Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 15

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Il Vida lo confortava a questo partito[94], e in effetto il Vergerio si ritirò alla patria e al vescovado suo, e cominciò un opera _Adversus apostatas Germaniæ_. Ma, o nel leggere i libri da confutare ne restasse egli stesso cattivato, o il suo mal contento lo portasse a una critica iraconda, fatto è che cominciò ad introdurre novità; non solo allontanare monasteri di frati da quelli di monache, ma dalle chiese tor via certe immagini, principalmente di san Cristoforo e san Giorgio, e le tavolette di grazie ricevute, negando il patrocinio speciale dei santi su certe malattie; fece condur sopra un asino colla mitera in capo tre che asserivano un'apparizione della Madonna, ed altri spedienti che seppero d'empietà. Forse il parteggiare egli per una delle fazioni che allora divideano la sua città fece maggiormente diffondere le voci sinistre sulla fede di esso: ma non v'è dubbio che tenea relazione cogli eresiarchi di Germania e con Margherita regina di Navarra, calda promulgatrice delle novità: della quale al poeta Luigi Alamanni scriveva: «Nè la signora marchesa di Pescara, nè la signoria vostra, che sapete tanto bene tutti due in vive voci, e tanto bene nei scritti vostri dir ciò che volete, nè il cardinale nostro illustre Polo, nè tutta Roma, predicandomi l'altezza e la bellezza dell'animo e dell'ingegno e il fervor dello spirito acceso in Cristo, e la carità ardente della serenissima regina di Navarra me ne avete saputo dire tanto, quanto io nel vero ho trovato jeri, che sua maestà degnò di fare che io udissi un pezzo quelle sue rare voci: il qual giorno mi ha portato una letizia inenarrabile; e senza dubbio la maggiore che io abbi avuto già molto tempo».

E altra volta: «Benedetto Dio, padre del Signor Nostro Gesù Cristo, il qual, secondo la sua misericordia grande, ha suscitato in questa nostra età piena di errori e di tenebre, quando più se ne avea bisogno, uno spirito, un lume, una verità così chiara, che possono mostrare altrui, dove tra molte spine e molti impedimenti di questo secolo sia il cammino espedito e sicuro di pervenire alla immortal beatitudine, che egli ha preparato a chi lo ama: e che dagli ultimi termini d'Italia dove mi fece nascere, mi ha fatto venir, ora che ho il giudizio manco infermo, nel centro della Francia a trovare e conoscer questo fuoco che mi disghiacci e scaldi nel suo servizio: questo lume che mi tenghi fermo sul buon sentiero: questa forza di spirito e di carità che mi tiri con l'intelletto là su alla cognizione di quella eredità e gloria incorruttibile, incontaminata, immarcessibile»[95].

Esso Alamanni aveagli portato una lettera di quella regina, della quale accusandole ricevuta, esclamava: «Quanto è vera quella dottrina, che Dio gli suoi eletti giustifichi per grazia! Della qual dottrina ancor serbo memoria, e la serberò finchè io viva, di aver udito alcuna fiata parlare vostra maestà tanto bene, quanto io abbia ancora udita alcuna altra persona di molte che in diverse provincie ne ho udite».

Eguali sentimenti manifestava in due lettere a Vittoria Colonna. «Io non ho maggior bene nè maggior consolazione che questa regina, nata con quelle sue amorevolissime parole e con que' suoi modi meravigliosi a scaldar nel servigio di Dio i più freddi cuori del mondo. A me avviene questo, che io sto otto o dieci giorni che non comparisco alla Corte, e vivo in qualche bella solitudine, attendendo a coltivar l'animo mio e spargervi dentro la parola divina; e poi vado dove è l'ardor della carità di sua maestà, e sento ch'egli scalda quel seno e lo fortifica e lo fa crescere e produrre il frutto, che è la cognizione di Dio e di quel ch'io sono, e un desiderio fervente di mettermi a servir lui solo».

