Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 46

Chapter 463,644 wordsPublic domain

Adriano, volendo correggere tutto e subito, consultava ora i Tedeschi ora gli Italiani, e pareangli facili le riforme, messe in discussione; ma quando volea ridurle in atto, riuscivangli impossibili. Perocchè v'ha abusi antichi, i quali, col resistere alla pruova del tempo, mostrano essere compatibili col bene, vi sono verità nuove che, avventando la società sopra un calle diverso, le riescono micidiali: sicchè ogni rivoluzione e per ciò che erige, e per ciò che demolisce, genera perturbamenti e conflitti. V'ha abusi così profondamente radicati, da far temere che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, oltre che gl'interessi personali impediscono i buoni e pronti effetti. Perciò si lagnava egli della misera condizione dei pontefici, che, pur vedendo il bene, nol poteano effettuare. Chiamò per ajutarlo in tal uopo Giampietro Caraffa e Marcello Gaetano, austeri ecclesiastici; sgomentò coll'annunzio di volere recidere di colpo i disordini della dateria e della penitenzieria; col togliere le vendite simoniache, pregiudicava quelli che in buona fede le aveano prese in appalto; turbò le aspettative coll'abolire la sopravvivenza delle dignità ecclesiastiche: cinquemila benefizj rimaneano così vacanti, ed eccitavano speranze smisurate, che tutte trovavansi deluse; diffidando dei più come corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che lo tradivano; per togliere via le indulgenze voleva ripristinare le antiche penitenze, ma gli fu fatto intendere che, per serbare la Germania, mettevasi a rischio di perdere l'Italia. Ignoto alla Corte, senza appoggi di famiglia come straniero, nè creandosene di nuovi perchè esitava lungamente prima di conferire i benefizj e lasciavali scoperti per paura di darli a indegni. Adriano dibattevasi invano tra quell'inestricabile labirinto. Mentre si trovavano ora ingiuste, ora impossibili le sue proposte da quegli stessi che più le aveano reclamate, i Protestanti interpretavano in sinistro la sua candidezza, menando trionfo delle sue confessioni sugli scompigli della curia. Gli furono anche mandati _Cento gravami della nazione tedesca_, ove Roma era rimproverata di sordidezza, d'indecenza l'uffiziatura della basilica vaticana; negligersi gli ospedali e le altre opere pie: lasciare le meretrici procedere con pompa matronale sopra le mule, e corteggiate dalle famiglie di prelati; tollerarsi nimicizie aperte e sanguinose fra i grandi[488].

Allora si sviluppò quell'oidio, che guastò e guasta tante promettenti vendemmie: il malcontento. Quella sua semplicità, quel dire la messa e l'uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con Leon X. Da un pezzo non v'erano papi forestieri; e di questo, che neppure parlava la lingua italiana, facevano beffe o fingeano sgomento i nostri letterati. La gente, avvezza a vivere dietro ai prelati, ne sbertava la miseria. «Egli è un tedesco; povera Italia! (dicevano); sente di luterano: povera religione! Certo e' si piglia i cardinali, e ce li porta a un nuovo esiglio d'Avignone».

Giulio II era entrato nella scena del mondo da gran principe, scotendosi dalle piccolezze de' predecessori, e col sentimento della propria forza volea dominar gli eventi, muover principi e repubbliche secondo i suoi intendimenti, respingere i tiranni, non per vantaggio suo, ma della santa sede, e proclamò i diritti che i popoli hanno sul proprio suolo. Dopo di lui, il papato si trovò immolato ai principi, l'Italia agli stranieri; i pontefici cessarono di proteggere i deboli, e gettaronsi in braccio ai forti, sentendo ch'era necessario un appoggio per tener in rispetto i vicini, e garantire l'indipendenza spirituale, minacciata dalla Riforma. Di qui l'anguillare di Leon X. Adriano VI struggeasi di riparar ai torti de' predecessori, ma troppi interessi l'attraversarono; l'austerità di papa comprometteva l'opera di sovrano: l'intempestiva sua condiscendenza ai riottosi disgustava i depositarj della tradizione papale: e barbaro era reputato perchè non comprendeva i bisogni intellettuali ed artistici della città eterna[489].

