Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 14

Chapter 143,647 wordsPublic domain

Se avrò a venir alla presenza di nostro signore con la relazion delle operazioni mie, dirò di molte sue parole piene di qualche significazion importante, che sono quelle che precipuamente me lo hanno fatto parer tanto impudente; o non avendo a venir, le scriverò di Vienna; ma questa non è ora da differire. Disse che il re d'Inghilterra gli avea mandato novamente un suo dottore, e lo chiamava segretario di quella maestà, nè mi espresse altro, nè potei io interrogar più oltre, e avrei creduto che forse l'avesse detto per jattanza ad alcun suo effetto, ma lo intesi poi da altri ch'era vero. Io mi forzai di buttar alcune parole per farli dire il suo giudicio sopra l'operazion di quel re, ma egli in questa cosa sola stette sopra di sè in rispetto, nè si lasciava intendere, io pur urgea, e dissi: E come laudi ciò che egli ha fatto novamente contro quelli due santi uomini? Non so, rispose egli. Ma ritornando a quel che ho detto di quel dottor anglico, è molto da advertire che quel re, avendo risaputo l'animo di nostro signore e essendo tanto ricco di denari com'è, avrà mandato colui, e ne manderà delli altri ad instigar li principi e Stati di questa setta, li quali, avendo di cotesta sede odio tanto intestino, come hanno, e accedendo ora a concitargli compiutamente il stimolo di tanto oro, quanto in un tal caso è da creder che il re vorrà e potrà profunder, e essendo essi di natura assai corruttibili e cupidi di cose nove, e forse poco amici molti di loro all'imperator medesimo, potriano fare in un tratto qualche grande e pericoloso moto. Replico quella mia debole opinione, la qual già scrissi, che molto più opportunamente si potria metter in ordine nel futuro concilio una espedizion contro di lui, nel qual tempo saria da sperar, che usandosi buoni pratiche, una buona parte di costoro si potesse tirar ad esser con la sede apostolica, dove volendosi fare adesso, la maggior parte le saria contro ansiamente. E notate un poco che a me pare di comprendere, che questi intelletti fatti alla rovescia interpretino in questo modo ciò che fa ora sua santità. Questo papa, che ha in animo di voler estirpar l'eresie con viva forza e con arme, non vuol principiar dalla Germania, per qualche suo rispetto; ma cerca di concitar li principi cristiani a far la guerra contro il re d'Anglia, prendendo occasion dalla morte del cardinal Roffense. E per non aver in ciò disturbo dall'Alemagna, che ha cominciato prima a tener molte delle opinioni che tiene ora quel re, la va nutrendo in speranza e pratica di concilio, contro la quale faria poi ciò che potesse, quando per avventura avesse avuto felicità di debellar, ovvero riunirsi Inghilterra. E dicono che quel tristo di frà Martino m'ha detto delle parole che hanno tutto questo sentimento: per la qual cosa è da dubitare molto, che questi miei Tedeschi, fin che penseranno una tal cosa con li loro sospettosissimi ingegni, e che la festa di Anglia potria esser la loro vigilia, non faccino ora tutto quello che ponno, ch'è molto più ch'altri non crede, parte pubblicamente, parte con pratiche occulte per defension di colui. E se dalli conati loro non avrà poi a riuscir altro, almeno potranno interturbare che non si faccia adesso concilio, tale che abbia quieta esecuzion sopra di loro: la qual saria grande infelicità del pontificato di cotesto santissimo pastore. Del qual Concilio, che per certo abbia ad esser fruttuoso e con grandissimo onore di Dio e di papa Paolo III in sempiterno, io ne ho più speranza che mai io abbia avuto, e per l'inclinazione che io vedo in questi principi, e avendo conosciuto d'appresso chi è questo Martino Lutero, quanto senza nervo e senza giudicio quanto una bestia: e voglio vaticinar che con la sola indizione, la qual presto faccia nostro signore, e sarà quella che farà creder compiutamente li principi e li popoli che si fa daddovero, l'audacia di colui e la insania rimanerà fratta e debilitata, e di tutti li suoi seguaci insensati: così come all'incontro ella se corroborerà e crescerà in infinito se il Concilio per qual causa si voglia s'andasse differendo, per questa ragion sola che disseminariano che il papa non ha ardire di farlo: e questo è stato il loro Achille, da alcuni anni in qua, a commovere il volgo sapendo di non poter difender le cose sue.

