Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 18

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[94] Ottonello Vida, che dal Caracciolo, nella vita di Paolo IV manoscritta, è detto «locotenente del Vergerio nella scola eretica», e che è noverato nell'Indice tridentino fra gli autori proibiti di prima classe, ad esso Vergerio scriveva confortandolo perchè tornasse alla sua diocesi, offrendosi disposto di andarlo a trovar in Germania, «non con intenzione di venire un'altra volta in peregrinaggio a cercare con infiniti incomodi e pericoli di quelle comodità e riposi, che poi ci tengono in continua soggezione e servitù: ma io mi era disposto, come geloso dell'onore, e della salute di vostra signoria e della nostra insieme, di venire a trovarla per rimoverla da quel fiero pensiero, il quale n'ha condotti tanti a perdizione, e col quale mi pareva ch'ella si fosse partita d'Italia; cioè di volere invecchiare nelle speranze delle Corti. Ma ora, che ella mi scrive di aver ben considerato il caso suo, e, poste sulle bilancie le ragioni dell'una e dell'altra parte, aver deliberato di al tutto chiuder l'orecchie a' canti delle Sirene delle Corti e del mondo, e di ridursi nel suo tranquillo porto, io mi trovo tanto di lei soddisfatto, quanto io mi trovai mesto e sconsolato al suo dipartire, quando ella mi lasciò in Ferrara. E perchè molte fiate avviene che l'uomo si dispone a voler fare qualche buona opera, e poi, da qualche nuovo accidente disturbato, cessa, e da quel buon proponimento si rimuove, però, quantunque non sia da temere che ciò nella costanza di vostra signoria abbia a cadere, pur non mi rimarrò di ancora ammonirla e ripregarla, che per l'amor di Gesù Cristo voglia con pronto effetto eseguire ciò, che per ispirazione divina è stato da lei saviamente deliberato; e voglia sopratutto considerare, che, avendola il signor Dio, dal quale procede ogni podestà e autorità, proposta alla cura di questo suo gregge, non si può addurre, nè immaginare ragione alcuna, per la quale ella debba o possa mancare da tal ufficio, e contravvenire alla volontà sua. Egli ci ha fatti nascere tutti in questo mondo negoziosi, e a ciascuno secondo il suo stato ha assegnato l'ufficio suo, e posta dinanzi agli occhi la via, alla qual abbiamo a camminare verso la salute nostra. Dobbiamo adunque ciascuno di noi esercitare nell'ufficio nostro, ed isforzarne di far bene la parte nostra, e persistere, come dice l'apostolo, nella vocazione, che Dio ci ha chiamati; e chi far vuole altramente, lasciar il suo, per occupar l'altrui ufficio, e uscir del suo proprio sentiero, questi perturba l'ordine di sua divina maestà, ed erra fuor di strada, come vagabondo e perduto; nè mai pervenirà a quel fine, al quale è stato da Dio creato.