Realmente egli non intese mai come negli intelletti italiani s'elaborasse l'elemento pagano collo spirito indigeno; come colle arti, fatte linguaggio della religione, i papi volessero mostrare quanta ispirazione ci fosse nel cristianesimo, e capitanare i grandi ingegni, e tenere a loro disposizione non soltanto la manifattura ma l'ispirazione, e il mondo che ridiveniva greco, e che dalla fierezza germanica tornava all'oscenità gentilesca. Mancante del sentimento dell'arte, Adriano _suspecta habebat poetarum ingenia, utpote qui minus sincero animo de christiana religione sentire et damnata falsissimorum deorum numina ad veterum imitationem celebrare studiose dicerentur_[490]; essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: «Idoli pagani»; e torse gli occhi dalle classiche nudità.

In conseguenza egli che, oltr'Alpe era reputato protettore degl'ingegni, e che aveva agevolata la fondazione del collegio trilingue a Lovanio[491], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti ch'e' più non salariava, e che, dopo aver invano sperato che il suo zelo cessasse co' primi momenti[492], levaronsi in fuga beffando e bestemmiando: prorompe la sciagurata manìa delle satire e delle arguzie: tutti i Sesti (diceva un epigramma) han rovinato Roma[493]; il Negri querelavasi che tutte le persone per bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo violento contro di lui e dei _quaranta poltroni_ cardinali che l'aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d'un pedagogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Laonde fu inteso esclamare: «Quale sciagura che v'abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere!» In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non minore della peste che allora infieriva; la morte sua fu salutata con pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone civiche _ob urbem servatam_. E sono di gran verità i due epitafj destinatigli:

_Hadrianus VI hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita quam quod imperaret duxit._ _Proh dolor! quantum refert in quæ tempora vel optimi cujusque vita incidat._

Carlo V avea forse creduto che Adriano sarebbe tutta cosa sua, ma questi, ignaro de' destreggiamenti politici, stette fermo contro le pretensioni di esso e gl'intrugli de' suoi ministri e creati; non volle allearsi con esso a danni altrui: e fra l'altre amarezze ebbe quella di udir che Rodi era stata presa dai Turchi, e che questi minacciavano il regno di Napoli e la Sicilia: cercò che i principi cristiani si alleassero per resistere, ma Francesco I domandava innanzi tutto gli si restituisse il toltogli milanese[494].

Appena morto Adriano, Carlo V scriveva al suo ambasciatore che facesse riuscir il Medici, anche colla forza se i Francesi si opponessero[495]; e in fatti, per la solita altalena che ad un vigoroso fa surrogare un lasso, a un ascetico un politico e viceversa, nel nuovo conclave rivalsero i fautori de' Medici, e con arti che in allora furono denunziate come turpi, venne data la tiara a Giulio, figliuolo naturale di Giuliano De' Medici. Cavaliere gerosolimitano, destro in armi come in trattative scabrose e in giravolte cortigianesche e diplomatiche, fatto arcivescovo di Firenze e cardinale, era stato la mano dritta di Leon X suo cugino; ed allora assunse il nome di Clemente VII (1523 18 novembre).

Vanno concordi i contemporanei nel dargli lode che non tollerava simonia, non distribuiva i benefizj a capriccio, e in tutto esigeva la regolarità; invece di musici e buffoni, amava intertenersi con letterati, filosofi, teologi, ingegneri; generoso come tutta la sua famiglia, non donava nè prometteva l'altrui; e poichè le sue limosine non impinguavano i cortigiani, dispensieri della riputazione, passava per avaro e misero[496].

Aggiungasi che, trovato l'erario esausto per lo spreco di Leon X e per l'astinenza di Adriano VI, dovette mettere imposizioni e istituire Monti, e principalmente il Monte della fede per soccorrere Carlo V contro i Turchi.

