Part 13
Molto ella ebbe a soffrire e pei comuni dolori dell'esiglio, e più per l'assedio di Schweinfurt nel 1553, che durò quattordici mesi, quando fu costretta rimanere lunga pezza ascosa nella cantina, poi in piazza fu spogliata in camicia. Fuggita ad Hamelburg con una veste prestatale da una vecchia, errò per la Franconia finchè il conte d'Erbach accolse lei e il marito, il quale poi fu nominato professore di medicina all'Università di Eidelberga. Di quivi l'8 agosto 1555 ad una Madonna Cherubina scriveva i suoi patimenti con mesta rassegnazione; ed esortando alla fede in Dio e nel Vangelo. «Il mio consorte fu pigliato due volte dai nemici, che vi prometto, se mai ebbi dolore, allora l'ho avuto: e se mai ho pregato ardentemente, allora pregai. Io nel mio cuore angustiato gridava con gemiti inenarrabili, Ajutami, ajutami, Signore, per Cristo: e mai non ho cessato finch'egli m'ajutò e lo liberò. Vorrei che aveste visto come io era scapigliata, coperta di stracci, chè ci tolsero la veste di dosso, e fuggendo perdetti le scarpe, nè avevo calze in piede: sicchè mi bisognava fuggire sopra le pietre e i sassi, che io non so come arrivassi. Spesso io dicevo: Adesso cascherò qui morta, che non posso più. E poi dicevo a Dio: Signore, se tu mi vuoi viva, comanda alli tuoi angeli che mi tirino, che certo io non posso. Pregate ancora per noi (soggiungeva) come io fo per tutti i cristiani che sono in Italia, che il Signore ci faccia contenti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della generazione diversa..... Qui il padrone è sempre il primo ad andare alla predica; di poi ogni mattina chiama tutta la famiglia, e in sua presenza si legge un Vangelo ed un'Epistola di san Paolo, ed esso a ginocchi con tutta la Corte pregano il Signore. Bisogna poi che ognun de' suoi sudditi, casa per casa, gli renda conto della sua fede, eziandio le massaje, affine di poter vedere come progrediscono nella religione; perchè dice esser certo, se non operasse così, avrebbe a render ragione di tutte le anime de' suoi sudditi. Deh! fossero così fatti tutti i signori e principi! Il Signore vi dia fede, e vi avanzi nella sua cognizione, giacchè di continuo dobbiam pregare di crescere nella fede».
A soli ventinove anni ella morì, e ad Eidelberga fu scritto sul suo sepolcro: «A Dio immortale e alla virtù e memoria di Olimpia figlia di Fulvio Morato, uom dottissimo, carissima moglie del medico Andrea Grunthero, il cui ingegno e la singoiar cognizione delle due lingue, e la probità de' costumi, e il sommo studio della pietà, sopra il comun modo furono stimate. Il qual giudizio umano della vita sua la beata morte, subìta santamente e pacatamente, confermò col testimonio divino. Morì in suolo straniero l'anno 1555 della salute; dell'età sua XXIX. Qui fu sepolta col marito e col fratello Emilio».
Celio Calcagnini, che grandemente lodava le traduzioni e orazioni della Morata, ne pianse in versi la morte[86]. Sulla casa ch'era stata sua, l'accademia di Eidelberga fece scrivere:
_Vilis et exilis domus hæc quamvis, habitatrix_ _Clara tamen, claram reddidit ac celebrem._
Delle opere sue una parte perì nell'incendio di Schweinfurt, tra cui osservazioni sopra Omero, e dialoghi greci e latini. Le altre che, oltre quarantotto lettere, sono tre discorsi sui paradossi di Cicerone, dialoghi, orazioni latine e poesie greche, vennero raccolte da Celio Curione, e stampate a Basilea[87], dedicandole a Elisabetta regina d'Inghilterra nel 1558: subito esaurite, ristamparonsi nel 1562, poi di nuovo nel 1570 e nel 1580 con aggiunte.
NOTE
[75] Vedi M. YOUNGH, _Aonio Paleario_, vol. I, 48.
[76] Nella Magliabechiana sono manoscritti (Classe VII, 346) dei versi latini sopra la regina Margherita quando tornava in Francia.
