Part 45
«Caro figlio, gratissima ci fu la tua lettera, poichè ci chiarì di quello su cui ci davano a dubitare non solo l'asserzione di pie e prudenti persone, ma alcuni tuoi scritti stessi, che tu conservi buona volontà verso noi e la santa sede, e per la pace e concordia cristiana: il che perfettamente conviensi e all'egregio ingegno che Dio ti ha donato, e alla pietà che sempre professasti. E noi che, sebben lontano, ti avevamo sempre in memoria, e pensavamo dar qualche premio alle esimie tue virtù, se eravamo stati smossi da questo pensiero, lietamente ci vedemmo dalla tua lettera restituiti alla primiera intenzione. E deh come ora è certo a noi, fosse così agli altri, la benevolenza tua verso questa sede apostolica e la comune fede di Dio! No, mai non vi fu tempo più opportuno o causa più giusta di opporre l'ingegno e la dottrina agli empj, nè alcuno sarebbe di te più adatto a tale offizio, al quale pur s'adoprano molti in fama di pietà e scienza somma. Ma Iddio diresse i loro cuori, e alla tua prudenza vuolsi ciò rimettere. Noi, contro le contumelie degli uomini sediziosi, armati di pazienza e del soccorso divino, siamo viepiù dolenti che colla zizania molta buona messe si corrompa; ed ogni danno del gregge a noi commesso ne affligge, non potendo non dolerci del veder le buone menti tratte in errore, mentre desidereremmo salvi anche gli autori dell'empietà. Ma nè Dio mancherà a noi, nè noi al nostro dovere. Quanto alla tua lettera, essa ci assicura della tua ottima intenzione, e la tua venuta qui, quando ch'ella sia, riceveremo volentierissimo.»
Nella _Biblioteca Vaticana, Nunziatura di Germania_. Vol. I, pag. 40.
[464] Sul suo epitafio fe scrivere: _Ex diuturno studio hoc didicit, mortalia contemnere, et ignorantiam suam non ignorare_.
[465] _Ep._ 601.
[466] _Monumenta Vaticana_ LXIX.
[467] _Videor mihi fere omnia docuisse quæ docet Lutherus, nisi quod non tam atrociter, quodque abstinui quibusdam ænigmatibus et paradoxis_. Ep. a Zuinglio.
[468] Più tardi il nome di Erasmo sonò ereticale. Nella biblioteca di San Salvadore a Bologna, l'inquisizione, sotto Paolo IV, ne portò via le opere; e le traduzioni di Ecolampadio ch'erano postillate da Erasmo, furono lavate con acqua di calce per farle scomparire; al qual modo fu pure guasta un'edizione di san Girolamo, postillata dallo stesso, e confiscato uno Svetonio che portava il nome di Erasmo.
[469] _Civitates aliquot Germaniæ implentur erroribus, desertoribus monasteriorum, sacerdotibus conjugatis, plerisque famelicis ac nudis; nec aliud quam saltatur, editur, bibitur ac cubatur, nec docent, nec discunt; nulla vitæ sobrietas, nulla sinceritas. Ubicumque sunt, ibi jacent omnes bonæ disciplinæ cum pietate_. ERASMI ep. 902 del 1527.
[470] _In Erasmi funus dialogus lepidissimus_. Basilea 1540.