Ma pretendeva all'infallibilità non meno nella politica che nella fede; sicchè, se ascoltava tutti, faceva poi a proprio senno; e alla conchiusione metteva la politica nell'irresolutezza, e l'abilità nel variare. Subito mandò fuori lettere ove, coi treni consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava le discordie de' principi e lo sformamento dell'ordine ecclesiastico; la correzione doversi cominciare dalla casa di Dio: egli emenderebbe se stesso; i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde concordare una pace; fatta la quale, celebrerebbe un concilio per restituirla anche alla Chiesa. Persuaso però che innanzi tutto bisognasse opporsi ai Turchi, e sopire l'incendio germanico, rassegnavasi a transazioni coi novatori.

Si dirà, tale essere lo stile delle autorità minacciate, riservandosi poi di eludere le promesse quando ripiglino fiato. Certo è che, sgomentato dall'assalto mosso all'autorità spirituale, vacillò sempre anche nel governo del temporale; ed anzichè accorgersi che questo non era mai stato altrettanto esteso e solido, non ebbe sentimento che della propria impotenza; sperò logorar Francia per mezzo dell'Impero, e l'Impero per mezzo della Francia, onde ora all'uno ora all'altra gettandosi, non amato da alcuno nè temuto, immensi mali trasse sopra l'Italia e sopra se stesso.

Non è da questo luogo il narrare come allora si esacerbassero le inimicizie fra Carlo V e Francesco I, il quale nella battaglia di Pavia cadde prigioniero (1525, 24 febbrajo); comprata la libertà, ne violò i patti, e ruppe nuova guerra, dove andarono a miserabile strazio la Lombardia e il regno di Napoli. Il papa, impaurito dall'ingrandire degli imperiali, e scontento di Carlo V anche perchè aveva ordinato che il regio _exequatur_ fosse necessario alle bolle pontifizie in Ispagna, s'unì in una lega, per lui detta santa, coi Francesi e cogli altri, che pretessevano la solita maschera della indipendenza italiana. Lega a lui funestissima: perocchè subito i vassalli più potenti, e massime i Colonna, si rivoltarono contro Roma (1526), sopra la quale ben presto si difilò l'esercito imperiale, guidato dal connestabile di Borbone, francese traditore, messosi al servizio dell'imperatore.

Non era un esercito regolare, bensì un ammasso di quarantamila venturieri, quali noi pure ne abbiamo veduti, che obbedivano personalmente a un capo, purchè egli facesse quel che essi desideravano. E il desiderio loro era saccheggiare Roma, tutti anelando all'oro di essa, molti essendo Luterani, la più gran parte Tedeschi, avvezzi a considerare i papi e gli Italiani come sanguisughe della loro nazione e che aveano per unico grido _Nicht Papa_. Un d'essi, chiamato Verdesilva, diceva: «Colla pelle di papa Clemente voglio far uno staffile, e lo porterò a Lutero perchè veda com'è punito chi resiste alla parola di Dio». Il Freundsberg, loro capitano, teneva appeso all'arcione un laccio d'oro e un d'argento, proponendosi di strozzare con quello l'ultimo dei pontefici, coll'altro i cardinali. Lo seguiva Jacopo Ziegler, che, in una vita di Clemente VII, spacciò irosamente le colpe di questo e della curia romana.

Cotali assalirono Roma (1527), ed essendosi ammalato il Freundsberg, e ucciso nell'assalto il Borbone, inviperiti e sfrenati vi entrarono, ciascuno non pensando che a sfogare i brutali istinti dell'avarizia, della libidine, della rabbia. La capitale del mondo cristiano la sede delle belle arti, l'asilo e la palestra di ogni letterato e artista, la seconda patria d'ogni cristiano, restava preda a ladroni e miscredenti: la vita d'ogni illustre di quel tempo ha una pagina dove si raccontano nuovi orrori di questo sacco, che è uno di quei regj misfatti che lasciano impronta indelebile nella storia; e dove la Germania si vendicava della superiorità intellettuale e morale dell'Italia; così la barbarie superba metteasi sotto i piedi quella civiltà che la mortificava.

