Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 16

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«Questa è una. La seconda è questa. Signor, di grazia scrivete ancora una fiata a Roma con quella vostra santa mano, e dite una cosa tale: Il Vergerio quanto a lui andrà al giudizio di Venezia e dove vorrete, ma credetemi, signore, che la riputazione del Concilio non è che a questo tempo si faccia un tal giudizio. Lasciatelo venir a Trento, e fate a me questo piacere, che vedrete che molto meglio ne riuscirà, che mandarlo adesso a farlo giudicar in una Venezia, che è come teatro del mondo. In questa forma, monsignor reverendissimo mio di Trento, scriva al signor cardinale Farnese, e stia a vedere ciò che riuscirà. Signor, dico che già la mormorazione è grande che io non sia con gli altri, e come io sia veduto in Venezia la crescerà in infinito, e mi duole nel core di non poter essere a servir Dio a canto la signoria vostra illustrissima in Concilio. Faccia lui, che nelle sue mani mi rimetto. Ho gran desiderio di parlar con quella, e se pur si verrà che io abbia d'andare a quella Venezia, domando licenza a vostra signoria reverendissima di aver a passar per Trento. Il podestà vostro di Riva mi fa tante amorevolezze, che è una cosa infinita, mi ha fino tolto ad alloggiar seco come un fratello; ma con tutto ch'io abbi questa dolce e lieta compagnia, pur mi vorrei spedir di qua, e ne supplico la illustrissima signoria vostra o ad una via, o all'altra. E li bacio le mani raccomandandomi in sua buona grazia. Cristo con lei».

Il Vergerio tentò presentarsi al Concilio in qualità di vescovo; e dopo quanto sponemmo non farà meraviglia se ne fu respinto[113]; il che, nelle diatribe posteriori egli attribuiva all'aver i Padri temuto che egli, informatissimo come era degli affari di Roma e di Germania, non divenisse accannito oppositore. Di procedere contro la sua persona non si osò, affinchè non paresse men libero il Concilio; ed egli si ricoverò presso il suo protettore Ercole cardinale Gonzaga di Mantova. Il quale, alle istanze del Casa per consegnarglielo mai non diede ascolto; anzi, tra per convinzione, tra per paura non fesse spinto all'eccesso, tenealo raccomandato al cardinal Farnese, e al Madruzzo cardinale di Trento, affinchè gli ottenessero favorevole ascolto dal Concilio di Trento: «Altramente facendosi, io dubito di qualche inconveniente, perchè vedendosi il buon vescovo levar tutte le vie della sua giustificazione, o si precipiterà come hanno fatto degli altri nostri; o tenendosi pur in piedi, anderà qua e là stridendo come disperato; e così volendogli proibire il parlare, lo faremo furiare e con fatti e con parole».

Molti teneano la stessa opinione: il celebre vescovo Vida già avea preparato una lettera al papa per ottenergli il salvocondotto: ma altri l'oppugnarono violentemente, massime il cardinale legato Cervino, apponendogli d'aver diffuse calunnie contro Pier Luigi Farnese, dichiarate false le leggende di san Giorgio e san Cristoforo[114]; vôlti in celia i Fioretti di san Francesco e i miracoli della Vergine del _Liber rosarum_. Il Casa seguitava a tenerlo d'occhio, e al 12 gennajo 1549 scriveva al cardinale Farnese:

«Il vescovo di Capodistria si è dichiarato per latitante, dicendo che gli offizj fatti dal Grisonio ed alcune scritture sue che sono state trovate tra le spoglie del vescovo di Pola, e le relazioni fatte di lui dal suffraganeo di Padova, lo hanno posto in tanta diffidenza, che non si vuole arrisicare».

Nel giorno stesso, Giampietro Celso, giustinopolitano, minor conventuale, scrivendo da Bologna al cardinale Farnese, tra altro diceva: «Monsignor Vergerio va per Venezia incognito, subvertendo ora questo ora quel gentiluomo acciò sforzino monsignor Legato e i nostri illustri signori a sepellire un nuovo processo formato contro di lui e contro di quegli altri Luterani che sono nell'Istria dal reverendissimo commissario apostolico monsignor padre Annibale Giasoni di Justinopoli, e cerca per via de' nostri illustri signori far levare tal commissione dalle mani del sopraddetto commissario». Il Vergerio stette alcun tempo a Padova, dove frequentava assai Francesco Spiera, famosissimo nelle cronache d'allora.

