Part 47
Repugnava poi Clemente VII a raccorre il Concilio, principalmente per la controversia se questo sia o no soggetto al papa. Dagli ultimi convocati erasi visto che, adunato che fosse, il Concilio si pretendea superiore al papa; questo il negava; ne nascea scisma; eleggeasi un antipapa; disordine che riuscirebbe d'immensa ruina nelle agitazioni presenti[505]. Pure alfine Clemente aderì, e di propria mano scriveva a Carlo V:
«_Carissime in Christo fili noster, salutem, et apostolicam benedictionem_.
«Ho inteso per la man propria di Vostra Maestà, e per quello, che m'ha referito l'oratore Majo, e m'ha ancor avisato il Legato, che il parer di quella, e di quelli signori elettori, e principi che sentono bene nella fede christiana, che sia necessario, per estirpare li errori che sono in quella nazione, è assentire che si convochi il Concilio dimandato, ma con condizione, che gli eretici desistano da' loro errori, e si conformino a vivere cattolicamente nella fede e obbedienza della santa madre ecclesia. Sopra la qual proposta avendo consultato con quelli cardinali, che ho deputati nella causa della fede, siamo stati tutti ardentissimi in questa sentenzia, che sia da condiscendere prontamente e alla convocazione del Concilio e a tutte le provisioni che tendano ad eradicare l'eresie, perchè così conviene al servizio di Dio e alla salute universale della cristianità. Vero è che, molti di loro, ancorchè desiderino sommamente questo fine, non risolvono totalmente che la convocazione del Concilio sia mezzo sicuro, o conveniente a conseguirlo, giudicando, che sia di grande imprudenza alla Chiesa di Dio il consentire che si torni a disputare di quelle cose, le quali in altri tempi sono state dichiarate da Concilj, e osservatesi lungamente da tutti li Cristiani; perchè la sede apostolica è stata consueta concedere i Concilj alli eretici quando l'opinioni loro, se bene erano erronee, o contra il rito universale della Chiesa, non erano ancor state riprovate o dannate. Ma il voler ora mettere in dubbio quello che hanno determinato i Concilj, par loro cosa scandalosa, di mal esempio, e con poca dignità di questa sede, nè sperano, che alla medicina di questi errori abbi a conferire più l'autorità del futuro Concilio, che faccia ora quella delli passati, celebrati da tanti santissimi e dottissimi Padri, le sante determinazioni dei quali chi sprezza, non si può sperare che non abbia a fare il medesimo di quello, che per l'avvenire si determinasse, nè si possono persuadere che la dimanda, che essi fanno del Concilio, tenda ad alcuno fine laudabile, anzi, che come sempre sogliono fare gli eretici, abbia nascosto qualche pestifero pensiero, che possa esser causa di maggior confusione e disordine. E tanto più inclinano li cardinali predetti in questa opinione, quanto par loro che il tempo di convocarlo non sia al presente molto opportuno, non tanto per guerra che si potesse temere in tra Cristiani, circa la quale molto prudentemente discorre la Maestà Vostra, quanto per il pericolo della guerra del Turco, del quale, come sa ben Vostra Maestà, sono le minaccie e apparati grandissimi di invadere l'anno futuro con ogni sforzo la cristianità; al qual tempo essendo impossibile, che ancora sia indrizzato il Concilio, pare da considerare bene quanto danno potria generare, mentre si attendesse al Concilio, se urgesse nuova guerra dagl'inimici della fede, perchè bisognerebbe, per attender al Concilio, negligere le provisioni tanto necessarie per la difesa della cristianità, che sarebbe cosa perniciosa, o per provedere alla guerra, lasciare il Concilio imperfetto e questo si può più facilmente dire che fare, perchè serrandolo senza la satisfazione delle nazioni, potria facilmente partorire scisma, o qualche grave scandalo nella Chiesa di Dio, la qual satisfazione universale delle nazioni, quanto la Maestà Vostra e io ci possiamo poco promettere, lo dimostra, oltre alle altre ragioni, l'esperienza delle difficoltà, che ora sente Vostra Maestà a potere in cose tanto giuste disporre d'una minima parte di quella nazione sola. Le quali difficoltà nel tempo d'un pericolo tale, facilmente aumenterebbono; perchè gli eretici e maligni pigliarebbero le necessità per occasione di ottenere qualche cosa perniciosa alla santa fede cattolica. Alla corroborazione della quale nessuno rimedio è di più autorità, più santo, e cagione di maggiori beni, che la convocazione del Concilio, quando si fa per cause, con mezzo e in tempo convenienti, per contrario nessuno più pericoloso, e per partorir maggiori mali, quando non concorrono