Part 40
L'uomo può accettare le affermazioni divine semplicemente, e allora egli non è che un credente; può chiarire le relazioni fra esse e i fatti interni ed esterni dell'universo, e allora la sua fede diviene scientifica. La certezza in materia di fede va distinta dalla scienza delle cose della fede: ciò che pruova la verità della rivelazione, da ciò che la difende dalle accuse. E appunto la teologia è la scienza che discorre di Dio e delle cose secondo le verità rivelate, proposte dalla Chiesa; la scienza degli sforzi fatti per isnodare il problema divino. Due oggetti distinti essa ha. L'uno, esporre la verità e i dogmi dati dalla Scrittura e dalla tradizione, e rigorosamente definiti dalla Chiesa, parte invariabile: perocchè, accanto ai principj necessarj della ragione v'ha dottrine elevatissime, non semplicemente razionali, invariabili come il vero, e la cui invariabilità attesta esserne divina la sorgente. Sopra questa base divina elevasi l'edifizio della ragione, secondo oggetto della teologia, sottoposto alle condizioni d'ogni opera umana, svolgimento, mutazione, successione, progresso, regresso, a proporzione del sapere e delle attitudini dell'uomo e della società: e però anch'essa non si restringe nella categoria dell'essere, ma passa in quella del divenire; essendovi un solo modo di credere, ma molti di dimostrare e appoggiar la verità.
Tale l'assunsero i Padri, cercando con essa la rigenerazione intellettuale, identificata colla rigenerazione morale, poichè si proponeva la salute delle anime, primo, collo svellere il dubbio, che col sottile argomentare avea scosso le credenze più vitali; secondo, col riordinare le scarmigliate idee del dovere. Atteso che si attaccano i misteri in apparenza, in realtà si rinnegano i comandamenti.
Emancipare la coscienza individuale dalla tutela ecclesiastica, tenere ciascuno responsale delle proprie credenze come de' proprj atti, ed obbligato ad acquistare coll'esame convinzioni proprie, a seguire la coscienza propria, anzi che obbedire alla Chiesa o ascoltare il prete, costituisce il gran divario fra i Protestanti e noi.
Ma una generazione di rado s'accorge dell'opera che essa intraprende e compisce; nè i riformatori d'allora aspirarono a quel che, al cospetto dei moderni, ne costituisce il merito, la libertà di esame. Contro di questa impennavasi Lutero, ed esclamava: «Non v'è angelo in cielo, e molto meno uom sulla terra che possa ed osi giudicar la mia dottrina; chi non l'adotta non può andar salvo; chi crede ad altri che a me, è destinato all'inferno. Al Vangelo che io ho predicato devono sottomettersi papa, vescovi, preti, monaci, re, principi, il diavolo, la morte, il peccato, e tutto ciò che non è Cristo. La mia parola è parola di Gesù Cristo, la mia bocca è la bocca di Gesù Cristo»[411].
Anche enunciandosi principj malvagi di filosofia o di politica, l'esister la dottrina cattolica impediva gli eccessi e le storte applicazioni. Ora, scosse le credenze, invocavasi, come dopo ogni rivoluzione, il rassettamento; in parte l'abitudine antica, in parte l'indole delle moltitudini faceano sentito il bisogno di conservare la libertà, eppure costituirsi in comunità, formare una Chiesa, aver concistori che autorizzino a predicare[412]. Vero è bene che, sostenendo la giustificazione per mezzo della fede, venivasi ad accampare la coscienza individuale contro la tradizione secolare; ma direttamente all'autorità della Chiesa sostituivasi l'autorità della Bibbia.
Eppure questa da chi era trasmessa? da quella tradizione che essi rinnegavano. L'interpretarla poi rimettevasi al sentimento individuale, sicchè alla perfine si ritornava al libero assenso della coscienza. Così il Protestante aveva il testo della Scrittura colla mescolanza di verità di fede e verità di ragione, senza la certezza del senso che contiene; il Cattolico ha il senso indefettibilmente conservato di un testo, in cui stanno tutti i dogmi di fede. Ma la fede è l'adesione dello spirito umano alla testimonianza di Dio. Essa non dà solo il presentimento della verità, ne dà la certezza. Libero esame è il diritto dello spirito umano di non ammettere in qualsiasi ordine di cose se non ciò che riconosce per verità. Dunque, prima di credere i misteri _rivelati_, dee aver certezza che sono rivelati: s'ha da adoprare la ragione fino al punto ov'essa ci conduce a riconoscere la Chiesa. Ecco l'esame previo alla fede, il quale non è punto interdetto ai Cattolici.
