Part 43
Chiunque crede Dio, crede che nulla è a lui impossibile. In conseguenza non ripugna da que' fatti che Dio compie indipendentemente dalle cause seconde, e che si chiamano miracoli. Ciò non porta a credere tutto, degradando le legittime ragioni della critica, nè ad accettare i delirj della superstizione, le illusioni dell'ignoranza, i vezzi della fantasia, costituenti una mitologia cristiana, che ogni credente discerne dalla verità[441]. Filosoficamente ogni miracolo è un fenomeno; teologicamente ogni fenomeno è un miracolo: quanto al finito, tutto è opera di natura; tutto è opera di Dio quanto all'infinito.
Il miracolo, in tempi di credenza, diveniva una delle condizioni ordinarie dell'azione di Dio sopra il mondo; il risultato naturale dell'innocenza, restituita per mezzo del sagrifizio; e talvolta, a forza di fissar l'attenzione nell'ordine della Grazia e del soprannaturale, si perdè l'intelligenza della semplice natura e della giustizia umana.
Venuti secoli d'esame, si ripudiò una quantità di quelle legende; pure sono registrate secondo le pie tradizioni di età abituate a vivere di fede; registrate però e senza mettere limiti all'onnipotenza di Dio, il quale ha ricchezze infinite pe' cuori semplici e fedeli; e senza assegnare quanta certezza abbiano[442].
Tutto insomma si concorda, purchè si ami. Caddero abusi nella Chiesa? Chi il nega? Scopriamoli, correggiamoli, ma è egli giusto ripudiare la verità perchè se n'abusò?
Nella Chiesa accanto alla verità e ai precetti rivelati, stanno l'insegnamento, la giurisdizione, il ministero. Il dogma eleva l'intelligenza fin al soprannaturale. La morale segna chiaramente la giustizia, e la inculca mediante la carità. Il ministero deve perpetuar nella Chiesa sotto segni visibili la divina istituzione della giustificazione pei meriti di Cristo, e del santificamento per la comunicazione dello Spirito Santo.
Il dogma dev'essere annunziato e in parte spiegato: la morale dev'esser ridotta a notizia de' fedeli; il ministero deve compiersi per provvedere ai disegni della comunione de' Fedeli: laonde son elementi necessarj della Chiesa il dogma, la legge, il sacerdozio.
Pertanto il clero non può separarsi dalla Chiesa cattolica, se vuolsi ch'ella sia organata e vivente. Se venisse modificato nel triplice suo cómpito, le relazioni colla Chiesa ne resterebbero lese. Ad esso venne affidato il giudizio delle azioni umane in ordine alla vita eterna, «Come il padre mandò me, così io mando voi»; ciò è detto agli apostoli e legittimi successori, non ad altri; come agli apostoli fu detto di far in commemorazione la santa Eucaristia, cioè i ministeri più elevati.
Nella costituzione storica e giuridica della Chiesa coesistono dunque, 1º i battezzati, semplici credenti: 2º gli apostoli, con prerogative comuni a Pietro, quali sono la speciale vocazione[443], la podestà di legare e sciogliere[444], il magistero dell'insegnare[445], la missione di rigenerare e salvare i credenti[446], la facoltà di ordinare i successori[447], l'indefettibilità dei doni e delle promesse[448]. 3º A tutti sovrasta Pietro, fondamento singolare della Chiesa[449], a cui sono affidate le chiavi del regno de' cieli[450], l'offizio di pascere e di reggere gli agnelli e le pecore, cioè e i fedeli e i loro capi[451]; la stabilità della fede e l'uffizio di confermarvi i fratelli[452]; promettendogli l'indefettibilità, come fondamento della Chiesa[453].
Viene così a costituirsi un accordo di monarchia, aristocrazia, democrazia, come tre elementi, non tre poteri. L'aristocrazia de' vescovi partecipa di tutte le prerogative del capo, eccetto il primato: ad essi soli Gesù Cristo impartì la gerarchia della giurisdizione: i preti son loro cooperatori, con giurisdizione non ordinaria, ma delegata e varia, che ricevono potenzialmente, non effettivamente coll'Ordine.
