Part 44
Dopo gli onori dell'attacco voleva dunque anche gli onori della resistenza. Ma conservarsi neutrale fra partiti debaccanti era egli possibile a personaggio sì in vista? Sospetto agli uni e agli altri, troppo indipendente per Roma, ove Pasquino applicavagli il virgiliano _Terras inter cœlumque volabat_; troppo esitante per Lutero: i Protestanti, che, atteso il suo odio pei frati, s'erano immaginati d'averlo per corifeo, perduta questa speranza, gli si avventarono, attribuendogli occhio d'aquila, cuor di capretto; ed egli allora uscì a combatterli sul punto vitalissimo del libero arbitrio. Non combatteva però da avversario o da papista, e solo indignavasi di tanti o sbagli o frodi nelle citazioni: ma se l'opera mancava di nervi, traeva autorità dal nome: e Lutero, che prima celiava della costui pretensioni di camminare sopra le ova senza schiacciarle, e ripeteagli che lo Spirito Santo non è scettico, allora gli s'avventò con ingiurie, quali solevano suggerirgliele i bicchieri. Anche l'insigne Girolamo Accolti, che poi fu cardinale, da amico di Erasmo divenuto avversario, ne dipinse sinistramente il carattere. Altrettanto fece il Sadoleto, che fu detto il Fénélon italiano.
Primo Conti milanese, uno dei primieri discepoli di san Girolamo Miani, andato in Germania per opporsi alla propagantesi eresia, si lusingò di convertire Erasmo, al quale scrisse firmandosi _Primus Comes mediolanensis_. Il dotto credette questo il titolo di qualche gran signore, e gli si fece incontro con molta cerimonia; poi vistolo arrivare senza nemmanco uno stalliere, rise dello sbaglio, pur protestando veder più volentieri sì valente letterato che qualsifosse grande. Ma il Conti non fece alcun profitto col tepido.
L'Aleandro da Brusselle, il 30 dicembre 1531, scrive al Sanga che Ecolampadio a Basilea assicurò aver molti fautori in Fiandra, Inghilterra, Francia, Italia: in Ispagna pochi per le diligenze dell'Inquisizione; ma soggiunge che gli Ebrei s'industriano di farvi penetrare il luteranismo, sol per danneggiare la fede nostra. E che colà, non osandosi parlare liberamente di Lutero, perchè già condannato, mettono in cielo Erasmo, e fanlo «adorare in quel paese, dove ci sono de' suoi libri assai, già tradotti in quell'idioma; dico di quelli pericolosi: di modo che, trattandosi là per la Inquisizione di condannare le sue opere, per favori diversi fu fatta inibizione che non procedessero. Ed ora che è condannato a Parigi, costoro impazziscono, perchè ben vedono che la Chiesa universale seguiterà quella sentenza parigina in questa parte. E già undici anni, io lo dissi ad Erasmo in questa propria terra, pregandolo che mutasse alcune cose ne' suoi scritti ed alcune altre mitigasse, altramente tenesse per certo che, lui vivo o morto, sarieno condannati detti luoghi.... E ben si sa che, se non fosse per irritarlo a far peggio, già la sede apostolica avria condannato molte delle sue cose, non ostanti i favori che gli si usano etiam per li nostri summati, e da quelli che fanno il santo, per essere laudati da lui in un'epistola: e così _abnegat Christum minimæ gloriolæ causa_»[466].
Erasmo vedea benissimo d'avere insegnato quanto or insegnava Lutero[467]: diceasi proverbialmente, _aut Erasmus luterizat, aut Lutherus erasmizat_; ma egli è un altro esempio del quanto potesse spingersi innanzi la critica sopra la Chiesa, pur senza rompere il legame della carità; e ci spiega la franchezza di quelli, che a torto i Riformati vollero considerare come loro precursori, e la speranza che lungamente si nutrì di riconciliare i dissidenti colla Chiesa universale[468].
