Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 42

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Oggi poi il lato storico di Dio e del suo Cristo è divenuto il principale studio della scuola teologica, e vedemmo di qual passo procedano i filosofi odierni della storia: l'asserire costa sì poco! Guai se il buon senso arresta queste indubitabilità, e dal vago dogmatismo richiama alla discussione! La taccia d'ignorante, di superstizioso è pronta: meravigliansi che costui non sappia che da non più di cinquant'anni esiste la vera storia: che solo a pochi genj è dato interpretare i documenti originali; genj abituati a svolgere l'eterno controsenso, che è il fondo della storia. Che se all'avversario non possono negare il merito d'erudito, gli rinfacciano che il troppo sapere è un ostacolo al creare; che ben si assimila soltanto ciò che si sa a mezzo; che le dottrine non si combinano se non coll'indovinare: gli diranno che, immerso nel passato, ignora l'ultimo stato della scienza, la _neue philosophie_, la quale ha diritto di sbeffeggiare tutte le precedenti, finchè domani non venga una _neuste philosophie_ a sbeffeggiare lei a vicenda.

E il vulgo, che prima sbigottiva davanti a quelle demolitrici asserzioni, s'abitua ad accettarle, rinnega la propria ragione per siffatte intrepide autorità. Così viensi a ridere del miracolo, non si cerca se quella che ci danno è la storia dei fatti, o la storia della mente dell'autore; se questi, invece dell'umanità, non ha davanti Carlo o Giuseppe, e principalmente se stesso. In tempi dove nelle scuole più non s'insegna su di che si fondi la certezza, e quanta autorità abbiano i testimonj, e come si fili un raziocinio o si distrighi un sofisma e un paradosso, e a tener conto del senso comune, e valutare quella sincerità evangelica, che impone di dire sì al sì, e no al no, troppo è facile ottengano corso le più assurde temerità dell'orgoglio umano.

Tutto opposto è il procedimento evangelico; e perciò gli apologisti dovettero sempre usare la stessa arte, da Eusebio fino al Ghiringhello e al Perrone; fedeli alla sana critica, cercando le testimonianze storiche, chiarendo i fatti, accettando i soprannaturali che sorpassano l'intelligenza umana _quoad modum, non quoad existentiam suam et per divinam virtutem_; quanto cioè al modo con cui avvennero, non quanto all'avvenimento stesso: citando in prima i testimonj de' fatti, dappoi quelli che gli udirono dai testimonj, indi la storia; e l'esegesi adoprando severamente a mostrare con ingegnosi ravvicinamenti l'assoluta conformità dei vangeli colla storia, colle arti, coi monumenti.

Alle nostre ragioni, costoro dicono «Ma fate sempre le stesse risposte». Sì, poichè le stesse sono le objezioni, cioè il prodotto d'un orgoglio che non vuole accettare ciò che non intende. Dov'è a notare che i primi avversarj del cristianesimo non negavano gli atti, e tanto meno l'esistenza del Cristo, bensì quelli attribuivano a magia, a illusioni; e gli apologisti confutano questa supposizione pagana, non mai l'ipotesi mitica, che da nessuno era stata messa innanzi; e che il secolo nostro doveva attendere da qualche tedesco o francese, discosto XVIII secoli da que' casi.

Ma l'apologia cattolica a' giorni del luteranesimo, non procedeva così maestosa, essendosi, come Dante si lamenta, derelitti l'evangelio e i dottori magni, e più ai decretali studiandosi. Baldanzosi nei diritti della ragione individuale, i predicanti dicevano al popolo: «Iddio ha parlato: qual bisogno che altri venga a spiegarvi quel ch'egli disse? Non è egli infallibile? Non vi diede il suo libro? e lume dell'intelletto per comprenderlo? I Cattolici fecero alla legge di Cristo quel che i Farisei aveano fatto alla giudaica, vi sostituirono le loro opinioni; levarono l'autorità alla parola divina per attribuirla all'uomo; il vaso conservò il nome, ma n'è svanito il profumo; il tempio di Dio fu convertito in bottega e in tana di ladroni. Sfogliate il Vangelo: dove trovate che comandi il celibato de' preti? o il digiuno, o la confessione auricolare? Una fede inculcata senza l'assenso della ragione, degenera presto in superstizione: la facilità dell'indulgenza e dell'assoluzione affida al peccare».