Vi ho fatto menzione di Pomerano e non detto altro di lui. Egli è uno de' primi della sinagoga, parroco di Wittemberg, e quello che impone la mano e ordina sacerdoti in tutta quella setta, e me lo diceva egli medesimo di averne questa autorità, data da frà Martino e da quelli altri dell'accademia, e nelle ordinazioni servare il modo tradito da santo Paulo. Alle quali parole avendo veduto Lutero ch'io sorrideva, disse quasi con impeto. _Nos cogimur ita facere; et ordinantur viri qui sunt communiter approbati._ E io lo domandai quello che voleva inferire dicendo _cogimur facere_, se forse questo, che sanno ben di far cosa assurda, e che Pomerano non può aver quella autorità data da loro. Rispose che, essendo sprezzati dalli nostri santissimi (così diceva, episcopi) li quali non voleano nè ordinarli nè ascoltarli, erano costretti a proveder al fatto e alle anime loro, e col consenso di molti buoni dar la potestà ad uno di essi che supplisca in loco di episcopo. Veda vossignoria che prudenti uomini son questi, e avverta in questa risposta, prima alla gran loro pazzia di dire di dar tale autorità de _imponendis manibus_, e in un tratto confessar di non poterla dare; dappoi, che a voler saper che opinioni tengono adesso, non bisogna più attender a quel che hanno già detto e scritto in tanti loro libri, ma a quel che fanno ora in effetto. E ecco in quelle parole Martino ammetteva gli ordini e li vescovi, e nondimeno soleva improbar tutte due queste cose con quella inconstanza che fanno tutti coloro, li quali sono senza fondamento certo. Ma il bello è che hanno un altro perfugio. Quando si oppone loro tanta instabilità, fanno de' libri e presto stampar col nome loro: poi quando vogliono e par loro a proposito delle sue opinioni di mantenersi il favor della bestialità del popolo, denegano arditamente d'averli composti, siccome fanno di quelli articoli, che due volte mandai alla signoria vostra; quelli che pareano esser stati mandati al re di Francia, che ora mi hanno negato di averli scritti.

Ma udite meglio di questi valenti uomini. Io so per molte vie, che essi certo fecero li articoli predetti, ma perchè riseppero che i principi e le città eretiche l'aveano avuto per male, le quali vorriano veder che li loro maestri stessero ben costanti a diminuire l'autorità della sede apostolica, e non concederle cosa alcuna di quelle che concedeano li articoli, essi subito denegarono di averli scritti, e hanno ora divulgato un libro in lingua tedesca contro li stessi suoi articoli, e contro coloro che essi dicono, che vi hanno di sopra mentito il nome e finto eziandio le frasi loro. Sono dico uomini pieni d'imposture, e di falsità; e nondimeno, monsignor, questi son quelli che in Germania, nazione inclita, hanno faccia e ardimento di dire, e lo dicono, che sono molto ben ascoltati se piace a Dio, _visum est spiritui sancto et nobis_. O tempi, o miseria nostra!

Ma quanto vi stomacheria ad udire particolarmente le altre loro azioni. Tutto che bisogna dire simillime, voglio adesso lasciar star le cose maggiori del servo che chiamano arbitrio, delle opere non necessarie, e le altre loro pertinacie, fondate in torcere e espressamente corrompere le scritture; cantano i salmi, una parte in latino quei che son lor preti Pomeraniani, l'altra tutto il popolo in tedesco, secondo la traduzione violenta e falsa di Lutero, gli organini la terza; e l'ho veduto io medesimo quella mattina nella capella del signore che è nel castello, nel consacrar, oltre le pazze mutazioni in loco del canone (perchè non vogliono per cosa del mondo aver intercession di santi) cantano il _pater noster_, e poi con più alta voce in tedesco le parole della consecrazion; onde è nato che sono entrate nella bocca de' putti e pazzi e altri, e cantate per cantilene cotidiane nelle loro stufe e bagni; e tra le loro perpetue ebrietà, con indignità così grande come vedete, e vergogna non dirò d'altri che di tutto il mondo che gli ha sopportati tanto avanti. Parlo con amaritudine e con incredibil passione, massimamente che, avendoli io conosciuti per certo tali e peggiori di quel che saprei dire in mille anni. Ho poi veduto tutta questa nazion che gli corre dietro ad occhi serrati, e gli ha per profeti santissimi.

