Part 51
Nel _Giudizio sopra le lettere di tredici uomini illustri pubblicate da M. Dionigi Atanagi_ (Venezia 1554), opera forse del sunnominato Vergerio, si legge che il Flaminio «solo tra questi ebbe qualche gusto e cognizione di Cristo e della verità, ma non in tutti gli articoli, perocchè Dio non scopre e non rivela tutti i suoi tesori ad un tratto, ma a parte a parte. Certa cosa è che, se il Flaminio intese la giustificazione per la sola fede in Cristo e la certezza della salute nostra, egli o non intese la materia dell'eucaristia, o non ebbe ardimento di dirla come sta». E riferite le discrepanze, soggiunge: «Questo guadagno almeno facciam noi di quella lettera flaminiana, che, avendo esso dimostrato dissentire da noi in questi punti, e non detto di dissentire ove noi neghiamo esservi la transustanziazione, e quella oblazione doversi applicare per vivi e per morti, e dove anche neghiamo la cena doversi dividere, il che fanno i papisti quando ai laici non danno la spezie del vino, in questi tre punti almeno esso Flaminio ha dimostrato di tenere che noi abbiamo ragione; e credo io che, se egli fosse vivuto, sarebbe eziandio in tutti gli altri corso più avanti, ed entrato nelle opinioni nostre; e credo di più che, chi avesse potuto vedere il secreto del suo cuore, avrebbe veduto che già v'era entrato». Induzione assurda, eppure abituale.
Ci tornerà occasione di parlarne nel processo del cardinale Moroni, e qui basti indicare come fosse reputato autore del libro che analizzammo sul _Benefizio di Cristo_, o (come dice il padre Laderchi, storico della Chiesa più abbondante di pietà che di critica) d'un'apologia d'esso _Benefizio_. Questo il Laderchi crede opera del Valdes, senza darne pruove, ma è abbastanza noto che e il libro e le apologie ascrivevansi a persone diverse, onde crescervi credito. Del resto il Flaminio conservossi devoto alla messa; credeva la presenza reale; a monsignor Carnesecchi scriveva da Trento, ricordandogli come «alli mesi passati parlassero alcune volte insieme del santissimo sacramento dell'altare e dell'uso della messa»: e si lagna di quelli che «stanno ostinatissimi nelle loro immaginazioni, acciecati dalla superbia che si nasconde facilmente sotto il falso zelo della religione, ove si mettono in pericolo di perdere l'onore, la roba e la vita, perchè non si possono immaginare di essere ingannati dalla carne e dal diavolo; e così ognora più s'indurano nelle falsità, e diventano acerbissimi censori del prossimo, condannando d'impietà l'universale senso e perpetuo uso della Chiesa, e chiunque non si fa servo delle loro opinioni. Da questa arroganza e da questi amari zeli li liberi Nostro Signore Iddio, e doni loro carità e dolcezza di spirito, e tanta umiltà che s'astenghino dal giudicare temerariamente i dogmi e usanze della Chiesa, condannando sì rigidamente tutti quelli che con vera umiltà di cuore la riveriscono e seguitano, e cominciano a credere che, molti di coloro che da essi sono condannati e tenuti idolatri ed empj, perchè non credono quello che credono essi, sono veramente religiosi, pii ed a Dio cari; e per contrario nimico ed odiato da Dio chiunque seguita questa loro superba presunzione. E noi, signor mio, se non vogliamo far naufragio in questi pericolosissimi scogli, umiliamoci al cospetto di Dio, non ci lasciando indurre da ragione alcuna, per verisimile ch'ella ne paresse, a separarci dall'unione della Chiesa cattolica, dicendo con David: _Vias tuas, Domine, demonstra mihi, et semitas tuas edoce me, quia tu es Deus salvator meus_. E senza dubbio saremo esauditi, _nam bonus et rectus Dominus, propterea diriget mansuetos in judicio, docebit mites vias tuas_. Laddove, volendo giudicare le cose divine col discorso umano, saremo abbandonati da Dio, e in questo secolo contenzioso talmente ci accosteremo ad una delle parti ed odieremo l'altra, che perderemo del tutto il giudizio e la carità, e dimanderemo la luce tenebre, e le tenebre luce; o persuadendoci d'essere ricchi e beati, saremo poveri, miseri e miserabili per non saper separare _pretiosum a vili_; la qual scienza senza lo spirito di Cristo non si può imparare; al qual sia gloria in sempiterno, amen».