Era questi un giureconsulto di Cittadella presso Padova, vissuto nel vizio e nella spensieratezza fino a quarant'anni, quando (dicono i suoi panegeristi) primamente udì il vangelo, e si pose dì e notte a studiare la Bibbia, ogni altra cura gettando da lato; e cercava comunicarne le massime alla moglie, agli undici figliuoli, ed a quanti praticasse; esercitava gratuitamente la medicina a favor dei poveri; parlava della misericordia di Cristo, della certezza della fede, della speranza dell'immortalità che Dio concede a tutti per amor del suo Figliuolo. Accorreano a costui come a maestro persone rimaste fin allora intirizzite alla vera pietà, e diventavano tutt'altre. A Padova nella sua camera trovavasi circondato da uomini di qualità e da studenti, che ivi disputavano come in un'accademia. Monsignor Della Casa ed altri papisti da Venezia tolser a minacciarlo se non cangiasse tenore di credere e di parlare: ond'egli si trovò combattuto fra due sentimenti. «Vinse la carne e la suggestion del diavolo», ed abjurò i dogmi che avea professato, facendone ritrattazione in pubblica piazza a Cittadella. Ma che? Subito lo colse l'ira di Dio, nè più ebbe pace, non amore, non fede o speranza: cercò mettersi nel convento e sulla tomba di sant'Antonio; consultò i tre più valenti medici d'allora, ma non trovarono se non che il pensiero avea turbato tutti i sensi, e sommosso gli umori cattivi. Al che egli crollando il capo rispondea, che la sua malattia non era di quelle che essi guarissero; niuna medicina bastando a sanar un'anima che, per la conoscenza de' suoj peccati, sente aver meritato la collera del Signore. E operava stranissimo: or infuriava, or gridava; ardente sete struggevalo così, che avrebbe bevuto il Nilo e il Danubio; nè riposo mai, nè consolazione rinveniva.

Racconta egli stesso queste miserie, e ai nuovi arrivati diceva: «Sia lui il ben venuto ed io il mal trovato».

Alcuno prendea a confortarlo dicendo che la misericordia di Dio supera tutti i peccati del mondo? egli rispondeva: «Quant'è terribile cader nelle mani di Dio!»

Le scene rinnovavansi ogni giorno, e il Vergerio le divisa, e gli pare che gli studenti abbiano a prenderne spaventoso esempio. E riferisce il lungo colloquio avuto con esso, dove cercò rassicurarlo coi dogmi e con esempj sacri: tutto invano: onde inorridiva al mirare la disperazione di costui, che non vedevasi davanti se non la certezza dell'inferno.

Eppure in mezzo a ciò lo Spiera parlava con forza, gravità, unzione: provava con vigore, ribattea con risolutezza: talchè molti v'andavano per imparare: e ragionando non da pazzo, ma da uomo costante e grave, conchiudeva: «Volesse Dio che questa fosse una frenesia! ma io veramente son un nemico di Dio, un vaso del suo furore».

Dagli indagatori delle malattie mentali sono conosciute e classificate siffatte follie, più strane quando pigliano persone di talento, com'era in questo caso, ove il senno dello Spiera spiegavasi rettamente, fuorchè nel punto che i frenojatri qualificherebbero _desperatio æternæ salutis_. Per sottrarlo a tanti curiosi, lo portarono a Cittadella: e colà finì, non si sa come. Fu divulgatissimo il fatto, e assicurano che valse a tener molti nella fede nuova. Celio Curione attesta che la razza pretina fece ogni possibile onde mostrarlo falso; io penso l'avranno piuttosto offerto a specchio de' rimorsi d'un'anima, che abbandonò la paterna credenza. Calvino, che ne stampò la storia con una prefazione, vi vedeva il caso d'un'immensa superbia, che pretese «filosofar profanamente nella scuola di Cristo, mentre egli era allevato in paese tutto dato all'empietà, sicchè la maggior parte o non pensano a Dio creatore, o non conoscono Dio giudice. Il papa, colla sua coorte di ladroni, ha potuto aver sottocchio quell'esempio. Dal quale prendano lezione i nostri Francesi, che dalla leggerezza loro levati sopra le nubi, s'avvezzano più del giusto alle profanità della religione: i Tedeschi che tardi, ed ebeti nel riconoscer i giudizj di Dio, ora negli estremi mali pare abbian spogliato il senso umano: gli Inglesi ed altri vedano con quanta riverenza e premura bisogni ricever Cristo che splende»[115].