Disgustato da quel gran movimento, a cui avea dato di sprone, ma non valeva a mettere il freno; aborrendo la scostumatezza e i disordini soliti dei fuorusciti[469], incapace di essere capitano, insofferente di servir da gregario; conculcato, come sogliono essere tutti i precursori, dalla folla che li trascende; invano ricredendosi, e fin ritrattandosi su molte parti di quel suo ghigno letterario, ch'era stato il lampo ai tuoni della calunnia e della negazione, moriva in Basilea, dopo provato quanto facilmente un popolo tramuti i suoi idoli dall'altare al dimenticatojo. E un altro retore, capoameno, che aveva egli pure fatto un elogio della pazzia, il bizzarro milanese Ortensio Lando, ne canzonava la fine col _Dialogo lepidissimo_[470]. Così era beffato il beffardo; il quale rimarrà tipo di quel torbido d'indifferenza, che fattosi una gloria della propria perplessità, si attribuisce a merito il risparmiare qualche tradizione; che posa principj, e non ardisce tirarne le conseguenze; che non applaudisce all'errore ma lo titilla; che vede la verità, ma non osa abbracciarla, come Pilato dondolandosi fra la giustizia e la popolarità, fra Cristo e Barabba.
Pure Erasmo avea toccato un punto principalissimo della controversia allorchè intimava: «Voi vi riferite tutti alla parola di Dio, e ve ne credete gl'interpreti veraci; ebbene, mettetevi d'accordo tra voi, prima di volere dar legge al mondo».
In quella vece il disordine dagli intelletti trasfondeasi alle volontà e da queste alla vita e privata e sociale: e prima ne risentì la Germania, volta tutta a capopiede. Le quistioni religiose, per quanto pajano astratte, non può farsi che non penetrino nelle viscere della società, e in un sistema teocratico quale avealo introdotto il medioevo, non si tocca la fede senza scompaginare lo Stato. Il cristianesimo avea dato soluzioni, non negative come la scienza d'oggi, ma positive alle quistioni capitali dell'uomo e della società, e conduceva a conseguenze effettive nella religione, nella morale, nella politica, nell'arte; donde istituzioni e leggi certe e un andamento storico sociale. Ora il protestantesimo lo sovvertiva, rivocando in dubbio i canoni fondamentali. Tendendo esso non tanto a condur l'uomo alle azioni più benefiche, quanto a trasformare i moventi dell'essere suo, ruppe nell'economia religiosa e sociale dell'umanità i due legami a cui si attiene la suprema nozione del diritto; il legame intimo che stringe l'uomo a Dio nell'eternità, mediante la coscienza; e il legame imperioso universale che lo sottomette ad una legge objettiva, ad una autorità esteriore nel tempo; e presumendo sistemare la vita umana senza riflesso al dogma, non surrogò all'antico un nuovo sovrano di diritto, ma abbandonò la società alle potestà temporali, sovrane di fatto; all'autorità che persuadeva surrogò il comando che costringe; trasferì l'infallibilità dall'intelligenza e dalla rivelazione alla forza e ai decreti. L'individuale interpretazione toglieva l'universalità dei principj, e i canoni accettati come senso comune; non era più la Chiesa che giudicasse gl'individui, ma essi lei; e l'individuo era nel bivio di rinunziare a credere, di compaginarsi da sè la propria credenza. I figli dunque dissentivano dal padre; i fratelli ai fratelli contraddicevano, le mogli ai mariti; la scossa domestica si propagava alla società civile, dove ciascuno pretendeva operare a proprio senno, dacchè a proprio senno pensava; al diritto, alla morale, fin là unicamente piantati sulla religione, mancava ogni appoggio al mancar di questa; e ribellato il pensiero alla fede, gli uomini trovarono spento il faro che gli avviava, allora appunto che imperversava la procella. Ognuno fonda una Chiesa nuova, che domani cessa per mancanza d'accordo e d'autorità: ogni predicante del minimo villaggio credesi autorizzato a divenire fondatore di una religione, senza che alcuno valga a mettervi ordine. I vulghi sorgevano domandando ai nuovi apostoli «Che cosa dobbiamo fare?» Ma è appunto in tempi siffatti che i guidapopoli non sanno quel che fare, e una mano scassina quel ch'è posato dall'altra.
Il fedele, trovatosi sacerdote e papa, volle anche esser re; possedendo le doppie chiavi, ne' dubbj non ricorreva all'autorità, ma al proprio giudizio; l'indagine dal sistema ecclesiastico si voltò sul laico, ch'era tanto peggiore, e ne cominciarono rivoluzioni e il predominio della forza. Erasi elevato il potere spirituale affine di impacciar il temporale; ora si volle restituire ai re la dittatura pagana: sempre l'eccesso.