Ma il protestantismo disgrega tutto ciò che Dio aveva unito; la società spirituale dall'autorità su cui si fonda; la parola scritta dalla tradizione vivente che ne scopre l'origine e il senso; il sacrifizio unico della redenzione dalla perpetua sua offerta sugli altari del nuovo patto; la Grazia dai sacramenti che ne sono le grandi e divine arterie; la fede dalle buone opere che la mostrano viva; l'amore dal culto che n'è l'espressione; la preghiera dai gradi per cui ascende a Dio mediante gli angeli, i santi, la madre di Cristo: e per tal modo prepara il distacco totale della ragione dalla fede, della natura dalla Grazia, di Dio dall'uomo coll'ateismo o il panteismo, col deismo o il naturalismo.
E non meno di eresia religiosa fu eresia politica, combattendo la religione e la civiltà cristiana come nel pensiero così nell'azione: ergendo a principio supremo del vero e del bene l'io umano, in contrasto all'unificazione pontifizia: ergendo lo Stato in divinità; posponendo gli interessi di Dio che fin allora aveano primeggiato, sicchè, dopo aver gridato «Date a Cesare quel ch'è di Cesare», si dimenticherebbe di dar a Dio quel ch'è di Dio.
Così rinnegato il primato nell'ordine religioso, intaccavasi pure nel civile, mentre parevasi assodarlo. Le conseguenze non si conobbero che tardi, e ai nostri giorni, quando ormai a un'apparenza di unità non si arriva se non a spese della fede, e la fede non si produce che in contrasto coll'unità: ma subito si sentì il disordine.
Gaspare Contarini, veneziano (1483-1562), entrato ne' Pregadi della sua patria, appena l'età gliel permise, non sapea mai risolversi a prendere la parola, sebbene, quando il faceva, parlasse alla semplice, ma con profondità. Eruditissimo di filosofia e matematica, versatissimo in gravi maneggi politici, essendo stato savio grande del Consiglio, capo dei Dieci, riformatore dello studio, Paolo III lo elesse cardinale con altri sette di gran virtù e dottrina, benchè ancora laico e lontanissimo dal pensarvi: fu ambasciadore della Serenissima presso Clemente VII, col quale s'adoprò di tutta forza per isviarlo dalla politica tentennante, mostrandogli come recasse a precipizio l'Italia. Colla filosofia aveva egli studiato la teologia, propendendo per san Tommaso ma conoscendo tutti i santi Padri, e ancor giovane aveva scritto contro il Pomponazio suo maestro, poi due libri _De Ufficio Episcopi_ (1516) e un altro sull'origine divina della podestà del papa, con semplice gravità e meno triche di scuola che non solessero i teologanti: e di lui diceva il cardinale Polo, non essergli sconosciuto nulla di ciò che lo spirito umano scoprì colle sue ricerche e la divina grazia ha rivelato; e v'aggiungea l'ornamento della virtù.