Un'altra al cardinale Contarino, tutta versa sulla similitudine fra il corpo umano e il corpo della Chiesa, per conchiudere che tutti i membri si dovrebbero amar fra loro, mentre poca carità vi è, e molta ipocrisia. «Credo che vostra signoria reverendissima, che è tutto il mio bene, e conosce tutti i miei pensieri, mi intenda di cui parlo, se ben parlo quasi in enigma per questa volta. Faccia Dio ch'io abbi tanta pazienza onde io taccia, e non mi ponghi a dolere con più chiare e più alte parole che queste non sono».

E scrivendo a Camilla Valenti di Mantova, la loda d'essersi messa a studiare il latino per leggere le sante scritture. Al tempo stesso loda Ottonello Vida d'essersela presa contro un di Lubiana che predicava il luteranismo, e soggiunge: «Vi dico con gran dolore che, dappertutto dove vado, vi è molta di quella merce sassonica, con tuttochè si abbi in molti luoghi usata gran severità di fuochi per consumarla; ed insomma le cose in ogni luogo vanno peggiorando». Donde possiam indurre una lunga lotta fra le inclinazioni e le convenienze; pure riuscì a trar nelle sue opinioni anche il fratello Giambattista vescovo di Pola.

Nunzio papale presso la signoria veneta era venuto nell'agosto 1544 il famoso monsignor Giovanni Della Casa, eletto quell'anno arcivescovo di Benevento, e che pure nel 1547 non aveva ancor ricevuto gli ordini minori. Particolarità caratteristica de' tempi, come l'aver egli scritto quell'osceno capitolo sul Forno, egli prelato, egli autor del Galateo[96]. Denunziatogli il Vergerio, esso il citò a Venezia, ma quegli protestò non dovere un vescovo esser giudicato da un vescovo, ed appellò al Concilio: seguitando intanto a predicare in modo, che il dotto Egnazio, il quale l'ospitava in Venezia, lo mandò via di casa.

Ai 17 dicembre 1545, il Casa scrive al suo padrone cardinale Farnese:

«Sentendo io che il vescovo di Capodistria non solo ardeva di stare in questo dominio, ma anco seguitava le sue pazzie, non mi è parso di tollerarglielo, ed ho mandato un notaro a Brescia che gli presenti il monitorio che vostra signoria reverendissima mi mandò già. Il qual notaro non è ancora tornato. Io non mancherò di seguitar nella difesa della giurisdizione e di ovviare alle eresie come ho fatto fin qui, se vostra signoria reverendissima non mi comanda altrimenti».

Ai 13 novembre 1546 al cardinale camerlingo Sforza:

«Quanto al memoriale che vostra signoria reverendissima mi ha mandato di messer Ambrosio Luscho di Capodistria contra del vescovo Vergerio, me ne ho voluto diligentemente informare dal mio auditore, e in somma trovo che tutte le imputazioni contenute in esso sono materie vecchie e specificate nella inquisizione e processo formato contro di lui, ed in gran parte ancora fondate sopra le attestazioni ben triplicate di questo buon dottore: il qual, per aver fatto di continuo in questa causa non manco l'uffizio dell'instigatore che di testimonio, per queste e altre cause, come nel processo si potrà vedere, consterà chiaramente quanta fede se gli debba prestare. E per tal rispetto, attenendomi alla avvertenza, che per la sua parte mi dà vostra signoria illustrissima, mi son ritenuto di ricercare la retenzion sua, e massime perchè in ogni caso saria oltremodo difficile d'ottenerla, e in ciò senza dubbio ne bisognerebbe appresso questi signori il caldo di sua santità. Imperò non avendo lui, da poi che s'è incominciato il processo, innovato altro, in questa parte senza nuova commessione non passerò più oltra. E perchè la possi ancor vedere in che stato si ritrovi il processo, e di ciò informarne sua santità, ne le mando con questa una breve informazione, non lasciando d'avvertirla che, se si ha da procedere secondo il tenor del Breve e commissione apostolica, per la quale n'è commesso qui il formar del processo _usque ad sententiam enclusive_, facilmente potria correr tempo assai prima che sia in essere di poterlo mandare costì, perchè il vescovo, tuttavolta che voglia domandare la pubblicazione degli esami fatti a offesa e difesa, con le sue convenienti dilazioni e altre osservanze _quae sunt de processu, et praecedere debent sententiam_, non se li potran denegare; onde che per tal modo questa espedizione anderia in longo, e forse con più satisfazion del vescovo che del papa. Però vostra signoria reverendissima, parendole, sarà contenta parlarne con sua santità, acciocchè possi deliberare, e darne modo di abbreviare questa espedizione, _non obstante tenore commissionis prædictæ_, come saria che per Breve o per lettere mi commettesse che io fra quindici o venti giorni dovessi mandar costì questo processo in _quo statu reperitur_, e inoltra fare un monitorio al vescovo, che infra certo termine perentorio, si dovesse personalmente presentare ai piedi di sua santità, ad effetto che si possi espedire la sua causa, _mediante justizia sub pœnis confessi criminis hæreticæ pravitatis et privationis, ecc._, avvertendo però vostra signoria reverendissima che io tengo per certo che il vescovo non sia per venire a nessuna via a Roma».