Melantone, che tanto aveva procurato prevenirle, allora gemeva sulle sconcordie, e ne presagiva di peggiori da quella sfrenatezza, da quel rinnegamento d'ogni autorità, e «Tutte l'acque dell'Elba non mi basterebbero a piangere le sventure della religione e del paese».
Il cardinale Sadoleto, nell'orazione ai principi tedeschi esclamava: «Quest'anni passati vedemmo di voi quel che giammai avremmo creduto. Dianzi vivevate in pace e concordia tra voi, ora siete nel dissenso più atroce. Dio e i celesti tutti con somma pietà veneravate; ora, estinta la pietà, gli studj della vera religione per la più parte abbandonaste; stavate alle leggi, che per la sobrietà e l'astinenza dagli avi vostri, santi personaggi, e dagli antichi padri erano state fatte, poi accettate e comprovate dall'osservanza di tutti i secoli; ora, sovvertite le leggi, tolta la distinzione delle cose, lentati i freni della continenza, tutto voleste libero e sciolto».
E continua a deplorare questo scapestrarsi delle ire, questo togliere ogni rispetto alle leggi divine e umane, ogni divario di superiori e inferiori, non accordandosi che nel vituperare il sacerdozio e straziare la romana Chiesa, che n'è capo. «Eppure in questa città di Roma, per reprimere e moderare i vizj urbani, e principalmente l'avarizia di cui più si pecca, e revocarla al costume antico, casto e modesto, furono dal sapientissimo e ottimo pontefice invitati da ogni parte del mondo personaggi, e posti nel sommo grado di onore, acciocchè con maggiore autorità e diligenza attendano a quest'uopo»[471].
E ben tosto tutta Europa fu in fuoco, e un secolo e mezzo di fierissime guerre minacciarono una nuova barbarie. E un'altra ne sovrastava.
I papi erano stati motori e centro della resistenza contro i Turchi. Oggi, che vediam questo popolo in quell'ultima decadenza dove più non lo sostiene che la volontà dei forti, l'Europa vanta la sua tolleranza nel rispettare fino il Musulmano, la sua indifferenza fino a sorreggere un governo che ha per canone politico il fratricidio, per canone domestico la poligamia, per canone economico la pirateria. Ma ai giorni di Lutero i Turchi minacciavano una conquista senza pietà, una preponderanza senza freno: si trattava ancora di decidere se l'Europa sarebbe di Cristo o di Maometto; se si progredirebbe col Vangelo fino al pieno trionfo della democrazia, o si retrocederebbe fino ai serragli, agli eunuchi, alla legge incarnata in un uomo. E appunto allora i Turchi, comandati da principi eroi, avendo conquistate le coste dell'Adriatico e alcune isole, minacciavano l'Italia, corseggiavano a baldanza le nostre marine, tentarono fin sorprendere in una villeggiatura Leon X e la famosa Giulia Gonzaga. Pio II aveva evocato tutta la cristianità a questa tardiva crociata, ed egli stesso andava a porsene a capo, quando morì. I successori proclamarono sempre la guerra santa, e fervorosamente Leon X. Ma che? Ulrico di Hutten gridò alla sua Germania non gli si desse ascolto: sotto quel pretesto il papa vuole squattrinare il popolo ignorante, munger il latte delle genti, inebbriarsi alla mammella dei re[472]. E Lutero argomentava: «Noi dobbiamo volere non solo quel che Dio vuole che noi vogliamo, ma assolutamente tutto ciò ch'egli vuole. Ora egli vuol visitarci col mandare i Turchi; il respingere questi è un resistere alla sua volontà». E ripeteva: «No, Cristiani; tutti io vi scongiuro a pregare per i nostri poveri principi tedeschi, acciocchè non un soldato, non un soldo diano al papa contro i Turchi; meglio i Turchi e i Tartari che la messa. La guerra, ve lo canto chiaro, mi spiace contro il turco, non men che contro il cristiano[473]. I Turchi empiono il cielo di beati: il papa empie l'inferno di Cristiani. Se il Turco arrivasse a Roma, non sarei io che ne piangesse»[474].