Voglio pur dirvene una o due altre: tra l'epistola e l'evangelio tutto il popolo con queste voci tedesche orrende grida quanto può nel suo vulgare alcune imprecazioni scellerate e contumelie disoneste, composte in rima da frà Martino, contro la Chiesa di Roma e coloro che la reggono, e contro quelli che perseverano nella sua obbedienza; e questa è la loro modestia e dottrina evangelica, della quale fanno professione: usar quelli modi pazzi e empi al tempo che sono per communicarsi e unirsi con Cristo; perchè solamente quando vi sono comunicanti, li quali prendono sempre _sub utraque_, precedente però la confessione auricolare, cantano quella loro che non vogliono chiamar nè messa nè sacrificio, per non star con li papisti, e nondimeno vi usano tutti i paramenti e quasi tutto l'ordine che hanno ordinati li pontefici e la Chiesa.

Del venere e sabbato (che vo saltando d'una materia in l'altre, siccome il sdegno me la porge) disse Martino che egli laudaria che fosse ordinato che due volte alla settimana non solo astenessimo di mangiar carne, ma digiunassimo compiutamente, ma che l'imperator avria esso a stabilire, e che in questo mezzo li Tedeschi disse nol fanno, perchè fu ordinazion di pontefice: nel che si può evidentemente veder la pravità che io dico del suo giudicio, e quella tanta rabbia che spira da ogni banda contro la Chiesa di Cristo. E buona cosa dice a farlo, ma lo immuta di fatto, essendo già statuito da tanti padri buoni e santi e comprovato da tante età, acciocchè un imperator a cui non aspetta di farlo, lo statuisca di novo: e dimostra di non veder che, volendo levare l'ordinazioni pontificie, leva pur eziandio quella della elezion dell'impero, della quale costoro tanto insuperbiscono, e fu pur ordinata da pontefici, benchè a questo dovria aprire gli occhi altri che Martino.

A molte di queste cose, le quali io udiva con gran tormento, non volli mai rispondere se non qualche volta due parolette, per non parere un tronco. Ma a questa che io dirò non mi potei contenere, quando egli avea benedetto e detto molte cose quasi per comprovarle tutte, disse: Oggi non abbiamo bisogno di Concilio per noi, che le nostre ordinazioni son fatte e stabilite, secondo le quali abbiamo a vivere con li nostri evangelici; ma la cristianità n'ha bisogno, acciocchè quella parte che non ha ancora potuto conoscer la verità e li errori, nelli quali è stata lungamente, la possino vedere e conoscere. — Per certo (dissi io) questa è pur troppo grande arroganza, Martino; perchè mi pare che tu abbi questa opinione, che, se la maggior parte delli uomini buoni, savj e dotti di tutto il mondo si congregherà a far concilio, sopra li quali in quell'atto discende senza dubbio lo Spirito Santo, essi non siano per concludere altro che quello che ora pare a te».

Egli con altrettanta temerità bestiale m'interruppe subito e disse: — Ben verrò al concilio, e voglio perder la testa se non difendo le mie opinioni contro tutto il mondo»; e in questo proposito e furor che era, per mia fe tutto cambiato in faccia, buttò fuori una parola tale: _Hæc quæ exit ab ore meo, non est ira mei, sed ira Dei_; e poco appresso un'altra che mi fu ben cara ad intendere: «Noi abbiamo ben inteso (disse) che sei stato a trattar col marchese Giorgio Brandeburgense, e che hai proposto in nome del papa, fra le altre, la città di Mantova per il Concilio, la quale, aggiunse, sarà bon luogo accomodato; e in quella o in Verona, od in tale verremo volontieri», e lo ripetè parecchie volte. E non dico che mi sia piacciuto intenderlo come opinion di quel furibondo; benchè mi maravigliai che subito non avesse detto, che il papa non avesse autorità di statuir loco e indicere il concilio: ma perchè esistimo che ella sarà opinion del suo principe, col qual solo mi resta negoziare, già consultato con lui con quelli altri accademici e consiliarj suoi in queste materie, e son certo che già hanno fatto consulto tra loro quel che mi dovranno rispondere. _In summa summarum_ frà Martino a me è parso tale come l'ho dipinto, e molto più insensato e furioso, e se ad altro tempo altri l'hanno conosciuto forse grave e fondato, non si maravigli che egli sia pervenuto a questa perfezion che io ho scritta, di levità e d'insania, perciocchè è gran cosa il vedersi aver il consenso, il quale costui ha avuto infinito per colpa di pravi giudicj di coloro che gli credono, e da alcuni che nel principio non hanno rimediato: e poi credo io che sia volontà di Gesù Cristo, che la tragedia di colui finisca in un tal modo pazzo e infame.

