Part 52
«O signore mio, pregate di continuo il signor Dio che, insieme con questo gran re, vi umiliate da dovvero sotto la potente mano di sua divina maestà, lasciando a Dio tutta la gloria, tutta la potenza, per ricevere da Dio i beati doni della grazia sua, la quale egli comunica solamente agli umili, lasciandone vacui i superbi. Queste parole dice il Signore appresso Geremia: Non si glorii il savio nella sapienza sua, nè si glorii il forte della sua fortezza, nè si glorii il ricco delle sue ricchezze: ma chi si gloria, si glorii nel conoscermi; perciocchè io sono il Signore, il quale esercito la misericordia e la giustizia in terra; perciocchè queste cose a me piacciono, dice il Signore. Se dunque vi volete gloriare, non vi gloriate, come fanno coloro che hanno gli animi vili e plebei, nelle ricchezze e nella nobiltà carnale. Si glorii in queste cose vilissime e vanissime colui che vive nel regno della carne e del peccato; ma voi che siete entrato nel regno di Dio, gloriatevi che il vostro Dio abbia usato con voi la sua misericordia, illuminando le vostre tenebre, facendovi conoscere la sua bontà, facendovi, di figliuolo di ira, figliuolo suo; di vilissimo servo del peccato, nobilissimo cittadino del cielo; donandovi finalmente il suo unigenito figliuolo Gesù Cristo, e ogni cosa con lui; di maniera che, come dice san Paolo, il mondo, la vita, la carne, le cose presenti e le future e ogni cosa, è vostra in Cristo, e per Cristo unica felicità dell'anima vostra. Questa sorta di gloriazione si conviene ai Cristiani; per la quale si esalta la misericordia di Dio, e si annichila la superbia umana, la quale s'innalza contra la cognizione di Dio, volendo gloriarsi di Dio e confidare in se medesima. Questa gloriazione ci fa umili nelle grandezze, modesti nelle prosperità, pazienti nelle avversità, forti ne' pericoli, benefici verso ognuno, stabili nella speranza, ferventi nell'orazione, pieni dell'amor di Dio, vacui dell'amor immoderato di noi medesimi e delle cose del mondo, e finalmente veri imitatori di Cristo, nella quale imitazione dobbiamo mettere tutto il nostro studio, riputando ogni altro studio, rispetto a questo, superfluo e vano.
«Signor mio colendissimo, volendo io ubbidire alla lettera di vostra signoria ho fatto contro al mio istituto, perciocchè conoscendo per favor di Dio ogni ora più la mia grande imperfezione e la mia insufficienza, conosco ancora che a me conviene udire e non parlare, essere discepolo e non maestro. Ma per questa volta ho voluto che abbia maggior forza il desiderio di vostra signoria, che la mia deliberazione. Il reverendissimo legato ama vostra signoria come suo dilettissimo fratello in Cristo, e avrà gratissima l'occasione, che gli manderà il signor Dio di poter mostrare con gli effetti l'amor suo. Sua signoria reverendissima, e l'illustrissima signora marchesa di Pescara salutano quella, e questi altri gentiluomini con meco le baciano la mano, pregando con tutto il cuore il nostro signor Dio, che la faccia diventare con la grazia sua di gran lunga più povera di spirito che ella non è ricca di castella e di beni temporali, acciò che la povertà spirituale la faccia ricchissima de' beni divini, e sempiterni. — Di Viterbo, il giorno 13 di febbrajo del XLIII».
Da per tutto ove andasse, il Polo amava tali adunanze; e venuto nel monastero di Maguzzano presso Brescia, si trasse intorno monaci dotti e pii, quali Teofilo Folengo, Alessio Ugoni, un degli Ottoni, un Bornato, un Massato, che tutti invogliò a studiare la Bibbia.
Egli stesso dettò molte scritture in proposito dello scisma d'Inghilterra e singolarmente _Della unità della Chiesa_. Eppure fu sospettato d'eresia, e sotto il rigido Paolo IV messo prigione: là dicono scrivesse un'apologia, col calore che suol mettervi chi si trova incolpato a torto: poi rilettala a mente fredda, la giudicò troppo pungente, e buttolla al fuoco dicendo: «Non denudare le vergogne del padre tuo».
