melato che voi usaste con Melantone rallegrò più d'un Luterano, non dico tutti; mentre afflisse e conturbò molti Cattolici. Voi credeste forse che la vostra lettera resterebbe secreta. V'ingannò il buon cuore; la sciorinano a tutti, l'accompagnano di commenti ingiuriosi alla vostra dignità. Vi credeste più prudente di san Paolo, che di ritorno dal terzo cielo, raccomandava a Tito d'evitare l'eretico»[132].

E il Sadoleto risponde: «Se scrissi a Melantone non fu per farmene un amico, ma perchè speravo col linguaggio affettuoso cattivarlo, e che così ci sarebbe più facile recuperare gli animi dei traviati. Sì, dimenticai la mia dignità, perchè trattavasi della gloria di Dio, della salute de' fratelli, della pace della Chiesa. Ebbi torto: peccai, come voi dite, perchè non conoscevo abbastanza l'uomo a cui scriveva; volevo colla dolcezza cristiana ricondurre all'ovile un de' fratelli smarriti. Se lodai Melantone letterato, elegante scrittore, abile professore, non volli difendere l'errore ch'e' sostiene. Perchè non potrei scrivergli? Gli Israeliti non teneano commercio co' pubblicani?»