E in poscritta del 21 maggio al cardinale Farnese: «Io mi sforzerò di mandare il processo del vescovo di Capodistria con questo altro corriere: e a sua signoria ho detto che, per finire il suo travaglio, non è modo più breve che la venuta sua a Roma. Eccolo assicurato, dandogli la fede mia _etiam nomine proprio_, che delle maldicenze non si terrà conto, nè se ne farà menzione, e insieme gli ho offerto il viatico del mio, pigliando occasione da alcune raccomandazioni che mi son state fatte di questa causa. Egli si raccomanda molto efficacemente e con molta sommessione, e supplica che, avanti che sia costretto a venire, si faccia dare un'occhiata al processo, che spera che la sua innocenza apparirà così bene _etiam primo aspectu_, che esso potrà soprassedere di questo disagio di venire a Roma, e non è possibile che io lo levi di questo, ecc.».

Anche il papa insisteva per aver sottocchi il processo del Vergerio, ma il Casa esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, «perchè in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e specialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano: per la qual particolarità, quand'io mandai a vostra signoria reverendissima il detto processo ne levai la parte della maldicenza; acciocchè Nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l'ha sentita fin qui».

A questo modo s'ingannano i grandi!

In altre lettere il Casa avvisa d'aver inviato il processo a Roma entro una cassa di panni, diretta al guardaroba.

E al monsignor eletto di Pola il 6 ottobre 1548: «Sopra il vescovo di Capodistria io avrei desiderio che quella causa si finisse, ed egli è ben risoluto di non venire a Roma, e vassi attaccando ora a uno e ora a un altro, com'io veggo per lettere di molti che me lo raccomandano».

E al cardinale Farnese il 17 novembre.

«Ragionando io in Collegio (cioè nel senato di Venezia) sopra la provincia d'Istria quanto alle eresie, fu molto ben caricato ed incolpato il vescovo, dicendo il principe che, per quanto si diceva, egli n'era principio e fomento..., e che mio offizio era di provvederci. Io narrai a sua sublimità le diligenze fatte ed il processo formato e mandato a Roma, e sua signoria nol voleva fare. A che sua serenità mi replicò che io procedessi con interdetti..., e che non mi mancheria modo di convertirlo e correggerlo. Veda ora vostra signoria illustrissima se la vuol farmi dar facoltà di farli comandamento in forma sub poenis et censuris che 'l venga a Roma in termino, e non venendo, procedere, ecc., ecc.».

Annibale Grisoni ne avea fatto il processo: istrioto, prete e commissario apostolico, dato dal Papadopoli per gran dotto, dal Vergerio, per «inettissimo bargello de' papi».