Era naturale che il Polo esercitasse molta efficienza sulle persone che lo attorniavano[542]; e Pier Paolo Vergerio, colle solite insinuazioni, dice che il Flaminio sarebbe entrato nelle opinioni luterane, se non fosse stato rattenuto dal cardinale Polo. Il quale, a dir suo, «intendeva o fingeva intendere la giustificazione per la sola fede di Cristo e l'insegnava a molti che teneva in casa (fra' quali esso Flaminio e messer Giovanni Morellio, morto ministro nella Chiesa de' forestieri a Francoforte): ma intanto persuadeva a contentarsi di tal cognizione secreta, e non tener conto degli abusi ed errori della Chiesa; e che si può farsi avanti con la pura dottrina tacendo, dissimulando e fuggendo». Gli amici di questo (egli continua) asserivano non aspettasse che il tempo «di dirla in faccia al papa o fare un qualche bel rumore in gloria di Dio»; ma invece richiamò al papismo l'Inghilterra, «e vi ha introdotto tutte le feccie, tutti gli abusi, e tutte le superstizioni e ribalderie papali, fino una statua di Tommaso Cantuariense»[543].
In fatto la Riforma aveva operato sì poco sulle moltitudini in Inghilterra, che bastò il salir regina Maria per restaurarvi il cattolicismo. Giulio III vi mandò il Polo, che, come più intelligente e tollerante, capì bisognava dar l'assoluzione pei beni ecclesiastici venduti: ma Paolo IV stette fermo a negarla (rescissio alienationum), e revocò il Polo; e subito dopo la nuova regina Elisabetta ripristinò la chiesa scismatica. Allora Paolo IV esclamava: «Nelle guerre perdiam la Germania: pel ritiro del cardinal Polo perdemmo l'Inghilterra: vogliam il Concilio; vogliamo la riforma e la pace».
Nè è fuor di luogo notare come la Chiesa anglicana conservasse un complesso di dogmi, di sacramenti, di riti, di prescrizioni, d'osservanze, che, più d'ogni altra forma di protestantismo, la avvicinano a noi; con un sacerdozio che si presume apostolico; colla pretensione di purità, unità, perpetuità. Anche il suo Common Prayer book, o libro di preghiere, nella maggior sua parte si scambierebbe per cattolico; la nostra messa è, si può dire, tradotta: altrettanto avviene nelle Omelie, ne' Formularj, nelle scritture di molti teologi de' primi tempi dello scisma. Ciò poteva anche esser un artifizio per insinuar poi le massime eterodosse, ravviluppate in tanto di vero. E da principio non pochi cattolici ne restarono illusi, talchè la Chiesa dovette intervenire per metterli sull'avviso: ma su queste conformità si fondano i tentativi odierni de' Puseisti di accordar l'anglicana colla Chiesa cattolica[544].
Tornando a que' pietosi, alla rinascenza quale s'ebbe in Italia, fondata solo sull'arte e sul sentimento del bello, voleano surrogare quella fondata sulla morale seria e sull'applicazione positiva; ricorreano alle fonti della tradizione, e taluni, più infervorati del senso morale, arrivavano a supporre che la parola interiore, vale a dire la coscienza e la ragione, sieno superiori alla lettera biblica, e contentavansi di sviluppar il sentimento religioso, men curandosi delle credenze positive. A questo misticismo sono sempre più proclivi le donne, essendo esso il grado più elevato dell'affetto, l'eccesso dell'abnegazione, l'amor divino spinto talora fino alla passione; come si vide nel XIV secolo in santa Caterina, nel XVI in santa Teresa, poi nella beata di Chantal, nella Guyon, nella Bourguignon; e fino ai dì nostri nella Krudner e nelle scolare del Saint-Martin, le marchese di Lusignan, di Coislin, di Chabannais, di Clermont-Tonnerre, la marescialla di Noailles, la duchessa di Bourbon.
