Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 53

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Più tardi lo ringraziava di quanto fece per esso monsignor d'Inghilterra, e «quando riguardo vostra signoria reverendissima e monsignor Polo insieme in una medesima stanza, non mi ammiro se, da una stessa virtù riscaldati, non si saziano d'accendersi l'uno l'altro: ed io sola fredda ed inferma, scrivo consolata della certezza che pregano il Signor nostro per me, e che vostra signoria si degni servirsene, che certo più che mai si rinforzano qui da queste buone madri l'orazioni per lei».

In altra lettera gli ha invidia della «sua molta umiltà, sapendo quanto è differente il concetto che ne hanno quelli che in Cristo il conoscono; e rimpiange la conversazione che avea con lui «massime quando le ragionava di quel libro che sì bene apre spesso»[551]. Confesso a vostra signoria che mai a persona fui più obbligata che al Polo, e ora in tanto spirito che nelli suoi scritti non si degna nominare altro che Gesù, come poi la signoria vostra vedrà con grazia di Dio, qual si degni sempre mandarlo di consolazione in consolazione, finchè sia abbracciato dalla vera e eterna in quella patria, dove solo guardando, si fa ogni faticoso peregrinaggio felice».

Le tribulazioni che il Polo soffre, e fatiche e calunnie «niente mi molestano, chè troppo saldo è il suo fondamento, e troppo ben compatto e stagionato l'edifizio con mille ferme colonne di esperienza, in modo che tutte le tribulazioni son sicuri testimonj della sua fede invittissima: ed ogni vento contrario accende il lume della sua speranza: e quanta opposizione gli può dar il mondo nelle opere che fa, vedo sempre al fine che son della sua divina carità, arsa ed estinta di maniera, signor mio, che ardisco dire che me ne ha presa, per Dio grazia, qualche scintilla, sicchè non serbo la metà dell'amaritudine che sentirei in tutte le difficoltà e molestie che mi occorsero: e con certi suoi amorosi e dolci modi cristiani ha fatto che, in due anni, io non ho saputo dove mi tener la testa... ma in questo caos mi fece sentire che doveva alzare gli occhi in un altro modo a quel lume, che poteva illuminare lui secondo li miei bisogni, e non secondo la mia volontà. E così fo, ogni cosa reputando egualmente venir da Cristo, pigliando sommo piacere delle consolazioni quando Dio per suo mezzo le manda a me.... Quando non vengono, non quanto solevo mi doglio, ma mi umilio, o a dir meglio cerco di umiliarmi».

«Sto bene in questo silenzio (di Viterbo) e quanto più, per grazia di Dio, il gusto, più compassione ho alla signoria vostra reverendissima: ma il Signore con tanta pace le parli dentro, che non senta li strepiti di fuora, come la mia debilità li sentiva..... Considerando lo stato di vostra signoria reverendissima, non so se più compassione gli debbo avere o quando è con le turbe servendo Cristo nelli suoi fratelli, o quando è solo con Cristo, vedendo i fratelli di lui: massime che, essendo il corpo in fatica, e la mente desiderando la solitudine, mi fa chiaro il copioso fonte d'ogni grazia non gli lascia tanta sete senza dargli spesso qualche dolce poto, acciocchè o col desiderio o coll'effetto sostenga la sua cristianissima vita».

«Avendomi detto che non lo laudi mai, mi bisogna tacere. Che se in questa materia avessi potuto allargarmi, vostra signoria reverendissima avria visto il caos d'ignoranza ove io era, e il labirinto di errori ov'io passeggiava sicura, vestita di quell'oro di luce, che stride senza star saldo al paragone della fede, nè affinarsi al fuoco della vera carità: essendo continuo col corpo in moto per trovare quiete, e con la mente in agitazione per aver pace. E Dio volle che da sua parte mi dicesse _Fiat lux_, e che mi mostrasse esser io niente, e in Cristo trovare ogni cosa».