[471] Anche il cardinale Comendone veneziano alla dieta germanica nel 1561 insisteva sui disordini d'intelletto e di fatti, venuti dietro alla riforma. _In quos, Deus bone, et quam devios anfractus deflexistis! quibus vos erroribus implicuistis! quibus mentes vestras tenebris mersistis! at etiam iniquo animo ferri ad principibus vestris nuper dicebatis quod nos varia ac multiplici religione agitari impellique Germanos vobis adjecimus, idque inficias ire verecundia non fuit. An potest clarius, an evidentius esse quidquam, vestris esse inter vos de tota cœlestium rerum ac divinarum cæremoniarum ratione dissidiis et concertationibus? Una est vestrum omnium consensio et conspiratio adversus nos, Ecclesiamque a qua defecistis; cætera nihil dissimilius, nihil disjunctius, nihil discrepantius. An vero id non testatum omnibus? an non omnis referta libris Germania est, contraria et propugnantia docentibus? an adeo hebetes nos ac rudes germanicarum rerum esse putatis, ista ut ignoremus? at Lutherus quidem ipse, Paulus alter ut vos vultis, qui præceps se ex Ecclesiæ navi in mare dejecit, a quo jactata a vobis Augustana formula conflata est, quando sibi, aut in quo satis constitit? an istam ipsam formulam non quotannis quamdiu vixit commutatam, diversasque in sententias contortam edidit? An qui postea ipsum secuti sunt, non æque licenter trahendo eam, quo cujusque libido rapuit totam aliam fecerunt? Sed quod jam vixæ inter vos de dictis sententiisque Lutheri? Et quotus quisque est, qui quæ placita illi sunt probet? quot Melanchthon? quot Œcolampadius? quot Zuinglius? quot denique Calvinus trahit? quot alii sexcenti, qui omnes de summis rebus a Luthero, atque inter se dissentiunt? Non modo civitas, aut municipium, sed ne domus quidem in Germania et ulla horum certaminum expers. Cum viro uxor, cum parentibus liberi, de fide sacrorum, de divinarum literarum intelligentia altercantur. Fœminæ, pueri in circulis, in cauponis, inter pocula ludosque, quod miserandum est, de religione constituunt. A vobis denique ipsis, hoc ipso in conventu, quanto laboratum est opere ut aliquam uniusmodi mentis speciem præferre possetis? Quod assequi tamen nequivistis; scilicet ut discrepare inter se vera, ita conjungi et convenire falsa non possunt etc_. GRATIANI, _De vita Johannis Fr. Commendoni card_. Parigi 1669, pag. 92.
[472] _Verum sub hoc prætextu, per hanc fictam pietatem, sub hoc umbrato nomine expoliare imperitiorem populum, sugere lac gentium, inebriari mamilla regum vult_. Oratio de non dandis decimis.
[473] _Ut libere animum meum aperiam, hoc aperte de me prædico, quod tam invitus Turcam gladio impeterem quam christianum fratrem_. Confut. determinat. doctorum Paris.
_Ich Martinus bitte alle Cristen wollten helfen Gott bitten, für solche elende, vorblendte teutsche Fürsten, dass wir ja nit folgen wider den Türcken zu ziehen, oder zu geben.
Ja viel lieber den Türchen und Tattern lèyden, dann dass die Mess solt bleiben_. Tisch Reden.
[474] _Die Türck macht den Himmel voll heyligen. Der Papst aber füllet die Höll mit eitel Christen... Würd der Türck auf Rom ziehen, so sehe ichs nicht lugern_. Tisch Reden. Ultimamente Michelet, nella sua opera sulla Riforma, mista di profondo e di buffo, con stile sempre a sorprese, con un dubbio sistematico, trova che si avea torto di favorir il papa contro l'eresia e contro il Turco. Sarebbe stato un male se il Turco avesse occupato Napoli? Tutt'altro. Come nella Cina i Tartari furono inciviliti dai conquistatori, così il Turco sarebbesi ridotto europeo.
Di fatto, occupando la Grecia, hanno i Turchi migliorato di civiltà! Tanto acceca l'odio contro il cattolicismo.
[475] Il solo cardinale Ippolito De' Medici, figliuolo naturale di Giuliano, e uno de' migliori capitani del secolo, essendo legato a latere di Carlo V in Germania, armò del suo ottomila Ungaresi e sette compagnie di cavalleggieri, e contribuì non poco a respingere i Turchi dall'Austria. Adriano VI, trovato esausto il tesoro, non potè che mandare quarantamila ducati agli Ungaresi per sostenersi contro i Musulmani; ma il cardinale Palmieri napoletano offrì denaro e truppe, e di condurle egli stesso a Rodi, quando udì ch'era stata presa. Clemente VII, nel 1526, creò luoghi di monti per dare armi e truppe a Carlo V contro i Turchi. I Veneziani contavano imporre ai beni del loro clero un decimo de' frutti per cinque anni: ma Paolo III nol consentì, esibendo invece un milione di ducati del suo. Vuol dunque dire che il decimo da levarsi doveva essere per lo meno altrettanto, cioè almeno ducentomila ducati l'anno: il che porterebbe a due milioni di ducati la rendita annua de' beni del clero veneto. Pio IV concesse al re di Spagna settecentomila ducati sui benefizj di Spagna, e impose a' proprj sudditi un tributo di quattrocentomila scudi d'oro per la guerra turca. Alla battaglia di Lepanto assistevano dodici galee pontifizie, oltre legni minori assai, con millecinquecento uomini.