Vi arieggiava Vittoria Colonna, che i Protestanti fanno dal Polo convertita. Nata dall'illustre famiglia di Roma il 1490 in Marino, feudo domestico, di cinque anni fu promessa sposa al marchese Francesco Ferrante d'Avalos di Pescara, campione della Spagna in Italia: di diciannove lo sposò, e vivea spesso in Pietralba alle falde del monte Ermo, più spesso in Ischia. Quel suo marito si segnalò per valore e si deturpò per spioneggio nel noto affare del cancelliere Morone, onde il milanese Ripamonti scrive non essere stato in quei tempi alcuno nè più infame in perfidia, nè più illustre nell'armi. Infatti contribuì grandemente alle vittorie de' Francesi in Italia: restò ferito e prigione alla battaglia di Ravenna del 11 aprile 1512, e giovane morì il 25 novembre 1525. Vittoria immortalò con poetici compianti le imprese di lui e il proprio affetto, chiamandolo il suo bel sole: ritiratasi a Roma fra le monache di San Silvestro in capite, soffrì delle sventure che cagionarono i suoi Colonnesi; ricoverò a Marino, pregando e offrendo riscatti pei tanti miseri nella terribile invasione; quando Paolo III ruppe guerra ai Colonna[545], ella passò nel monastero di San Paolo d'Orvieto, poi nel 1542 in quello di Santa Caterina a Viterbo.
Sette anni dopo ch'era vedova, venne a Napoli lo spagnuolo Valdes; ed a' suoi discorsi infervoratasi del vangelo, ella non trovava pace e consolazione che nella parola di Dio.
Due modi abbiam da veder l'alte e care Grazie del ciel: l'uno è guardando spesso Le sacre carte, ov'è quel lume espresso Che all'occhio vivo sì lucente appare; L'altro è alzando dal cor le luci chiare Al libro della croce, ov'egli stesso Si mostra a noi sì vivo e sì dappresso, Che l'alma allor non può per l'occhio errare.
Altrove prorompe:
Deh, potess'io veder per viva fede, Lassa! con quanto amor Dio n'ha creati. Con che pena riscossi, e come ingrati Semo a così benigna alta mercede: E come Ei ne sostien; come concede Con larga mano i suoi ricchi e pregiati Tesori; e come figli in Lui rinati Ne cura, e più quel che più l'ama e crede. E com'Ei nel suo grande eterno impero Di nuova carità l'arma ed accende, Quando un forte guerrier fregia e corona. Ma poi che, per mia colpa, non si stende A tanta altezza il mio basso pensiero, Provar potessi almen com'Ei perdona.
Dalla fiducia nel sacrifizio di Cristo è tutto ispirato il seguente sonetto:
Tra gelo e nebbia corro a Dio sovente Per foco e lume, onde i ghiacci disciolti Sieno, e gli ombrosi veli aperti e tolti Dalla divina luce e fiamma ardente. E se fredda ed oscura è ancor la mente, Pur son tutti i pensieri al ciel rivolti; E par che dentro il gran silenzio ascolti Un suon che sol nell'anima si sente. E dice: Non temer, chè venne al mondo Gesù, d'eterno ben largo ampio mare, Per far leggero ogni gravoso pondo. Sempre son l'onde sue più dolci e chiare A chi con umil barca in quel gran fondo Dell'alta sua bontà si lascia andare[546].
Le sue poesie spirituali, sebbene artefatte e dialettiche più che immaginose e sentite, sono delle migliori d'allora, e rivelano una profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, che deplorando i mali della patria, gli attribuivano alla depravazione de' Cristiani e alla negligenza de' prelati. Onde scriveva:
Veggio d'alga e di fango omai sì carca, Pietro, la nave tua, che, se qualch'onda Di fuor l'assal, d'intorno la circonda, Potria spezzarsi e a rischio andar la barca. La qual, non come suol leggera e scarca Sovra 'l turbato mar corre a seconda, Ma in poppa e 'n prora, all'una e all'altra sponda È grave sì, ch'a gran periglio varca. Il tuo buon successor, ch'alta cagione Dirittamente elesse, e cor e mano Muove sovente per condurla a porto. Ma contro 'l voler suo ratto s'oppone L'altrui malizia; onde ciascun s'è accorto Ch'egli senza il tuo ajuto adopra invano.