«.....Sapendo io il credito che monsignor ha alla signoria vostra e la reverenza che monsignor Luisi (_Priuli_) e monsignor Marcantonio (_Flaminio_) le hanno, la supplico a tenerli spesso ricordati che attendano con ogni possibil diligenza alla sua guardia, lasciando in questo a sua signoria la guardia severissima della sua intrepida fede, considerando che Dio gli ha eletti fra tanti altri suoi servi a custodire questo membro suo, il qual a me pare che faccia sempre male, come che si muova o a dextris secondo lo spirito suo, a sinistris secondo la carne mia.....»

E al cardinale d'Inghilterra:

«Sa il Signor nostro che per altro non desidero eccessivamente di parlar con vostra signoria se non perchè vedo in lui un ordine di spirito, che solo lo spirito lo sente: e sempre mi tira in su a quell'amplitudine di luce, che non mi lascia troppo fermare nella miseria propria: anzi con sì alti sostanziosi concetti mi mostra la grandezza di lassù e la bassezza e nichilità nostra, che, vedendo noi stessi e tutte le cose create servirci a questa, bisogna trovarci soli in Colui che è ogni cosa. E quanto più ho bisogno di parlare alla vostra signoria, non per ansia nè dubbj nè molestia che abbia o tema d'avere per bontà di colui che mi assicura, ma perchè ogni volta che la vostra signoria parli di quel stupendissimo sacrificio, della eterna destinazione, dell'esser preamati, e di quel pane ascondito trovato su quelli monti e fonti che scrive....., fa star l'anima sull'ali, sicura di volar al desiderato nido; sicchè tanto è per me parlare con vostra signoria come con un intimo amico dello Sposo che mi parlerà per questo mezzo, e mi chiama a lui, e vuol che ne ragioni per accendermi e consolarmi».

Chi ha letto santa Teresa e la beata di Chantal non istupirà dell'affetto, che del resto, in donna, radamente si scompagna dalla venerazione. E forse il Priuli ne faceva appunto a Vittoria, la quale gli rispondeva: «La cosa è sì perfetta, l'affezione mia sì giusta, debita e santa, così utile all'anima mia, sì cara e grata a Dio, che mi andrei solo ritirando, come si suol ritirare la mente dalla troppo fissa orazione e dolcezza dello spirito, acciò ritorni a servir gli altri prossimi per esercitar la carità, perchè con monsignor esercito più la fede, ricevendo assolutamente da Dio quanto lui fa: sicchè sempre sono obbligatissima al dolcissimo mio e reverendissimo Morone, che in tutti i modi mi fa consolata».

Chi poi, in questi ultimi anni, ha potuto assistere in Parigi ai convegni della signora Swetchine, e attorno a questa intelligente russa vedere raccolti Lacordaire, De Falloux, Montalembert, Dupanloup ed altri caporioni della scuola cattolica, nell'intimo bisogno di dirsi un all'altro il proprio pensiero sulle quistioni supreme, e di accomunar le melanconie della gioja e l'istruzione dei dolori, nel penoso rispetto del diritto e nel disgusto delle defezioni e delle debolezze; e riconoscere che, per arrivare all'oasi, bisogna attraversare il deserto; assicurarsi che, quando non si prenda la vita dal lato di Dio, non si sbriga questa matassa arruffata; e scontenti del mondo e di sè, contenti di Dio, con amabile semplicità accattare la solenne espiazione, e sostenersi vicendevolmente a soffrire, nella persuasione superna che Dio sa quel che fa, e nella mondana che, senza i colpi dell'avversità, ci sarebbe ancora del ferro ma non dell'acciajo; chi gli ha veduti, dico, gode immaginarsi che qualcosa di simile avvenisse attorno alla marchesa poetessa, fra quelle pie persone, cupide di sottrarsi al doloroso supplizio dell'incertezza. Deh, perchè in tanti studj di drammatizzar il passato, nessuno toglie a ravvivar quelle sante e dotte confabulazioni, che allora dovettero passare a Viterbo fra queste anime pie, nel mentre in Germania straziavansi e a vicenda si bestemmiavano i predicatori del disenso?