Di quel disastro, ove si calcolò che Roma perdesse per dieci milioni di zecchini, noi non dobbiamo raccorre se non il particolare furore spiegato contro le cose sacre. Violarono i sepolcri, e principalmente quel di Giulio II, reo d'aver voluto sbrattare l'Italia da stranieri. Chiese, monache, frati erano specialmente esposti alla brutalità di costoro, che stallavano i loro cavalli in San Pietro, li stabbiavano colle bolle papali, gli abbiadavano ne' battisteri, ungevansi gli stivali co' sacri crismi; entro i calici s'ubbriacavano; nelle devote capelle violavano le vergini devote, e parati cogli arredi delle sacristie, celebravano orgie abbominevoli. Ai cardinali della Minerva e di Siena al Ponceta, a Giovanni Maria del Monte che fu poi papa, al Bartolini arcivescovo di Pisa, al Pucci vescovo di Pistoja, al Ghiberti vescovo di Verona, a san Gaetano recarono invereconde e tormentose contumelie, come a tutti quei moltissimi che dalla subitanea irruzione non s'erano potuti campare. Altri mettono un cardinale su di un asino a ritroso, nella sublime semplicità della porpora, e lo trascinano di porta in porta a mendicare il riscatto. Chiamano un prete che accorra col viatico, e il menano in una stalla, e vogliono costringerlo a comunicarlo a un giumento, e perchè ricusa lo trucidano. Fecero beffarde esequie al cardinale Aracœli; in un beffardo conclave deposero Clemente VII, e gli surrogarono Martin Lutero, festeggiandolo in buffonesca cavalcata. Gli archivj palatini sono bruciati: nella cappella Sistina s'accendono fiammate che tutta l'affumicarono: è impiccata una donna per aver dato delle lattughe a Clemente VII. Quanto insomma era venerato per devozione, per senso artistico, per antichità, per tradizione, fu scopo alla brutalità più ribalda e grossolana dei compatrioti di Lutero, eccitati da questo a detestare e sprezzare gli Italiani.

Allora sarebbesi detto veramente perduto il cattolicismo colla sua metropoli, e «infino da plebei uomini già si diceva che, non istando bene il pastorale e la spada, il papa dovesse tornare in San Giovanni Laterano a cantar la messa»[497]. Tutte le città del Patrimonio insorgeano; tutti i vassalli accorreano a spogliare l'antico padrone. I Piagnoni ne imputavano la corruzione cristiana e la persecuzione contro chi l'avea rinfacciata, e ricordavano che, quarant'anni prima, frà Savonarola aveva esclamato: «O Roma, te lo ripeto, fa penitenza. Dice il Signore: quand'io verrò sopra l'Italia con la spada, a visitare i suoi peccati, visiterò Roma: in San Pietro e sugli altari sederanno le meretrici, e faranno stalla a cavalli e porci: vi si mangerà e berrà e commetterassi ogni sporcizia. Taglierò, dice Dio, le corna dell'altare, cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de' prelati: rovineranno quelle belle case, que' bei palazzi; tante delizie, tanti ori saran gittati per terra; saranno ammazzati gli uomini; andrà sossopra ogni cosa». Altri romiti eran venuti predicando non solo la rovina d'Italia, ma la fine del mondo, e che l'anticristo fosse o il Borbone o Clemente VII. Brandano senese, prima del sacco, correva per Roma vaticinando sventura, sventura; venissero a penitenza, placassero Dio. Nel saccheggio avendo i lanzichenecchi percosso una Madonna, questa stillò sangue; come a Treviglio un'altra pianse all'entrare de' Francesi, i quali ne furono sì commossi, che risparmiarono l'incendio e il saccheggio. Per egual occasione sudò la Madonna della Cintola a Prato, e rivolse la faccia verso il Bambino, e gli pose la mano sul capo. Da per tutto, come i miracoli, così moltiplicavansi digiuni e litanie: e a Milano si menò una lunga processione, ove migliaja di devoti ad ogni istante alternavano _Misericordia, Misericordia,_ tanto che il clero non potè fra que' clamori intonare altre preghiere, e non era uomo o donna che si tenesse dal piangere: e un predicatore, dipingendo a colori nerissime le sventure d'allora, prometteva che da Milano avrebbe principio la rinnovazione della Chiesa, la quale prima è mestieri che venga afflitta e ridotta all'ultima ruina.