Gaspare sedeva in consiglio quando gli giunse la notizia del cardinalato, e tutti ad applaudire; solo Alvise Mocenigo, costante avversario di lui e degli ecclesiastici, brontolò: «Codesti preti ci hanno rubato il miglior gentiluomo che la città avesse»[413]. Solo alle calde preghiere e all'idea del dovere egli rassegnossi ad accettare quel gravoso onore, e «non accortigianato nelle cose di Roma», insisteva sulle riforme: e scrisse, fra le altre, due lettere a Paolo III, intorno alle composizioni e alla potestà pontificia. «Il dispensiero (diceva), non può vendere ciò che non è suo ma di Dio, foss'anche il lucro destinato a far guerra al Turco o a riscattare schiavi, o qual altro siasi scopo; tutti convenendo nella sentenza di san Paolo che non può farsi il male per conseguire il bene, nè acconciare la verità di Dio agli esempj e alle costumanze nostre. Coloro che ampliarono in ciò l'autorità del pontefice sino ad affermare non abbia altra regola che la particolare sua volontà, porsero occasione agli avversarj di negarla del tutto. Qual cosa potrebbe immaginarsi tanto repugnante alla legge di Cristo che è legge di libertà, quanto il sottomettere i Cristiani a un capo, al quale sia attribuito l'ordinare leggi, il derogarle, il dispensarne a capriccio, anzichè a regola di dovere? Ogni potestà è potenza di ragione, ed ha per iscopo di condurre con retti mezzi alla felicità. Così anche l'autorità pontificia, conferita da Dio al beatissimo Pietro ed a' suoi successori sopra uomini liberi, vuol essere usata secondo la regola della ragione, dei precetti divini e della carità. Santo Padre, voi che soprastate agli altri in dottrina, senno naturale e sperienza delle cose, esaminate se dalla contraria dottrina non abbiano pigliato baldanza i Luterani a comporre i loro libri della cattività di Babilonia. E davvero, qual cattività peggiore di questa, professata da alcuni esuberanti sostenitori della podestà pontificia? Abbia la S. V. a cuore quella suprema potenza e libertà del volere, che viene dall'ossequio alla grazia divina e alla ragione; non pieghi all'impotenza della volontà, che sceglie il peggio, e alla servitù che mena al peccato; perocchè solo allorquando quella vera facoltà del volere sarà congiunta alla podestà pontificia conferitavi da Cristo, sarete potentissimo, affatto libero, e vera vita della repubblica cristiana»[414].
E trattando della giustificazione nelle epistole stesse, dichiara aperto che «l'uomo propende al male, in grazia dell'impotenza della volontà; dalla qual malattia, che è servitù dell'animo, non può liberarsi per le virtù morali acquistate coll'abito delle opere buone, ma solo per la grazia di Dio e la fede nel sangue di Gesù Cristo». Tale dottrina enucleò nel _Tractatus seu epistola de justificatione_, lodato immensamente dal cardinale Polo, dal cardinale Sadoleto e da altri, che ammiravano come quell'arduo punto egli avesse sì ben chiarito, e con verità inaspettate, che pur erano nella sacra scrittura[415]. Onde può dirsi che il Contarini esibisse il vero programma di ciò che poi compì il Concilio di Trento, sia quanto alla riforma, sia quanto alla definizione dogmatica di quel punto scabrosissimo.
Insisteva egli presso papa Paolo acciocchè attuasse le riforme; e da Ostia l'11 novembre 1538 scriveva al cardinale Polo: «Il papa mi menò seco in carrozza a Ostia. Tra via, il nostro buon vecchio si intertenne meco sopra la riforma delle composizioni. Diceva d'aver sopra di sè il trattatello da me scritto in proposito, e d'averlo letto la mattina. Io avea perduto ogni speranza: ma ora mi ragionò in modo sì cristiano, che concepii di nuovo la speranza che Dio gli farà compiere qualcosa di grande, e non permetterà che le porte dell'inferno prevalgano nel suo spirito».
Ma il papa era intricato in idee politiche; quando il Contarini gli faceva objezioni sul nominare cardinali che a lui non pareano dover riuscire di onore alla Chiesa, gli diede sulla voce: «Già siamo stati cardinali anche noi, e sappiamo come ripugnino che altri abbian lo stesso onore». Al che il Contarini non potè trattenersi dal replicare: «Io non reputo che il maggior mio onore sia il cappello».
Spedito alla dieta di Ratisbona del 1541 per tentare la conciliazione fra Luterani e Cattolici, e almeno indur quelli a riconoscere i principj fondamentali, cioè il primato della santa sede, i sacramenti, e altri punti appoggiati alla Scrittura e all'uso costante, domandò al papa che, se mai da articoli indifferenti alla fede dipendesse la riconciliazione, potesse condiscendere sul celibato dei preti, sulla comunione d'ambe le specie ed altri simili; sempre coll'autorità del pontefice: ma non pare n'avesse il consenso[416]. Bensì è meraviglioso come riuscisse ad accordare i congregati in quattro articoli essenziali, della natura umana, del peccato originale, della redenzione, della giustificazione per mezzo della fede viva e operosa. «Quand'io vidi questa concordia d'opinioni (scriveva al cardinale Polo) sentii riempiermi di supremo gaudio, non tanto pel buon fondamento gettato alla pace, quanto perchè qui consiste tutta la dottrina cristiana».