La Vittoria morì poi a Roma uscente il febbrajo 1547, e udimmo come la compiangesse Michelangelo, il quale doleasi d'una cosa, di non averla baciata quando la vide cadavere.

Proseguendo, noi avremo a indicare altri, per malizia o per leggerezza imputati di eresia: oltrechè questa era divenuta l'accusa che paleggiavasi fra avversarj, con troppo solita slealtà: onde il cardinale di Ravenna scrive al cardinale Contarini: «Sendo questa città parzialissima, nè vi rimanendo uomo alcuno non contaminato da questa macchia delle fazioni, si van volentieri, dove l'occasion s'offerisce, caricando l'un l'altro da nimici»[552].

Federico Fregoso genovese, dottissimo in greco ed ebraico, fu involto nelle vicende della sua patria e della sua famiglia e nelle guerre contro i Barbareschi, adoprato in negozj scabrosi, caro ai migliori d'allora, riordinatore della diocesi di Gubbio, e autore del _Pio e cristianissimo trattato dell'orazione_. Eppure i Protestanti lo annoverano fra i loro[553], ma per frode, avendo fintamente apposto il suo nome all'opuscolo _Della giustificazione e delle opere_, e alla _Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani_.

Il Rucellaj, nelle _Api_, esponendo la dottrina di Pitagora che tutte le cose sian avvivate da un'anima divina, le corporee come le incorporee, le ragionevoli come le brute, e che da quella provengano le anime nostre e a quella ritornino, continua:

Questo sì bello e sì alto pensiero Tu primamente rivocasti in luce, Trissino, con tua chiara e viva voce: Tu primo i gran supplizj d'Acheronte Ponesti sotto i ben fondati piedi Scacciando la ignoranza de' mortali (698-704).

Da questi versi, che io lascio lodare ad altri, s'indurrebbe che il poeta Giorgio Trissino insegnasse l'anima del mondo; ma invece di negare ciò, come altri fece[554], poteasi vedervi l'abitudine, allora abbastanza estesa, di discutere e sostenere le opinioni anche le più lontane dall'ortodossia, come chiarimmo parlando della scuola di Padova, dove appunto predicavasi la dottrina d'Averroè sull'universalità dell'anima. Quanto all'altra parte, vorrebbe dire che il Trissino togliesse la paura dell'inferno, disnebbiando gli intelletti; ma ognuno vi riconosce un'infelice imitazione di Virgilio[555].

Il Trissino, placido ingegno, ch'ebbe onori e incarichi fin di ambascerie da due papi, nell'_Italia Liberata_, poema che tutti conoscono e nessuno legge, s'avventa contro i preti, i quali «spesse volte han così l'animo alla roba, che per denari venderiano il mondo», e da un angelo fa vaticinare a Belisario in quanta corruzione cadrebbe la Corte romana, sicchè i papi non penserebbero che a rimpolpare i loro sterponi con ducati, signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli ai loro mignoni e ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi, benefizj, privilegi, dignità, o collocarvi persone infami; per denaro dispensare dalle leggi migliori, non serbare fede, trarre la vita in mezzo a veleni e tradimenti, seminare guerre e scandali fra principi cristiani, sicchè i Turchi e i nemici della fede se n'ingrandiscano: e conchiude che il mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo del popolo di Cristo.

Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni pii aveano fantasticato la venuta d'un papa angelico? Del resto il dire che la Corte romana era corrotta, venale la dateria, ribalda la sua politica, non curare le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare il mercimonio delle indulgenze, impugnare le decretali, vedemmo consuetissimo in Italia: e il Trissino non facea che seguitare la moda; nè cotesta sua libertà pruova altro se non ciò che altrove mostrammo, quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si provedeva a correggerli.

E come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch'essi della libertà, altrettanto accadeva allora del liberalismo religioso. Molti potevano lealmente credere che, se il papato era stato necessario per l'educazione de' Barbari, allora si poteva omai dispensarsene: che la critica non farebbe se non appurare la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto, come oggi vediamo, succedersi dottrine tutte cangianti, tutte attaccabili, senza autorità nè coerenza, al punto che gli spiriti non si inebriassero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almen si sentiva, che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli debbono venire dall'amore non dalla collera, dall'autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.