V'è un prezioso libretto, capolavoro della mistica, come la Somma di san Tommaso è il capolavoro della scolastica; produzione di quel medioevo tanto vituperato, e di un monaco ignoto; libro ch'è il più letto dopo la Bibbia, sicchè fu detto sarebbe il primo del mondo se questa non esistesse; stampato almeno milleottocento volte, tradotto in ogni lingua; e che, fatto pei solitarj, è tuttavia il conforto ed il sostegno anche di persone tuffate negli affari. Parlo dell'_Imitazione di Cristo_, eloquio d'un'anima che, senza intermedio di profeti o dottori, eppure adoprando il loro linguaggio, s'intertiene con Dio e col Mediatore. Non dunque dispute, non sottilità scolastiche, non decisioni particolari, ma impeti di quel mistico amore che assorbisce la fede, aspirazioni alla solitudine per sottrarsi all'infelicità dei tempi, e ascoltare Dio che parla: affetto della croce, come salute, vita, schermo dai nemici, come infusione di superna dolcezza, vigore alla mente, gaudio allo spirito. «Nella croce sta tutto, nè alla vita e all'interna pace v'è altra via che della croce; nessun'altra ve n'ha più alta di sopra, o più sicura di sotto. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo t'aspetta, nè la puoi cansare, dovunque tu corra. Se una croce tu getti via, un'altra ne troverai forse più grave».
Così adduce a imitare Cristo, con un linguaggio tanto semplice, tanto intimo, che i Riformati dovettero cercare di metterlo fra i loro precursori, se non voleano confessare che nella Chiesa viveva sempre il vero spirito evangelico. Ma quell'aureo libricino invoca i santi; e l'iniziazione progressiva conduce per mezzo dell'astinenza, dell'ascetismo, della comunione finchè si giunga all'unione; talchè nè d'un punto scatta dalle ritualità della Chiesa nostra, la quale col venerarlo mostrava abbastanza che tale era la costante sua pratica[538].
Il Flaminio lo esalta grandemente, e «non saprei proporvi libro alcuno (non parlo della scrittura santa) che fosse più utile di quel libretto _De imitatione Christi_, volendo voi leggere non per curiosità, nè per saper ragionare e disputare delle cose cristiane, ma per edificare l'anima vostra, e attendere alla pratica del vivere cristiano; nella quale consiste tutta la somma, come l'uomo ha accettato la grazia del vangelo, cioè la giustificazione per la fede. È ben vero che una cosa desidero in detto libro, cioè che non approvo la via del timore, della quale egli spesso si serve. Non già che io biasimi ogni sorta di timore, ma biasimo il timore penale, il quale è segno d'infedeltà o di fede debolissima; perocchè, se io credo daddovvero che Cristo abbia soddisfatto per tutti i miei peccati, passati, presenti e futuri, non è possibile che io tema di essere condannato nel giudizio di Dio; massime se io credo che la giustizia e la santità di Cristo sia divenuta mia per la fede, come debbo credere se voglio essere vero cristiano»[539].
Anche lo storico cardinale Sforza Pallavicino appunta il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d'andare secretario al concilio di Trento»; e soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinale Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente. In fatto il cardinale Polo invitò il Flaminio a venire da lui a Viterbo, e quando fu eletto uno dei Legati al concilio di Trento, ve lo condusse. Il Flaminio morì poi di cinquantadue anni, e Pier Vettori ne dava notizia ad esso cardinale da Firenze il 13 aprile 1550, consolandosi che «santamente e piamente fosse uscito di vita con tal costanza di mente e alacrità, qual poteva aspettarsi da uomo che, come lui, era vissuto imbevuto della vera religione». Il Polo curò fosse sepolto nella chiesa degli Inglesi.