«E per dir di vostra signoria (benchè ella meglio di me tutte queste cose intenda) ella è stata prima da Dio, che da alcun papa, eletta vescovo di Capodistria. L'ufficio del vescovo è essere vigilante sopra l'anime de' suoi diocesani, e guardarle, e ben custodirle dai pericoli del mondo, e dalle insidie del maligno spirito. Oltre che, anche egli deve prima custodire la sua, come ciascuno di noi la nostra, e perciò i vescovi dal Salvator nostro son chiamati pastori. Il buon pastore non lascia mai le sue pecore incustodite e senza guida, per andare in lontani paesi a guardare l'altrui. Egli si sta con loro giorno e notte, sollecito e vigilante, e mette la vita per loro ne' pericoli, e sempre provvede che elle non siano contagionate da morbi, depredate da ladri, divorate da lupi, e siano difese dal caldo e dal gelo, ed abbiano sempre buoni pascoli, e copia di buone erbe e buone acque, e tutto ciò che fa loro di bisogno. Il che come potrà quel pastore, che non le ama, non le vede nè mattina nè sera, e non le conosce? Come farà egli l'ufficio, al quale Dio l'ha chiamato? Bisogna adunque che, così il vescovo come ciascuno altro, anzi più esso che ciascun altro (perchè ha da regger anime redente col sangue del Figliuol di Dio) attenda al suo proprio ufficio, e si sforzi con ogni studio di farlo bene, e di adempire la volontà del sommo fattore, nè si metta a seguire il maluso de' nostri tempi, e di que' vescovi, i quali, vinti dall'avarizia e dall'ambizione, di niuna cosa manco si pensano che di stare alle residenze, e cercare la salute dell'anime a loro commesse, e poi non potendosi altramente difendere, in escusazione allegano la mala consuetudine, come faceva quel buon prelato, amico di vostra signoria, il quale, molto in vero accortamente, da questa imputazione si difendeva dicendo, che egli non intendeva d'essere obbligato di stare al suo vescovato, perciocchè, quando egli fu creato vescovo, non era questa usanza che i vescovi facessero residenza alle diocesi, anzi tutti solevano stare a Roma (come si fa oggidì da molti) a procurare altri onori e beneficj; e che, essendo eletto a quei tempi e sotto quella fede, non gli pareva onesto che questa (siccome egli diceva) nuova legge dovesse far pregiudicio alla libertà sua: e aggiungeva aver udito, che con questa ragione alcune buone monache avevano similmente ottenuto di poter vivere a lor modo, senza pericolo d'essere riformate: perciocchè anche esse dicevano d'essere entrate ne' monasteri, a' tempi che si viveva in più libertà; e che non era tanto gran miracolo se alcuna di loro aveva qualche volta pratica con un uomo. Vane sono e troppo apertamente sciocche (acciò che io non dica empie) queste escusazioni: conciossiachè non si possa chiamar consuetudine la depravata usanza, per la quale si contravviene all'ordine del sommo opifice; onde cessano similmente quelle altre ragioni, che scrivete, di quei nostri cardinali, che pajono nella prima vista un poco vere e urgenti: cioè, che sia meglio vostra signoria attenda alla riformazione di tutta la Chiesa, la quale ora ne ha bisogno, che alla conservazione della sola sua diocesi. Ognuno sa che tutte le patrie e diocesi di cristianità hanno i lor vescovi, i quali sono tenuti aver cura ciascheduno della sua: hanno poi i vescovi i suoi metropolitani, l'officio de' quali è procurare tra le altre cose, che i vescovi a loro soggetti se ne stiano alle residenze loro, e custodiscano diligentemente i loro greggi. I metropolitani anch'essi hanno sopra di loro il sommo pontefice, l'officio e cura del quale è universale sopra tutta la Chiesa di Dio; la quale poi egli come supremo e sempiterno capo, col suo santo spirito regge e governa. Questi officj, siccome sono tutti distinti e separati l'uno dall'altro, così deve ciascuno conoscere il suo, e a quello intendere gli spiriti, e indirizzare tutte le operazioni sue: che così l'ordine richiede, da Dio instituito, nè deve alcuno contravvenir a questo ordine, nè lasciar il suo per ingerirsi nell'altrui officio, che ciò sarebbe, come ho detto di sopra, guastar l'ordine, e riprendere Dio, e mostrar di saper ordinar le cose meglio di lui; il che è non solo inconveniente ma abbominevole, che, come dice l'apostolo, se il piede dicesse al capo, Io voglio esser capo, e la mano all'occhio, Io voglio esser occhio, così similmente discordassero gli altri membri; non potrebbe l'uomo sostentarsi, nè durare in vita.

«Il governo della Chiesa universale appartiene al sommo pontefice: il quale, perciocchè è gravissima impresa, è stato ben istituito (benchè se ne dica da' Tedeschi in contrario) ch'egli abbia tanti cardinali al lato; col consiglio e ajuto de' quali possa provvedere a tutti i bisogni di quella, e adempiere l'officio suo. Ma saria ben necessario che questi cardinali e assistenti del sommo pastore, e consiglieri suoi nel governo universale della santa Chiesa, fossero anche essi assidui e diligenti a quell'officio; e nelle consultazioni quotidiane si sforzassero di preporre sempre le cose utili alla conservazione e augumento della santa sede, e di investigare de' rimedj contra l'armi d'infideli, contra le eresie, e contra le discordie de' principi cristiani: e perciò bisognerebbe che tutti fossero uomini di santa vita e di singolar dottrina, e non avessero nè vescovadi, nè particolar carico d'alcuna diocesi, perciocchè avendolo, bisognerebbe che anche essi stessero alle loro residenze, e attendessero a quella cura. Ma posto che il sommo pastore nè per sè, nè con l'altrui consiglio potesse o sapesse fare tutto ciò che si converrebbe, e che per tal difetto le cose della fede e della Chiesa di Cristo patissero delle scisme e degli incomodi: in tal caso sarebbe ben il dovere, che, se per fare una generale provvisione gli arcivescovi e i vescovi e gli altri prelati fossero chiamati come ad un consiglio, dovessero allora lasciare le loro diocesi, al meglio che potessero custodite, e prontamente tutti convenire al luogo destinato; dove, secondo che fossero dallo Spirito Santo ajutati, avessero a provvedere a quell'urgente bisogno. Ma altramente non dovriano mai da se stessi, e senza esser chiamati e con comandamenti costretti, abbandonar la cura de' loro popoli.