Ma chi assiste alla turpitudine degli odierni pugillatori non si meraviglierà che allora si accusassero di eresia i nemici. A tacere il Muzio, l'Aretino, il Franco e simil ciurma, il Vasari imputa il Perugino di miscredente, mentre l'indole sua e i suoi dipinti il mostrano così diverso. Anche del gran Leonardo da Vinci egli scrive che «tanti furono i suoi capricci, che filosofando delle cose naturali, attese a intendere la proprietà d'elle, contemplando e osservando il moto del cielo, il corpo della luna e gli andamenti del sole; per il che fece nell'anima un concetto sì eretico, che non s'accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più l'essere filosofo che cristiano», e che solo in punto di morte fosse istruito nella fede. In ciò il cortigiano dei Medici non era informato nulla meglio di quando il fa spirare fra le braccia di Francesco I; ed egli medesimo temperò quest'asserzione nella ristampa; oltre che abbiamo il testamento, che Leonardo fece un anno prima di morire, dove, tutto pietà, «raccomanda l'anima sua a Nostro Signor messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»: prescrive trenta messe basse e tre alte, da dirsi per l'anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise.

Gli stessi procedimenti della Riforma le diminuivano seguaci. Come svegliar le coscienze addormentate con un _credo_ vago ed oscillante? La Bibbia, la meditazione, il libero esame! Davvero mezzi opportuni per condur a quella certezza che è suprema necessità per operare. Io uom del popolo ho da lavorare sei giorni per settimana, quattordici ore per giorno. Chi mi parla di Dio? della Grazia? della giustificazione? Su ciò disputino il dotto, il ricco, la signora oziosa, e creino tanti sistemi quante hanno teste; ma io povero, io ignorante, io nell'ospedale, io nella manifattura! No: è impossibile che Dio abbia messa a tal prezzo la mia salvezza. Egli non può che aver diretto moralmente e intellettualmente l'umanità, costituendo una società istruita da lui stesso, da lui governata, in cui un'autorità umana, esterna, visibile sia partecipazione dell'autorità sua divina, e dove l'uomo appaja solo stromento di Dio, annunziatore della parola del maestro eterno; sempre intenta al cielo mentre soddisfa in noi il bisogno intellettuale della verità, il bisogno morale del bene, il bisogno sensuale della felicità.

E il popolo nostro si tenne al credo vecchio. Oltre i pii che riconosceanvi solo un'empietà, spiaceva il vedere sconvolto il mondo da questa superbia del surrogare l'autorità dell'individuo a quella della città eterna. Anche coloro che gridavano la Chiesa romana avere bisogno di correzione, trovavano che i Protestanti la correggevano troppo male.