Ma appunto nessuno più volentieri gli eterodossi ascriverebbero alla loro coorte che il cardinale Reginaldo Polo (Pool). Nasceva in Inghilterra dai duchi di Suffolck, ed uscito dal regno per non aver voluto approvare il divorzio di Enrico VIII, scrisse poi contro di questo a difesa dell'unità della Chiesa; laonde quel re dispotico fe decapitare il fratello di esso, il nipote, la madre settuagenaria, mentre gli altri parenti si salvarono colla fuga: bandì cinquantamila scudi a chi uccidesse il cardinale, e infatto lo tentarono due inglesi e tre italiani, fra i quali un bolognese confessò essersi trattenuto lunga stagione a Trento con tale proposito.
Per lunga dimora e per tante relazioni e per la lingua che adoperò, il Polo è degno d'essere contato fra' nostri, e può considerarsi rappresentante dello introdottosi spirito di pietà, che ai Riformati dovea parere una protesta contro la rilassatezza di cui imputavano i Cattolici. Dal cardinale Cortese era stato invaghito degli studj biblici; e mentre stette Legato pontificio a Liegi, vi s'intratteneva nel modo ch'è descritto dal Priuli in lettera al Beccatelli del 28 giugno 1537[540]:
«La mattina ognuno si sta nella sua camera fino a un'ora e mezza innanzi pranzo, nella qual ora convenimo in una chiesuola domestica, ed insieme cantiamo le ore more theatinico senza canto. Monsignore di Verona è il nostro maestro di cappella. Dette le ore, si ode messa, e poco dappoi si disna: a parte della mensa si legge san Bernardo: poi si ragiona. Postquam vero exempta fames epulis est, il vescovo legge ordinariamente un capitolo di Eusebio _De Demonstratione evangelica_: si continua, e ripiglia dappoi qualche onesto e grato ragionamento che dura fino a una o doi ore dopo mezzo giorno; ed allora ognuno ritorna alla sua camera, ove si sta fino a un'ora e mezza innanzi cena; a quell'ora cantiamo vespero e compieta; e dappoi il reverendissimo legato si ha tandem lasciato exorare di leggerci le epistole di san Paolo alternis diebus; ed ha incominciato dalla prima a Timoteo, con somma soddisfazione del vescovo e di tutti noi. Oh quanto desidero e voi ed il nostro dabbenissimo vescovo di Fano a questa santissima lezione da questo santissimo uomo con tanta riverenza ed umiltà, e con tanto giudizio letta, che io non saprei certo desiderar meglio, nè credo che l'amor m'inganni questa volta. Spero dalle miche ch'io ne raccoglierò potervene dar buon saggio, quando al signor Dio piacerà che ci troviamo insieme. Alquanto dopo la lezione si cena: si va per una o doi ore in barca per il fiume, o in l'orto passeggiando, e ragionando sempre di cose convenienti a questi signori; e spesso spesso, anzi cotidianamente desideriamo, e chiamiamo il reverendissimo vostro, e la sua compagnia a questo nostro onesto, e bel tempo ringraziando il Signor Dio di tanto bene, che 'l si degna di concederne. O quante volte mi replica il signor legato: _Certe deus nobis hæc otia fecit!_ O quanto gli siamo obbligati etiam hoc nomine! ed aggiugne sempre: Oh perchè non è monsignor Contarini con noi?»
E il Polo al Contarini da Carpentras scrive della cara compagnia del Priuli e d'altri: «Noi per nostra consolazione mutua avemo cominciato a conferire insieme li salmi di quel grande profeta e re, il quale Dio aveva eletto secundum cor suum, e oggidì eramo arrivati a quel salmo che comincia, Salvum me fac, Domine, quoniam defecit sanctus».
inoltre il cardinale Polo ringraziava esso Contarini a nome di tutta la sua compagnia «per il gran dono di carità il quale risplende più in quel santo negozio di Modena», alludendo certo al catechismo che il cardinal Contarini avea steso per gli erranti di Modena, come avremo a divisare. E infatto il Polo era tacciato di poco rigore verso gli eretici, ch'egli considerava come infermi, i quali bisognasse risanare.