Sotto alla gerarchia sta la democrazia, l'universalità de' fedeli, la _plebs_, tutti figli di Dio, fratelli di Cristo, senza distinzione di classi o di nazioni, godendo la fratellanza, l'eguaglianza, la libertà.
Hanno essi diritto nel governo ecclesiastico?
La Chiesa è d'origine soprannaturale, sicchè opinioni o volontà umane nulla valgono nello scopo suo, ch'è di effettuare e propagare il sacramento di Dio per Gesù Cristo. E Cristo, il cui regno non era come quelli del mondo, non la affidò a re o a popoli, ad assolutismo o a suffragio universale, bensì all'ispirazione dello Spirito Santo. La consacrazione ai pastori non è data dalla plebe: onde neppur la giurisdizione; nè la sua forma può andare mutandosi, come ne' governi umani. Però noi plebe de' Fedeli abbiamo diritto di essere ben governati, con carità e riverenza, rettamente ammaestrati, fatti partecipi de' sacramenti: la scienza ci dà diritto di rimostrare, come abbiam veduto fare i più gran santi; la giustizia deve aver le sue forme, i suoi gradi, i suoi appelli; se ne devono accettare le pene, e il potere coattivo interno ed esterno secondo i tempi. Tal è la costituzione ecclesiastica.
Siffatti press'a poco saranno stati gli argomenti addotti dai nostri contro i novatori, e già indicammo i primi combattenti. Per toccare qui solo de' nostri, il già lodato cardinale Contarini[454] scrive con garbo e chiarezza, ma mostrasi filosofo arguto più che profondo teologo; tradusse gli _Esercizj_ di sant'Ignazio, del quale era amico: poi fallitagli la concordia di Ratisbona, si restrinse a cercare la riforma morale dei vescovi di Germania. Messo legato a Bologna, potè spiegare e zelo, e carità, e qui serva ricordare come, avendo saputo che un gentiluomo parlava licenziosamente di Dio e della religione, lo prese suo domestico, e coll'esempio e le ragioni lo vinse di modo, che anche dopo la morte del suo benefattore egli ripeteva: «Di questi prelati ci vorrebbero, che sapessero cavare le anime di mano al diavolo fin sotterra».
Alvise Lippomano, pur di Venezia, vescovo di Modena, di Verona, di Bergamo, versato nelle lingue, essendo nunzio in Germania cercò «sterpar la mala erba luterana», compilò il catalogo degli antichi interpreti greci e latini della Genesi, dell'Esodo, dei Salmi, e stese la _Confermazione e stabilimento di tutti i dogmi cattolici, con la subversione di tutti i fondamenti delli moderni eretici_ (Venezia 1553), e in sei volumi le vite dei santi, con critica maggiore della consueta, e conservando molti preziosi racconti di greci e latini. Possiamo aggiungere il cardinale Marino Grimani vescovo di Ceneda e patriarca d'Aquileja, che l'epistola ai Romani commentò in senso opposto ai reluttanti; Girolamo Amedei, servita senese, spedito in Germania; il domenicano Silvestri che fece _un'Apologia della convenienza degli istituti cattolici colla evangelica libertà_; Ambrogio Fiandino da Napoli, agostiniano, che già aveva confutato il Pomponazio, _senem delirum, maledicum, patriæ vituperium_, e dettò contro Lutero tre opere non mai stampate; Cristoforo Marcello veneziano, arcivescovo di Corfù, e famoso per dottrina non meno che per disgrazie. Alla Magliabecchiana conservansi in cinque grossi volumi manuscritti _Disputationes variæ v. fr. Nichola Stufæ O. Pr. habitæ in variis locis Galliæ et Germaniæ contra hæreticos calvinistas et luteranos_, ma non ci parvero di forza sufficiente[455].
Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria, ferrarese agostiniano, vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone X, il quale fece sospendere la stampa del suo _Defensorium apostolicæ potestatis contra Martinum Lutherum_. Anche frà Girolamo da Fossano, che abbondevoli frutti coglieva nelle valli subalpine dei Valdesi, fu sospettato d'eresia e sospeso dal predicare finchè si provò innocente, e scrisse una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino, 1554).