Il Vergerio ogni giorno più volte tornava dallo Spiera: e poichè di tal frequenza molti prendeano scandalo, egli stimò dovere pubblicare un'apologia nel 1548, diretta al Rota vescovo suffraganeo di Padova. Ivi narra l'accaduto, adduce tanti testimonj da escluder ogni dubbio d'illusione: assicura che i discorsi tenuti con esso lui sonavano tutti pietà, consentanei alla dottrina che da Cristo in perpetua serie la santa e cattolica e apostolica Chiesa serbò e serba: lo spettacolo offertogli dallo Spiera esser tale, da meritar che si venisse dalle terre più remote; non doversi pigliar paura di legati e d'inquisitori nell'indagare la verità; e «se per ciò (diceva) mi sovrasta pericolo, secondo odo susurrare, lo soffrirò volontieri come decreto di Dio, desideroso che pel sangue e pel cenere mio vengano irrigati e impinguati i semi che Dio continua a spargere per mezzo di tanti operaj in questa bellissima età». E confessa che si strugge dal desiderio di udirsi citato alla porta del vescovo o del Legato presso i Veneti, e prorompe: «Eccomi! dove sono le carceri, dove le fiamme vostre? Saziate la cupidigia dell'animo vostro; bruciatemi per Cristo; perchè son andato a consolar l'infelicissimo Spiera, e divulgai ciò che Dio stesso vuol si divulghi, cioè che la verità conosciuta non venga dissimulata, non negata, non offuscata».

Con ciò il Vergerio scoteva la polvere dai piedi, abbandonando affatto la Chiesa. Subito se ne levò rumore in Italia non solo, ma in Europa; tanto era allora insolito il disertare la propria bandiera; esclamavasi che caduta simile non si fosse mai vista, e paragonavanla a quella di Lucifero; non pochi incolpavano la Corte romana d'avere spinto agli estremi un uomo che possedea tanti secreti, tanta abilità di controversia, tanta eloquenza: il papa in concistoro del 3 luglio 1549 lo dichiarò contumace, e perciò scaduto dalla dignità vescovile e incorso nelle pene ecclesiastiche; più tardi venne scomunicato e bandito.

Già prima era stato privato del vescovado, e datogli successore il domenicano Tommaso Stella veneziano: e al 12 ottobre 1549 il Casa al cardinal Farnese scriveva: «Quanto prima si fa che il vescovo di Capodistria vadi alla diocesi, tanto fia meglio, perchè sua signoria è sollecitata e di qua con parole, e di là con lettere, e anco la cosa stessa sollecita per sè medesima».

E al 9 novembre:

«Il vescovo di Capodistria fu spedito, ed ha preso licenza dalla signoria per andarsene alla chiesa con molta laude e favore. E del Vergerio non so niente altro, se non che ha scritto e stampato un altro suo volume, dove, per quanto mi è scritto da Bergamo, dice molto male di Nostro Signore e di me. Che Dio gliel perdoni: che certo si è proceduto con esso lui, come vostra signoria sa, piuttosto pigramente e con ogni carità che con vigore alcuno».

Tommaso Stella, succeduto inquisitore al Grisoni, continuava intanto il processo del Vergerio[116], il quale «al serenissimo duce Donato» diresse una orazione e difensione da Vicosoprano il 10 aprile 1551, incitando a non permetter che l'Inquisizione e i legati operassero negli Stati della serenissima.

Il Vergerio atteggiavasi da martire, e a Dio diceva: «Altra cura, altro pensiero non ci stringe se non che tu ci perdoni le tante offese che ti abbiam recate, massimamente in aver opposta resistenza così grande al tuo spirito ed alla tua volontà quando ci cominciasti a manifestar Gesù Cristo»; e ringraziava inquisitori, fiscali, il papa d'averlo spinto a rompere colla menzogna.