le circostanze debite, o vi nasca qualche accidente che lo disordini. Le quali ragioni insieme con le altre allegate da cardinali predetti, avrebbono forse tenuto dubbio l'animo mio, se in me non avesse potuto più l'autorità di Vostra Maestà, la qual conoscendo io religiosissima, veramente cattolica, e devotissima della sede apostolica, e non meno prudentissima e circospetta, e considerando che, per trovarsi presente in quella provincia, per sanità della quale si propone questo rimedio, può facilmente intendere quello che li sia necessario, più che non possono coloro, che ne sono lontani, mi rendo certissimo che non desidererà, nè proporrà cosa che non sia utile al servizio e al bene universale della cristianità. E però, pregatala prima che esamini maturamente, e consideri molto bene quello che sia al proposito de' fini sopradetti, dico a Vostra Maestà che io son contento, che quella, in caso giudichi esser così necessario, offerisca, e prometta la convocazione del Concilio, con condizione però, secondo che scrive anco Vostra Maestà, che appartandosi da' loro errori, tornino incontinente al vivere cattolicamente, e all'obbedienza della Santa Madre Chiesa, e secondo i riti e dottrina di quella, infino a tanto che dal Concilio fosse determinato in altro modo, all'obedienza e determinazione del quale in tutto e per tutto si sottomettano; senza le quali condizioni è notissimo quanto saria scandaloso e di pessimo esempio a concedere il Concilio. E in questo è necessario che Vostra Maestà avvertisca diligentemente, che queste condizioni si promettano e eseguiscano in modo che possiamo esser sicuri, che gli eretici, ottenuta la convocazione del Concilio, non tornino a' pristini errori, perchè sarebbe cosa scandalosissima; e sarebbe manifesto ad ognuno, che dal proseguir in tal caso più oltre, non si potrebbe aspettare la reformazione degli errori, che desidera, ma non altro che frutti pestiferi e venenosi; a che siamo certissimi che Vostra Maestà avvertirà, dalla quale subito che avremo avviso che loro abbiano accettato, e osservino questa condizione, si convocherà il Concilio per quel tempo che sarà giudicato espediente. Il quale Vostra Maestà si prometta che sarà con più brevità si possa, la quale son certo che, per quello che sopra questa materia parlammo in Bologna, e per quanto conosce dell'intenzion mia al bene universale, non dubiti, che da me non sarà interposta dilazione alcuna. In che non mi estenderò altrimenti, perchè in tutte le cose e pubbliche, e che concernono il particular mio, io ho fede grandissima in Vostra Maestà non meno che in me proprio, e la quale non è mai per mancare. Così mi persuado che Vostra Maestà si confidi che io proceda sempre seco con tutta la libertà e sincerità che sia possibile. E perchè io ho veduto li articoli proposti da quelli eretici, giudicherei necessario che Vostra Maestà li ammonisse a restringerli solo a quelli punti nei quali pretendono avere più causa da dubitare, perchè si fugga la lunghezza, che sarebbe infinita, e si moderi quanto si può l'inconveniente di avere a ritrattare le cose stabilite nelli altri Concilj. Statuirassi ancora al medesimo tempo il loco, nel quale si abbi a convocare, sopra che intenderei volentieri il parere di Vostra Maestà, perchè a me nè per commodità propria, nè per alcun particolar rispetto importa più un luogo, che un altro, avendo massime ad intervenirvi Vostra Maestà. Ma per quanto mi occorre di presente, essendo sommamente necessario che il Concilio non si celebri altrove che in Italia, crederei che Roma dovessi satisfare a ciascuno per l'opportunità grandissima che ha di sostener tanta moltitudine, quanta vi concorrerà, e poichè questo Concilio non si convoca per causa di scisma che sia nella Chiesa di Dio, nè per dissensione che sia tra principi cristiani, che potriano dar cagione d'allegar la suspizione de' luoghi, ma solo si propone per purgar la cristianità dall'eresie, e per l'espedizione contra infideli, par molto conveniente che si convochi in quella città, che è capo di tutta cristianità, e dove per il passato sono stati celebrati tanti Concilj a che m'inclina ancor assai il conoscere che, se dopo tante calamità che ha patito, se le aggiunge una sì lunga assenza della Corte, saria quasi causa dell'ultima sua ruina. Pur quando Roma non satisfacesse, che a mio parere dovria satisfare, e si potria provedere che nessuno la recusasse per non sicura, ci è Bologna, Piacenza, Mantova, tutte città capaci, come sa Vostra Maestà, delle quali, o di qualch'altra che fusse a proposito, si farà risoluzione.