I Cattolici, è vero, continuarono a tener testa ai Turchi; ma dacchè la cristianità fu divisa in due campi, non bastò più a cacciarli[475]; le forze doveano logorarsi nelle lotte interne, gl'ingegni s'aguzzavano nello scassinare la fede romana. Anche per convertire i paesi infedeli scemavano i mezzi: missionarj non partivano più che da Roma, e in mezza Europa trovaronsi distrutti i frati, che n'erano i principali stromenti.
NOTE
[430] I _Ep. ad Corinthios_, XIV, 33.
[431] Già san Vincenzo di Lerino diceva: _Nullusne ergo in Ecclesia Christi profectus habebitur intelligentiæ? Habebitur plane et maximus, sed ita tamen ut vere profectus sit ille fidei, non permutatio_. Commonitorium, c. 29.
[432] Vedi nel Discorso XI.
[433] _Ep._ 2, II, 2.
[434] _Ep._ 4, JOANN. II, v. 12, e III, v. 13.
[435] _Ep. B. Petri_ II, cap. I, 20.
[436] _E._ II, cap. III, v. 16.
[437] II _ad Thess._ v. 14.
[438] _Catholici tenent unum esse principium fidei: verbum Dei ab Ecclesia propositum_ (WALLENBURG). _Illud omne et solum est de fide catholica quod est revelatum in verbo Dei, et propositum omnibus ab ecclesia catholica, fide divina credendum_ (VERONIUS, _Regula Fidei cath._).
[439] Il parigino Francesco Véron (1575-1649), nella _Regula Fidei_, e nel _Metodo di trattar le controversie_, espose con chiarezza e precisione le verità di fede canonicamente decise, distinguendole da altre che sono opinioni teologiche. È noto come ciò abbia pur fatto Bossuet, a segno che i Protestanti di buona fede domandaronsi in che cosa diversificassero essenzialmente dai Cattolici. Capitale in queste senso è la _Esposizione delle antitesi dogmatiche fra Cattolici e Protestanti_ di G. A. MOEHLER, 1840.
[440] A quanto dicemmo sulla cattolicità di Dante aggiungiamo ch'egli fe di Maria Vergine il centro di tutta la sua visione: ritrasse in questa tutto quanto la Chiesa crede, insegna o pratica ad onore di Colei che a Cristo più s'assomiglia, e «in cui s'aduna quanto in creatura è di bontade»: simboli, immagini, canti vi rappresentano il culto di lei colla scienza del teologo e la legenda del popolo, e la figurano in «cielo qual meridiana face di caritade, e giuso intra i mortali qual di speranza fontana vivace». Sant'Antonino scrisse: _Qui petit sine ipsa duce, sine pennis, sine alis tentat volare_. E Dante avea cantato:
Donna, se' tanto grande e tanto vali, Che, qual vuol grazia e a te non ricorre, Sua desianza vuol volar senz'ali.
[441] Sulla mitologia cattolica, Giuseppe De Maistre scrive ad un amico (_Lettres_, tom. I, 235).
«Sans doute toute religion pousse une mythologie. Mais n'oubliez pas que celle de la religion chrétienne est toujours chaste, toujours utile, et souvent sublime, sans que, par un privilège particulier, il soit jamais possible de la confondre avec la religion même». Écoutez un exemple: «Un saint eut une vision, pendant laquelle il vit Satan debout devant le trône de Dieu, et ayant prêté l'oreille, il entendit l'esprit malin qui disait: Pourquoi m'as-tu damné, moi qui ne t'ai offensé qu'une fois, tandis que tu sauves des millières d'hommes qui t'ont offensé tant des fois?» Dieu lui répondit: «M'as tu demandé pardon une fois?»
«Voilà la mythologie chrétienne. C'est la vérité dramatique, qui a sa valeur et son effet indépendamment même de la vérité littérale, et qui n'y gagnerait même rien. Que le Saint ait ou n'ait pas entendu le mot sublime que je viens de citer, qu'importe? Le grand point est de savoir que le pardon n'est refusé qu'à celui qui ne l'a pas demandé».
L'osservazione è argutissima; ma perchè fosse del tutto vera bisognerebbe un fatto assolutamente contrario all'indole della mitologia, cioè che esistesse qualche autorità, la quale scegliesse, tra i mille parti delle fantasie e dell'ignoranza, le favole che sono caste, morali, sublimi. Vero è che la più parte di quelle che furono foggiate da Cristiani recano onore al genere umano e profitto alla virtù, e attestano una vittoria della debolezza sopra la violenza, del bene sopra il male.