Dell'indole stessa erano le unioni che il Polo teneva mentre, come Legato del patrimonio di san Pietro, sedeva a Viterbo; unioni che sono presentate come convegno di miscredenti. Da varie lettere che ce le dipingono leviamo qualche saggio, e prima da una del Polo al Contarini il 9 dicembre 1541: «Il resto del giorno passo con questa santa ed utile compagnia del signor Carnesecchi e monsignor Marcantonio Flaminio nostro. Utile io la chiamo, perchè la sera monsignor Flaminio dà pasto a me e alla miglior parte della famiglia de illo cibo qui non perit, in tal maniera che io non so quando io abbia sentito maggior consolazione nè maggiore edificazione: tanto che, a compimento di questo mio comodissimo stato, non manca altro che la presenza di vostra signoria reverendissima».
Frasi simili ripete in lettera del 23 dicembre, e in altra del 1 maggio 1542: «Quanto al loco di san Bernardo, notato da vostra signoria reverendissima, dove parla così esplicitamente della giustizia di Cristo, l'avemo trovato e letto insieme con questi nostri amici con grandissima soddisfazione di tutti: e considerando da poi la dottrina di questo santo uomo dove era fondata, e la vita insieme, non mi è parso meraviglia se parla più chiaramente che gli altri, avendo tutta la sua dottrina preparata e fondata sopra le scritture sante, le quali nel suo interior senso non predicano altro che questa giustizia, ed appresso avendo così bel commento per intendere quel che leggeva, com'era la conformità della vita, la quale gli dava continua esperienza della verità imparata, e per questo doveva esser risolutissimo. E se gli altri avversarj di questa verità si mettessero per questa via a esaminare com'ella sta, cioè per queste due regole delle scritture e dell'esperienza, cesserieno senza dubbio tutte le controversie[541]. _Nunc enim ideo errant quia nesciunt scripturas et potentiam Dei, quæ est abscondita in Christo_, il quale sia sempre laudato, che ha cominciato rivelare questa santa verità, e tanto salutifera e necessaria a sapere, usando per istromento vostra signoria reverendissima, per la quale tutti siamo obbligati continuamente a pregare sua divina maestà _ut confortet quod est operatus_ alla gloria sua e benefizio di tutta la Chiesa, come femo tutti _et in primis_ la signora marchesa [_Vittoria Colonna_], la quale senza fine si raccomanda a lei».
La pietà di quei colloqui appare viemeglio da quanto allora scriveva il Flaminio, e singolarmente da questa lettera a Galeazzo Caracciolo, del quale parleremo appresso:
«La felice nuova, che mi diedero della santa vocazione di vostra signoria il signor Ferrante e il signor Giovan Francesco, diede grandissima allegrezza non solamente a me, ma ancora al reverendissimo Legato, e a questi altri signori, ed ora per confermare ed accrescere questa nostra allegrezza, vostra signoria m'ha fatto degno d'una sua lettera, la quale è quasi una ratificazione di quello che i predetti signori m'aveano scritto. Signor mio colendissimo, considerando io quelle parole di san Paolo, Voi vedete, fratelli, la vostra vocazione, che fra voi non sono molti savj secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili, ma Dio ha eletto le cose stolte del mondo, per confonder le savie, e le cose deboli per confonder le forti, e le cose ignobili per confondere le nobili e quelle che non sono per distrugger quelle che sono, dico che, considerando io queste notabili parole, mi pare di vedere che 'l signor Dio abbia fatto un favor molto particolare a vostra signoria, volendo che ella sia nel numero di quelli pochissimi nobili, che egli orna di una nobiltà incomparabile, facendoli per la vera e viva fede suoi figliuoli; e quanto è stato più particolare il favore, che ella ha ricevuto da Dio, tanto la veggo più obbligata a vivere, come si conviene ai figliuoli di Dio, guardando che le spine, cioè i piaceri e gli inganni delle ricchezze e l'ambizione non soffochino il seme dell'evangelo, che è stato seminato nel cuor suo: benchè mi rendo certo, che il Signore, il quale ha cominciato a gloria sua l'opera buona in voi, la condurrà a perfezione, a laude e gloria della grazia sua, la quale creerà in voi un animo tanto generoso, che, siccome per lo addietro ponevate tutto il vostro studio in conservare il decoro de' cavalieri del mondo, così ora porrete tutta la vostra diligenza in conservare il decoro de' figliuoli di Dio, a' quali convien imitare con ogni studio la perfezione del loro celeste padre, esprimendo, e rappresentando in terra quella vita santa e divina, la quale viveremo in cielo.