Di rimpatto, sbigottiti fino di quell'esame, il cui bisogno eleva e ingrandisce l'anima, ma che può inebriare nell'orgoglio del senso individuale, i pii cattolici inculcavano che una religione scandagliata e analizzata cessa di essere fede, e si lamentavano di vedere chiamate a scrutinio le cose che devono guardarsi con umile meraviglia, e che Iddio per occulti giudizj sottrasse all'uomo, ingiungendogli «Credi e adora».

Pertanto si rinserravano nel _credo vecchio_: pensavano vincere il nemico col negarlo; o, se il dovere li conducesse a combatterlo, com'avveniva degli ecclesiastici, usavano argomenti di senso comune. E dicevano a' loro avversarj: «O voi, che volete mostrarci in errore; non siete uomini voi pure? non siete voi pure all'errore soggetti? La protesta è sempre posteriore alla verità ch'essa impugna. Noi seguitiamo la tradizione di persone pie, e più vicine al tempo del Redentore: voi nasceste jeri. Noi ci atteniamo ad un'autorità di origine divina, al sentimento costante del genere umano: voi surrogate la più fredda delle umane doti, la ragione; il più variabile appoggio, la particolare persuasione. Voi ci apponete che santo abbiamo il precetto, cattivi i ministri; noi vorremmo poter supporre che i vostri predicanti siano migliori delle dottrine predicate. Eccoli annunziarci l'amor di Dio e del prossimo: eppure da voi nascono la scissura e la desolazione delle case e della patria. E che? l'augusto sacramento, di cui Cristo volle fare un simbolo di pace e di concordia, e che, _assunto in sua commemorazione ricordasse ai figli suoi il sangue versato a salute comune_, diviene pretesto d'acerbe contese: e sembra che ciascuna parte siasi proposto di mostrare colla condotta meno evangelica di possedere il vero vangelo. Se la vostra fede è la vera, se viene da Dio, provatelo col deporre questa rabbia anticristiana: la carità muove da Dio, la discordia dall'inferno: il nostro non è il Dio delle contese, bensì il Dio della pace e dell'amore[430]. Lo stesso Melantone, interrogato da sua madre che cosa dovesse insomma credersi fra tanto discordare di teologanti, le rispose: — Continuate a credere e adorare come sin qui; la nuova religione foss'anche più plausibile, l'antica è più sicura. — E voi, gregge nostro, non disertate gli altari, dove i padri vostri cibaronsi col pane della vita: non lasciatevi rapire la consolazione de' sacramenti, che mescono il gaudio e la sanzione del cielo alle più solenni circostanze della vita, dalla culla al letto di morte. E dopo morte su in paradiso, i padri vostri, che vi sono giunti credendo all'antica, stanno ad aspettarvi. Quanto dolore se vi vedessero precipitare coi nuovi alla perdizione!»

Non sempre così pacate procedevano le controversie sul pulpito e nelle scuole. I Cattolici avevano il vantaggio che un capo solo dirigeva tutti i movimenti, principe d'un bello Stato, colla potenza della tradizione e l'abitudine dell'obbedienza: ma ai Protestanti apparteneva la forza di chi attacca, di chi censura, di chi seconda gl'istinti umani, e vanta quale progresso la distruzione del passato.

Come battagliassero i dissidenti lo vedemmo e il vedremo. Anche i nostri, considerandosi unici custodi della verità e censori autorizzati della giustizia, troppo spesso posavano la disputa non fra errore e verità, ma fra santità e inferno, e tutte le objezioni dichiaravano empie, immorali tutte i ragionamenti. La polemica e l'apologia assumeranno sempre caratteri diversi ed evoluzioni conformi alle aspirazioni del tempo; altrimenti mancherebbe alla Chiesa viva quel progresso di lume e di certezza, che sempre i Padri e i fedeli domandarono[431]. Ogni nuovo errore è una nuova riflessione, ed esige scienza nuova, sicchè non bastano i vecchi metodi; le idee non si cangiano che nel complesso e per sistema, nè si può persuadere un altro se non facendogli accettare una delle proprie conseguenze.