Dal 1520 al 1620, Roma donò agli imperatori di Germania sedici milioni di scudi e sei alla repubblica veneta per combattere i Turchi.
DISCORSO XVIII.
ADRIANO VI PAPA RIFORMATORE. CLEMENTE VII. SACCO DI ROMA. PRELUDJ D'UN CONCILIO.
Il figlio d'un Florent, povero operajo d'Utrecht, meritò la predilezione de' maestri perchè mostrava inclinazione allo studio; ottenuto un posto gratuito in un collegio di Lovanio, vi apprese filosofia, matematica, diritto canonico, latino e greco, oltre il tedesco. V'aggiungeva tanta pietà, che non usciva mai di scuola senza entrare in una chiesa, e se imbattesse un povero, dividea con esso la parca cibaria. Acchiocciolatosi in una cameretta a tetto, fredda, malsana, la notte andava a leggere al lume de' pubblici lampioni, finchè Margherita d'Austria, vedova di Carlo il Temerario, allora governatrice dei Paesi Bassi, avutone contezza, gli mandò legna e trecento fiorini per comprare libri, e in appresso gli conferì una parrocchia, poi un canonicato a San Pietro di Lovanio. In questo viveva egli ritiratissimo, fra autori classici ed ecclesiastici e con qualche camerata; non lodato, neppure troppo gradito pe' suoi modi da grossolano brabanzone; ma ben contento quando dal vivere gli avanzasse tanto da soccorrere alcun poveretto. Fatto decano, si applicò a riformare quel capitolo; oculato nel conferire i benefizj; durante il pasto frugale faceva leggere le sante scritture.
Stampò in quel tempo _Commentarium de rebus theologicis in quatuor sententiarum questiones_[476], e il suo nome giunse fino all'imperatore Massimiliano, che lo scelse per insegnar francese, spagnuolo e latino a suo nipote. Questo divenne, col nome di Carlo V, imperatore di Germania e re di Spagna, e poichè tanta parte ebbe negli affari d'Italia e della religione, bene sta che ci badiamo alquanto a considerarlo. Erede de' possessi austriaci per padre, de' Paesi Bassi e della Spagna per madre, e in conseguenza de' dominj d'Italia e de' paesi testè scoperti in America e nelle Indie, fu fortunato sino ad avere prigioniero alla battaglia di Pavia il proprio emulo Francesco I di Francia, e con ciò assicurata la sua preponderanza di qua dell'Alpi, mentre dal nuovo mondo gli giungevano ogni giorno annunzj di altri imperj scoperti e assoggettati, ch'egli mai non vedrebbe, di miniere d'oro e d'argento scavate, di preziose spezierie, avviate dall'estremo Oriente e dai paesi equatoriali a' suoi porti di Spagna. A contatto con tutti i paesi d'Europa per dominj che estendevansi da Cadice a Bruxelles, da Messina al Baltico, potè fantasticare la monarchia universale, non come immediata dominazione, ma come supremazia; nè fu vana millanteria il dire che il sole non tramontasse mai ne' regni suoi.