Adduconsi principalmente il _Pianto della marchesa di Pescara sopra la passione di Cristo_, e l'orazione sopra l'_Ave Maria_[547] onde provare come ella aderisse alle dottrine nuove. Noi però osserveremo come ella assoggetti la sua ragione alla cristiana umiltà:
Parrà forse ad alcun che non ben sano Sia 'l mio parlar di quelle eterne cose, Tanto all'occhio mortal lontane e ascose, Che son sovra l'ingegno e il corso umano. Non han, credo, costor guardato 'l piano Dell'umiltade, e quante ella pompose Spoglie riporti, e che delle ventose Glorie del mondo ha l'uom diletto invano. La fe mostra al desio gli eterni e grandi Obblighi, che mi stanno in mille modi Altamente scolpiti in mezzo al core. Lui che solo il può far prego che mandi Virtù, che sciolga e spezzi i duri nodi Alla mia lingua onde gli renda onore.
E ancor meglio in quest'altro sonetto:
Quel pietoso miracol grande, ond'io Sento per grazia le due parti estreme Il divino e l'uman, sì giunte insieme, Ch'è Dio vero uomo, e l'uomo è vero Dio, Erge tant'alto il mio basso desio E scalda in guisa la mia fredda speme, Che 'l cor libero e franco or più non geme Sotto l'incarco periglioso e rio. Con la piagata man dolce e soave Giogo m'ha posto al collo, e lieve il peso Sembrar mi face col suo lume chiaro. All'alme umili con secreta chiave Apre il tesoro suo, del quale è avaro Ad ogni cor d'altere voglie acceso.
Fu essa a Ferrara nel 1537 al tempo della duchessa Renata, che vedremo calda fautrice di Calvino, e forse per mezzo di essa legò relazione con Margherita regina di Navarra, corifea de' Riformati in Francia, e le diresse una lettera di questo tenore:
«Le alte e religiose parole della umanissima lettera di vostra maestà mi dovriano insegnare quel sacro silenzio, che invece di lode si offerisce alle cose divine. Ma temendo che la mia Riverenza non si potesse riputare ingratitudine, ardirò, non già di rispondere, ma di non tacere in tutto, e solo quasi per inalzare i contrapesi del suo celeste orologio, acciocchè, piacendole per sua bontà di risonare, a me distingua ed ordini l'ore di questa mia confusa vita, fintantochè Dio mi concederà di udire vostra maestà ragionare dell'altra con la sua voce viva, come si degna di darmene speranza. E se tanta grazia l'infinita bontà mi concederà, sarà compiuto un mio intenso desiderio, il quale è stato gran tempo questo, che, avendo noi bisogno in questa lunga e difficil via della vita, di guida che ne mostri il cammino, con la dottrina e con le opere insieme ne inviti a superar la fatica. E parendomi che gli esempj del suo proprio sesso a ciascuno siano più proporzionati, ed il seguir l'un l'altro più lecito, mi rivoltai alle donne grandi d'Italia per imparare da loro e imitarle; e benchè ne vedessi molte virtuose, non però giudicava che giustamente l'altre tutte quasi per norma se la ponessero. In una sola fuor d'Italia s'intendeva esser congiunte le perfezioni della volontà, insieme con quelle dell'intelletto..... Certo non mi sarà difficil viaggio per illuminare l'intelletto mio e pacificare la mia coscienza; e a vostra maestà penso che non sia discaro per aver dinanzi un subjetto ove possa esercitar le due più rare virtù sue; cioè l'umiltà, perchè s'abbasserà molto a insegnarmi, e la carità, perchè in me troverà resistenza a ricever le sue grazie.... Potessi io almeno servire per quella voce che nel deserto delle miserie nostre esclamasse a tutta Italia di preparar la strada alla venuta di vostra maestà! Ma mentre sarà dalle alte e reali sue cure differita, attenderò a ragionar di lei col reverendissimo di Ferrara, il cui bel giudizio si dimostra in ogni cosa, particolarmente in riverir la maestà vostra. E mi godo di vedere in questo signore le virtù in grado tale che pajono di quelle antiche nell'eccellenza, ma molto nuove agli occhi nostri, troppo omai al mal usati. Ne ragiono assai col reverendissimo Polo, la cui conversazione è sempre in cielo, e solo per l'altrui utilità riguarda e cura la terra: e spesso col reverendissimo Bembo, tutto acceso di sì ben lavorare in questa vigna del Signore»[548].