«Il Salvator nostro, il quale ha il governo sempiterno della santa Chiesa, ci ha promesso di sua bocca di mai non l'abbandonare, anzi di starsene con lei fino alla consumazione de' secoli, e s'egli mantiene la fede e l'obbligo, nè cessa dal suo officio, meno devono i terreni pontefici mancar dal loro, per supplir agli altrui difetti. Che se, mancando il sommo pontefice dal suo officio, volessero i metropolitani assumer essi il carico del governo universale, e lasciare la cura de' vescovi e delle diocesi a loro soggette, e i vescovi similmente lasciassero il governo de' loro popoli; e i privati mancassero delle buone opere; e così cessasse ciascheduno dal suo officio, chi non vede che ciò sarebbe deformare, non reformare lo stato della Chiesa universale? Siccome all'incontro, se tutti i particolari stessero nel loro officio, l'universale stato sarebbe perfetto, e non avrebbe bisogno d'altra riformazione.

«Facciamo adunque noi tutto ciò che possiamo per adempire quell'officio, al qual Dio ci ha deputati, e preghiamo nelle orazioni nostre sua divina maestà (siccome egli ci ha insegnato) che similmente dagli altri si faccia sempre la volontà sua: perciocchè non avrà alcuno da rendere ragione nel supremo giorno, se non del suo officio e della sua negoziazione; non avrò io, nè alcun altro da render conto del vescovato di vostra signoria, nè essa avrà da render ragione delle operazioni del papa, nè de' re, nè de' cardinali, ma ben delle sue e di quelle dei suoi diocesani, se per colpa, o negligenza di lei saranno pericolati, o infettati di qualche morbo, e usciti dalla via diritta. Sicchè, per fare omai fine, mandate, monsignor mio, ad effetto la santa deliberazione vostra, e non vogliate, per far l'officio altrui, lasciare il vostro; per giovar a persone strane, offendere la patria vostra; per seguir i signori e i re del mondo, abbandonare il signor del cielo e il re delle anime nostre.

«La patria nostra, molte volte ne' tempi passati si è doluta di essere stata abbandonata, e per lunghi intervalli di tempo destituta dalla presenza de' suoi vescovi, i quali, perciocchè erano forestieri e di lontani paesi, potevano pretendere qualche adombrata scusa, ma non vera. Ma voi, al quale Domenedio ha dato in governo quella città, che è medesimamente patria vostra, nella quale siete da tutti i buoni tanto amato e stimato; non avete ragione nè escusazione alcuna di dover stare da lei lontano; anzi dovete, tutto acceso di doppia carità, stare assiduamente alla residenza vostra; e con la presenza e con la vostra buona dottrina e col buono esempio, consolare, ammaestrare e confermare nella via di Dio e nelle buone operazioni i nostri compatrioti, a noi e di sangue, e di benivolenza tanto congiunti, siccome cominciaste a fare negli anni passati, che molte fiate con le prediche e buone ammonizioni vostre ci empieste tutti d'una gran consolazione e speranza. E ora perchè mancare, o monsignore, di quel santo vostro principio? Ma spero nel signore Iddio, che non mancherete più lungamente, e che eseguirete senza dimora alcuna la deliberazione vostra: e io per nome di tutta la città nostra supplichevolmente prego vostra signoria che così voglia fare, e che voglia eziandio prendere in buona parte tutto ciò, che io ho qui troppo presuntuosamente scritto..... »

[95] Lettera piissima di Flaminio a suo cugino Cesare. Roma 15 febbrajo 1544.