E veramente egli sta a capo de' re moderni. Uscendo dai secoli della cavalleria per entrar in quelli del machiavellismo, fu vario come il suo tempo, a vicenda cupo e generoso, tollerante e fanatico, ostinato ne' proprj e ligio agli altrui pareri, intrepido e sfiduciato, ambizioso fino a sognare l'alta direzione e dei regni e della Chiesa, e di abbattere la costituzione germanica, sostituendovi la monarchia ereditaria, poi umile sino a terminar la vita in un convento: non fastoso, non cavalleresco, bensì politico, affettante il casalingo; affettante il leale, mentre niuno lo pareggiava nell'ordire e tessere un intrigo, nel promettere, corrompere, eludere, conciliare, soprattutto temporeggiare, conforme alla divisa che aveva assunta, NONDUM[477]. Mai non montava in collera: offeso, avvolgeasi nella dignità del silenzio: la gratitudine non conobbe: la fiducia poco; mal soffriva la contraddizione, e credeva che il lungo riflettere sia cauzione del buon successo. Pari a lui nessuno in attività, ed ebbe ad esercitarla non solo nell'amministrazione di sì varj Stati, ove le libertà e le forme tutelari del medioevo dovea soffocare nell'assolutezza amministrativa de' moderni, ma nelle guerre ostinate colla Francia, nelle civili colla Spagna e col Belgio, nelle generose coi gran guerrieri dell'impero turco; sempre con mezzi sproporzionati agli alti fini, e costretto a ricorrer a disastrosi spedienti finanziarj, e trovare impediti i suoi concetti da un frate, che colla parola arrestava o deviava l'immensa sua potenza, e toglievagli di scioglier nessuna delle grandi quistioni che eransi sollevate a que' giorni nel campo della politica come in quel del pensiero e del sentimento.
Nella sua grandezza egli ricordò il suo maestro Adriano, e lo pose vescovo di Toledo, e da Leone X gli ottenne la porpora. Erasmo, gran nemico dei frati, non ha che blandizie per questo, ne ammira le virtù non meno che le lezioni di teologia; Lutero stesso lo chiama di splendida e lodata vita.
Qual migliore per opporre alla Roma paganizzante?
Su lui dunque si accolsero i voti del conclave[478]. Trovavasi egli allora in Ispagna, e Carlo V gli mandò l'aspettasse, volendo accompagnarlo a Roma; ma esso gli rispose: «Mi sarebbe caro assai vedere V. M., ma sì calda è la stagione, che, se veniste a fretta, vi nocerebbe; se altrimenti, dovrei differire di molto l'andata, lo che tornerebbe in gran danno degli affari comuni nostri e della cristianità. I dispacci, che ricevo da Roma, da Genova e da ogni parte d'Italia, recano che le cose nostre vanno in ruina, e che non si può rimediarvi senza la mia presenza: onde non ho cuore di indugiar più oltre»[479].
Per disposizione del regio alunno e pel decoro della Spagna, Adriano salpò con numerosa flotta; duemila fra prelati e cortigiani, quattromila soldati; sbarcato a Genova, «disse messa e racconsolò alquanto quella povera città del sacco e de' danni ricevuti»[480]: approdato poi ad Ostia, ricusò lo spendio e le baldorie che soleano accompagnare le entrate in Roma; fe sospendere la costruzione d'un arco trionfale, dicendo, «Le sono usanze da Gentili, non da cristiano e religioso».
Come il nome, così serbò i costumi primitivi; la fantesca che si menò dietro, dovea servirlo nè più nè meno di prima; pel pranzo non assegnava di là d'un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, «Ecco per la spesa di domani», nè a più di dieci ducati doveva giungere quella della Corte. Leon X avea premiato gl'inventori di buoni bocconi; Adriano mangiava merluzzo, invece dei pesci fini celebrati dal Giovio, e s'impennò all'udire il costo di certe lucaniche, fatte con polpe di pavoni. Suggeritogli di prendere dei servi, rispose volere prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leon X teneva cento palafrenieri, si fece il segno della croce, e pensò che quattro sarebbero d'avanzo[481]. Avendo conferito un benefizio di sessanta scudi a un suo nipote, che, vacatone un altro di cento, glielo chiese, rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto dalle istanze, glielo concesse, volle rassegnasse il precedente.
Allorchè egli entrò, Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò un'orazione, esponendogli sette ricordi, che sono: 1º eliminare le tribolazioni antiche, cioè simonia, ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de' governanti; 2º riformare la Chiesa secondo le leggi canoniche, sicchè più non somigli una congrega di peccatori; 3º i cardinali e gli altri prelati amare d'amor reale, esaltando i buoni, e provedendo ai bisognosi perciocchè in quell'altezza non s'avviliscano; 4º amministri la giustizia senza differenze; 5º sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro necessità, come usavano i papi buoni; 6º faccia guerra ai Turchi, perciò procurando denaro, e tregue fra i principi cristiani; 7º compia la basilica di san Pietro, parte a spesa sua, parte de' principi e popoli[482].