«Circa gli abusi, aspetto risposta dal Legato, a cui feci scriver, alli dì passati, che avvisasse sopra che si desidera riformazione, e venuta che sia la risposta, si piglierà tal forma, che ognuno conoscerà che l'intenzion mia è di corregger le cose che fossero inoneste, e di satisfare in tutto ciò che si potrà, agli amorevoli e prudenti ricordi di Vostra Maestà, con la quale, per non la tediar più, mi rimetto a quanto sopra questa materia ho scritto anco al Legato, e parlato con M. Majo suo oratore: pregando sempre Dio che le conceda quanto lei desidera. Da Roma, all'ultimo di luglio 1530».
Ai 18 novembre tornava sul medesimo promettere, e soggiungeva: «Se convenisse che io da me solo ne deliberassi, confido tanto nell'amore e prudenza della M. V. che, senza aspettar altro, le direi assolutamente di voler seguire in tutto il consiglio e voler suo. Ma per esser cosa che tocca a tutta la Chiesa e la cristianità, prima che possa risolutamente risponderle è conveniente che consulti con li cardinali, e intenda bene l'inclinazione degli altri principi al Concilio»[506].
Intanto Clemente VII, che, come dice il Guicciardini, per troppa finezza di vedere, scorgeva tutte le possibilità e in conseguenza vacillava, cercavasi altri alleati. E prima sperò negli Svizzeri, e l'Aleandro al Sanga da Brusselle il 14 novembre 1531 scriveva: «Si trova per le istorie che le grandi eresie mai non si estinguono se non col sangue. Se Dio vuol far così ancor di questa, niun modo pare potesse esser miglior di questo, perchè, per esser gli Svizzeri vicini all'Italia, facilmente con ogni piccola cosa si potrà soccorrerli, e puossi veder buon conto dell'amministrazione del denaro, e andar porgendo ajuto alla giornata. Il che non saria così se l'impresa si fesse in mezzo alla Germania, e che più è, saremmo fuora di quel timore ch'era, se si faceva impresa generale contro Luterani, che la Germania tutta si unisse contro noi...... Quella parte di Svizzeri ch'avrà più archibusieri, ancor che sia in minor numero di picche, sarà vittoriosa, perchè si sa ben quanto gli altri Svizzeri temono e buttano giù le picche, visti gli archibusi.....
«Molto mi meraviglio e dolgo ch'a questa tanto santa occasione, tutti li re, principi e popoli non si muovano a contribuir qualche somma di denari, e præsertim li signori Veneti, che sono confinanti per più bande a' Luterani; che se Svizzeri cattolici perdono, la vigilia loro saria la festa di questi»[507].
Clemente trescava pure con altri, e il Sanga ad esso Aleandro nunzio apostolico scriveva da Roma il 12 settembre 1531, che il duca di Ferrara cercava ogni modo di nuocere al papa, e avea fatto saper all'imperatore d'aver intercette lettere, per le quali il papa a Inghilterra e Francia prometteva tutto, purchè non si facesse il Concilio. «Il che quanto sia lontano dal vero, nessuno lo sa meglio di vostra signoria, qual sa in questo l'animo buono di Sua Santità». Il papa se ne duole coll'imperatore stesso in iscritto, domandando sieno prodotte le lettere stesse, e non voler aquetarsi benchè l'imperatore si mostri certissimo della buona intenzione di Sua Santità. «E parli qui francamente, che mai fu falsità più falsa di questa»[508].