_O patria, o arces, o dulcia tecta parentum,_ _Unde avus, unde pater, tres unde ex ordine fratres_ _Scepta tulere mei, mene o agnoscitis, arces?_
[77]
_Nam tot Ferraria vates_ _Quot ranas tellus ferrariensis habet._
BARTH. PAG. PRIGNANI.
[78] _Summæ pars_ I, Tit. VIII, c. II.
[79] Queste lodi deduciamo dal guascone Brantôme, poi dal Varillas, che di quello esagera le iperbole, come un gazzettiere moderno.
[80] Peraltro Marot diceva:
_De lutheraniste ils m'ont donné le nom:_ _Que droit ce soit je reponds que non._
I salmi di Marot furono stampati coll'approvazione della Sorbona e della facoltà teologica di Parigi, colla solita dichiarazione che non vi si conteneva nulla di contrario alla Chiesa cattolica.
Fra le sue poesie n'ha una intitolata _A' suoi amici quando, lasciata la regina di Navarra, fu ricevuto nella casa e stato di madama Renata duchessa di Ferrara_.
_Mes amis, j'ay changé ma dame:_ _Une autre a dessus moy puissance,_ _Née deux fois, de nom et d'ame,_ _Enfant du roy par sa naissance:_ _Enfant du ciel par connoissance_ _De celuy qui la sauvera,_ _De sorte, quand l'autre saura_ _Comment je l'ay telte choisie,_ _Je suis bien sur qu'elle en aura_ _Plus d'aise que de jalousie._
Nell'ep. XLIX dice quel che ha imparato in Italia:
_Depuis un peu je parle sobrement,_ _Car ces Lombards avec qui je chemine_ _M'ont fort appris à faire bonne mine,_ _A un mot seul de Dieu ne deviser,_ _A parler peu, et à poltroniser._
[81] Una colonna in Aosta porta: _Hanc Calvini fuga erexit anno 1541: religionis constantia reparavit 1741._
[82] _Lettere di Calvino_, Tom. I, p. 44, 34.
[83] Nella Biblioteca imperiale di Parigi, Cod. 8645, carte 56.
[84] Lettera del 10 maggio 1563. Nella biblioteca di Modena si conserva un bel codicetto di preghiere della Renata, ov'essa è rappresentata tutta vestita d'oro e con un velo pur d'oro in testa. Vedi _Mem. della Deputaz. di Storia Patria di Modena_, Vol. II, 1864. Nel castello si indica una cappella, fatta costruire da lei, con cornice e lastre di marmo in giro, per modo che non si potesse mettervi statue o immagini.
[85] Lettere di Calvino raccolte da G. Bonnet. Parigi 1855, tom. II, p. 553.
[86] Sul Calcagnino caddero i soliti dubbj, come accennammo; ma Erasmo gli facea congratulazioni pel suo lavoro sul libero arbitrio. _Libellus tuus de libero arbitrio, mi Celi, usque adeo mihi placuit etc._: il qual libro però dal Barotti suo biografo è attribuito al domenicano Vincenzo Giaccari di Lugo, ad istanza del Calcagnini. Questi mostrossi sulle prime favorevole al divorzio di Enrico VIII che ne lo interrogava, ma consigliatosi con buoni cattolici, cangiò sentenza.
[87] _Olimpiæ Moratæ fœminæ doctissimæ ac plane divinæ opera omnia quæ hactenus inveniri potuerunt cum eruditorum testimoniis et laudibus. Quibus Cœlii Secundi selectæ epistolæ et orationes accesserunt._
Nell'epitafio della Morata, il Curione mescola Dei e Cristo.