[442] Bridgewater lasciò una grossa somma perchè si facessero otto trattati in cui, secondo le varie scienze, si dimostrasse la verità della rivelazione. Fra queste scienze non figurava la matematica, e dopo che Chalmers ebbe trattato della morale natura dell'uomo, Buckland della geologia, Whewell dell'astronomia ecc., Babbage volle far un _Nono trattato_ per dimostrare che colla matematica e la meccanica pure si potea dimostrarla ancor meglio. È facile capire come un intelletto che si ribella a tutto ciò che non è algebra, e che fa dipender la rivelazione tutt'affatto da testimonianze umane, cozzi spesso coll'ortodossia, e confondasi con quelli, che, abbassando il Creatore alla propria misura, pretendono nel sopranaturale ciò che sta solo nel naturale. Ma è bello vederlo raccoglier tanti argomenti, da svergognare coloro che ridono d'ogni miracolo. Nella famosa sua macchina da calcoli mostrava potersi introdurre anche una legge arbitraria, per un periodo più o men lungo, dopo il quale essa n'addotterebbe un'altra, impostagli dall'inventore sin da principio: potersi anche disporne il meccanismo in modo che, a un dato tempo, ricomparisse la prima o un'altra legge: o che durante l'azione di una, questa potesse esser sospesa per far luogo a un'altra che opererebbe solo in quell'occasione, o tornerebbe a determinati intervalli.
Al modo stesso Iddio, nella creazione, prevedendo le necessità avvenire, potè provedere a tutte le eventualità: imporre alla natura leggi che operassero per un tempo, indi cedessero ad altre, o che bastassero per deviazioni temporarie. Se il sole s'arrestò alla voce di Giosuè, tal fatto poteva esser compreso nei disegni primitivi del Creatore, e prodotto dall'azione transitoria d'alcuna legge acconcia. Se morti resuscitarono, fu effetto d'una forza che opererebbe solo a rari intervalli, benchè compresa nel piano primordiale del creato. Più facile è l'applicar tale ragionamento alle epoche geologiche, segnate dall'apparir di nuove specie animali e vegetali.
Secondo il nostro matematico, può dunque ammettersi che Dio previde tutte le circostanze contingibili che potrebbero reclamar un'effimera o durevole alterazione nell'economia del creato, e proveduto ai mezzi di farle arrivare. Così chi facesse un oriuolo che andasse sempre, che sospendesse i movimenti a un dato tempo per un minuto, che a un momento assegnato tornasse indietro le lancette, attesterebbe un'abilità stupenda, ma le variazioni sarebbero dovute a un disegno primitivo, a una legge grande e unica: e l'intelletto capace di abbracciar d'un colpo tutte le combinazioni possibili, è superiore a quello che intervenisse periodicamente a cambiare meccanismo o a invertire le proprie regole.
Tutto ciò può ispirare a una mente colta un sublime concetto della sapienza che presedette alla creazione, e sventa il sofisma di coloro che trovan indegno dell'Ente Supremo l'interromper le proprie leggi e cambiar il corso della natura per qualche bisogno dell'uomo, per qualche preghiera: o per coloro che dicono che il venir d'un'altra età geologica attesta l'imperfezione della precedente, e che il mondo fu fatto alla bell'e meglio. Pure bisogna confessare che c'è qualcosa di arido in questo mondo che va per puro meccanismo: lo spirito può contentarsene, il cuore no. Direbbesi che all'Onnipotente costi il mantener il mondo in buona condizione, il presedervi in persona, anzichè per mezzi secondarj, il governare per atti diretti di volontà, anzichè rimettersi a leggi inviolabili. L'Onnipotente può del pari e far un miracolo a dato tempo, e averlo preparato centomila anni prima; perchè dunque c'invidieremmo la consolazione di vederlo operar ad ogni caso direttamente, anzichè per un prestabilito meccanismo?
Il cardinale De La Luzerne, nella dissertazione sui miracoli, li stabilisce appunto sull'autorità dei testimonj umani e i fondamenti della certezza; e sol dopo fissate le regole della critica storica ne fa l'applicazione ai racconti evangelici. Anche Frayssinoux, volendo difendere la verità de' miracoli evangelici, consacra un'intera conferenza sull'autorità de' testimonj umani; stabilendo che un miracolo, anzitutto, è un fatto; e bisogna provarlo o distruggerlo, invece di costituir sistemi _a priori_.