Questo i Cattolici: in senso contrario un frate Egidio Della Porta comasco, scrivendo a Zuinglio, esclamava: «Dio ci vuol salvare: scrivete al Borbone che liberi questi popoli, tolga il denaro alle teste rase, e lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno predichi senza paura la parola di Dio: la forza dell'anticristo è presso alla fine»[498].

Così i partiti non discernono mai i mezzi, purchè conducano al loro scopo. I Protestanti esultarono dell'orrido strazio fatto a Roma; altri, quelle tribolazioni giudicando castigo di Dio contro le iniquità pretine, si separarono dalla Chiesa, e «nelle case private in diverse città, massime in Faenza, terra del papa, si predicava contro la Chiesa romana, e cresceva ogni giorno il numero di quelli, che gli altri dicevano Luterani, ed essi si chiamavano Evangelici».

Ma tutti gli uomini serj ne fremettero: Francia e Inghilterra intimarono guerra a Carlo V, per ragione o pretesto adducendo la sua condotta verso Roma; tale essendo la natura di questa città e di questo dominio, che d'ogni attacco mossogli si risente tutta la cristianità. E veramente quegli anni del secol d'oro furono peggiori all'Italia che qualunque altri del secolo di ferro: «Mantova è tutta abbandonata di peste (scriveva un contemporaneo da Piacenza): Ferrara, Padova, Cremona, tutto il Bresciano: questa terra va peggiorando: Genova addio: non si vede che cerei e frati ad accompagnar morti: e vi concludo ch'è il più grande spavento che mai fosse veduto ad andare pel paese»[499]. Negli _State papers_ che si pubblicano ora in Inghilterra, al tomo VII pagina 226 è una lettera del 12 settembre 1529 degli ambasciadori di Enrico VIII, che da Bologna scrivono: «Mai nella cristianità s'è visto desolazione pari a quella di queste contrade. Le buone città distrutte e spopolate; in molti luoghi non si trova carne di veruna sorte. Tra Vercelli e Pavia, per cinquanta miglia del paese più ubertoso del mondo in vigne e grano, tutto è deserto; nè uomo o donna vedemmo che lavorasse ai campi, nè anima viva fuorchè tre povere donne che racimolavano l'uva rimasta: giacchè non si seminò nè mietè, e le viti inselvatichirono, e i grappoli infradiciano senza che alcuno li colga. Vigevano, buona terra con rôcca, non è più che rottami e deserto. Pavia mette pietà: nelle strade i bambini piagnucolando chiedono pane, e muojono di fame. Ci fu detto, e il papa ce lo confermò, che la popolazione di quelli e d'altri molti paesi d'Italia fu consunta dalla guerra, dalla fame, dalla peste, e molti anni ci vorrà prima che l'Italia ritorni in buona condizione. Quest'è opera de' Francesi non men che degli Imperiali».

Mentre Clemente VII stava prigioniero, re Ferdinando scriveva al fratello Carlo V, non lasciasse uscir di mano il prigione senza aver messo ordine nella cristianità: questo esser unico rimedio alle maledette eresie[500]. Molti cardinali s'adunarono a Piacenza per provedere a sì luttuosi frangenti[501], e per sicurezza della Chiesa divisavano trasferire la Santa Sede ad Avignone, fuori di questa Italia, divenuta campo alle battaglie degli stranieri. Fomentavanli a ciò i re di Francia e d'Inghilterra, che n'avrebbero cavato vantaggio; e molti di retta intenzione v'aderivano. Ma il cardinale Francesco Cibo, legato di Bologna, che avea saputo tener in fede le Romagne, accorse a Piacenza, e dissuase con validissime ragioni da un passo, che avrebbe recato l'ultimo tracollo all'Italia e un urgente pericolo alla Chiesa.