Alfine Clemente si fissò colla Francia, a' cui dominatori sempre si volsero i papi nelle loro angustie, chiaminsi Carlo Magno o Napoleone III. Sperando dunque che Francia lo sorreggerebbe nelle sue ambizioni domestiche, e rimarrebbe fedele all'antico simbolo, mosse egli stesso a trovar Francesco I. Al colloquio erasi assegnata Nizza, ma il duca di Savoja ebbe gelosia di lasciarla occupare da navi pontifizie, ond'egli andò a Marsiglia (1533, 13 ottobre) col pretesto di condurvi sua nipote Caterina, figlia di Lorenzo De' Medici duca d'Urbino e di Maddalena de La Tour d'Auvergne, promessa sposa ad Enrico, secondogenito di Francesco I. Quanto quello di Bologna coll'imperatore, solennissimo fu il ritrovo davanti a' maggiori dignitarj di Roma e di Francia. Seduto in eccelso trono, il pontefice ricevette il re, che davanti a lui piegò il ginocchio, giurogli obbedienza, e gli baciò i piedi, la mano e la stola; il primogenito del re fu ammesso al medesimo favore; i due più giovani figli baciarongli la mano e i piedi; i soli piedi gli altri della Corte. L'arcivescovo di Parigi a nome del suo signore professò che il re cristianissimo, come primogenito della Chiesa, lo riconosceva in tutta umiltà e devozione qual pontefice e vero vicario di nostro signor Gesù Cristo; lo venerava come successore di san Pietro, e gli prestava obbedienza e fedeltà; offrendosi a tutta sua possa per la difesa sua e della santa sede apostolica, al modo che aveano fatto i suoi predecessori.
Ma se il re, tornando da quel congresso, diede severi ordini per «far processi contro chi fosse convinto del delitto d'eresia che pullula e cresce nella buona città di Parigi» (10 dicembre 1533), seguitò per altro i consigli della politica sostenendo la Lega Smalcadica de' Protestanti tedeschi contro Carlo V imperatore di Germania: vale a dire, puniva chi non andasse alla messa, favoriva coloro che la messa aveano distrutta.
Questo buon re Francesco, il protettore delle lettere, che i palazzi suoi facea costruire dal Primaticcio, dipingere da Leonardo, fregiare da Benvenuto: che volle essere armato cavaliere da Bajardo senza paura e senza taccia, al 21 gennajo 1535 assisteva in Parigi al supplizio di sei Luterani. Venivano in solenne processione i vescovi, i dottori della Sorbona, i dignitarj, poi il re a capo scoperto, con una torcia in mano, e dietrogli principi e principesse e cortigiani. L'arcivescovo portava il Santissimo, pel quale erano stati costruiti sei altari di riposo; e a canto a ciascuno una forca e un rogo. Il popolo trasaliva d'insulti e d'impazienza, volendo colle proprie mani straziare gli infelici condannati; i quali erano avvinti a una trave in bilico, che calava per tuffarli nella fiamma, e risaliva sinchè questa non consumasse le corde. Cominciava l'orribile altalena allorchè il re avvicinavasi, ed egli, giunto a quel posatojo, cedeva la torcia al cardinale di Lorena, prosternavasi a fare l'adorazione, intanto che si compiva il supplizio de' condannati; poi ripigliava la torcia e la via. Al termine della quale tenne un discorso contro la perversa setta, protestando che, se ne sapesse infetto uno de' proprj membri, lo taglierebbe; se un suo figliuolo, lo sagrificherebbe egli stesso[509].
E le persecuzioni continuarono un pezzo; e il giugno 1540 un editto da Fontainebleau ordinava ad ogni balìo o siniscalco, procuratori, avocati del re di cercare i Luterani, per darli al giudizio delle Corti supreme, altrimenti perderebbero l'uffizio.
Le nazioni non hanno dunque di che rinfacciare l'una l'altra; meglio è che, disapprovando le violenze d'allora, imparino la tolleranza, tanto predicata eppur tanto poco ottenuta in questo nostro tempo di sì caldi e sì poco leali partiti. Noi siamo lieti di trovare che papa Paolo, saputo di que' supplizj, altamente li disapprovò, benchè da buona intenzione: rammemorando che Cristo usò più misericordia che rigorosa giustizia; nè doversi con morte tormentosa far disperare un uomo, che pur potrebbe mutare di credenze[510].
NOTE
[476] E. H. J. Reusens pubblicò nel 1862 a Bonn _La teologia di Adriano VI_ con un apparato della vita e degli scritti di esso: e _Aneddoti_, desunti parte dal codice autografo di Adriano, parte da apografi.