E che ogni giorno rivelava la moltiforme natura della Riforma: in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Svizzera, deleterica in Polonia. Intolleranti come e più di quelli da cui si erano staccati, e senza avere come questi l'appoggio dell'autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli trovarsi al possesso esclusivo della verità; un concistoro scomunicava l'altro; l'un predicante espelleva l'altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelavasi però altamente degl'Italiani, rifuggiti in gran numero in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti dell'istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi. Gli Italiani non si risolveano fra le varie negazioni. Lutero, adorato dai Tedeschi pel suo odio contro l'Italia, poco gradiva ai nostri[556], che spendevano piuttosto a Zuinglio, perchè avea scritto in latino, e procedea più serio e più logico: e così fece l'Altieri sunnominato dopo che visitò le Chiese elvetiche. Calvino, non più riformator nazionale, ma vero eresiarca, trovava maggiori assensi, ma i nostri mal sapeano acconciarsi a quel dogma che annichila la libertà umana sotto la stretta del peccato, e rinserra la natura in un dilemma fra il male e la grazia, offendendo e il moralista e il filosofo. Molti, accettando la giustificazione pei soli meriti di Cristo, continuavano però a frequentare la messa e gli altri riti. Ma Luterani e Calvinisti sbigottivansi dell'audacia che i fuorusciti italiani prendevano non appena avessero assaporata la libertà di coscienza, e il Gerdes asserisce che i paradossi e le sentenze erano il vizio di costoro. Persuasi del valore della parola, credono con essa dare esistenza alle cose; compongono libri, anzichè preparare dei martiri; non si fanno scrupolo di tenere una credenza interiore differente dalla parola; nè si brigano molto di convertire il popolo, quasi questo vada dietro ai pensanti. Olimpia Morata parafrasò i salmi in greco, lavorò affatto letterario come quel del Flaminio che li ridusse in versi latini; piantavano dispute, ma le trattavano filosoficamente, donde l'accusa di cui li colpisce Melantone, di troppo platonizzare. Ciò li distoglieva dall'essere persecutori, come gli altri più convinti, e quindi d'aggiunger un altro stimolo ai miscredenti, il rumore e la pubblicità della repressione. Anzi, abituati alla grande unità cattolica, i nostri traviati stupivano nel vedere i Protestanti così discordi fra loro, e s'affannavano a conciliarli con quelle transazioni, che li faceano disgradire dagli uni e dagli altri.

Più d'uno dei nostri, oltre il Contarini, fu accusato di cercare questi accordi, se non altro, col tollerare espressioni che repugnassero all'esattezza cattolica. Sul qual proposito il famoso Echio esclama: «Non è schietto figlio della Chiesa quel che volesse fare transazioni con ingiuria della madre: nasca scandalo, piuttosto che lasciare la verità, dice san Gregorio. E san Basilio, la Chiesa otterrebbe facilmente pace dagli eretici se alla verità ceder volesse: ma non l'otterranno mai. Se fosse, che farebbe tutta la Germania? che i ricchissimi regni della Spagna? che l'Italia, madre della religione, e la Francia col suo re cristianissimo? che il Portogallo, l'Ungheria, la Polonia, la Scozia, l'Inghilterra, la Sicilia, Napoli, la Croazia, la Navarra? che le maggiori potenze: Venezia col regno di Creta e Cipro; Milano, Firenze, Genova, Siena, Lucca, e i fortissimi otto cantoni Elvetici coi Valdesi? Consentiranno essi, e daransi vinti, e confesseranno d'aver essi e i loro antecessori mutata l'istituzione di Cristo? O temerità!».

Aggiungiamo che i nostri non vi portavano cognizioni profonde della scienza di Dio, e di raro convinzioni tenaci. Liberi pensatori, amavano rompere i ceppi che l'autorità cattolica imponeva loro, cessar le pratiche o incomode o umilianti, e poter pensare di loro capo, interpretare liberamente il sacro testo, se non altro negare. Nella Riforma non vedeano che un'altra superstizione surrogata all'antica, talchè la ragione o restava servile al passato, o, rotto ogni freno, usciva sino dal cristianesimo; e fuor d'ogni fede positiva cercava il Dio ignoto. Non Luterani o Calvinisti, _sunt ingenia ad contentionem prona et ad placandum difficilia_, scrive uno. E Comander: _Nos exosos habent magnates nostri propter italos: nam contentiosi sunt et inquieti: ex quacumque re levissima rixam movent: nec doceri a quoquo sustinent, nec a sua pervicacia remittunt; unde nobis sunt oneri_.

Gli storici fanno eco a tali accuse, e anche non è guari il Villers asseriva che gli Italiani sono o teisti o papisti[557].