Scarsi d'iniziativa, di larghezza, di sintesi, sopratutto di vivacità, con un futile armeggio di sillogistica discutendo i singoli punti, vedeano tutto da quell'aspetto solo, che nulla prova a quei che guardano da un differente; filavano sillogismi, di cui era impugnata la maggiore; davano come concesso dagli avversarj ciò che deve essere sentito solo da chi crede come loro, e parea non propendessero che a raddormentar nella tradizione. Durava poi il gergo tecnico, argomentazioni opponendo ad argomentazioni col metodo geometrico, il cui apparente rigore stanca lo spirito senza sostenerlo; sicchè i teologi sprezzavano i letterati come gente da frasi, ed erano sprezzati da questi come pedestri scolastici. Il sant'uomo Gregorio Cortese da Modena, dapoi cardinale, deplora la scurrile polemica allora usitata, mentre d'una savia e dotta egli porgeva ottimo modello[432]: e Melchior Cano domenicano spagnuolo (-1560), i cui _Loci_ son la più bella introduzione alla dogmatica, accusava i nostri di adoprare contra i nemici non armi di buona tempra, ma _arundines longas_.

La vera eresia di Lutero consisteva nell'impugnare l'autorità, rompere l'unificazione su cui è fondata l'indefettibilità della Chiesa, disperdere quelli congregati attorno all'unica mensa, col dare all'uomo la superbia di pensare da sè, e invece dell'umile acquiescenza alle definizioni dogmatiche e disciplinari della Chiesa, volere la comparazione tra l'infallibilità del vicario di Cristo, e la corruzione del papa figlio d'Adamo. I nostri avrebbero dunque dovuto insistere nel consolidare l'autorità della Chiesa, che conserva i comandamenti, le dottrine, i sacramenti, cioè le regole della verità e i mezzi della virtù. Ma non basta cogliere alcuni barlumi del vero, bisogna seguirlo fermamente in tutto il labirinto, coordinarne le parti, mostrarne l'insieme e la filiazione, evitare ogni soluzione di continuità, convincere che tale teoria è una dimostrazione, che con essa tutto si spiega, e niente v'è ad opporle. Religione inventata da uomini è un'assurdità: non può essere tale se non data da Dio: e come tale non può venire messa in discussione; ove compare il dubbio scomparisce la fede.

E appunto i gran savj c'insegnavano che la Chiesa è società d'anime legate innanzi a Dio da identiche credenze: e che, rappresentando la natura umana prima del peccato, decide tra le contenzioni, senza lasciare luogo a negare le sue asserzioni; mentre gli uomini, incapaci di qualificare gli errori, vacillano nella libera discussione. Chi dunque dice Chiesa, intende permanenza delle verità di fede; chi dice cattolica, intende unione di persone, che sopra esse verità ritengono quel che si ritenne sempre, da tutti, dapertutto. I nostri vescovi derivano in linea retta dagli apostoli; insegnano quel che essi insegnarono, sia ne' libri, sia a voce; e secondo la Chiesa lo interpretò nel modo che piacque allo Spirito Santo. Una sola fede, un solo battesimo, dice il Vangelo; adunque l'unità è carattere della vera Chiesa, come l'immutabilità è solo propria della verità; e, siccome Bossuet ben lo formolò, dice agli altri: «Tu cangi, e ciò che si cangia non è la verità».

Qual sublime spettacolo quell'armonico movimento d'innumerevoli intelligenze in ogni tempo e luogo, sicchè i popoli, discordi od anche ostili per politica, per invidia, per interessi, per indole, aveano una casa stessa dove, colle parole e coi sentimenti stessi, quasi all'ora stessa cantavano al Signore, e supplicavano i santi suoi per ottenere quella pace che il mondo non può rapire! E questa Chiesa è una, perchè figlia dello stesso Redentore; come lui è vera, è visibile; e se fu necessario un Dio presente per rigenerare il mondo, è necessaria la permanenza di esso nella Chiesa per conservare e svolgere l'opera della redenzione.

Ora quest'unità sarìa possibile ove a ciascuno fosse libero interpretare la Scrittura a suo talento? Iddio ha imposta un'autorità, che l'uomo sia obbligato riconoscere per conseguire il suo fine supremo? o lasciò che la nostra stirpe barcolli fino al termine tra l'abuso dell'autorità e l'abuso della libertà individuale?