«Signor mio osservandissimo, in tutti i vostri pensieri, in tutte le vostre parole, e in tutte le vostre operazioni ricordatevi, che siamo diventati per Gesù Cristo figliuoli di Dio, e questa memoria, generata e conservata nell'anima nostra dallo spirito di Cristo, non ci lascierà di leggieri nè fare, nè dire, nè pensare alcuna cosa indegna della imitazione di Cristo, al quale se noi vogliamo piacere, è necessario che ci disponiamo a dispiacere agli uomini, e a disprezzare la gloria del mondo per esser gloriosi appresso a Dio; perciocchè, come dimostra Gesù Cristo in san Giovanni, è impossibile, che alcuno possa credere veramente in Dio, mentre che egli cerca la gloria degli uomini, i quali come dice David, sono più vani della medesima vanità. Laonde è cosa stoltissima e vilissima fare stima del loro giudicio, dovendo i figliuoli di Dio aver sempre innanzi agli occhi il giudicio di Dio, il quale vede non solamente tutte le nostre operazioni, ma tutti gli occulti e profondi pensieri del nostro cuore.
«Essendo dunque impossibile piacere a Dio e agli uomini del mondo, che furore sarebbe il nostro, se eleggessimo di dispiacere a Dio per piacere al mondo? E se stimiamo cosa vergognosissima che una sposa voglia piuttosto piacere altrui che al suo sposo, che biasimo meriterà l'anima nostra, se ella vorrà più piacere ad altri che a Cristo suo dilettissimo sposo? Se Cristo, unigenito e naturale figliuolo di Dio, ha voluto non solamente patire per noi le infamie del mondo, ma il tormento acerbissimo della croce, perchè non vorremmo noi per la gloria di Cristo tollerare allegramente le derisioni degli inimici di Dio? Sicchè, signor mio, contra le calunnie e derisioni del mondo armiamoci di una santa superbia, ridendoci delle loro derisioni, anzi come veri membri di Cristo abbiamo compassione alla loro cecità, pregando il nostro Dio, che doni loro di quel suo santo lume che ha donato a noi, acciocchè, diventando figliuoli della luce, sieno liberati dalla misera servitù del principe delle tenebre, il quale con questi suoi ministri perseguita Cristo e le membra di Cristo: la qual persecuzione, malgrado del demonio e de' suoi ministri, ridonda finalmente in gloria di Cristo e in salute de' membri suoi, i quali godono di patire per Cristo, essendo predestinati a regnare con Cristo. Chiunque ha veramente questa fede, resiste facilmente alle persecuzioni del demonio, del mondo e della carne. Però, signor mio colendissimo, preghiamo giorno e notte il nostro padre eterno che ci accresca la fede, e faccia produrre nell'anima nostra quei dolcissimi e felicissimi frutti, che ella suol produrre nella buona terra di tutti i predestinati a vita eterna; acciocchè, essendo la nostra fede feconda di buone opere, siamo certi che ella non è finta ma vera, non morta ma viva, non umana ma divina, e per conseguenza pegno preziosissimo della nostra eterna felicità. Mostriamo che noi siamo legittimi figliuoli di Dio, desiderando sempre che il suo santissimo nome sia glorificato, e imitando la sua ineffabile benignità, la qual fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i rei, adoriamo la sua divina maestà in spirito e verità, consacrandole il tempio del nostro cuore, e offerendo in esso le vittime spirituali per Gesù Cristo nostro Signore: anzi come veri membri di questo pontefice celeste, facciamo un sacrificio della nostra carne, mortificandola e crucifiggendola con le sue concupiscenze, acciò che, morendo noi, viva lo spirito di Cristo in noi. Moriamo, signor mio, volentieri a noi medesimi e al mondo, acciò che viviamo felicemente a Dio, e a Gesù Cristo. Anzi, se siamo vere membra di Cristo, conosciamoci già morti con Cristo, e risuscitati, e ascesi in cielo con esso lui, acciò che la nostra conversazione sia tutta celeste, e si vegga in noi uno eccellentissimo ritratto di Cristo; il qual ritratto sarà tanto più bello e più maraviglioso in voi, quanto voi siete un signore nobilissimo, ricco e potente.