Maggior rumore levò Ambrogio Caterino. Nel secolo era stato Lancellotto Politi senese, studioso delle leggi quanto solevasi nella sua patria, della cui libertà fu fervoroso difensore. Studiò anche dieci anni a Parigi, e di trenta resosi frate, mostrò elegante dicitura, chiarezza, metodo, leale esposizione delle objezioni, ampio sviluppo degli argomenti, estesa dottrina ma litigiosa, per la quale vedendo eresie dapertutto, s'abbaruffò anche co' teologanti cattolici; e spirito indipendente, non si chinava all'autorità di san Tommaso o di sant'Agostino o d'altri. Benchè domenicano, asseriva l'immacolata concezione di Maria; contro san Tommaso sosteneva che Gesù Cristo sarebbe venuto al mondo, quand'anche Adamo non avesse peccato; nei commenti sui primi capitoli della Genesi e sulle Epistole canoniche, non esita a combattere spesso il cardinale Cajetano, imputandolo d'interpretazioni umane e opinioni singolari; nel trattato della Grazia, asseriva potersi esser certi della giustificazione, dottrina simile alla luterana, che gli fu ribattuta; sulla predestinazione credeva che _pochi_ fossero _eletti_ assolutamente, ma per un gran numero il decreto fosse condizionale; che i bambini morti senza il battesimo godono una felicità conveniente, e sopratutto non esser necessario che il ministro de' sagramenti abbia l'intenzione di far cosa sacra, purchè ne adempia le cerimonie. Lettere di gran lode gli scriveva il Sadoleto, e trovava eccellente il libro suo sul peccato originale e sulla giustificazione, materia tanto difficile, intorno alla quale erangli rimasti certi dubbj, che a tempo più calmo intendeva comunicargli; pure assicurandolo non aver letto nulla di più erudito e dove gran dottrina fosse accoppiata con tanta prudenza e vera religione[456]. Oltre un _Discorso contro la dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola_ (Venezia 1548), dove attacca i costui seguaci, scrisse _De cælibatu adversus impium Erasmum; Quæstiones duæ de verbis quibus Christus SS. Eucharistiæ sacramentum instituit_, opera che fu proibita; e un trattato _De libris a christiano detestandis et a christianismo penitus eliminandis_, ove un capitolo è intitolato: _Quam execrandi sunt Machiavelli discursus, et institutio sui principis_. Osteggiò i varj eretici nel _Rimedio alla pestilente dottrina di frà B. Ochino_ (Venezia 1544), nel _Compendio d'errori ed inganni luterani_ (Firenze, 1520) dedicato a Carlo V. Nei _Libri V adversus Lutherum_, egli diceva all'eresiarca: «Se la Chiesa non è che in ispirito, come si potrà riconoscerla sulla terra?»
Lutero rispondea che la Chiesa è unicamente interiore, ma che i caratteri ai quali distinguerla sono il battesimo, la cena e sopratutto il Vangelo. Ma non sono questi appunto che fan della Chiesa una istituzione visibile?
Il Caterino fu vescovo di Minore, poi arcivescovo di Consa ed uno dei più operosi al Concilio di Trento, ove i suoi discorsi erano volontieri ascoltati per una certa franchezza, per la quale pareva inchinar verso gli eretici, mentre era soltanto vaghezza di farsi nominare colle novità: uomo (dice il cardinale Pallavicini) di somma reputazione ne' suoi atti, di minore nelle sue opere, forse non favorito in esse dalla universale opinione altrui; ma nelle contese cogli eretici e nelle funzioni del Concilio non inferiore d'applauso a veruno de' coetanei e de' colleghi. Morì settuagenario nel 1553.
Altri potremmo cercare, e avremo occasione di nominare, ma una rigorosa ed assoluta confutazione dell'errore, una sapiente e compita esposizione della verità non apparve; nè tampoco sorse tra' nostri chi, come il tedesco Erasmo e lo spagnuolo Melchior Cano, ristabilisse le vere nozioni sulla teologia e le pruove di cui essa si vale. Confutavasi dialetticamente, anzichè sistematicamente; dissertavasi sovra punti particolari, e davanti al tribunale inferiore della ragione individuale, anzichè incalzare gli avversarj entro barriere solidamente piantate, col mostrare che l'individuale interpretazione distrugge l'essenza della società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, nè il Protestante può condannare l'ebreo, il deista, l'ateo, se non coll'opporre alla ragione di questi l'autorità.