Ma a Basilea disse a Martino Barrhans, professore d'ebraico: «Io non sarei qui se non avessi veduto lo Spiera. Il papa, tra con minacce, tra con lusinghe m'invitava andar a Roma, e quivi, celato il vangelo, vivere non disforme de' suoi decreti... Ma visto che ebbi e udito lo Spiera che lottava gravissimamente col giudizio di Dio, cioè col peccato, colla morte, coll'inferno, talmente fui percosso e pietrificato, che rimossi dall'animo ogni pensiero di andar al papa e venerarlo, e dissimular la verità...... Poco dopo averlo veduto, lasciato il vescovado, la patria, gli amici, gli averi, uscii d'Italia per poter più liberamente confessare Cristo, re dell'inferno, della terra, del cielo, che prima con falsa dottrina e non miglior vita avevo deturpato, prestando opera all'avversario di lui, che elevatosi al di sopra di Dio, una podestà pari a Cristo già da molti secoli si arrogò».

Per le montagne bergamasche il Vergerio era fuggito nella Valtellina, soggetta allora ai Grigioni e perciò libera di fede: e si fermò a Poschiavo, dove Giulio da Milano avea raccolto una Chiesa italiana. Di là al Delfino vescovo di Lésina scriveva: «Siamo d'intorno a duecento uomini, dall'Italia fuorusciti per Cristo; e quale abita nel paese dei signori Grigioni, qual tra signori Svizzeri, qual in Ginevra, qual nell'Inghilterra, qual in Germania e qual in Polonia. Or di questi duecento o là intorno, manco che la quarta o quinta parte sono uomini di lettere, e ve n'ha di eccellentissimi. Dica chi vuole, e' se n'accorge bene il papato sentendone i colpi, e alla giornata ne sentirà di maggiori».

Pensate qual trionfo menarono i Protestanti dell'acquisto d'un tal uomo, ammirato per la facondia nell'insegnare e confutare e convincere; inoltre di bella presenza, ma principalmente di grande autorità come vescovo e che in tale qualità continuava la tradizione apostolica nelle chiese riformate. Blasius scriveva al Bullinger nel 1550: _Est, quantum judicare ego possum, testantibus ejus moribus, vir magnae eruditionis et pietatis verae, ac dignus ut in suo proposito ab omnibus piis promoveatur. Rhaetia nostra merito eum observat atque colit, non tam propter ejus pietatem, verum propter linguae ejusdem miram facundiam, qua solet non tantum docere, verum et contradicentes convincere ac confutare._ L'A Porta occupa un intero capitolo della sua storia retica attorno al Vergerio; e dice che _supra cæterorum exulum ejus æstimabatur oratio, quod externo quopiam corporis habitu niteret, parrhesia et eloquio emineret_.

Tanto maggior noja recava la sua presenza in Valtellina ai Cattolici, che cercarono anche qualche mezzo straordinario per farlo partire; ai comizj retici si presentarono ventitrè deputati dei Comuni della Valtellina, chiedendo fosse licenziato dal territorio di Sondrio e da tutta la valle il Vergerio, che teneva residenza a Rogoledo, e predicava dottrine repugnanti alla fede dei più, e protestavano contro qualunque scandalo ne potesse seguire. Non ottennero nulla: pur egli dalla Valtellina passò nell'Engadina, valle retica, e capitò a Ponteresína quando appunto n'era morto il pastore. Fermatosi in un'osteria, tenuta dal magistrato del paese, entrò in discorso cogli avventori, e si esibì di predicar egli, invece del defunto. Sì, no; finalmente gli fu concesso, ed egli tenne un discorso sopra la giustificazione pei soli meriti di Cristo. I vecchi non approvarono nè disapprovarono, ma dissero, «Ascoltiamolo un'altra volta». Ed egli predicò sull'eucaristia, e presto vi ottenne gran lode, consolidò quella Chiesa, e poichè i paesani vendevano ai Valtellinesi le reliquie cui più non credevano, egli disse: «Ciò che reputiam male per noi non possiamo secondar gli altri a farlo», e li persuase a recarle tutte sul ponte Ota, e di là buttarle nell'Inn.

Lasciato ivi pastore il bergamasco Pietro Parisotto, si pose nella val Pregalia a Vicosoprano; di là propagando l'insegnamento ai paesi vicini. A Casaccia, discosta appena un miglio, una notte si trovarono atterrate tutte le immagini, e disperso il corpo di san Gaudenzio; del che il Vergerio si compiaceva come di evidenti progressi.