I Cristiani credono il primo fatto: i Protestanti ritengono che tale autorità sia il codice scritto. Dicono che il proferire «Noi crediamo alla Chiesa mercè della Scrittura, e alla Scrittura mercè della Chiesa» è un circolo vizioso. Eppure al modo stesso l'autorità delle leggi deriva dal Parlamento, e il Parlamento esiste in forza della legge. Ma realmente alla Chiesa crediamo per l'autorità di Cristo; è un'accidente che quella fede sia deposta nella Scrittura; potrebb'essere in un altro libro o nella tradizione. Anzi nel Nuovo Testamento non vi è parola che mostri avere Cristo voluto diffondere la sua dottrina mediante la Bibbia; parla d'ascoltare, di predicare, di parole; non mai di leggere o di libro: non disse «Mandate un libro»: questo nè tampoco era scritto quando ordinò, «Andate e predicate»: potrebbero essere guasti i trentaquattromila suoi versetti: non vi si leggono gli articoli del _Credo_, che pure sono adottati da tutta la Chiesa.

Male si confonde la lettera della Bibbia, cioè l'involucro, colle verità divine che vi stanno: queste sole importa raggiungere; su queste sole fondansi le convinzioni religiose. Ma se a ciò adopriamo il senso personale, chi ci assicura che la nostra interpretazione sia conforme alla verità? introduciamo in quel libro un pensiero, concepito senza appoggio d'autorità superiore; e così non siamo certi di riposare sulle verità divine. Laonde quei soli che udirono Cristo avrebbero potuto erigere la loro fede su fondamento divino; gli altri divagarono, perfino a dedurre dal libro stesso la negazione della divinità di Cristo.

In realtà la Scrittura è infallibile, ma fallibile l'uomo che la legge, sicchè ha mestieri d'un'autorità che gliene ricavi la verità, e null'altro che la verità. Ora la Chiesa si professa custode del vaso ove fu deposta la dottrina di Cristo, e garante che lo spirito maligno non v'introdusse alcun errore: e colloca la sua autorità suprema nel ministero d'insegnamento, istituito da Cristo, nella parola vivente di Dio, nella promessa ch'e' diede agli apostoli d'essere con loro fino alla consumazione dei tempi, e «Chi ascolta voi ascolta me».

Pertanto l'autorità insegnante della Chiesa s'applica nel conservare perpetuo il senso e lo spirito della viva parola di Dio, e nel mantenerla pura e integra mediante un ajuto soprannaturale. Senza di ciò, la credenza non sarebbe che umana e subjettiva.

Ora l'uomo non apre l'anima se non a ciò ch'è improntato di superiorità; concede il suo assenso al pensiero, non alla forma; e questo pensiero divino è il solo che faccia autorità pel pensiero umano; l'anima vi si tranquilla; e l'autorità e la libertà si riconciliano.

La Chiesa è società governata da provvidenze sopranaturali. Il semplice credente accetta e adora; il pensatore svolge la propria ragione sopra i termini logici prodotti dall'analisi. Ma se in tale sviluppo analitico si trascendono i confini del soprannaturale, ecco rotta l'armonia che stabilisce la reciproca incolumità fra la ragione e la fede. Ripudiamo l'autorità vivente per attenerci unicamente alla Scrittura? Infinito stuolo d'opinioni umane pretendono impiantarsi su questa, quasi a provare che la Scrittura ammette ogni senso, cioè non ne ha veruno. Se ogni fedele può interpretarla a suo modo, bisognerà conchiudere che non è rivelazione divina, giacchè ci lascia in dubbio su quel che contiene, nè arriva a produrre fra' suoi seguaci un'intelligenza comune, durevole, inconcussa; e quindi disordine nell'intelletto, anarchia nella dottrina, dubbio e negazione nel pensiero. Ciò evita il Cattolico, credendo che la Scrittura contenga un senso unico e preciso, e l'ufficio dell'intelletto umano nella Chiesa consista nell'appropriarsi quel senso con sempre maggior precisione e chiarezza, alleando l'argomentare umano colla fede divina. Essenziale alla forza è l'unione; all'unione è necessaria l'unità della dottrina; questa non si conserva che sottomettendo l'individuale giudizio all'autorità, e vero cattolico non è chi non ha prosternata la debole sua ragione davanti l'autorità infallibile.