Poi ad ogni quistione s'immischia una turba di bersaglieri, che vuol venire alle braccia senza sapienza, nè gusto, nè modestia, e perciò temeraria e trascendente. Nel procedere del racconto incontreremo scritti di rabbia, ed esagerazione, e titoli beffardi. I Protestanti chiamavano noi papisti, poi s'adontavano se noi li chiamavamo luterani; quelli della Confusione Augustana; a troppi mancava quella salutare diffidenza dei proprj giudizj, che si chiama umiltà.
Tipo di costoro fu Girolamo Nuzio, nome che mutò in Muzio (1496-1576), aggiungendo _justinopolitano_ perchè, sebben nato a Padova, era oriundo e cittadino di Capodistria; uno de' più fecondi scribacchianti del suo tempo. Servì da segretario a varj personaggi, fra cui al marchese del Vasto, a don Ferrante Gonzaga governator di Milano, al conte Claudio Rangone, col quale passò in Francia; azzeccò risse con molti letterati, e si segnalò nella _scienza cavalleresca_, come chiamavano allora la teorica de' duelli; i quali vedendo non si potevano abolire, pensò sistemare, dandovi un'infinità di regole minuziose, come interviene ogniqualvolta s'introduce il casismo.
Il celebre Flaminio, scrivendo a messer Luigi Calino di Brescia intorno al fiorire delle buone lettere dice: «Fra gli ingegni ho sempre numerato quello del nostro messer Muzio, del quale avendo concetto una bellissima speranza, come potrei fare che non mi dolesse sommamente vedendo che così nobile pianta, per essere mal coltivata degeneri, e donde si aspettavano frutti soavissimi ed eccellentissimi, si raccolgono lambrusche e sorbe?»[457] Innumerevoli sono le opere sue, ed egli stesso dà il titolo di quelle che uscirono «dalla penna ad uomo, che dal XXI anno della sua età fino al LXXIV ha continuamente servito, ha travagliato a tutte le Corti della cristianità, e vissuto fra gli armati eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». In dieci canzoni celebrò separatamente il viso, i capelli, la fronte, gli occhi, le guance, la bocca, il collo, il seno, la mano, la persona della sua amata; insieme traduceva i testi greci per comodo della storia ecclesiastica del Baronio. Côlto da grave malattia nel 1552, protestò voler «dare al servizio di Dio questo poco tempo che avanza, rivolgendosi tutto agli studj sacri»: ma don Ferrante lo persuase a rimanere a' suoi ordini. Morto che questo fu nel 1557, il Muzio passò ajo del principe Francesco d'Urbino, cui diresse un _Trattato del principe giovinetto_. Ne' viaggi avendo osservato i costumi de' Protestanti, non gli parvero quali dai lodatori erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione del calice a' laici, il matrimonio de' preti e le altre novità, sostenne che non fosse necessario adunare un Concilio; dissuase Lucrezia Pia de' Rangoni dall'abbracciare gli errori diffusi tra i Modenesi; ebbe dall'Inquisizione romana l'incarico di far bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d'Urbino, e d'informarla di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano. Ove udendo predicare Celso Martinengo, lo denunziò al Sant'Uffizio, e poichè questo non osava prenderlo, citollo egli stesso ad esame, e lo incarcerava se non fosse fuggito. Di ciò i Milanesi gli presero un male a morte qual a persecutore, finchè non seppero che il Martinengo era stato assunto pastore degli Evangelici in Ginevra, dove l'effigie del Muzio fu chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d'infanzia; ma come questo sviò, non che lasciarsene sedurre, non ommise alcun tentativo per richiamarlo al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria (1550), e più dopo ch'ebbe apostatato.