E al 5 gennajo 1549 il Casa scriveva:

«Al Grisonio stamattina fu mandato le lettere ducali che mandi in qua i processi fatti a lui; ed io gli ho fatto scrivere a parte che operi che quel rettore, col qual mi par che sua signoria convenga benissimo, scriva alla signoria, e faccia buona relazion come può e debbe far per verità; ed allora si avrà facilmente il braccio secolare per Pola e gli altri luoghi..... Non è possibile che io ritrovi questo benedetto vescovo Vergerio, il quale è qui, ma incognito. Ho nondimeno, ragionando coll'ambasciador di Francia che me lo suol raccomandare assai spesso, operato con destrezza che lo meni un giorno a casa mia. Il qual mi ha promesso di farlo, ma dice intendere che il vescovo è ammalato di podagra. Poichè io l'arò pregato ed esortato che se ne venga a Roma, io sarei di parere, non consentendo egli venire, operar con la signoria di ritenerlo; che io dubito, se io gli presento il monitorio, che esso si assenterà. Vero è che, etiam caso che la signoria me lo dia, io non ispero poi di ottener di mandarlo fuori del dominio». Il Grisoni nelle due diocesi di Capodistria e di Pola usato aveva estremo rigore, frugando le case per trovarvi libri proibiti[97], facendo rimuovere le persone sospette, minacciando di fuoco chi non si accusasse o non consegnasse le bibbie vulgari; e predicando a Capodistria, diceva: «Voi vedete le calamità che vi affliggono da alcuni anni; le messi, gli ulivi, le vigne perirono; gli armenti deteriorarono; non v'ha alcuno de' nostri beni che non abbia sofferto danno. E chi n'è la causa? Il vostro vescovo, gli eretici che si trovano fra voi. Perchè non li lapidate?»

Queste odiose parole concitarono il furor popolare; nè solo contro di Pietro Paolo, ma di molti, e alcuni vennero cacciati in bando: Sereno e Teofanio ridotti ad abjurare: «Con la tirannide pretesca e peggio che turchesca ben sai che fu posto terror agli altri» [98]. Il Vergerio si difese sufficientemente dalle imputazioni in una pastorale; l'avvocato fiscale Giovanni Maria Bucello asserì, che dalle indagini non era risultata colpa, anzi attestava che esso vescovo «è il più giusto, il più dabbene, il più cattolico pastore ch'io abbia conosciuto a' miei giorni, e ha governato per lo spazio di parecchi anni tanto bene e cattolicamente quella sua diocesi, che non si potria dir di più; io per me credo non sia diocesi in Italia governata con più diligenza e frutto, e che più brami e riverisca il suo pastore.... E veramente sono state baje e calunnie di alcune male persone tutte quelle che ad esso vescovo sono state apposte» (5 gennajo 1547).

Anche frà Marino inquisitore ne attestava l'innocenza ad Ercole Gonzaga cardinale di Mantova, e «Non solo non ha predicato nè insegnato eresia alcuna, ma ha governato la sua diocesi con tanta carità e tanto frutto, quanto è possibile che un pastore possa fare, e così consta per più di ottanta testimonj esaminati. E della sua vita dalli suoi medesimi avversarj (benchè sono in poco numero) è confessato che ella è _simpliciter et omnino irreprehensibilis juxta illud Pauli, oportet episcopum irreprehensibilem esse_:» e conchiudeva che, gran torto erasi fatto al povero vescovo, mentre egli, inquisitore e teologo, l'avrebbe voluto pubblicare in pulpito assolto e pastor bonissimo: e ripetere che _non omnis sermo facit hominem hæreticum_ (18 novembre 1546).

Gli è sopra queste testimonianze ed altre congetture che, cent'anni or fa, Rinaldo Carli tolse a difendere la fama di questo suo compatrioto, quasi mai non avesse aberrato dalla Chiesa finchè non fu costretto dai rigori di Roma a fuggire. Le nuove carte che noi recammo e più l'esame delle opere del Vergerio ripudiano quella scusa.

Morì in quel tempo suo fratello Giambattista vescovo di Pola, e un innominato spedì al cardinale Farnese una lettera, con postille che notiamo in corsivo a' piedi.