La regina Margherita rispondendo la ringrazia delle lodi datele, protestando di ben poco meritarle. «Per il di dentro io mi sento sì contraria alla vostra buona opinione, che io vorrei non aver vedute le vostre lettere se non per la speranza che ho, che, mediante le vostre buone preghiere, elle mi saranno uno sprone per uscire dal luogo ov'io sono, e cominciare a correre appresso di voi.... alla qual cosa è necessaria la continuanza delle vostre orazioni e le frequenti visitazioni delle vostre utili scritture...... Vostre lettere più che giammai desidero di avere, e ancor più di essere così avventurosa, che in questo mondo possi da voi udir parlare della felicità dell'altro».
Le espressioni della devota marchesa sentono la cortigianeria d'allora, più che un assenso ai pensamenti della regina. E nelle sue poesie troviam invocati e Maria e gli Angeli e i Santi, nominatamente Caterina e «Francesco, in cui, siccome in umil cera, con sigillo d'amor sì vivo impresse Gesù l'aspre sue piaghe»: e manda in regalo un Redentore, e altra volta:
L'immagin di Colui v'invio che offerse Al ferro in croce il petto, onde in voi piove Dell'acqua sacra sua sì largo rivo. Ma sol perchè, signor, quaggiuso altrove Più dotto libro mai non vi s'aperse Per lassù farvi in sempiterno vivo.
Il Boverio, annalista de' Cappuccini, ci racconta come a Ferrara la Colonna tolse a proteggere i Gesuiti, introdotti di fresco, e assistette anche di denaro i Cappuccini, a favor de' quali (egli racconta) s'adoprò acciocchè potesse raccogliersi il loro capitolo generale del 1535, sollecitatavi da frà Bernardino Ochino, che poi apostatò; a tal uopo essere ella andata anche al papa, ed espugnatone l'ordine di adunarlo. Noi potremmo opporre che ad essa è dedicata _la Nice_ di Luca Contile, opera tutt'altro che casta, sebben l'autore fosse secretario del cardinal di Trento.
Ritirata, come dicemmo, nel convento di santa Caterina a Viterbo, la Colonna v'avea frequenti colloqui col cardinale Polo ivi residente e col Flaminio[549], col Carnesecchi ed altri amici di lui, studiosi della Scrittura. Non è superfluo l'addur questa lettera di essa al cardinale Cervini, che fu poi papa Marcello II:
Da Viterbo il 4 dicembre 1542.
«Illustrissimo e reverendissimo monsignore,
«Quanto più ho avuto modo di guardar le azioni del reverendissimo monsignor d'Inghilterra, tanto più mi è parso veder che sia vero e sincerissimo servo di Dio. Onde, quando per carità si degna risponder a qualche mia domanda, mi par di esser sicura di non poter errare seguendo il suo parere. E perchè mi disse che gli pareva che, se lettera o altro di frà Bernardino (Ochino) mi venisse, la mandassi a vostra signoria reverendissima, senza risponder altro se non mi fosse ordinato, avendo avuto oggi la alligata col libretto che vedrà, ce le mando: e tutto era in un plico dato alla posta qui da una staffetta che veniva da Bologna, senza altro scritto dentro. E non ho voluto usar altri mezzi che mandarle per un mio di servizio; sicchè perdoni vostra signoria questa molestia, benchè, come vede, sia in stampa, e Nostro Signor Dio la sua reverendissima persona guardi con quella felice vita di sua santità che per tutti i suoi servi si desidera.
«PS. Mi duole assai che, quanto più pensa (_l'Ochino_) scusarsi, più si accusa, e quanto più crede salvar altri da un naufragio, più gli espone al diluvio, essendo lui fuor dell'arca che salva e assicura».
Così l'umiltà salvava da quegli eccessi, a cui talvolta trae la soverchia concentrazione, sia pure ne' sentimenti più autorizzati. Molto ella ammirava il cardinal Contarini, e quando morì a Bologna il 24 agosto 1542, compiangeva perchè
Potean le grazie e le virtù profonde Dell'alma bella, di vil cose schiva Ch'or prese il volo a più sicura riva Vincendo queste irate e torbid'onde, Rendere al Tebro ogni sua gloria antica; E all'alma patria di trionfi ornata Recar quel tanto sospirato giorno Che, pareggiando il merto alla fatica, Facesse quest'età nostra beata Del gran manto di Pier coperta intorno.