Anzi l'elettore di Brandeburgo assentiva al primato del pontefice, trovandolo necessario colà dove una era la fede, una la chiesa[417]: Bucero stesso confessava che la disciplina dei Protestanti era molto scadente, e convenire che i vescovi esercitassero il loro potere spirituale in ordine gerarchico, benchè pensasse che il celibato, i digiuni, le penitenze non potessero affarsi coi tempi[418].
Ma le conciliazioni mal possono sperarsi in tempi turbinosi: e Lutero protestò che era la coda del diavolo che conduceva questo tentativo di pace[419]; le Corti mal gradivano la concordia; i principi di Germania temeano che coll'unità religiosa non s'aumentasse la potenza dell'imperatore; gli entusiasti voltavano in beffa la moderazione; il re di Francia, con ipocrito zelo pel papa e per la Chiesa, biasimava il Contarini come freddo e ligio all'imperatore. Ne restò questi scoraggiato, secondo scrive Girolamo Negro che l'accompagnava, vedendo «il corpo, infermo talmente e indebolito, che nè dieta, nè medicina gli può giovare...... e intertenimenti secreti di principi, li quali non vorrebbero vedere che Cesare con questa unione si facesse patrono di queste provincie..... e i Protestanti far grande istanza contro le messe private, il celibato, i voti monastici, le invocazioni de' santi ed altre ordinazioni nostre non istituite da Cristo nè dagli apostoli»[420], e così l'opera fu mandata in fumo. Gli Italiani, al solito, ne versarono la colpa sul Contarini, il quale, se si dolse che «di tal moneta pagassero le sue fatiche», più dovette piangere dell'imminente disastro della Chiesa. La solita genìa dei buffoni facea scene a suo carico, e il Beccatelli racconta che, mentre tornava in Italia, un vecchio amico a Brescia domandogli: «Come stanno, monsignor reverendissimo, que' capitoli che ai Luterani avete sottoscritto tanto esorbitanti?» E avendo il Contarini risposto che le erano baje da Pasquino, l'amico gli mostrò lettere da Roma ove se ne parlava. Sicchè il Contarini dovette scrivere al papa di sospendere il suo giudizio finchè gli avesse chiarito il vero, come poi fece così splendidamente, che il papa stesso l'esortò a non vi badare, citandogli quel d'Ovidio, _Summa petit livor, perflant altissima venti_[421].
Colla _concordia_ di Ratisbona sarebbesi conservata l'unità nella nazione germanica, senza temere le usurpazioni di Roma; ma Lutero ripudiò ogni conciliazione; non potere l'opera di Dio ravvicinarsi a quella di Satana. Anche a Roma se ne prese scandalo; temendo che l'imperatore, capo di tutta Germania, divenisse onnipossente, Francesco I di Francia si oppose: e il Contarini scrive al cardinale Farnese che Granuella, ministro di Carlo V, «mi affermò con giuramento avere in mano lettere del re cristianissimo, il quale scrive a questi principi protestanti che non si accordino in alcun modo, e che lui avea voluto vedere l'opinioni loro, le quali non gli spiacevano»[422].
Ai 15 giugno 1540 Nicolò Ardinghelli, a nome del papa scriveva ad esso cardinale Contarini[423] come fosse ormai impossibile la tolleranza, «essendo gli articoli che restano controversi tanto essenziali alla fede, che, senza procura di Gesù Cristo Nostro Signore, noi quaggiù non possiamo pigliarne sicurtà; anzi abbiamo la legge che non _sunt facienda mala ut veniant bona_; perchè essendo la fede indivisibile, non la può accettare in parte chi non l'accetta in tutto, quanto al potersi dire cristiano e fare un corpo medesimo nella Chiesa. E però nostro signore con tutto il collegio, _nemine discrepante_, ha risoluto di non poter dare orecchio in alcun modo a quella tolleranza che si domanda, nè, per quel che toccherà a sua beatitudine, macolare quella sincerità della fede, che i suoi predecessori hanno fin qui conservata, comprovando con segni che questa è la cattedra di san Pietro, per la fede del quale pregò Gesù Cristo Nostro Signore».