_Qui sparsum violis humum, viator,_ _Panchæoque stupes odore passim_ _Fragrare omnia, jam benignus audi._ _Treis nosti Charites, novemque Musas_ _Scriptis precelebres vetustiorum:_ _Quei quantum est alibi venustioris_ _Artis vel lepidæ eruditionis,_ _Harum pectora nutriente Phœbo, flata_ _Illo, quem perhibet chorus sacrorum_ _Vatum de ætheriis plagis venire,_ _Consensu tribuunt pari poetæ._ _Hoc quam forte putas tegi sepulcro,_ _Musarum decima est, Charisque quarta._ _Hanc quod progenitam ferunt Olympo_ _Vatem, Pallas OLIMPIAM vocavit._ _At cur FULVIA nomen inditum illi est?_ _Fulvi scilicet hæc quod instar auri_ _Explorata malis laboriosis,_ _Et fatis agitata sæpe duris,_ _Auro purior attamen reperta est:_ _Seu fulvæ quod avis modo, beatos_ _Inter vivere cœlites sueta,_ _Terras liquerit ocyus jacentes._ _Quod vero ingenio valens sagaci_ _Raris dotibus ingeni puellas_ _Inter fulserit eruditione,_ _Castis prædita moribus bonisque,_ _MORATA est ideo vocata vulgo._ _Hanc Christus Dominus dedit videndam_ _Terris: at simul ac flagrare vidit_ _Hanc desiderio sui, repente_ _In cœlum rapuit, sibique junxit._ _Firmo fœdere connubi ligatam_ _Qui cum nunc placidam capit quietem_ _Consors perpetua beatitatis._ _At tu vive, vale diu, viator,_ _Virtutemque animo colas probato,_ _Quæ te sola potest beare cœlo._
DISCORSO XXVII.
PIETRO PAOLO VERGERIO VESCOVO DI CAPODISTRIA.
L'elettore palatino Federico il Saggio, appassionatissimo per le reliquie, ne faceva incetta in ogni parte del mondo, e le riponeva in capse e teche di legno, di vetro, d'ebano, ornate di pietre, d'argento, d'oro. Uno degli incaricati di tale ricerca fu il monaco Burcardo barone di Schenk, il quale poi dalle prediche di Lutero lasciossi indurre a mutar fede. Per quella raccolta stando a Venezia, il 19 settembre 1520, informava come varie opere di Lutero si fossero introdotte in quella città, e il patriarca e il papa n'avessero proibita la vendita; poi al 5 aprile seguente aggiunge che, per ordine del papa, il patriarca scomunicò per tutte le chiese Lutero e chi ne tenesse i libri.
Conobbe egli colà Pietro Paolo Vergerio o piuttosto Verzerio, giacchè la sua famiglia portava nello stemma un cavolo (verza). La qual nobile famiglia di Capodistria, un secolo prima, avea prodotto un famoso erudito, vissuto alla Corte dei Carrara di Padova, de' quali celebrò le glorie. Pietro Paolo ebbe fratelli Giacomo, Aurelio e Giovanni Battista, che tutti salirono in rinomanza. Egli studiava a Padova, quando lo Schenk l'indusse a recarsi nel Würtenberg a compire gli studj e portare reliquie a quell'elettore, e lo raccomandò allo Spalatino, cappellano di questo, «persuaso che sarebbe di grand'onore ed utile all'Università, perchè di nobilissimo ingegno e memoria, e reputasi il migliore in diritto e belle lettere fra i giovani dello studio di Padova». Col fratello Giacomo si mosse egli in effetto, ma l'elettore, dacchè Lutero predicava, erasi visto diminuire l'entrata che provenivagli dalle indulgenze, onde si moderò nello spendere, e massime in reliquie; e non potè anticipare denari al Vergerio pel viaggio. Questi pertanto rimase a Padova; ma ciò l'avea fatto conoscere in Germania, e doveva influire sul suo avvenire. Dottorato, fu in uffizj giuridici a Verona, a Padova, a Venezia, poi andò a Roma, dove facea da segretario di Clemente VII suo fratello Aurelio, che morì cavalier di Malta nel 1532.
Pietro Paolo si pose a servigio del cardinale Contarini, ed entrò nelle grazie del papa, che lo destinò a succedere al Rangoni vescovo di Reggio come legato a re Ferdinando di Germania. Scopo della legazione era d'ottenere che, essendo le dottrine luterane condannate già da Leone X, s'avesse ad applicare ogni mezzo per isvellerle; dar incoraggiamenti a Faber, Eck, Cochleo, Nausea, e agli altri amici della religione cattolica.
Il Vergerio in Germania ebbe buone accoglienze dall'imperatore, e ne fu investito di qualche benefizio. Del tempo ch'egli stava colà molte lettere conserva l'archivio Vaticano[88]. In una del 22 settembre 1533 a Jacobo Salviati mostra come, per attendere al meglio della Chiesa, importerebbe che la santa sede facesse almen tregua col Turco. E se mai il proporla si trovasse men decoroso, esibisce entrare egli stesso in Turchia, col pretesto di tornare per suoi affari in patria, donde, conoscendo la lingua e non avendo dignità, potrebbe facilmente passare a Costantinopoli, e colà trattare sottomano. E tanto più che aveva benevolo il balio Alvise Gritti, del cui padre doge avea steso l'elogio.