Eppure, dopo che Roma ebbe sofferto per aggiunta la fame e la peste; che Clemente VII durò lunga prigionia; che i Colonna e gli Orsini aizzavano quelle discordie in cui gli Italiani più inviperiscono quando sono percossi da peggiori flagelli; che amici e nemici s'impinguarono delle dovizie nostre; che si ripeteva esser terminato il potere pontifizio, si vide quel papa rifinito splendere di nuove glorie mondane. Perocchè Carlo V volle essere coronato da Clemente VII; e mentre la Germania erasi lusingata di mirare in quell'occasione il pontefice umiliato davanti a quell'imperatore, che i predecessori di esso aveano tante volte obbligato venire all'obbedienza, allora Carlo V professò dolersi delle atrocità commesse a Roma in suo nome; domandò l'assoluzione per chi v'aveva ecceduto; si obbligò di far restituire alla santa sede Modena e Reggio, tolte dal duca di Ferrara, Cervia e Ravenna occupate dai Veneziani; prender accordi con questi per le terre che aveano sottratte al regno di Napoli nella Puglia, e col papa per rintegrare gli Sforza nel ducato di Milano; pose se stesso e le sue armi a disposizione del papa, facendolo arbitro di ordinargli quando snudare e quando riporre la spada, e si fe da esso ornare cavaliere di San Pietro.

La solennità della coronazione fu delle più splendide che la storia ricordi. Quel cencio di porpora, traforato dalle scomuniche papali, e che i suoi antecessori eransi gittato da sè sulle spalle, ma che non rappresentava più il centro laicale della cristianità, consacrato dall'unzione sacerdotale, pensò Carlo V, col rimetterselo in dosso, attirare ancora un raggio del diritto divino sul successore di Carlo Magno. S'ebbe vergogna di farlo nella testè desolata metropoli del cristianesimo, ma nella cattedrale di san Petronio a Bologna, ridotta a imitazione della Lateranese. Non vi erano invitati gli elettori, nè altro tedesco che Filippo di Baviera; e invece de' cavalieri germanici, genti di ogni nazione capitanate da Anton de Leyva; paggi e araldi spagnuoli aprivano il corteo; Bonifazio Paleologo marchese di Monferrato portava lo scettro; il duca d'Urbino la spada; la corona Carlo di Savoja, che a forza d'impegnare e imprestare erasi fatto un abito di 300,000 scudi[502]. All'imperatore servivano i maggiori nobili d'Italia, Medici, Pio, del Carretto, Gonzaga, Pico, Trivulzio, Dal Verme, Doria, Sanseverino. Colle rituali solennità unto del sacro crisma, Carlo ricevette la corona di Carlo Magno, in segno d'universal dominio sopra la cristianità, e giurò difendere i possessi, le dignità, i diritti del papa e della Chiesa[503].

Sarebbesi detto rinnovato l'accordo fra lo scettro e il pastorale, mentre invece questo soccombeva a quello; andava spezzata la monarchia universale per dar luogo a principati nazionali, emuli astiantisi; l'Italia cascava ancella degli stranieri, e per l'ultima volta l'imperatore universale giurava lealtà e fede davanti all'universale ministro della verità e della giustizia. L'unità, come nella Chiesa, così era finita nel mondo; i principi sarebbero uomini, sostenuti soltanto dalla forza, combattuti dall'esame e dall'insubordinatezza, sbalzati da non più cessabili rivoluzioni, non fidenti che negli eserciti, sinchè venga il giorno che anche gli eserciti ragionino e discutano l'obbedienza, e si compia il trionfo dell'individuo, che surroga se stesso al bene comune.

Fra le condizioni poste alla liberazione del papa fu il convocare un Concilio generale.

Quel disordine degli spiriti, quel rinegare ogni autorità facea spavento a Carlo V, che al cardinale Campeggi ripeteva, il Concilio essere necessario non tanto per riformare gli ecclesiastici, quanto e molto più per i laici, ch'erano declinati dalla vera via; e se nol si facesse, pensava non debba, fra termine di dieci anni, esser uomo che possa sotto obbedienza reggere dieci case, non che Stati, regni ed imperi[504].

Ma la fede cattolica trae sua forza dall'essere una, e conservarsi inalterabile. Parlare dunque di riformare la fede era un rinegarla, era non meno una contraddizione che un'empietà: un obbligare il mondo a credere alla Chiesa mentre ella stessa repudiava la propria infallibilità. Sonava dunque assurda la domanda che, in tal senso, ne faceano i Riformati.