Nei _Tre testimonj fedeli_, librando le dottrine de' santi Basilio, Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri; a sostegno del sinodo di Trento scrisse principalmente il _Bullingero riprovato_; l'_Eretico infuriato_ contro Matteo Giudice professore di Jena; la _Cattolica disciplina de' principi_ contro il Brenzio. L'_Antidoto cristiano_, la _Selva odorifera_, la _Risposta a Proteo_, il _Coro pontificale_, le _Mentite Ochiniane_, le _Malizie Bettine_ (1565), la _Beata Vergine incoronata_, erano i bizzarri titoli d'opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzare l'errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.
Pio IV avealo favorito; viepiù Pio V, che l'usò ancora a scrivere contro gli eretici, principalmente contro l'_Apologia per la chiesa anglicana_ del vescovo Jewel; poi contro le _Centurie Magdeburghesi_ che pretese confutare in due libri di storia sacra (1571). La morte di quel papa lasciò il Muzio sprovvisto, sicchè al duca Emanuele Filiberto di Savoja scriveva qualmente, in cinquantaquattro anni di servizio, non avesse saputo assicurarsi cinquanta quattro soldi di rendita. Fedele alle pratiche, frequentava la messa e i sacramenti, recitava ogni giorno i salmi penitenziali: eppure qualche sua egloga sente di carne, come confessa che in fatto di continenza era «ancor atto più ad esser ripreso che a riprendere».
L'Aleandro al Sanga scrive da Ratisbona il 14 marzo 1532 d'un Paolo Riccio medico, da lui conosciuto in Italia trent'anni fa, dotto ebreo convertito, passato poi a' servigi della Casa d'Austria, ed entrato anche nel consiglio dell'imperatore, il quale scrisse libri in difesa della fede, ma inserendovi cose che sentono di giudaismo. Allora essendo ancora i tempi che tutto tiravasi a buona interpretazione, non vi si badò. Nate poi le discussioni, il Riccio cercava convertire Luterani, ma sempre mettendo avanti qualche dottrina men sana: poi fe stampare un libro, ove, supponendo la Chiesa divisa in due parti quasi eguali, mostrava volersene far mediatore. Cascò in molti errori, contro i quali scrisse il Fabro; e il Riccio, convinto si ritrattò[458].
Alberto Pio signore di Carpi, che molto figurò nelle vicende del suo tempo e come principe e come ambasciadore, studioso quanto devoto, in mezzo a tanti affari coltivava l'amicizia dei dotti, e scrisse egli medesimo varie opere, anche sulle controversie d'allora, e contro Lutero. S'indispettiva egli degli incessanti frizzi da Erasmo lanciati agli ecclesiastici; pareagli indebita la cortesia usatagli da papi e prelati; e ne sparlava alla sbracciata in Roma. Erasmo, tenero in fatto di lode, se ne lagnò con Celio Calcagnini, il quale interrogatone Alberto (1525), n'ebbe una lettera lunghissima, dove, lodando l'ingegno di Erasmo, l'imputa d'aver dato origine o fomento alle nuove eresie, ed analizza molte opinioni di esso, trovandole o simili o identiche a quelle di Lutero.
Intervenne in quel tempo il sacco di Roma, dal quale tanti letterati ebbero a soffrire ed anche il Pio; il quale poi a Parigi stampò essa lettera, cui Erasmo ne replicò un'altra, che ebbe postille dal Pio. Ivi Erasmo gli risparmia le ingiurie, ma in epistole private lo malmena, fino a supporre che quello fosse lavoro di Giovan Genesio Sepulveda di Córdova. Il Pio stese poi un'opera ove censura le opinioni di Erasmo, e confuta lui e i novatori del tempo, massime intorno al libero arbitrio, schivando l'argomentazione scolastica, e procedendo con erudizione ed eleganza, più che con forza. L'opera comparve postuma[459], sicchè Erasmo potè con sicurezza attaccarla: anzi in un dialogo _De funebri pompa Alberti Pii_ lo beffa dell'esser voluto morire in abito da francescano[460].
Ma Erasmo stesso, eminentemente letterato, sicchè il principio intellettuale lasciava prevalere al principio mistico, non potea gradire la Riforma, che rinnegava il bello[461]. Come tant'altri avea sperato che il progresso delle lettere e delle arti addolcirebbe i costumi, e schiarirebbe gli spiriti, per modo da dissipare le superstizioni; lo studio della Bibbia purificherebbe le credenze e raddrizzerebbe gli errori; i monaci si restringerebbero nella propria sfera, facendo dei conventi tanti ricoveri di studio, di pace, di pietà; Leone X, nè avviluppato negli intrighi politici della sua famiglia, nè frenetico d'armi come Giulio II, attuerebbe la riforma e il trionfo della verità insieme e del bello: egli stesso credea contribuirvi col saettare i disordini, gli eccessi, le abjezioni.