In altre a monsignor Carnesecchi mostra quanto il re di Germania stesse in apprensione pel congresso del papa col re di Francia a Marsiglia e per quelle nozze. Ripete più volte le proteste «dell'ardentia sua di servir con sincerissima fede, perchè ho lasciato la precedente mia vita et industria per farlo fin alla morte, se bene non havessi premio e favore mai, che lo haverò da Jesù Cristo, spero» (18 marzo 1534).
Più notevole è una sua lettera del 27 agosto 1534 al senato di Venezia, ove dipinge il danno fatto dalla setta luterana non solo alla religione, ma al quieto vivere della Germania, eccitando a sedizione e tumulto, e a prendere l'armi contro i signori. Questi effetti si produssero con libri scritti in latino, ma poi Martin Lutero si accorse quanto frutto potrebbe fare «nelle maledette sue vie, scrivendo più presto con la lingua comune della Germania». Non contenti, «hanno pensato diffondere questo tossico di heresia e di sedition nella Italia». Perciò da un frate veneziano che abita in Augusta fecero comporre in vulgare nostro un libretto di forse cento carte in ottavo, col titolo _Correzion del stato cristiano_, anno 1533, senza nome d'autore, nè luogo: «libro pieno in sè di tutte le ribalderie, heresie, distruzion della nostra fede che finora hanno saputo immaginar Luterani e tutta quell'altra feccia d'uomini barbari che sono nemici e d'Italia e di Cristo». È facile capire che è destinato all'Italia, e che vi recherà gran guasti fra i nostri, essendo tale che «non potria esser peggiore e più pericoloso». Pertanto avendo quel felicissimo dominio avuta sempre la gloria cogli uomini e il merito con Dio di difender col proprio sangue l'onore e la salute della santa fede, li supplica a guardarsi dai mali principj che quel libro potrebbe diffondere; e impedire che tra le mercanzie ne sieno portate delle balle.
Poi ai 30 dello stesso mese scrive al Carnesecchi avvertendolo che a Trieste «pullulava molto bene il luteranismo, preso per il commertio della Germania»; egli provvederà come può: e lo stesso re di Germania, se è costretto dissimulare nelle terre dell'impero di Boemia, è poi rigorosissimo nel suo patrimonio arciducale d'Austria, «e fa volentier severa demostration contra quei maledetti, e contra Tergestini la farà severissima». Soggiunge sapere come, «uscita da Trieste, questa peste è attaccata molto bene a un castello nominato Piran, dove pubblicamente alcuni ribaldi andavano contaminando gli animi delle semplici persone. Monsignor, io conosco la natura del paese, perchè ivi è la mia patria. Se tra quelle singolarità di intelletti penetra la setta luteristica; se quel canton dell'Italia si ammorba, vostra signoria vedrà presto (_sed Deus omen avertat_) tutte le circumvicine provincie e region infette e corrotte». E però l'esorta a informarne il pontefice perchè osti ai principj, e voglia infiammare i signori veneti a far provisione severissima: egli stesso ne scriverà alla signoria. «Io so bene che alcuni di quei scellerati di Pirano sono stati chiamati a Venezia per questa causa, ma so eziandio che più severità vi si dovria usare che non si usa. Monsignor, dico che nessuna cosa più importa ai nostri tempi che questa: e se coloro se ne vanno impuniti, _actam est de tota Istria, actum cum summo totius Italiæ periculo_».