Egli però, non dimenticando d'essere stato vescovo, arrogavasi una certa superiorità sui religionarj, e valevasene per metter accordo fra i dissensi che vi pullulavano, siccome altrove dovremo ampiamente divisare: e a Roberto Gualter a Zurigo, da Vicosoprano il 21 gennajo 1551 scriveva: «Ho conciliato Camillo col ministro della Chiesa di Chiavenna, e l'ho costretto accettar una confessione a mio modo. Mi è bisognato andar in Valtellina e patire molti incomodi da certi Anabattisti. Infine ne ho riconciliati alcuni, ed alcuni ho fatto partir dal paese. Un'altra grave contesa ho avuto con papisti, che ci facevano molte novità e molti insulti e anche questi ho vinto con l'ajuto del Signore». E al Bullinger l'11 ottobre 1552: «Se prontamente non accorrevasi, cadeva pericolo che la Valtellina non divenisse una tana d'uomini corrotti», cioè dissidenti.

Ma egli stesso seminava zizzania, appunto perchè, rotto il freno d'una autorità, nessuna voleasene. Mal potè dirsela con Lutero. Questi il sacerdozio considerava come una soperchieria, buona solo a far degl'istrioni, de' ciarlatani, de' preti di Satana, e voleva fossero rejetti coloro che avevano ricevuto l'Ordine della gran bestia, mentre ogni fedele è sacerdote per annunziar la parola, assolvere le colpe, amministrare i sacramenti. Per contrario il Vergerio, come vescovo, si occupava assai della sistemazione che sarebbe a dare in Italia alle comunità religiose; semplificando il culto al più possibile, conservando l'episcopato, risparmiando le spese, monasteri e canoniche convertendo in iscuole o vendendo. Aveva anche procurato di essere deputato a visitar le chiese per tutto il paese de' Grigioni, e organarle: col Mainardi e col Negri, che poi conosceremo, litigò sopra la confessione e la presenza reale; e mentre gli altri chinavansi a Zuinglio, credendo che i sacramenti, istituiti da Dio, si abbiano meramente per segni esterni, non per le cose stesse, egli compose un catechismo per la Valtellina, nel senso di Calvino.

Il Gallicio, imputato di aver accolto meno favorevolmente il Vergerio, se ne scagiona col Bullinger, esponendogli come costui sovvertisse le Chiese della Rezia e della Valtellina colle sue pretensioni e con dogmi non conformi ai sanciti; e non soffrendo la superiorità del concistoro di Coira, volesse concistori proprj pe' suoi Italiani; accusasse il terzo e il quarto or di anabattista, or di papista; cercasse i nodi nel giunco, e credesse che il cielo cadrebbe s'egli, come Atlante, nol sorreggesse colle sue spalle. Democraticamente essere costituita la Chiesa retica; sicchè non v'è bisogno di visitatore, quale il Vergerio pretendeva essere. «Se gliene avessimo data la podestà, saremmo stati uomini egregi. Noi ricevemmo sempre con onoranza il Vergerio, benchè il suo fasto non possa garbare. Di me non so come si dolga, se non d'avergli detto in faccia che altro appariva, altro era; fuori, sembrava tenace della pura dottrina di Cristo e amator della pace, ma all'esame nol si trovava tale. La frase non è cortese, ma sostengo che è vera». Qui gli racconta come il Vergerio tenesse per amico Camillo Renato anabattista, e trattasse da papista uno che predicò doversi le parole dell'istituzione divina non solo annunziare in pulpito, ma proferirsi pure alla mensa del pane e del vino. «Anch'io lo lodo, ma troppo spesso l'ho trovato uomo; e non credo ci vorrà mai bene se noi prendiamo per signor nostro».