A queste illusioni lo strappavano le trasmodanze della Riforma, che violentemente diroccava ciò ch'egli non volea se non rimpedulare. Confessò che sulle prime aveva ammirato questo Lutero, il quale a testa alta veniva flagellando i vizj del suo secolo e i vescovi imporporati, nè chinavasi ad alcuna maestà, neppure all'antistite supremo; e con mano santamente libertina svelava fino le nudità del padre[462]. Al cardinale Campeggio scrive: «Non lessi dodici pagine di Lutero, e anche queste fretta fretta: pure vi ho riscontrato di belle qualità naturali, e una singolare attitudine a scoprire l'intimo senso delle Scritture. Ho inteso persone savie, d'esemplare pietà, d'intera ortodossia compiacersi d'averne letto i libri; anzi, quanto i suoi avversarj aveano maggior virtù, e s'avvicinavano alia purezza evangelica, tanto erano meno ostili a Lutero, e, pur non partecipando alle sue opinioni, ne lodavano grandemente la vita». E meglio esclamava: «Piacesse a Dio che ne' libri di Lutero s'incontrasse meno di buono, o che il bene non fosse corrotto da tanta malizia!» Ma colla solita ironia, al priore degli Agostiniani che gli chiedea «Finalmente che cos'ha fatto quel povero Lutero?» rispose: «Ha fatto due grossi peccati: attentò alla tiara dei papi e al ventre dei frati».
Leon X avea scritto ad Erasmo per tenerlo in fede, e perchè adoprasse il suo ingegno a difesa della verità[463]. Ma per difendere la verità ci vuol coraggio, e nulla lo toglie più che la smania della popolarità.
Celio Calcagnino, illustre filologo, pure non ciceroniano, che a Ferrara aveva complimentato Erasmo in un latino sì puro e facondo da renderlo mutolo e incapace di rispondere[464], spedì ad Erasmo un suo manuscritto _De libero arbitrio_ in confutazione di Lutero: ed egli lo ammirava, e «Per gloria del vostro nome lo farei stampare, se non fosse uno sciagurato passo, ove mostrate credere che io mi compiaccia a questo spettacolo di religiose capiglie, standomene a bocca badata e colle mani in mano davanti al cinghiale che devasta la vigna del Signore».
Come cercò mitigare le escandescenze di Lutero contro il pontefice, così disapprovava questo d'aver proceduto con rigore. Appena salì papa Adriano VI, ch'era stato suo condiscepolo nella famosa scuola di Deventer, Erasmo gli scrisse persuadendolo alla mansuetudine, ma presto s'accertò che non era più a sperare una riconciliazione. E diceva: «Ciò che mi colpisce di più in Lutero è che, qualunque cosa tolga a sostenere, e' la spinge all'estremità. Avvertitone, non che mitigarsi, cacciasi più avanti, e pare non voglia che passare ad eccessi maggiori. È un Achille, la cui collera è indomita. Aggiungetevi la gran riuscita, il favore dichiarato, i vivi applausi di tutta la scena, e c'è di che guastare anche uno spirito modesto».
Incalzato a confutarlo, Erasmo rispondeva: _Nunc Luterus scribit in se ipsum, videns rem alio verti quam putarat, et exoriri populum non evangelicum sed diabolicum, cum interitu omnium bonorum studiorum_.
E nelle lettere: «Qual cosa più detestabile che l'esporre le ignoranti popolazioni a udir trattare pubblicamente il papa d'anticristo, vescovi e preti da ipocriti, la confessione da pratica abominevole; le espressioni di merito, di buone opere, di buone risoluzioni da pure eresie, e professare che la nostra volontà non è libera, che tutto avviene fatalmente, e che poco monta di qual sorta siano o possano essere le azioni degli uomini?»[465]