Se questa mia lettera lunga paresse a vostra signoria un poco immodesta contro questi miei principi, non solamente contro Lutero, prendetelo in buona parte e attribuitelo a quello stesso fervore, che mi ha fatto fare volontieri tanto gran viaggio, in servizio della fede di Gesù Cristo benedetto. Domando bene di grazia che la non esca in mano d'altrui, che vi so dire che, per opera di alcuni mali Tedeschi che avete in Corte, ella sarà subito mandata per Germania, tradotta in tedesco, e ci concitaria, o per dire meglio cresceria a questi tempi qualche pericoloso odio. Mi raccomando alla signoria vostra.

Di Dresda, residenza del duca Giorgio di Sassonia alli XII di novembre MDXXXV».

Il Vergerio era ancor laico, ma in un giorno ricevette da suo fratello Giambattista, vescovo di Pola, tutti gli ordini e l'unzione come vescovo di Madrusc in Croazia, donde fu trasferito alla sede di Capodistria sua patria. Nella _Ritrattazione_ descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo di una campana, il vestir un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano: funzioni che allora lo commoveano a pietà, dappoi a scherno. Andò al colloquio di Worms (1540) come messo del re di Francia, ma infatti del papa[91]: e vi tenne una bellissima orazione _De unitate et pace Ecclesiæ_ sopra il testo _Labora sicut bonus servus Christi Jesu_, stampata a Venezia il 1542. Ivi con buoni argomenti e molta unzione toglie a mostrare come bisognasse, non un Concilio particolare, ma uno generale. «Voi, o fratelli, (diceva tra altre cose) prendeste in mano la causa di Cristo e della Chiesa. In prima pensate che vi recaste in mano il corpo di Cristo e Cristo suo capo; onde, senza ch'io vel dica, comprendete quanta moderazione d'animo, quanta purezza vi bisogni avere, e quanto religiosamente e riverentemente trattarle. Ogni fiducia, ogni speranza riponete in Dio, e non badate a veruna cosa umana, ma solo alle celesti. Nulla potrete operare se con voi non sia l'autor della fede. Pensate che l'uomo non è altro che una creatura, nè può confidarsi nelle proprie forze, e ch'è dono del creatore la fede, che ci dà e la giustificazione e la salute. Certamente son numerosi gli abusi che si possono togliere, e confesso che molto meglio faremmo se in un'ora sola troncassimo tutto quanto impedisce la gloria di Cristo; e così n'avessimo la forza! ma pel nome e pel sangue di lui vi supplico, concedete alcuna cosa alla debolezza nostra; concedete che a poco a poco eliminiamo quel che s'introdusse poc'a poco di non degno dell'imitazione e della dottrina di Cristo. Non vedete già quanti s'applichino a migliorar la loro Chiesa? Non crediate che Dio l'abbia fatto invano, giacchè egli è fuoco che consuma, come disse san Paolo, e lui sperare che da queste faville gran fiamma divamperà, la quale cacci e distrugga le tenebre e la notte della Chiesa. Non entrerò qui a discutere coi teologi de' principj protestanti. Quanto al primo degli articoli proposti, nessun di essi ha intaccata l'essenza della divinità. Quanto al secondo sul peccato originale, e agli altri, tenete ben fisso nell'animo che nè il tempo, nè il luogo comportano lo spettacolo di alcuna logomachia, nè che vi produciate quasi sulla scena a sfoggiare l'acume dei vostri ingegni, la possa della vostra eloquenza, la dovizia della dottrina, la estesa memoria. Troppo grave e seria cosa s'ha da trattare: sicchè lasciamo via ogni puntiglio di parola, ogni ostentazione. Quegli antichi che sostennero tali punti furono uomini dotti e buoni, fors'anche migliori di noi. Se l'età seguente passo a passo e per occasione potè, fra le buone dottrine insinuare abusi e superstizioni, io credo che devano svellersi dalle radici, e mondar il frumento dal lollio; ma osservate diligentemente, e in tutta la loro forza e pietà quelle prime istituzioni, che certo ebbero buoni cominciamenti; e se altre furono introdotte da moderni, e se non le ricevettero dagli antecedenti, anzi dalle stesse mani degli apostoli. I teologi protestanti sogliono repudiare tutto ciò che non fu manifestamente insegnato da Cristo e da' suoi discepoli. Eppur delle dottrine e istituzioni nostre, che alcuni di voi rigettarono, non tutte sono della medesima qualità; altre più, altre meno pie: altre più, altre meno alimentano la fede e la pietà verso Dio; ve n'ha di nate di fresco, ve n'ha di antiche e solide. Il discutere de' singoli articoli è serbato a quando (e deh sia presto!) io pure, benchè minimo, e tutti quei delle altre nazioni saremo a ciò convocati. Intanto, come membri del corpo stesso, cerchiamo le vie d'intenderci, di conciliarci; e fissiamo la verità in modo, che nessuno pensi o insegni differentemente. Poichè quegli strani dogmi che alcuni recarono in mezzo, non da altro provennero che da esser divisa e lacerata la Chiesa, e dalla licenza dell'insegnare, che ogni sventato si piglia nella confusione de' tempi presenti. Se così faremo, il Signor nostro sarà con noi, e da lui come da perenne fonte di tutti i beni emaneranno abbondantemente, invece delle risse e del rancore, la riconciliazione e l'amore: invece dei pericoli la sicurezza; invece dell'eterna dannazione la salute e la vita perpetua».