— _Questa lettera è stata fatta per monsignor Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria, sebben pare da altri. Dalla quale si cara la dottrina ut in margine._

«Al conte Bisaro Vicentino.

«Signor conte. Se io potessi servir in altro alla vostra signoria, ella sa ben che io la servirei. Ma, non essendo io, con la grande mia impotenza, buono di altro che di scriver le nuove che occorrono tra noi, di questo la voglio servir volontieri, come ho cominciato a fare. Dopo che ella partì da me, è morto jeri di notte, e sepolto oggi in Capodistria, monsignor vescovo di Pola, fratello, come sa vostra signoria, del vescovo nostro. Il povero signor ha presa una infermità gravissima nell'aere di quella sua Pola, e si fece portar qui già da tre giorni, e si è fatto attorno di lui tutto ciò che si è mai potuto per tenerlo in questa vita qua giù, e infine è piaciuto al Signor di chiamarlo la su alla eterna. Tutta la città lo ha pianto[99]; perchè, avendo ella alcuni che sono morali e del mundo, questi, credendo che 'l vescovo di Pola fosse ancora morale e del mundo, lo amavano e lo avevano caro, come gentil signor che egli era. E avendo la città nostra alcuni che sono pii[100] e spirituali, questi anche l'amavano, perchè erano pervenuti in cognizione che sua signoria era fatta pia[101] e spirituale e intendeva benissimo la verità e l'avea con gran diligenzia nella sua diocesi insegnata[102] e fatta insegnare. E poi sua signoria ha benissimo confirmata questa opinione[103] con gran consolazione degli eletti, al tempo di questo passaggio che egli ha fatto, perchè egli è morto pien di fede viva[104] e viva speranza in solo Jesù Cristo. E voglio affermare che la più cristiana morte[105] e più senza alcuna superstizione e ipocrisia[106] non è stata fatta su questo nostro scoglio a memoria d'uomo. Così piaccia al Signor di svegliar cui dorme, e accenderli alla imitazione. Egli ha avuto sempre al letto fratelli cristiani[107] che saviamente a tempo facevano l'officio, e li ricordavano solamente quel che importava, resecando le superfluità[108], e le inezie e le empietà. E esso parecchie fiate fece confessioni bellissime: fra le altre, questa: egli, poco innanzi l'ora del morire chiamò il vescovo suo fratello e monsignor Francesco Grisoni suo genero e madonna Cecilia de' Vittori sua sorella e disse loro: «Poco tempo è che appunto tra noi, che siamo qui, conducessimo le nozze di mia figlioccia; e sia ringraziato Dio, che me ne contento assai. Ora, tra quei medesimi che siamo qui per volontà di Dio, abbiamo a concludere un par di nozze spirituali, e queste sono dell'anima mia con Cristo crocifisso, e prego quel caro sposo che se la pigli adesso, adesso». E aggiunse: «Questi saranno fatti; bisogna morir e dare quest'anima. Finora non ho fatto altro che parole per il mio signor». Così disse. Su la qual confessione, dove il Figliuol di Dio morto in croce si prende per sposo, difensor, salvator dell'anima nostra, io per me sicuramente credo che possiamo fondar la certezza della salute; e che in certe cose esterne[109] e simulate, che usano gli ipocriti, la non si possa fermare per niente. Basta. Egli era fedele e già molto infocato nell'amor di Gesù Cristo. Le sue esequie sono state tali, che hanno potuto piacere a quei che sono pii. Nelle cose indifferenti si è fatto quasi secondo usanza. Quelle altre, se in tutto non sono state lasciate, sono però state mitigate e resecate in grandissima parte. Volete altro? Chè, dove ogni piccolo cittadino suole aver nel suo funerale tutti i preti, tutte le fraterie e quasi tutte le confraternite, questo prelato e gentiluomo de' più onorati della città non ha avuto altri che solo i preti della chiesa cattedrale, dove è stato sepolto. Dirò come ho detto di sopra: Piaccia al Signor di operar col suo potente spirito onde gli altri si sveglino ad imitare»[110].