[96] _Nec enim puduit eum, scelus omnium turpissimum, sed per Italiam nimis notum atque Græciam, celebrare laudibus._ SLEIDAN, _De statu religionis et reipublicæ, all'anno 1548._

[97] «Pare a me che grande ingiuria mi sia stata fatta quando il legato Della Casa mandò in Capodistria con molto scandalo di tutto quel popolo i pubblici sbirri cercando per tutta la casa mia. Io aveva di que' libri, e mandò a far questo rumore appunto in tempo ch'io era al Concilio di Trento». _Le otto difensioni del Vergerio._

[98] VERGERIO, _Ritrattazione_.

[99] E 'l contrario, tutti lo maledicevano per non haver tolto li Santi Sacramenti, salvo i Luterani.

[100] Pii, qui s'intendono questi nuovi cristiani.

[101] _Idest_ lutherana.

[102] Cioè la dottrina luterana; e così non fosse! _Hic labor_, monsignor reverendissimo.

[103] _Idest_ opinione luterana.

[104] Oh bella fede viva sopra i sacramenti della Chiesa.

[105] Da animale.

[106] Per superstizione ed ipocrisia s'intendono le cose della Chiesa.

[107] Cioè seculari luterani.

[108] S'intendono le raccomandazioni dell'anima, che fanno li sacerdoti.

[109] Cose esterne s'intendono i sacramenti e cerimonie sante de' Cristiani.

[110] Lasso un'altra parte della littera, dove lo autore descrive come il vescovo Vergerio si è deportato in tollerar la morte del fratello. È cosa goffa, e non al proposito.

[111] Lo Zilioli, in vite di letterati contemporanei, manuscritte nella Marciana, racconta che la madre di G. B. Sanga poeta, volendo dar morte a una fanciulla amata da questo, preparò un'insalata velenosa: e avendone mangiato anche il Sanga e Aurelio Vergerio, morirono.

[112] È nelle suddette carte Cervini, filza IV, foglio 120.

[113] Nel carteggio mediceo dell'archivio di Firenze son lettere da Trento del Serristori 1549 e del Buonanni e del Pandolfini da Venezia del 45 e 46, che parlano del vescovo di Capodistria, della sua venuta a Trento, della proposizione di torgli il vescovado.

«L'episcopo di Capodistria è venuto al Concilio, rimettendosi in tutto e per tutto al giudizio del Concilio. Li legati non l'hanno voluto accettare, ma gli hanno detto che stia absente di Trento finchè avessino sentita il papa. Il che hanno fatto, ma non è venuto risposta. Non sappiamo se lui è partito, ovvero stia segreto in qualche casa. Questo fatto ha dispiaciuto a molti, massime al cardinale di Trento, quale vi so dire che ha gran fervore.»

[114] «Pare a me che sia onore e reputazione della Chiesa e della fede nostra santissima e piena di grazia e di maestà il repudiar queste baje, e dire arditamente ch'elle non son vere».

[115] _Francisci Spieræ qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset damnassetque, in horrendam incidit desperationem, historia: a quatuor summis viris summa cum fide conscripta: cum cl. vir. prefationibus Cœli Secundi C. et Jo. Calvini et P. P. Vergerii apologia: in quibus multa hoc tempore scitu digna gravissime tractantur_ (senza data ed anno). _Franc. Spiera's Lebensende von C. L. Roth._, Nurimberga 1829.

[116] Il Xist non conobbe il processo del Vergerio, vedi pag. 123. Il dottor Kandler di Trieste mi assicura che si trovi nell'archivio generale di Venezia, venutovi dall'archivio dell'Inquisizione della fede. Io non potetti rinvenirlo.

[117] Al duca Alberto, il 6 febbrajo 1563, scrive: _Mitto libellum Savonarolæ itali, qui ante LX annos obiit, in psalmos tres: accepi a meo principe. Delectabit et juvabit libellus; utinam istic spargeretur. Esset enim operæ pretium ut in Poloniam quoque et Lituaniam istinc penetraret._

[118] Luigi Lippomano veneto, dopo molte nunziature, era stato mandato a quella di Polonia, ove i settarj dicono si mostrasse crudelissimo con loro, e che, per cominciare, facesse perseguitar gli Ebrei, col pretesto avessero da un'ostia consacrata cavato una fiala di sangue per servirsene a sanar la ferita della circoncisione; col che ravvivò nei credenti il dogma della transustanziazione.