Da questo discorso e da lettere a lui dirette appare come ancora i Protestanti credessero non istaccarsi dall'unità cattolica, nè i Cattolici pretendessero escluderli. Vero è che esso discorso parve ai Cattolici troppo condiscendente e ambiguo, nè il papa mostrò gradirlo; anzi presumono che in conseguenza lasciasse di dare al Vergerio la porpora che gli destinava. Il Vergerio mostrava, è vero, pietà e zelo; ma per quanto condiscendiamo ai tempi, ci fa meraviglia la sua amicizia coll'infame Pietro Aretino, fino a scrivergli, «Non v'è persona che v'abbia amato più di me», e deffinirlo un de' più grandi ingegni del secolo, e far gran capitale sull'amore e sulla protezione di esso. Le circostanze della sua vita e di questo viaggio in Germania le ricaviamo da lettere a questo ribaldo, al quale scriveva il 2 giugno 1539: «Ancora sono in quel mio humor, che vorrei che faceste un sonetto a Lutero in quel stile da Pasquino; che questo nome lo faria desiderabile».

E che già d'allora nascessero dubbj sulla fede del Vergerio me ne dà fumo una lettera di lui da Worms del 26 dicembre 1540, al cardinale di Brindisi, dove gli racconta le sue pratiche con Bucer, Melancton, Sturmio, e si duole si dubitasse della sua fede. «Se non volete credere che lo spirito di Dio e la coscienza mi muova a far ciò che ad un par mio si conviene, credetelo per le cose temporali, cioè per li pegni che ho in Italia, patria, fratello, vescovato.... Veramente mi fate torto a dubitare. Presupponete in me altra imperfezione che io non la difenderò, perchè io so di averne come gli altri e più: ma non questa di non aver l'anima netta ed ardente alla difensione della Chiesa; in quel poco che io posso io la difenderò e combatterò, e non ne parlo più perchè spero che Dio mi darà grazia di viver, di scriver e di operare, di maniera che chiarirò il mondo»[92].

Al 25 gennajo 1541 il vescovo d'Aquila da Spira scriveva al cardinale Farnese in una lettera mezzo latina mezzo italiana, come soleasi:

«È qui il vescovo di Vincestre, vir acris ingenii con gran pompa, et multum dubitatur ne venerit ad turbandum omnia, vel saltem impediendum. Est et ille episcopus Vergerius, in domo oratoris regis christianissimi, qui familiariter vixit cum Melancthone et sociis, et sub umbra pietatis multa miscet»[93].

Sicuramente v'era chi insussurava il papa avere il Vergerio nella Germania contratto sentimenti luterani, parlar con poca riverenza della santa sede, e minacciarla. Certo egli proclamava che i precedenti avessero mal combattuto Lutero: «Contra di lui scrissero già questa gente scioccamente, Silvestro, Catarino, Latomo, Nausea: dite dunque un poco che non so che altro ha da uscire a toccare l'intime viscere di colui dalla penna di un vescovetto discepolo del cardinale di Trento», alludendo, a sè, e forse ai tre libri vulgari, che sappiamo mandò al re di Francia.

E ben presto Pietro Paolo sentissi o stanco o scoraggiato della poca riuscita; e di Francia scrisse a Ottonello Vida, deplorando i progressi del luteranismo e la scarsa cura che s'avea della vigna del Signore; pensando alle parole del Vangelo _Che giova all'uomo se guadagni l'intero mondo e perda l'anima?_ risolvea di voltare le spalle alle sperate fortune, e «Sarà meglio ch'io venga a coltivare quelle poche viti ch'io ho su quel confine tedesco (voleva dir l'Istria) e veder di circondarle con una buona siepe, e tenerle difese per poterne cogliere qualche frutto da offerire a Dio; che altri si risolvino a voler mettere in lavoro tutta la vigna insieme».