Vogliasi ammettere che nei nostri fuorusciti non si trova la bassa piacenteria verso la plebe o verso i principi, che deturpa gli scritti di Lutero, ma neppure il merito letterario. In molti paesi la Riforma diede origine o cagione a costituire o sviluppare le lingue vulgari; così fu del romancio fra' Grigioni, del boemo al tempo degli Ussiti, del tedesco colla Bibbia di Lutero, e in gran parte anche del francese coll'_Istituzione_ di Calvino e colle prediche de' suoi. In Italia la lingua avea già raggiunto la sua maturanza; e dei tanti letterati che aderirono alla Riforma nessuno scritto rimase fra i classici; nol meritando neppur la Bibbia del Diodati, sebbene testè adottata dalla Crusca: non avemmo alcuno che portasse lo splendore della rinascenza nel seno della Riforma.

NOTE

[520] Nel 1530 la Lombardia ebbe i ricolti devastati dalle locuste; e non c'è regione, di cui le cronache non attestino le desolazioni.

[521] _Spigolature negli Archivj di Toscana_.

[522] A Siena la chiesa di San Domenico è coperta d'epitafj di studenti tedeschi.

[523] SECKENDORF, _Hist. Lutheranismi_, tom. I, pag. 415.

[524] LUTHER'S _sammtliche Schriften_, tom. XXI, p. 4092 (ediz. Walch). MELANCTON, _Opp_. col. 598, 835 ecc.

[525] CELESTINI, _Acta comit. Aug_., tom. II, p. 274, tom. III, p. 18.

[526] Argentorati, 10 settembre 1541.

[527] SECKENDORF, _Hist. Lutheranismi_, lib. III, pag. 68.

[528] HOTTINGER, _Eccl. sæc. XVI_, tom. II, p. 611. DE PORTA, Ref. _Eccl. ræticarum_, lib. II, 5.

[529] Il Machiavelli osserva che, se la religione «non fosse stata ritirata verso il suo principio da san Francesco e san Domenico, sarebbe al tutto spenta». Noi sappiamo che non sarà mai spenta, ma vedasi quanta importanza egli attribuiva a questi riformatori.

[530] _Leben Michelangelo's_. E vedi tutto ciò illustrato nelle _Rime di M. A. Bonarroti curate sugli autografi e pubblicate da_ C. GUASTI. Firenze 1863.

[531] Di questo sentimento di pietà, svolgentesi ne' gran momenti degli artisti, avemmo un esempio in questo gennajo 1866, quando il Papi a Firenze fuse il David di Michelangelo. Al momento decisivo buttaronsi a ginocchi l'artista e i fattorini, in prima pregando, poi ringraziando il Signore e i santi suoi.

[532]

Onora e ama e teme e prega Dio Pel pascol, per l'armento e pel lavoro, Con fede, con ispeme e con desio Per la gravida vacca e pel bel toro. E 'l dubio, e 'l forse, e 'l come e 'l perchè rio Nol può ma' far, chè non istà fra loro Se con semplice fede adora e prega Iddio e 'l Ciel, l'un lega e l'altro piega.

[533] _Stanze del Berni con tre sonetti del Petrarca, dove si parla dell'Evangelio e della corte di Roma. Io vi dico che se costoro taceranno, i sassi grideranno_. Basilea 1554. La stanza forse più forte è questa:

La parola di Dio s'è risentita, E va con destro piè per l'Alemagna, E tesse tuttavia la tela ordita, Scovrendo quell'occulta empia magagna, Che ha tenuta gran tempo sbigottita E fuor di sè la Francia, Italia e Spagna, Già per grazia di Dio fa intender bene Che cosa è chiesa, caritade e spene.

[534] Nel 1861, _l'Edimburg Review_ stampò un notevolissimo articolo di Cartwright sul _Progresso della Riforma Cattolica in Italia_. Prestabilito che la nostra Chiesa ripudii ogni movimento, ogni dissenso, considera come avverso ad essa, o almen minaccioso, chiunque professa idee liberali sia in fatto di governo, sia in fatto delle temporalità della Chiesa. Pertanto a capo a questi riformatori starebbero il Rosmini e tutto il suo Ordine, perciò osteggiati dai Gesuiti; poi i Domenicani, poi i Benedettini, poi Cappuccini; ne' quali Ordini indica personaggi favorevoli, anzi banditori d'idee molto avanzate.