Il Vergerio era tornato a Vienna d'ordine del nuovo papa onde lealmente e incondizionatamente insistere perchè fosse radunato il Concilio[89]; e al tempo stesso offerire a chi volesse la corona d'Inghilterra, demeritata da Enrico VIII col farsi eretico. Ivi ebbe con Lutero un colloquio, che frà Paolo Sarpi descrive con evidente retorica, facendo dal legato esporre mille offerte e promesse del papa, e da Lutero ricusarle con frasi da antico Romano. Ma il Seckendorf, infaticabile cercatore di quanto glorifica il luteranismo, riferisce quell'abboccamento senza veruna delle circostanze fantasticate da frà Paolo, nè la pomposa diceria che questo mette in bocca a Lutero; racconta solo che questo, la mattina, raccomandò al barbiere: «Radimi bene, perchè devo parlar col nunzio papale, e voglio parergli più giovane, e così crescergli la paura ch'io abbia a campare a lungo». Pure al Vergerio egli sembrò deforme di faccia, d'abito, di gesti; che parlasse latino sì male, da non creder di lui i libri col suo nome pubblicati; lo giudica l'arroganza stessa, la malignità, l'impudenza, e conchiude: «Gran fastidio, mi faceva l'udirlo, nè volli altro rispondere se non due parolette per non sembrare un tronco».
Or va e credi al frate veneziano! Anche il Pallavicino nega affatto le indecorose esibizioni; quel colloquio non esser più vero che i fatti dell'Iliade; e gli contrappone il ragguaglio che il Vergerio ne scrisse al segretario del papa, come d'un incontro accidentale, ove non si parlò di nulla di serio. Noi siamo fortunati di poter produrre la relazione originale che il Vergerio ne diresse al Recalcati da Dresda il 12 novembre 1535[90], e sebbene lunga, non ci parve bene accorciare:
Nelle ultime mie, che furono date in Hall a dì 4 del presente, scrissi che io era per andar allo Elettor Brandeburghese; vi sono stato, e ora la S. V. intenderà il successo di quella parte di viaggio nella quale ci sarà alcuna cosa da avvertire, intrandovi frà Martino Luthero, e quello che ho potuto operare con quel Principe.
Da Hall fino a Berlin, che è la residenza di quello Elettore, ci sono quindici leghe di cammino, il quale si ha a fare per la maggior parte su li dominj del duca di Sassonia Elettor, dove è tutto pieno di popoli eretici, e di peste (e mi mancava solo questa sorte di pericolo ad averli avuti tutti in questo viaggio); ma perchè era molto necessario alla impresa che nondimeno io vi passassi, presi per consiglio di andarmene appunto per Wittemberga, che è la sentina delle eresie, e m'avvedeva, che se io andava per li villaggi, mi dovea esser pericolo maggiore della peste e d'altro. Scrissi adunque al locotenente del prefato duca Elettor, chè S. E., come ho già scritto, non era in queste parti: che, se li piaceva, avrei voluto passar per la sua terra. Monsignore, udite in che reputazione questi principalissimi eretici hanno il nome di papa Paolo. Quel locotenente ricevute le mie lettere mandò alcuni de' suoi ad accompagnarmi, e comandamento alli osti dove io dovea alloggiare, che non prendessero miei danari, che esso li volea pagare in nome del signore. Poi quando fui per entrare in Wittemberga, egli medesimo uscì ad incontrarme con una bella compagnia, e smontò da cavallo con due altri gentilomini, e in somma con tutti quelli atti di riverenza che facciano ad un nunzio apostolico nei buoni tempi, e credo certo maggiori; mi ricevettero e condussero ad alloggiar nel castello e nelle stanze medesime del principe, dove vi stetti la notte: e la mattina seguente, accompagnato dallo stesso locotenente per quattro leghe continue, me n'andai a fare i fatti miei. In questo modo sono stato trattato dalli maggiori inimici che abbia mai avuto la sede apostolica; il che per molte cause dee esser di grandissima speranza e consolazione a nostro signore, e dico più che, essendo stati li ragionamenti di coloro spesse fiate di Sua Santità e delle sue azioni, tutti molto la commendavano, dicendo di aver speranza che questo è quello che vorrà fare il tanto desiderato concilio; il quale è stato fuggito, così diceano ogni tre parole, dalli altri pontefici, e levar le pericolosissime dissensioni che sono nella fede di Gesù Cristo. Questa è grande laude e felicità di sua beatitudine che eziamdio tra costoro abbia tanto gran fama e tanto grande espettazione d'opere sante. Ma monsignore, io ho da scrivere qualche altra notabil cosa che mi occorse in quella conversazione eretica.