Del Vergerio parla più volte il cardinale Truchses nelle lettere a Stanislao Osio, che sono fra quelle di Giulio Pogiano. Per esempio, al 9 gennajo 1563, scrive: _Me quoque Vergerii, illius desertoris ac perditissimi hominis, nefariæ in te declamationes valde delectant. Nam, etsi nullum tibi ab optimis et summis viris virtutis, prudentiæ, religionis præconium deest, tamen non est leve egregiæ laudis testimonium vituperano illius immanis belluæ: quæ aliquando delapsa in foveam obruetur. Ac tibi quidem jucundum esse debet eundem illum in te perbacchatum esse, qui magnum illum sanctissimumque pontificem Gregorium concidere ausus sit toto volumine._

[119] A Brunswich, nel 1855, fu stampato _P. P. Vergerius papstlicher nuntius, katolischer Bischof, und Vorkämfer des Evangeliums, eine reformations geschichtliche Monographie von_ CHRISTIAN HEINRICH XIST, _evangelichem Pfarrer der Zeit Nürnberg_. Egli protesta non voler offrire materia di guerra, ma un saggio sulla Riforma, e la storia d'un uomo conosciuto da pochi, da molti mal conosciuto. Ma è passionato. Aggiunse XLIV lettere tolte dall'archivio di Königsberg. Ma altre furono indicate nella Biblioteca di Zurigo da M. Young nella _Vita di Aonio Paleario_ (Londra 1860). Vedasi anche _Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam._ Ulma 1754. Dal catalogo delle opere del Vergerio, noi scegliamo quelle sole che fanno alla materia nostra.

_Discorsi sopra i Fioretti di frà Francesco_, senza luogo nè anno.

_Don Giovanni da Cremona_, parafrasi sopra i sette salmi.

_Instruzione come si ha da consolar e ammaestrar uno, che sta in pericolo di morte._

_Il Catalogo de' libri, li quali, novamente nel mese di maggio dell'anno 1549, sono stati condannati et scomunicati per heretici da monsignor Giovanni della Casa, legato di Venetia, e da alcuni frati. E aggiunto sopra il medesimo Catalogo un judicio e discorso del Vergerio, 1549._

_Dodici trattatelli, fatti poco avanti il suo partire d'Italia._ Basilea 1549-50.

_Le otto difensioni del Vergerio, ovvero trattato delle superstizioni d'Italia e della ignoranza de' sacerdoti etc._, pubblicato da Celio Secundo Curione. Basilea 1550.

_Al serenissimo re d'Inghilterra Eduardo VI._

_Della creazione del nuovo papa Julio III, e ciò che di lui sperare si possa, 1550. De creatione Julii III etc., 1550._

_La sontuosissima festa fatta in Roma per la coronatione di papa Giulio III, con la solennità et ceremonia usata nello aprire la porta santa del Jubileo, con commento, 1550. Qua pompa et magnificentia Julius III, P. R. coronatus est, etc., anno 1550._

_La forma delle pubbliche orazioni e della confessione ed assoluzione, la quale si usa nella chiesa de' forestieri, che è nuovamente stata instituita in Londra._

_A' Principi d'Italia, 1550._

_A quelli venerabili Padri Domenicani, che difendono il Rosario per cosa buona, 1550._

_Bolla della Inditione e Convocatione del Concilio che si ha da incominciare in Trento al primo di maggio dell'anno 1551. Bulla Julii III Rom. Episc. etc. Cum Commentariolo de Vidae_ (pseudonimo), _verso ex ital. Lingua._ Basilea 1551. Tubinga 1553.

_Al serenissimo duce Donato, et alla Eccellentissima Repubblica di Venezia, Orazione e Defensione del Vergerio._ Da Vico Suprano, a X aprile 1551.

_Missæ ac Missalis anatomia, h. e. Missalis enucleatio. Nunc primum_ (_ut ea res purioris fidei cultoribus scitu necessaria ad alias quoque nationes deveniret_) _e gallica lingua latine versa a. 1551._

_Concilium Tridentinum fugiendum esse omnibus piis, 1551_, e altre volte.