Il Protestante invece, tolta ogni connessione fra la coscienza del fedele e la direzione del sacerdote, pretende l'interpretazione privata, sia per lume di ragione, sia per ispirazione superna; laonde la religione, ridotta a mera opinione, non ha maggior valore che una scuola filosofica; abbandonata a cieca sentimentalità o ad immaginazione esaltata, oppure alle sottigliezze dell'argomentazione.

Ma o non v'è autorità superna che diriga la libertà degli uomini, o quella si trova nella Chiesa cattolica. E questa autorità non si estende che alle verità annunziate da Gesù Cristo: e non risiede in ciascun vescovo, bensì nel corpo dei vescovi uniti col pontefice.

Ripudieremo la tradizione? Questa sussisteva già nella legge ebraica: viepiù occorreva nella nuova, tanto meno particolareggiata. Fino dai primi anni del cristianesimo gli apostoli si adunarono per decidere intorno all'osservanza delle pratiche mosaiche, cioè intorno a punti, sui quali il Redentore non si era espresso. San Paolo scriveva a Timoteo: «Le cose che hai udite da me come testimonio, confidale a uomini i quali sieno idonei ad insegnarle anche ad altri»[433]. E san Giovanni: «Molte cose avrei a scrivere a voi, ma non l'ho voluto fare con carta e inchiostro, perchè spero venire a voi, e parlarvi faccia a faccia»[434]. Non tutto dunque si scriveva. Anche senza di ciò, come credere al testo sacro se questo non ci fosse trasmesso da un'autorità conservatrice, della cui infallibilità è garante Iddio? Ora quest'infallibilità del testo sacro, e la conservazione sua traverso ai tempi è ammessa anche dai Protestanti, come da noi l'infallibilità della Chiesa. Alla quale noi attribuiamo pure il diritto d'interpretare le sacre carte; e già san Pietro ne ammoniva: «Ponete mente che nessun pronunziato della Scrittura è di privata interpretazione»[435]: e delle epistole di Paolo diceva: «V'ha passi difficili, a intendersi che gl'ignoranti stravolgono, come le altre Scritture, per propria ruina»[436]. E san Paolo aggiungeva: «Fratelli state fermi, e tenete le tradizioni che imparaste sia per le parole, sia per le lettere nostre»[437].

La Chiesa, spiegando le parole apostoliche dovette usarne di differenti. Anzi gli stessi evangelisti non hanno conservato l'identica forma della parola del Salvatore: e uno la riferì a un modo, l'altro all'altro. Viepiù bisognava farlo quando la Chiesa prendea di mira un dato errore, il quale aveva una propria terminologia e tesi proprie, che doveansi ribattere con antitesi convenienti. La dottrina sta invariabile: la forma differisce secondo il transitorio e l'umano.

L'accusa dunque di predicare la dottrina della Chiesa, anzichè quella di Cristo, quasi fra queste due soggetti v'avesse contrarietà, è assurda: giacchè, come il verbo s'è fatto uomo, e l'uomo e Dio in Cristo sono un solo figliuolo di Dio, così la parola divina s'è incorporata nella parola e nella società sensibile della Chiesa, venendo trasmessa e conservata per azione umana: non sono già due parole, ma la parola divina, umanamente promulgata.

Nel deposito della fede ci sono verità, non ancora state avvertite, o formolate, o esplicitamente insegnate. Fino dall'origine la Chiesa credette la divinità di Cristo, e la procedenza dello Spirito Santo, e la divina maternità di Maria, eppure questi dogmi formolò solo quando furono impugnati. E sempre, nel repulsare nuovi errori, più viva e decisa luce viene diffusa sopra quistioni supreme. Innanzi che san Paolo ribattesse quei che difendeano il Mosaismo, nessuno avea sì ben espressa l'eccellenza della fede evangelica. Col vagliare i dissensi nati tra i fedeli di Corinto, egli chiarisce gli oracoli divini sulla costituzione della Chiesa. Gli errori de' Gnostici e de' Manichei fanno porre in sodo la natura e l'origine del male, il contrasto fra la natura e la libertà, le relazioni della prima creazione coll'edifizio cristiano. Ario costringe ad esplicare la divinità di Cristo e la sua natura. Disputando co' Pelagiani si misura la debolezza e miseria umana coll'ajuto della Grazia.