[477] Più tardi la cambiò col PLUS ULTRA, suggeritogli dal medico milanese L. Marliano.
[478] Il Guicciardini, che in tutti questi affari della Chiesa e della Riforma si mostra ancor più ignaro che maligno, dice che i cardinali diedero il suffragio a quest'Adriano per chiasso, e tanto per consumar quella mattinata; onde rimasero attoniti quando riuscì eletto. Di ciò lo riprova il Pallavicino. Lo stesso Paolo Giovio dice tutt'altro. Valeriano Pierio fece una satira violenta contro questa elezione, dicendo appunto:
_Nil tale patribus facere se putantibus,_ _Nihil minus volentibus_ _Quam quem eligebant; nil minus poscentibus_ _Quam quem vocabant. O mare!_ _O terra! votis Hadrianus omnibus_ _Fit pontifex: sed omnibus,_ _Quis credat? invitis. Deúm vis hæc: Deúm_ _Deúm abditum hoc arbitrium est..._
[479] LANZ, _Correspondens des Kaisers Karl V_. Tom. I, p. 60. GACHARD, _Corr. de Carles V et d'Andrien VI_, pag. 105, del 27 luglio e 5 agosto 1522.
[480] Girolamo Negro, canonico padovano, al Micheli, da Roma 15 agosto 1522.
[481] SANUTO, Diarj al 1523; presso il quale è un'epistola che dice: _Vir est sui tenax, in concedendo parcissimus, in recipiendo nullus aut rarissimus; in sacrificio quotidianus et matutinus est: quem amet aut si quem amet, nulli exploratum. Ira non agitur, jocis non ducitur. Neque ob pontificatum visus est exultasse: quinimo constat graviter illum, ad ejus famam nuntii, ingemuisse_.
[482] Manuscritto nella Vallicelliana.
[483] _Epistole familiari_. Tom. I, pag. 18.
[484] Sta nella biblioteca di Monaco, e noi l'abbiamo inserito negli schiarimenti al libro XV della _Storia Universale_.
[485] Adriano, ancor cardinale, di Lutero avea scritto: _Qui sane tam rudes et palpabiles, hæreses mihi præseferre videtur, ut ne discipulus quidem theologiæ, ac prima ejus limina ingressus, ita labi merito potuisset... Miror valde quod homo tam manifeste tamque pertinaciter in fide errans, et alios in perniciosissimos errores trahere impune sinitur_. BURMANN, Analecta hist. de Hadriano VI.
[486] GACHARD, _ubi supra_, p. 245.
[487] Il Pallavicino disapprova le istruzioni date da Adriano al Chieregato, dicendo che han fatto desiderare in lui maggior prudenza e circospezione, e che non solo il regno del Vaticano, dominio composto di spirituale e temporale, ma il governo di piccole religioni, quantunque semplici e riformate, meglio si amministra da una bontà mediocre accompagnata da senno grande, che da una santità fornita di piccolo senno... «Chi svela tutto il suo cuore getta il dono che gli ha fatto natura in darglielo imperscrutabile, e fa comuni tutte le sue armi all'avversario».
Noi abbiamo sentito accuse consimili farsi a Pio IX.
[488] Si dissero spediti il 1522 dopo sciolta la dieta di Norimberga, ma non si credono autentici.
[489] È noto con quanta cura gli antichi facessero giunger buone acque sui colli di Roma. Gli acquedotti furono o spezzati o negletti dai Barbari, e ciò fu gran ragione dello spopolarsi della città. Va notato che Adriano VI fu il primo che pensasse a restaurarli, riconducendo l'aqua Marcia, che poi tornò a guastarsi. E le acque e le fontane sono uno de' maggiori meriti de' pontefici verso la città eterna.
[490] PAOLO GIOVIO _in ejus vita_.
[491] Erasmo, Ep. 1176, dice: _Vix nostra phalanx sustinuisset hostium conjurationem, ni Adrianus, tum cardinalis, postea romanus pontifex, hoc edidisset oraculum, Bonas literas non damno, hæreses et schismata damno_. Anche il Negri, nelle lettere ove dipinge sì bene quel pontificato, confessa: «Dilettasi sopratutto di lettere, massimamente ecclesiastiche, nè può patire un prete indotto».