«O che giocondo insaziabile spettacolo agli occhi de' veri Cristiani, anzi agli occhi di Dio e di tutti gli angeli, vedere un pari vostro, il quale, considerando la fragilità della natura umana e la vanità di tutte le cose temporali, dica con Cristo, _Ego sum vermis et non homo_; e con David gridi _Respice me, et miserere mei quia unicus et pauper sum ego_. Oh veramente ricco e beato colui, che per favor di Dio perviene a questa povertà spirituale, renunziando con l'affetto tutte le cose che egli possiede, cioè la prudenza mondana, le scienze secolari, le ricchezze, le signorie, i piaceri della carne, la gloria degli uomini, i favori delle creature, e ogni confidenza di se stesso! Costui, diventando per Cristo stolto nel mondo, e in mezzo le ricchezze dicendo di cuore _Panem nostrum quotidianum da nobis hodie_, e preponendo l'improperio di Cristo e le tribulazioni e i piaceri ai favori del mondo, e non volendo nè altra santità, nè altra giustizia che quella, che si acquista per Cristo, entra nel regno di Dio; e sostentato, favorito e governato dallo spirito di Dio, e tutto ripieno di gaudio, canta col profeta. Il signor è mio pastore, niuna cosa mi mancherà; egli in luoghi ameni e erbosi mi fa riposare, e lungo le acque del refrigerio mi conduce. E crescendo tuttavia la diffidenza di se medesimo e di tutte le creature, e la confidenza in Dio, nè volendo nè in cielo nè in terra altra sapienza, altri tesori, altra potenza, altro piacere, altra gloria, altro favore che quello del suo Dio, grida col medesimo profeta: Signor, chi ho io in cielo oltre a te? Niuno io voglio teco sopra la terra: per lo desiderio di te, la carne mia e il cuor mio si consuma; o fortezza del mio cuore. Dio è la mia eredità in sempiterno.
«Considerate che colui, il quale dice queste dolcissime e umilissime parole, congiunte con grandissima generosità, il quale non vuole nè in cielo nè in terra, niuna cosa se non Dio, considerate dico, che costui era un re potentissimo e ricchissimo. Ma egli non si lasciava offuscare l'intelletto, nè corrompere l'affetto dalla sua potenza nè dalle sue ricchezze, conoscendo per favor di Dio, che tutta la potenza, e tutte le ricchezze sono di Dio, e come cosa di Dio le dobbiamo possedere e dispensare a gloria di Dio: laonde si legge nel primo libro intitolato Paralipomenon, ch'egli in presenza di tutto il popolo disse queste divinissime parole: Benedetto signor Dio d'Israele, padre nostro ab eterno: tua è, signor, la magnificenza e la potenza e la gloria e la vittoria e la laude: perciocchè tutte le cose, le quali sono in cielo e in terra sono tue, tuo è, signore, il regno, e tue sono le ricchezze, tua è la gloria; tu sei signore di tutti; nella tua mano è la grandezza e l'imperio di ciascuno: per la qual cosa ora, Dio nostro, ti ringraziamo, e lodiamo il nome tuo inclito. Chi sono io, e chi è il popolo mio, che ti possiamo promettere tutte queste cose? Tutte sono tue, e quelle che dalla tua mano abbiamo ricevuto, ti abbiamo dato; perciocchè siamo peregrini nella tua presenza, e forestieri, sì come tutti i padri nostri: i giorni nostri sono come un'ombra sopra della terra, e se ne fuggono senza alcuna dimora.