Volendo all'intelligenza umana mettere meno vincoli che sia possibile, la Chiesa, finchè non si sollevi un errore patente e sostenuto da molti, non viene a una decisione ponderata, la quale dilucidi e stabilisca la verità. Possono dunque trovarsi espressioni poco esatte fino ne' più cauti; ma opinioni e sistemi particolari, usi o discipline d'un tempo, non sono la Chiesa, nè essa li consacra. Per quanto essa veneri sant'Agostino, non fe sue tutte le sentenze di quel massimo fra i dottori intorno al peccato originale e alla Grazia. Onde a torto gli avversarj attaccano, come fossero dottrina della Chiesa, alcune opinioni speciali, talvolta ripescandole in autori oscuri; ovvero usanze e riti che la Chiesa non sanzionò mai; nè distinguono l'accidente dall'essenza, dalle opinioni d'alcuni teologi i dogmi; vale a dire ciò, e ciò solo che qual parola di Dio viene proposto dalla Chiesa[438]. Di questo ella è custode, non giudice di opinioni subjettive, sinchè a quello non si oppongono[439].

V'ha preghiere e riti che, indipendenti da fede intima, non racchiudendo veruna santa emozione, non diffondendo nè unzione nè raccoglimento, pure rispondono agl'indelebili istinti dell'uomo; esprimono l'amore di lui per Dio in tutte le cose, e per tutte le cose in Dio; la penitenza d'un fallo primitivo, origine d'ogni male in terra, il proposito di espiare le colpe personali mediante la fede e le opere, queste essendo morte senza di quella, e quella essendo vana senza di queste; la speranza in un Dio vivo, e di possederlo nella beata eternità.

La poesia, l'entusiasmo hanno un linguaggio, che non pretende a dogmatica precisione. Perchè cercare in un inno, in qualche legenda, nel calore d'una predica, nell'immaginoso idioma del vulgo, espressioni che non reggono al crogiuolo della rigorosa teologia? Il tenere le immagini era proibito dalla legge mosaica. Che monta? non era proibito da quella il lavorare al sabato o il mangiare majale, e ordinato il circoncidersi, e tant'altre prescrizioni e divieti accidentali? Di rimpatto la Chiesa adottò moltissime usanze che già erano de' Pagani, o che s'attengono alla natura stessa dell'uomo nel fondo loro come nell'abuso; o convertì a santa significazione quel ch'era profano, ergendo coi vasi tolti all'Egitto un tabernacolo al Dio vivente. Già s'avea luoghi dedicati a un dio speciale; divinità invocate per certe malattie, per certi eventi, o scelte a patrocinio di alcuni mestieri o professioni; si faceano voti e pellegrinaggi: si usava l'acqua lustrale; si feriava in certi tempi, appunto come fa il cristiano. Che importa? il fedele, quand'anche nol professi dottrinalmente, pone il debito divario fra Dio e i santi suoi; non riconosce in questi se non speciali intercessori, quasi l'uomo, sentendosi indegno di avvicinarsi immediatamente al trono supremo anche dopochè gliene aprì l'accesso il Cristo, interponga altri che furono sottoposti ai bisogni, alle debolezze, ai peccati suoi stessi; veneriamo le ossa che aspettano la glorificazione; baciamo le reliquie per attingerne una virtù benefica e proponimento e forza d'imitarli. E Maria? culto pietoso e consolante, che presentando il tipo de' sentimenti più dolci in natura, il pudore della vergine e l'amor della madre, la rassegnazione dell'afflitta e il trionfo della martire, immacolata fin dal concepimento, eppure avvocata de' peccatori; si addatta alle miserie della vita porgendosi interceditrice innanzi al giusto, qual madre dell'uomo e donna de' dolori, e realizzando fuor di Dio tutte le qualità affettuose, di cui l'umanità non può far senza, sia nel culto, sia al focolare[440].