Più risolutamente l'attaccò Celio Secondo Curione, che già gli era stato amico; e l'accusava di mascherar le sue credenze, e mostrarsi altro agli Svizzeri, altro ai Grigioni. «Quanto tu mi scrivi (diceva in lettera da Basilea 1 agosto 1550) del progresso del vangelo in Italia, non mi riesce nuovo; ma non è vero che gli opuscoli del Vergerio vi contribuiscano gran fatto. Di ben migliori ne possiede l'Italia, dai quali attinse lo spirito di salute. Que' del Vergerio non li dirò cattivi, ma leggeri; e se d'alcuni non si parlasse, si farebbe tutt'altro che danno alla cosa cristiana. Mi dici ch'egli chiese d'abitare a Losanna, se pericolasse nella Rezia. Non so che pericoli egli immagini, giacchè Agostino Mainardo, uom sapientissimo, in tutt'Italia celebrato, che nell'Italia stessa tante volte lottò predicando e disputando acerrimamente co' nemici, e spesso dal pontefice fu cerco con insidie, con arti, colla forza, già da dieci anni insegna a Chiavenna, fondò quella Chiesa, nè mai da alcuno sofferse violenze, nè ebbe male se non da falsi fratelli; dai papisti non mai. Il Vergerio non ha ancor deposta affatto la mitra, cioè adopra arti cortigianesche, e sa magnificar le cose sue.... Perchè va a zonzo? Perchè non assiste alla sua Chiesa? Preghiamo il Signore che gli dia spirito e mente di pastor evangelico».

Il qual Mainardo, al Bullinger scriveva da Chiavenna, il 3 settembre 1553: «Abbiamo inteso che il Vergerio stampa un catechismo a Zurigo, e lo dedica alla Chiesa della Valtellina, senza che i ministri di quella n'abbiano contezza. Tal catechismo ebbe dal Brenzio. Tu per le viscere di Cristo, e per quanto ami la pace delle Chiese nostre, non voler consentire che, col nome di queste, egli stampi nulla che non concordi con esse. S'egli non vuol esser dei nostri, perchè pubblica un catechismo col nome delle nostre chiese?» (Qui ne mostra alcuni errori intorno all'eucaristia), poi segue: «Ripreso da noi, perchè con quel catechismo e altri tali libri divulgati, turbasse le chiese che stanno in pace, e credono rettamente intorno alla Cena, e spargesse dottrine contrarie a quelle dei predicanti nel nostro paese, rispose esser interprete, non assertore. Gli replicammo che si faceva assertore nel catechismo, che voleva fosse ricevuto dalle Chiese.... Stampi quanto vuole, purchè non faccia menzione delle nostre Chiese, nè mostri che noi consentiamo con esso. Abbiamo i nostri catechismi conformi al vostro; non ne vogliamo d'iscritti con altro nome...».

Sia questo un altro saggio dei dissensi, a cui rompevano coloro ch'eransi staccati dalla cattolica unità. Pertanto il Mainardi esultò quando il Vergerio partì dalla Valtellina, e «Se ne vada nel nome di Dio, e non ci sia più a lungo di carico».

Il Vergerio si condusse predicatore e consigliere al principe Cristoforo di Würtenberg (1553), dal quale fu tutta la vita protetto e sostenuto. Nel 1554 lo troviamo a Strasburgo, donde si dipartì per paura della peste; sempre irrequieto, sempre credendo o vantando essere minacciato da' sicarj del papa.

In Polonia cercò promuover la Riforma, sostenuto dai Radziwil, e difondere i libri protestanti. Al re Sigismondo Augusto, che parlava perfetto l'italiano, raccontava come, stando nunzio in Germania, avesse levata al battesimo quella che allora era moglie di lui; sicchè credeasi in dovere di venirla a diriger nella fede[117].

Papa Paolo IV subito scrisse per impedirne i guasti in Polonia, e il Vergerio commentava e derideva quei brevi, augurando che il papa slanciasse anche alla Polonia _sanctam et summis votis expetendam excomunicationem_, affinchè fruttasse come quella contro Lutero.

Partitone alla fine del 1557, vi tornò, nè cogli scritti desistette mai dall'esortare il re alla riforma, e d'oppugnare il Lippomane e Stanislao Osio[118], vescovo, poi cardinale e caldissimo avversario dell'eresia, e ne qualifica i libri come la peggior ignoranza e cattiveria ch'abbia veduto, e ne dice tutte le sconciezze e vituperj, che per verità gli son ricambiati.

Si estese di fatto in Polonia l'eresia, tantochè, quando Sigismondo morì nel 1572 assaissimi vi aderivano: anche in Austria procurò diffonderla il Vergerio, e con lettere e colla presenza.