Sappiamo in fatto che Pietro Paolo cercò far credere che suo fratello fosse stato avvelenato perchè apostato, e così il fratello Aurelio[111], e d'esser insidiato egli stesso, e al Muzio scriveva: «Per grazia di Dio son de' perseguitati: non erubesco, anzi me ne glorio, non in me ma in Cristo che mi fa degno di patir per lui; questo è dono, come è dono la fede».

Il Vergerio si schermiva, senza professarsi nè disdirsi; e nell'archivio estense, erede delle carte farnesi, esistono, come le anzi dette, così altre lettere di lui, e prima questa al cardinale Farnese a Roma, da Mantova 30 agosto 1545:

«Illustrissimo e reverendissimo signor. Piacque alla bontà di vostra signoria illustrissima e reverendissima, quando la era in Mantova, di dirmi che la mi prometteva (e usò questa parola efficace) di far che il giudizio della causa mia sarebbe commesso al reverendissimo Legato di Bologna. Or, non essendosi ciò fatto ancora per le occupazion maggiori che l'hanno tenuta impedita, la supplico per la sua gran cortesia e per la intercession di reverendissimi signori cardinali Mantoa e Ferrara, che sia contenta di farlo far o a quel reverendissimo Legato di Bologna, o al reverendissimo cardinale Grimano, che, essendo patriarca di Aquileja, che è metropoli d'Istria, viene ad esser mio giudice ordinario, e ora si ha da trovar in partibus. Questo beneficio rileverò da vostra signoria reverendissima per tanto grande, quanto fu quello che mi fece nostro signore dandomi la chiesa; e essendo conservato da lei nello stato e nella dignità mia, sforzerommi alla giornata con gli studj e con le fatiche mie di mostrarmi grato servitore. Io son ben uomo di poca stima, pur supplico vostra signoria reverendissima che, tale quale io mi son, mi voglia conservar, e non lasciar distrugger da impj. Le bacio umilmente le mani, e in sua buona grazia mi raccomando». Di là recammo pure questo viglietto:

«Illustrissimo reverendissimo monsignor reverendissimo,

«Il presente lator è mio nipote, il quale io mando a Roma a posta per le cose mie, non vi potendo venir in persona, impedito da malattia e da povertà. Supplico vostra signoria illustrissima e reverendissima che lui e me abbia raccomandati, e che ci faccia dar espedizione. Così Dio a lei doni tutto ciò ch'ella desidera. Bacio la mano.

«Di Venezia alli VI di gennaro nel MDXLVII.

_Umilissimo servitor_ VERGERIO VESCOVO».

Avevagli sempre affettato di appellarsi ad altri giudici: e il 15 marzo 1546 da Venezia scriveva ai legati del Concilio[112].

«Desideroso di obbedire e di poter fare la passeggiata mia, son venuto in qua dove starò aspettando le signorie vostre reverendissime che mi son patrone operino per bontà loro che mi sia mandato il breve con la commission della causa al reverendissimo Legato e patriarca o veneto o aquilejese... Raccomando il negozio, e me alla bontà e carità di quello. Frattanto che il breve venga, io mi ritirerò anche fuor di Venezia, in alcun recesso a studiar e a pregar Dio che mi abbia in protezione, e mi liberi da queste persecuzioni».

Ma quando definitivamente gli fu intimato si presentasse al patriarca di Venezia; egli invece ritirossi a Riva di Trento, donde scriveva al Madruzzo il 25 febbrajo 1547:

«Illustrissimo e reverendissimo signore,

«Voglio ben dire che io da me con le forze mie non spererei di poter aver tanta potenza di star confinato a Riva, dove cominciano a soffiare dei mali venti meridionali, ma è la bontà di Dio mio, che in questa afflizion mi sostenta, e son sicuro che non mi mancherà anche nello avvenire, e mi reggerà e difenderà. Sono già ventotto giorni che io son qua, e comincio a man giunte supplicar che me ne caviate, e mandiate dove vi piace.