Nella qual occasione a suor Serafina Contarini dirigeva condoglianze, ricordandosi «delle sue pie e dolci lettere, quando convitava quello amatissimo fratello a desiderar di ritrovarsi con lei alla vera patria celeste, e della domanda che gli fe di esponer certi salmi, che dinotava aver la morte, passione e resurrezione di Cristo sempre impressa nel cuore». Ed enumera i meriti del defunto, e «l'ottimo e divino esempio che dava a ciascuno, e la molto importante utilità alla Chiesa, alla pace e al quieto viver nostro. Ma dovemo esser sicuri che l'infallibil ordine de re, signore e capo di tutti noi, sa il migliore e più atto tempo di tirare a sè le membra sue. Rimane solo la perdita della sua dolcissima conversazione, e il profitto di santissimi documenti suoi... Or altra spiritual servitù non mi resta che questa dell'illustrissimo e reverendissimo monsignor d'Inghilterra (Polo), suo unico, intimo e verissimo amico e più che fratello e figlio: qual sente tanto questa perdita, che 'l suo pio e forte animo, in tante varie oppressioni invittissimo, par l'abbia lasciata correre a dolersi più che in altro caso che gli sia occorso giammai».
Ma il suo affetto principale restava pel cardinale Polo: e quand'esso partì pel Concilio di Trento, minacciato sempre dagli assassini, essa il raccomandò caldissimamente al cardinale Morone, e nel processo fatto poi a questo trovammo varie lettere, per verità oscure e dubbie[550]. Eccone una da Viterbo il 30 novembre:
«Con molti servizj etiam che da Dio mi fossero date potenti occasioni, non potrei mostrare alla signoria vostra la mia volontà di servirla, nè esplicarle le securtà che mi dette allorchè, umanamente e con tanta cristiana affezione, mi disse che, in Cristo fondando ogni mia fede, credessi che la signoria vostra reverendissima faria per monsignor d'Inghilterra quel che gli fosse possibile, e che sperava andasse e tornasse come si desiderava da tutti li servi del Signore. Ed avendo poi inteso che continua in vostra signoria reverendissima questa sollecitudine, dimostrandola ogni ora con evidentissimi segni, mi allegra tanto e mi conferma sì nella presa speranza, che non ho potuto lasciar di molestar vostra signoria con questa mia, ringraziando Dio in Lei che si sia degnato legar in tanta unione col vincolo della vera pace due suoi sì cari amici, e di costituirmele serva in modo, che, absente da loro, senta consolazione della divina carità che si fanno insieme, massime che la mia estrema indignità mi toglie l'impedimento che suol dare l'invidia, ancora fosse santa e buona; e mi lascia umilmente godere che Cristo, unico signore capo e ogni ben nostro, abbia voluto che insieme conferiscano gli ampli tesori e inestimabili divizie sue, e gli abbia eletti ad un tanto e sì importante effetto. E qui non si manca da queste purissime spose di Cristo pregarlo che tolga ogni impedimento e ogni dilazione a perficere le ottime aspirazioni delle signorie vostre, sempre conformi, e rimesse alla sua suprema e rettissima volontà così in man della signoria vostra di comandarmi al mezzo di monsignore, che per troppa sua umiltà o per mia troppa indegnità non vuol che pensi pur di servirla, sia da me servito in lei, che certo non potrà fare maggior carità che essere occasione che io non mi alleviassi tanto peso di obbligo che ho con vostra signoria reverendissima che è di prezzo tanto, quanto per me vale l'anima mia quando la riguardo in Cristo, ove lui, come suo istromento, me la fa vedere e sentire ogni momento la grandissima verità che Iddio gli ha posto nel cuore, riguardato e conosciuto da quel di vostra signoria reverendissima con altro lume che non fo io. Piaccia al Signore di aumentarli in grazia sua, e favorirli quanto per sua gloria gli bisogna».
«PS. Non lascerò di dire a vostra signoria questo a mia confusione, che, quando il senso talor, imitando la madre del giovane Tobia, mormora de' timori per le insidie fatte a monsignor, subito lo spirito gli risponde, _Satis fidelis est vir ille cum quo dimisimus eum_. Sicchè vostra signoria vede che fa l'officio dell'angelo».