Ciò che v'avea di troppo reale era il disordine gettatosi nelle intelligenze come nella vita, al moltiplicarsi di tanti discepoli, ognuno dei quali era un dissidente. Nella _Confessione_ d'Augusta gli eterodossi aveano preteso raccogliere ciò che di comune aveano la loro e la cattolica fede, a tal uopo ricorrendo a termini ambigui, che la Chiesa non accettava perchè poteano, come esprimere la verità, così ratificar l'errore. Carlo V nel 1548 decretò l'_interim_, pel quale convenivasi che «interinalmente gli Stati erano liberi in religione, salvo a renderne conto a Dio e all'imperatore»: ma nulla attribuivasi alla Chiesa cattolica, la quale, oltre che emanato dall'autorità secolare incompetente, trovava lesivo quell'atto, dacchè ella erasi già pronunziata sui capitali dissensi. Fra' Protestanti medesimi fu chi lo disgradiva, e designavano gli accettanti col nome di _rilassati, adiaforisti, indifferenti_.
Ed ecco, al rumore della nuova dottrina, all'annunzio che i predicanti rompono la catena storica della tradizione, e ognuno può a suo senno interpretare la Scrittura, sorgono veggenti in ogni parte; i meno atti al ministero pretendono avervi più evidente vocazione; la Bibbia diviene stromento alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini sono eguali, scatenano l'irreconciliabile ira del povero contro il ricco, bandendo guerra all'ordine come tirannia, alla proprietà come usurpazione, alle scienze come distruggitrici dell'eguaglianza, alle arti belle come idolatria.
Ne gemeva Lutero, e diceva: «Appena cominciammo a predicare il nostro vangelo, fu nel paese uno spaventevole stravolgimento; si videro scismi e sêtte, e dapertutto la rovina dell'onestà, della morale, dell'ordine: la licenza e tutti i vizj e le turpitudini trascorrono, peggio che non facessero sotto il papismo: il popolo, dianzi tenuto in dovere, non conosce più legge, e vive come un cavallo sfrenato senza pudore nè freno, a grado di materiali desiderj. Dacchè noi predichiamo, il mondo diventa più tristo, più empio, più svergognato: i demonj s'avventano a legioni sugli uomini, che alla pura luce del Vangelo mostransi avidi, impudichi, detestabili peggio che non fossero sotto il papato: dal più grande al più piccolo non v'è dapertutto che avarizia, disordini vergognosi, passioni abbominevoli. Io stesso son più negligente che non fossi sotto il papismo, e vengo meno alla disciplina e allo zelo che dovrei avere più che mai. Se Dio non m'avesse celato l'avvenire, non avrei mai osato propagare una dottrina, da cui doveano conseguir tante calamità, tanto scandalo»[424].
Per verità, abbattuta l'autorità ecclesiastica, per non abbattere anche tutto l'ordine sociale si richiedeva un'incoerenza, un rifuggire dalle conseguenze necessarie; sicchè, più non dirigendo i venti che avea scatenati, Lutero rinnega il proprio canone della ragione individuale, e agli esagerati oppone la sacra scrittura e i libri simbolici[425]: poi scostandosi dal popolo, di cui s'era fatto un appoggio, tende a ingagliardire il principato: e di qui comincia l'azione politica della Riforma, qual fu d'attribuire ai principi l'autorità anche in materie ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come voleva il sovrano; _cujus regio ejus religio_; e i principi più non conobbero ritegno da che diressero anche le coscienze[426].
E d'una direzione queste aveano bisogno, quando i fratelli uterini della Riforma pugnavano tra loro. Indarno Lutero s'arrovella contro ogni fede diversa dalla sua[427]: Melantone, Carlostadio, Ecolampadio, Engelhard, Brenzio modificano i dogmi, ciascuno a suo senno o a norma della costituzione del proprio paese; sbranamento inevitabile là dove a ciascuno è libero l'interpretare.
Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, Ulrico Zuinglio, che aveva militato in Italia come cappellano di Svizzeri assoldati, insorse (1518) a Zurigo contro le indulgenze, che ivi erano predicate da Francesco Licetto bresciano, generale dei Minori, poi da frà Bernardo Sansone milanese, e dietro a ciò sostenne che bisogna fondare la fede sulla sacra scrittura, non su dettati clericali, e repudiando i quindici secoli della Chiesa per ricorrere alle fonti, studiò il greco, si mise a mente le epistole di san Paolo, riprovò i pellegrinaggi che al santuario di Einsideln si faceano; il pane e il vino della Cena essere meri simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri asserti che furono accolti in molta parte della Svizzera. Mentre sosteneva che il dogma della libertà conduce al panteismo, perchè facendo gli uomini indipendenti li pareggia a Dio, egli rendeasi vero panteista, asserendo che unica essenza è quella di Dio; tutto ciò che è, è Dio e proprio Dio.
Veramente egli ha un'importanza storica piuttosto che dottrinale, non avendo lasciato opere di rilievo; e fu assorbito nell'azione di Giovanni Calvino, francese. Questi, a Bourges studiando sotto il famoso nostro leggista Alciato, deplorò i disordini derivati dalla Riforma, e pensò emendarli coll'andare più innanzi, venire a un assoluto distacco. Ancora si conservavano altari e crocifissi: pregavasi in ginocchio; si facea la lavanda dei piedi. Calvino proclama un antagonismo perpetuo alle tradizioni stabilite. Così nella dogmatica parte da un'idea preconcetta, da un partito preso: perfin Zuinglio erasi piegato alla sacra scrittura; Calvino si ispira da essa, ma la fonde nel suo pensiero. Zuinglio oppone la Scrittura alla tradizione; Calvino si spinge più avanti, non è solo esegetico, ma dogmatico: in faccia alla tradizione non vuol solo appurarla, ma distruggerla.
Ginevra avea cominciato il suo risorgimento dal rivoltarsi contro al duca di Savoja, che la supremazia feudale volea ridurre a signoria assoluta. N'era seguita la solita disordinata prepotenza dei riottosi, per rimediare alla quale Calvino ricorse al despotismo. Lutero aveva abbattuto la monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi, Calvino sagrifica questa aristocrazia luterana alle idee repubblicane di Ginevra; e se i Luterani alzavano il principato per opporlo al papa, egli lo deprime per sottoporlo ai rivoluzionarj[428]. Posta la scure alla radice, impugna il mistero, colloca la certezza nella rivelazione individuale: l'arbitrio non è libero, e per iscegliere il bene fa duopo d'una Grazia necessitante, e questa sola produce la giustificazione, senza che v'abbia parte la volontà dall'uomo; Iddio è padrone assoluto delle sue creature, e _ab eterno_ ha destinato queste al paradiso, quelle dell'inferno, qualunque siano le loro azioni. Il fedele dee mirare principalmente a tenere per sicura la propria salute: e per acquistare una tale sicurezza, crederla non fondata su opere od elezioni umane, ma sulla volontà suprema ed eterna.
Niuna efficacia dunque rimane al battesimo, i figli degli eletti appartenendo per nascita alla società redenta; niuna alla penitenza, poichè chi una volta fu eletto non può ricadere; nella santa cena non sono transustanziate le specie, ma sotto que' simboli il Signore comunica Cristo, per nutrire la vita spirituale. Abolito l'episcopato, le comunità religiose scelgonsi un ministro, distinto dagli altri soltanto per l'abito nero; ne' tempj nudi null'altro che il pulpito e una tavola su cui esporre il pane e il vino; allontanato tutto ciò che era proprio de' Cattolici, il culto resta non solo semplice ma nullo. Con quest'odio Calvino rendesi onnipotente, e stabilisce un ordinamento vigoroso, sotto il governo de' pastori, ma uniti cogli anziani; tolta ogni separazione fra ecclesiastici e laici, fra la Chiesa e il coro.