[492] «Dubito che, come beva di questo fiume Leteo, non mandi in oblivione tutti questi santi pensieri, e massimamente perchè natura non tollera _repentinas mutationes_; essendo la Corte più corrotta che fosse mai, non vi vedo alcuna disposizione atta a ricever così tosto queste buone intenzioni». NEGRI, 14 aprile 1522.
[493]
_Sextus Tarquinius, Sextus Nero, Sextus et iste:_ _Semper et a Sextis diruta Roma fuit_.
[494] Adriano fece lega con Carlo V per salvare l'indipendenza italiana dai Francesi, unitamente a varj principi italiani e ai feudatarj della santa sede, e il 5 agosto 1523 solennemente in Santa Maria Maggiore la proclamò. Qui i panegiristi del papa si sforzano a mostrare come i cherici devano astenersi dalle armi; ma pure, quando le spirituali non bastino, può ricorrere alle temporali per difendere se stesso e i Cristiani. E conchiudono che, come principe temporale, il papa deve avere e milizia e fortezze al par degli altri, e chi gli negasse d'esser principe, sovvertirebbe i principj di natura e di legislazione, che legittimano i regni; e chi tenta abbatterlo piglia il coltello per la punta. Vedi ORTIZ, _Descrizione del viaggio_, ecc. DE LAGUA suo annotatore. BURMANNO, ecc.
[495] «Teniendo sempre respecto a que la eleccion se haga con toda libertad, si ya por la parte francese no se intentasse hazer alguna fuerza, que en este caso haveyos de mostrar reziamente por nuestra parte; ayudandos para ello de los visorreyes de Napoles y Sicilia y de nuestro esercito, y de todos los subsidios y otros medios que pudieredes» scriveva Carlo V al duca di Sessa da Valladolid, il 13 giugno 1523, ap. GACHARD.
[496] Io spiego in questo senso il Guicciardini, ove dice che egli «era reputato avaro, di poca fede, e alieno di natura dal beneficare gli uomini».
[497] VARCHI, _Stor. fior_., tom. II, p. 43.
[498] HOTTINGER, _Ecclesia sæculi XVI_, tom. II, p. 61. Di rimpatto i nostri notarono che il connestabile di Borbone morì nell'assalto: il succedutogli principe d'Oranges, poco dopo, all'assedio di Firenze; Lannoy della peste, Moncada poco sopravvisse: anzi, due anni dopo il fatto, nessun più era vivo dei depredatori di Roma, e le ricchezze erano passate in mani estranee. Notarono pure che, per salvar il cadavere del Borbone dagl'insulti, fu portato in quella fortezza di Gaeta, ove nel 1849 ricoveravasi un altro papa, che colà da un generale francese riceveva le chiavi della ricuperata Roma.
[499] Galeazzo Visconti, il 21 luglio 1528, _ap_. MOLINI, _Docum. di Storia Italiana_.
[500] GEVAY, _Urkunden_ ecc., pag. 52.
[501] Esso Ferdinando scriveva a Carlo V: «La lunga guerra ha fatto trascurare il guasto della religione e la necessità del rimedio. Per essa avvenne la prigionia del pontefice e la devastazione di Roma, onde pigliarono tanto scandalo i Cattolici, esempio di licenza i tristi, baldanza e giubilo gli eretici, sicchè la infezione delle Sètte luterane e le ambizioni de' principi fanno strazio della Germania».
GEVAY, _Urkunde_ ecc., p. 66-70. _Istruzione_, per Martino de Salinas, dall'8 febbrajo 1529.
[502] _Il serche par tout à emprunter, voyre à pouvoir vendre pour fere san voyage: et pour aller jusque a Bouloingne ou la environ, il espere trouver moyen de soy equipper_. POUPET DE LA CHAUX, _An den Kaiser_. Lione 23 settembre 1529.
[503] _Cronaca della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per l'incoronazione di Carlo V_, per GAETANO GIORDANI, Bologna 1842. In questa è a vedersi la quantità di letterati e altri illustri italiani, convenuti a quella solennità.
[504] Lettere del Campeggi al Salviati nel 1520. _Monumenta Vaticana_ per H. LAEMMER, pag. 50-57.
[505] Vedi il carteggio del Campeggi nei _Monumenta Vaticana_, pag. 64.