[443] _Vocavit discipulos et elegit duodecim ex ipsis, quod et apostolos nominavit_. MATT. X, MARC. III, LUCA VI.
[444] _Quæcumque ligaveritis super terram, erunt ligata et in cœlo,_ etc. MATT. XVIII.
[445] _Qui vos audit me audit: qui vos spernit me spernit_. MATT. X, LUCA X, JOANN. XIII.
[446] _Data est mihi omnis potestas in cœlo et in terra. Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos_, etc. MATT. XXIII. _Euntes in mundum universum, prædicate evangelium omni creaturæ. Qui crederit et baptizatus fuerit, salvus erit_, etc. MARC. XVI.
[447] _Accipite Spiritum Sanctum. Quorum remiseritis peccata, remittuntur eis, et quorum retinueritis, retenta sunt_. JOANN. XX.
[448] _Ego vobiscum sum omnibus diebus, usque ad consummationem sæculi_. MATT. XXVIII.
[449] _Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam_. MATT. XVI.
[450] _Tibi dabo claves regni cœlorum_. Ib.
[451] _Pasce agnos meos... pasce oves meas_. JOANN. XXI.
[452] _Ego rogavi pro te ne deficiat fides tua; et tu conversus confirma fratres tuos_. LUCA XXII.
[453] _Portæ inferi non prævalebunt adversus Ecclesiam_. MATT. XVI.
[454] Vedi il Discorso XVI, pag. 314.
[455] Ne' manuscritti della Magliabecchiana, D. 743, è una raccolta di sonetti contro le varie eresie. Per esempio
_Wittemberga ed in lei la setta luterana_.
Qual Pentapoli in fiamme od in faville S'erghino l'alte torri e vasti campi: Nelle tue cieche vie piede non stampi, Ma l'onde sol di Stige a mille a mille.... Fonte de' prischi e de' novelli errori. Che nel tuo sen disseminò Lutero Contro alla fede, all'opre, al maggior duce.
E a Ginevra:
Crudele arpia che t'eleggesti in prova D'impietà asilo, acciò ch'ogni alma pera... Del tuo lago infernale il ciel commova L'onde sovra di te chi al tutto impèra... Geneva d'eresie l'eletto albergo Di Farello empia sede e di Calvino Ove Anticristo l'ampie vie disserra... D'ogni altra la peggior, Sodoma in terra.
E meglio in altro all'Eresia:
Da chi vieni? da chi? rea, da qual banda Senza patente aver teco o missione? Se 'l tuo spirto privato n'è cagione Adunque non è Dio quel che ti manda. Più sfacciata di Flora e più nefanda, Se miracol non fai: dunque a ragione O vien da facoltà che ha successione, O di' che 'l diavol è quel che t'arranda, ecc.
[456] SADOLETI _Epp._ 11 e 12, lib. XIV.
[457] _Lettere vulgari_.
[458] _Monumenta Vaticana_, LXXXI, LXXXII.
[459] ALBERTI PII CARPORUM, _comitis illustrissimi et viri longe doctissimi, præter præfationem et operis conclusionem, tres et viginti libri in locos lucubrationum variarum D. Erasmi Roterodami quos censet ab eo recognoscendos et retractandos_. Venezia 1531.
[460] Lo riprodusse poi ne' _Colloquj_ col titolo di _Exequiæ seraphicæ_, cambiandone il nome in Eusebio, ma lasciando le allusioni a colui, _ex principe privatum, e privato exulem, ex exule tantum non mendicum, pene addideram sycophantem_.
[461] _Ubicumque regnat lutheranismus, ibi literarum est interitus_. Ep. 1101 del 1528. _Evangelicos istos, cum multis aliis tum hoc nomine præcipue odi, quod per eos ubique languent bonæ literæ, sine quibus quid est hominum vita? Amant viaticum et uxorem, cœtera pili faciunt. Hos fucos longissime arcendos censeo a vestro contubernio_. Ep. 946 dell'anno stesso.
[462] Ep. 736.
[463]
Roma, 15 gennajo 1521.