_Il Vergerio a papa Giulio III, che ha approvato un libro del Mutio, intitolato le Vergeriane. 1551._

_Operetta nuova del Vergerio, nella quale si dimostrano le vere ragioni che hanno mosso i Romani Pontefici ad instituir le belle cerimonie della settimana santa._ Zurigo 1552.

_Risposta del vescovo Vergerio ad un libro del Nausea, vescovo di Vienna, scritto in lode del Concilio Tridentino._ Poschiavo 1552.

_Fondamento della Religione Christiana, per uso della Valtellina, 1553._

_Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ Romanæ Ecclesiæ Julio III pontifici maximo datum est, 1553_ e più altre volte, e tradotto in altre lingue.

_Ludovico Rasoro alla abbadessa dello monastero di Santa Giustina di Venetia, sopra un libro intitolato_: Luce di Fede, _stampato nuovamente in Milano per Giovanni Antonio da Borgo in laude della Messa, 1553._

_Stanze del Berna con tre sonetti del Petrarca, dove si parla dell'Evangelio e della Corte Romana, 1554._

_Delle commissioni e facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paolo Odescalco, comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese de' magnifici signori Grisoni, 1554._

_Catalogo dell'Arcimboldo, arcivescovo di Milano, ove egli condanna e diffama per heretici la maggior parte de' figliuoli di Dio, e membri di Christo, i quali ne' loro scritti cercano la riformatione della Chiesa Christiana. Con una risposta fattagli in nome d'una parte di quei valenti uomini, 1554._

_Frà Aleandro Bolognese, in un suo libro stampato in Bologna nell'anno 1550, ha tolto a celebrare per cose verissime, catholice e sante, il concorso de' popoli alla statua et ai muri di Loreto, il sangue uscito fuor dell'hostia di Bolsena, gli altari fatti e consacrati per mano di san Michaele Arcangelo sul monte Gargano, et altre simili facende. Et papa Julio III ha tutto ciò approvato e confermato, onde ogni huom potrà far giudicio lui e la sua Chiesa Romana esser risoluta di volersi mantenere in tutte le consuete sue superstizioni, bugie, idolatrie et errori, in disprezzo deli huomini e di Dio, 1554._

_Heus! Germani, cognoscite ex hac Epistola, quid de vobis sentiat et predicet Beatissimus Papa; tum etiam videte quale concilium cum suis creaturis celebraturus sit. Illustrissimo atque optimæ spei Puero D. Eberhardo, illustrissimi Princ. Christophori, D. W. filio primogenito, Munusculum Vergerii exulis Jesu Christi. A. 1554._

_Lac spirituale, pro alendis ac educandis Christianorum pueris ad gloriam Dei. Regiomontani, s. a._ Nel 1550 fu stampato in italiano a Pavia dalla stamperia Moscheno.

_Della Camera et Statua della Madonna, chiamata di Loreto, la quale è stata nuovamente difesa da frà Leandro Alberti, bolognese, e da papa Giulio III con un solenne privilegio approbata. Nell'anno 1554._

_De Idolo Lauretano. Quod Julium III, Rom. episcopum non puduit, in tanta luce Evangelii undique erumpente, veluti in contemptum Dei atque hominum approbare. Vergerius italice scripsit, Ludovicus ejus nepos vertit._ Anno 1556, e altre volte.

_Giudicio sopra le lettere di XIII huomini illustri, pubblicato da M. Dionigi Atanagi et stampate in Venetia, 1554-1555._

_Consilium quod olim Paulus IV P. R. adhuc cardinalis S. Pet. Carapha dictus, Pont. Paulo III de emendanda Ecclesia dedit._ Argyropolo 1555.

_Precedentie alla Apologia della Confessione dello illustrissimo signor duca di Wirtemberga, del Brentio, ove si tratta dell'ufficio de' principi nella chiesa del Figliuol di Dio, dell'autorità della sacra scrittura, delle traditioni della Chiesa Cattolica._ Tubinga 1556.

_Historia di papa Giovanni VIII, che fu femmina, 1556. — De Papa fœmina, 1560._

_Vide quid papatus sentiat de illustrissimis Germaniæ principibus, ac de liberis civitatibus, quæ Evangelio nomen dederunt; in primis quid de tota nostra doctrina, et de ministris ecclesiarum, 1556._