Avendo io a partirmi da Wittemberga, mi era messo a tavola e faceva colazione, e ecco entrare il locotenente (che tra l'altre cortesie usava questa ch'egli medesimo mi serviva) con Martino Lutero e con Pomerano, dicendo che, in assenza della Corte del suo principe e d'altri dotti uomini che suoleno esser in quella Università, allora transferita in Turingia per conto della peste, egli non avea altri da farmi tener compagnia, la cui lingua io avessi potuto ben intendere, e che io volessi ascoltar quelli due, che essi aveano per savii uomini, tanto che io mangiava.
Io non potei mostrarmi che consenziente, essendo dove io era, e ascoltai frà Martino e quell'altro, tanto che durò la colazione e che li miei signori andassero a montar a cavallo. Comincio dalla etade, e di grazia prendete volentieri pazienza d'intender quello che scriverò di costui.
Egli è di cinquant'anni poco più, ma robusto e forte, che non pare di quaranta, di ciera assai grossa, ma la quale si forza di tener morbida e delicata quanto può. Pronunziazione mediocremente spedita e non molto aspra per tedesco, in lingua latina parla tanto male, che mi pare di esser chiaro, che alcuni libri che vanno attorno sotto il suo nome, e par che abbino qualche odor di latinità e di eloquenza, non sono suoi, e lo confessava egli medesimo che non suol scriver in latino, ma che fa professione di saper ben dire nel suo volgar; così dicea di se medesimo. Li occhi guerzi, li quali, monsignor, quanto più io mirava, tanto più mi pareva di vederli appunto simili a quelli che qualche volta io ho veduto di qualche uno indicato ispiritato, così affogati, inconstanti, e con certo come furor e rabbia che vi si vede per dentro. E veramente che quanto più penso a quel che ho veduto e sentito in quel monstro, e alla gran forza delle sue maladette operazioni, e conjungendo quello che io so dalla sua natività, e di tutta la passata vita, da persone che li erano intimi amici sino a quel tempo che si fece frate, tanto più mi lascio vincere a credere, che egli abbia qualche demonio adesso.
Usò questa sola civiltà, che, parlando in mia presenza, stava con la berretta in mano, e disse eziandio qualche parola in laude di nostro signore, di aver inteso che era savio e buono fin quando egli fu a Roma, nel qual tempo (aggiunse la bestia sorridendo) celebrai parecchie messe. E a dirne presto il mio judicio, tratto dalla faccia, dall'abito, dai gesti, e dalle parole, o sia ispiritato o non, egli è l'arroganza istessa, la malignità e l'imprudenzia, che è una vergogna infinita di questi scempi principi e altri che hanno governo di queste terre, che non vedono chi è costui il quale hanno tolto per maestro e per profeta. Vostra signoria giudichi anche essa dall'abito; quel cervello incomposito era vestito di festa, perchè era la domenica, con un giuppon che aveva il busto di ciambellotto trito, e le maniche che stavano in mostra ambiziosa di raso, veste di sargia fodrata di volpe, ma assai corta, parecchi anelli, e al collo un grosso pendente d'oro; la berretta poi in forma di prete. Diceva aver procreate con la sua venerabil monaca due figlie femine e tre maschi, de' quali uno è di dodici anni, e vanagloriava impudentemente di volerlo lasciar dopo di sè grande uomo nella dottrina evangelica. Vive, per quel che ho inteso e poteva io allora troppo ben comprendere, con nessuna gravità e nessuna esemplarità di buoni costumi, e non avendo altro al mondo che il stipendio del principe per la sua lettura e per le prediche, e essendo di animo incivile e villano, che suo padre fu vilissimo mercenario nelle miniere di Coslaria, e la madre servitrice ad alcuni bagni, che non si può dir cosa più infame, in una vita sordida e abjetta.
La prima cosa che disse, quando venne avanti dove io mangiava, vedendomi taciturno e volendo eccitar qualche ragionamento, fu se in Italia io aveva inteso alcuna cosa della sua fama di esser tedesco inbriaco; e notate un poco il senso di queste parole arroganti e impudenti, le quali per certo dimostrano che egli abbia fatto e faccia tutto ciò che fa per qualche suo sdegno e per mera invidia e come per vendetta; anzi affermo alla signoria vostra che tutto il suo parlar non spira altro che questo, e che in quell'animal irrazional non ci è altro che furor e insano appetito di poter confonder tutta la fede di Gesù Cristo e tutto il mondo se potesse.