Frate Egidio Canisio da Viterbo già mentovammo come il più famoso predicatore d'allora, e il Sadoleto lo vanta per facilità del parlare toscano, e profondi studj di teologia e filosofia, talchè sapea (dice) nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, incalorire le tepide all'amore della virtù, della giustizia, della temperanza, alla venerazione di Dio e all'osservanza della religione; e senza divario di giovani o vecchi, d'uomini o donne, di primati o vulgari, tutti scotea con forza di ragionamento, fiume d'elettissime parole, d'eccellenti sentenze[483]. Non v'era solennità cui non fosse invitato a predicare, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo ch'e' ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d'accordo nell'esaltarne la virtù e l'integrità, per le quali Leon X, che gli scriveva con famigliarità d'amico, lo ornò della porpora.
Egli dirigeva ad Adriano VI un commento sulla corruzione della Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s'insinuò dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata a vantaggio degli uomini più che a gloria di Dio. Conviene dunque limitarla, considerandola come uno de' principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio d'uomini, integri ed esperti; escludere le aspettative de' benefizj, che fanno desiderare la morte, quand'anche non la procurino; evitare l'avaro e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l'ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione de' loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal proveduto. La turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia a' principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi l'uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di concedere le grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e l'equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili e fedeli, e si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini: le concessioni, gl'indulti, i concordati con principi si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente modo si tenne in maneggiare le indulgenze; sicchè voglionsi revocare le commissioni date ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l'autorità episcopale. Nessuna cura paja soverchia nell'amministrare la giustizia; un cardinale robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anzichè impinguare sulle sportule, le quali sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l'anno, or si comperano a meglio di duemila; come quelle degli auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero una garanzia del loro operato, finchè subissero un sindacato; e a chi n'esce con lode, si attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leon X gravò la sede col creare tanti nuovi uffizj che consumano l'anno centrentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl'investiti medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[484].
E Adriano nulla desiderava meglio che di riformare. Avendo già scritto sopra le indulgenze prima degli attacchi di Lutero, convinto per argomenti scolastici delle verità rivelate, trattava le nuove dottrine di insipide, pazze, irragionevoli[485]; non potea supporre buona fede ne' Protestanti, sebbene deplorasse fossero stati spinti alla disperazione col serrare loro in faccia le porte; e aveva esortato Carlo V a mandare Lutero al papa, suo giudice vero, che lo punirebbe secondo giustizia[486]. D'altro lato, venuto da contrade forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana. Mandando nunzio alla Dieta di Norimberga Francesco Cheregato vescovo di Téramo, nelle istruzioni conveniva dei disordini: «Dirai che ingenuamente confessiamo che Dio permette questa persecuzione dei Luterani contro la Chiesa sua per li peccati degli uomini, e massime de' sacerdoti e prelati. Le Scritture gridano che i peccati del popolo derivano da quelli de' sacerdoti, e perciò, come scrive il Grisostomo, il Salvator nostro volendo curare l'inferma Gerusalemme, entrò prima nel tempio per castigare innanzi tutto le colpe de' sacerdoti, come medico che il male cura dalla radice. Sappiamo che in questa santa sede già da molti anni avvennero cose abominande, abuso delle cose spirituali, eccesso ne' mandati, tutto vôlto in peggio: nè è meraviglia se il morbo discende dal capo nelle membra, dai sommi pontefici negli inferiori. Tutti e prelati ed ecclesiastici deviammo dalle rette vie, nè vi fu chi facesse bene, neppur uno»[487].
Egli si fece promettere dai cardinali che smetterebbero le armi, non darebbero ricetto ne' loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v'entrasse per eseguire la giustizia. «Se gli ecclesiastici (scrive Giovanni Cambi) aveano barba grande alla soldatesca, o abito non lecito a preti, ei riprendevali; perchè era tanto scorsa la cosa, che portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io scrittore vidi un nostro fiorentino che era arcivescovo di Pisa, d'anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro arcivescovo di Pisa ch'era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio De' Medici sopportava tal cosa, e andava sempre alla Chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d'andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare».