Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 39

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Ma questa trasse importanza e carattere dal tempo; una di quelle epoche ove si manifesta il lavoro lento e graduale dei secoli, e sviluppansi i fecondati semi di miglioramento, di civiltà, di coltura. Il manto papale avea perduto il suo splendore a forza d'esser baciato, e l'autorità mozza ai pontefici lasciava facoltà a conventi e a capitoli di traviare. Le scienze, munite della stampa, credeansi capaci di edificare da sè; la politica di governare da sè e con intenti nazionali; le arti di esercitarsi da sè; la filosofia credeva sua propria la certezza ch'erale stata comunicata dalla rivelazione, onde non sentiva più bisogno di ausiliarj contro il dubbio sistematico; l'opinione ruzzava contro l'irresponsalità che di fatto sottraeva gli atti del clero, al sindacato; la sovranità, consacrata dal cristianesimo e sostenuta dai progressi della tattica, non temea più reluttanza di sudditi; ed, al par della forza e dell'ingegno, sottraevasi alle leggi dell'ordine imposto da un'autorità superiore in nome di Dio e per l'organo del suo vicario in terra.

Quanto ai particolari, non è della natura umana che le discussioni portino ad una conciliazione; anzi approfondano la fossa che divide due opinioni. La rivoluzione d'allora differisce, è vero, dalla odierna, perchè, se la beffa e lo scetticismo del secolo XVIII che traeva a negar tutto, non poteano produr che calcolo, naturalismo, deismo, allora si usciva ancor religiosi, serbavasi gran parte del cristianesimo, per quanto si scemasse il timor di Dio, a misura che cresceva il timore dei governi. Ma i dissidenti sformavano a loro talento le dottrine che ci attribuivano; i nostri o esageravano le vere o difendeano imprudentemente anche errori, abusi, pretensioni curiali, e battagliavano del pari per la rivelazione infallibile come per opinamenti di scuola o d'alcuni dottori; entratovi il puntiglio, non voleasi confessare d'aver operato per bizza e spirito di contraddizione, senza seriamente riflettere alle conseguenze; pretendeansi dai Cattolici concessioni, ch'essi ricusavano, talora perchè sentivansi saldi nella verità, tal altra perchè aveanle negate dapprima.

È però più consueto spacciare che i papi sbagliarono nella condotta, che si ostinarono a torto, a torto esitarono; che non ebbero buoni campioni. Facile è il rimproverare dopo l'esito; facile e vulgare.

Entrante il luglio 1528, taluno da Parigi scriveva a Roma come avesse destato colà meraviglia «una Bolla, per la quale a giudici nella causa della fede si deputano tali, che Lutero non gli avrebbe saputo domandare più al suo proposito e favorevoli a' suoi seguaci». Non so che nuovo modo (seguiva) sia cotesto di commettere la causa della fede a giudici secolari e maritati, ed ignari della materia, escludendo tutti li teologi d'una Università, qual è la parigina, in cui sono più di cento maestri presenti, che hanno sempre pugnato accerrimi contro gli eretici per mantenere l'integrità della fede e l'obbedienza alla sede apostolica; che rimarrebbero nel loro dovere se anche tutti i Cristiani si voltassero a predicare le cose luterane: e se non fosse stato lo zelo e studio dei giudici precedenti, sarebbe talmente infetto questo regno dalla eresia luterana, che ne avreste visto il frutto molto tempo fa. Or eccoli revocati perchè hanno condannato un Brachino, che ha qualche favore d'alcuni: ecco commesse tutte le cause della fede a secolari, e _utinam_ tutti almen buoni cattolici, mentre parte di loro sono signiferi de' Luterani...... Due Italiani sono fra essi, uno de' quali so io disse _palam_, quando intese la rovina di Roma. _Ora è pur distrutta l'alchimia della Corte romana_: l'altro non disputa mai altro che Lutero essere stato un arcangelo mandato dal Cielo; e son secolari, li quali, insieme con gli altri che non sono che poeti o meri giureconsulti, non han altra cognizione delle cose della fede, se non in quanto hanno udito qualche volta la santa messa, e cantare vespro. È possibile che tanta negligenza si sia usata in cosa di così grande importanza?.... Se nostro signore dirà, gli ambasciadori della maestà del re avergliene parlato, e avere fatto detta bolla a loro istanza, io rispondo che se il re medesimo, e tutti quelli del mondo instassero a che sua santità facesse giudici in le cose della fede persone che non fossero idonee o sospette, dovrebbe soffrire più presto il martirio che consentire. Ma vi dico che la maestà del re e madama sono di ottima e pia mente, e hanno altri pensieri che di instare e domandare tali giudici: ma sono cose fatte ad intercessione e per opera di qualch'altro: e vi so dire ancora che tutti questi eretici si intendono insieme, e si ajutano l'un l'altro più che non fanno i Giudei, e sono studiosissimi in disseminare le loro eresie.... In questa materia della fede bisogna zelo, fervore, studio, diligenza e cognizione; nè vogliono essere tanti giudici a castigare gli eretici; chè mal si accorda una moltitudine, se ben fossero tutti buoni e intelligenti.... I teologi (dell'Università di Parigi) essendo stati esclusi dal giudicio in materia della fede, se gli potrà commettere da qui innanzi la materia culinaria. Non so se tanto poco rispetto si dovea avere a quell'Università, che è la prima de' Cristiani, e che sempre pugna per la sede apostolica, con farle un tale sfregio sul volto, e massime in questi tempi, che se ne dovrebbe accrescere l'autorità perchè fossero più muniti ed armati in combattere contro gli eretici. In Alemagna, per essere stato maltrattato e sdegnato un fratuzzo dal cardinale della Minerva, vedete quello è seguito....»[400].

Anche da qui trapela uno de' motori della Riforma, l'odio al papa non solo, ma all'Italia. Lutero avea profetizzato

_Pestis eram vivens, moriens tua mors ero, papa:_

vedendo la irreconciliabile lotta de' pontefici coll'imperatore, volle abbatter quelli pel trionfo di questi, e così rese possibile la grandezza di Carlo V e di Casa d'Austria: vedendo nascere la libertà politica, divertì l'attenzione sopra la libertà religiosa, e assodò il despotismo monarchico e amministrativo per distruggere l'ecclesiastico: dipinse gli Italiani, i _Wahlen_, come abisso d'ogni vizio e culmine dell'orgoglio; rinnegando la maternità e supremazia dell'italica civiltà, rinnovò col pensiero quel che i Barbari ci avean fatto colla forza: all'universalità surrogava le chiese nazionali, come prima del cristianesimo, e perciò era adorato da' suoi Tedeschi come fautore dell'indipendenza.

Ov'è bene notare come i principi avversi ai papi carezzassero sempre gli eterodossi: così vedemmo di Federico II, così di Lodovico il Bavaro; Carlo VIII blandì il Savonarola; Luigi XII favorì il conciliabolo di Pisa; sicchè adesso i papi dovettero modificar la loro politica secondo la paura che l'imperatore parteggiasse cogli eretici.

Allorchè Leone X scagliò la condanna definitiva, Carlo V imperatore, che del papa aveva bisogno in quel momento, proscrisse Lutero e i suoi aderenti. Ma la Riforma erasi ingrandita col promettere ai principi gli ostensorj d'argento, ai frati la moglie, alle popolazioni la libertà. L'attrattiva d'unioni clandestine; l'abolirsi della confessione, del digiuno, delle riverenze, d'altre pratiche che mortificano la nostra superbia e i nostri sensi; l'austerità ostentata da coloro che chiedeano riforme, traevano tanti nelle nuove negazioni, da poter resistere all'imperatore. Alla dieta d'Augusta nel 1530 sporsero la loro professione di fede, perciò detta Augustana, compilata da moderati, che speravano vederla adottare anche dalla Chiesa cattolica. Questa non può accettare transazioni dov'è certa di possedere la verità; pure non perdette la speranza di conciliazione, e alla Germania deputaronsi prelati di gran sapere e grande prudenza.

Già abbiamo accennato del Priero e del cardinale Cajetano, eccessivamente sprezzati dagli avversi. Girolamo Aleandro, della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e dell'ebraico, da Alessandro VI dato secretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria, chiesto da Luigi XII professore all'Università di Parigi, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di zelo: eppure egli riprova alcuni per questo difetto. Da Spira il 16 ottobre 1531 scrive al Salviati: «Il Fabri dette fuora un libro _De contradictionibus Lutheri_, buono ma _intempestive editur in ipso puncto concordiæ ineundæ_. Similmente Ecchio quel medesimo giorno dette fuora un libretto _sub titulo Cathalogi hæreticorum_, dove nomina _præcipue Melancthon_; diceva il vero, _sed non erat id tempus_. Io certo siate sicuri che interterrò l'una parte e l'altra con dolci parole, _ut malos lucrifaciam_»[401].

Dalle lettere sue raccogliesi a che scompiglio fosse la Germania: e da Brusselle, il 26 ottobre 1531, scriveva al segretario Sanga[402]:

«Fummo invitati io e li precipui oratori di principi ed infiniti baroni e nobili di questa Corte ad un banchetto πρεσβ. τῆς Λυσιτανὶας, il quale διὰ τον πρωτὸτοκον τοῦ Βασιλέως αὑτοῦ ha fatto feste inaudite... dove fu recitata, _præsente mundo_, una comedia ἰβεριστὶ καὶ λυσιτανιστὶ di una mala sorte, che sotto nome d'un giubileo d'amore, era manifesta satira contro di Roma: sempre nominando apertamente ogni cosa; che da Roma e dal papa non veniva se non vendizione di indulgenzie, e chi non dava denari non solo non era assoluto, ma scomunicato di bel nuovo: e così cominciò, e perseverò e finì la comedia. Ed era uno principale che parlava, vestito con un rochetto da vescovo, e fingeasi vescovo, ed aveva una berretta cardinalesca in testa, avuta da casa del reverendissimo legato, datagli però senza che li nostri sapessero per che fine. Ed era tanto il riso di tutti, che parea tutto il mondo giubilasse. A me veramente crepava il cuore, parendomi essere in mezzo a Sassonia ad udir Lutero, ovver esser nelle pene del sacco di Roma; e non potei far che _con sommessa voce_ non ne facessi cenno di querela con Bari, e di poi eziandio l'ho detto ad alcuni de' precipui _con bel modo_, che questi non son atti da far in luogo di Cristiani, e tanto meno nella Corte d'un tanto e tam virtuoso e cattolico imperatore, ecc. Mi è stato risposto che certo non è cosa fatta ora, ma comedia d'altri tempi, della quale, per non aver altro, si servirono... Veda mo V. S. come va il secolo!»

Di troppo egli lusingavasi allorchè da Roma scriveva al Salviati[403]:

«Par pur che la Germania sia stanca de la tanta varietà di queste eresie. E se non fosse la aversione che acceca molti principi e private persone, così cattolici come eretici, che tengono li beni altrui, e præsertim della povera Chiesa, mi par che non saria molto difficile cosa mettervi qualche ordine con la assistenza de' detti principi ed altri divoratori delli beni ecclesiastici, che pochi vi sono ora in questa Germania netti da questa macchia».

Esso cardinale Aleandro alla dieta di Germania chiariva quanto si esagerasse intorno alle ricchezze, che dalla spedizione delle bolle, dalle annate, dall'altre grazie affluivano a Roma. Basterebbero appena a mantenere un principe mediocre; e il papa, che pure spende meno d'alcuni non grandissimi principi, v'adopera quel che gli è dato dai proprj dominj. E quel mediocre ricavo gli viene da tutti i regni cattolici: tant'è poco quel che i singoli contribuiscono. — Una volta non aveano neppure questo. — Oh sì: ma ritornate gli uomini a pascersi di ghiande, i principi a stare senza anticamere nè guardie o corte; le figliuole dei re a rasciuttare i panni, come una volta leggiamo si facesse. Siccome ne' corpi umani si mutano le complessioni e i bisogni secondo l'età, così accade de' corpi politici. Posto che, per l'unità e la maestà, vi debba essere un capo supremo della Chiesa, per non dare diffidenza ad alcuno è necessario non abiti nello Stato d'altri, ma nel proprio, con Corte e ministri proprj. Or chi gliene somministrerà i mezzi? Ogni terra ne dà al suo piovano, ogni diocesi al suo vescovo, ogni popolo al suo signore. Nè si considera aggravio che da un paese vada in altro il denaro, se con questo si procura la merce più di tutte preziosa, cioè la legge e la conservazione della giustizia. Direte che sta bene nutrir la reggia del cristianesimo per la necessità, ma non per le pompe. Se intendete le pompe per la struttura e gli addobbi de' tempj, questi certo mancavano alla Chiesa primitiva, ma per malignità del secolo. Del resto e Dio nell'antichità e i Gentili vollero i tempj ornati, affinchè i popoli se ne invaghiscano, confortando la ragione coi sensi, la devozione col diletto. E anche voi, o principi, volete pompa di corte, e il popolo vuol teatri. Quanto alle pompe private, a Roma si commenda la vita povera, si venerano gl'istitutori della mendicità volontaria, ma tal perfezione può desiderarsi più che sperarsi. Ma se vogliamo che la reggia spirituale del cristianesimo, sia frequentata da persone d'ingegno, di nobiltà, di lettere, le quali abbandonino le patrie per sottoporsi al celibato o ad altri scomodi della vita ecclesiastica, bisogna possano sperare onori e stipendj. Perocchè Roma non è Corte di Romani natii, bensì d'ecclesiastici congregativi per elezione da varj paesi del cristianesimo. I giudici de' tribunali, i magistrati, i governatori, i nunzj sono scelti da tutti i paesi, sicchè a tutti sono comuni gli onori, le ricchezze, i vantaggi della Corte pontifizia».

Troppo ci darà a dire Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria, mandato nunzio in Germania. Nel 1536 vi andava il cardinale Morone milanese, e il papa gli raccomandava di pagare tutto e non lasciare debiti alle osterie, non isfoggiare lusso, visitare le chiese senza fasto nè ipocrisia, presentare nella sua persona la riforma romana: prevedeva che Lutero e Melantone non vorrebbero mai fare una ritrattazione: pure manderebbe una formola che non gli offendesse, stesa da persone savie e rispettabili.

Ma Lutero di buon'ora rese impossibile ogni accordo, proclamando ricisamente la condanna d'ogni tradizione ecclesiastica, d'ogni autorità della Chiesa; e sulle attinenze dell'uomo con Dio piantando un dogma, ch'egli stesso diceva sconosciuto alla Chiesa dagli apostoli in poi. Non chiedevasi dunque, come nelle licenziosità precedenti, che la Chiesa si riformasse nel capo e nelle membra, ma che s'annichilasse da sè; all'adorazione e al sacrifizio surrogasse la predica; sfasciasse l'organamento che teneva riuniti tutti i popoli[404]. Anche allora il papa dovea rispondere la parola più grande che siasi udita nel secolo di universale vacillamento, qual è il nostro: _Non possumus_; ma quella negazione potea formularsi colle parole che il De Maistre scriveva ad una Ginevrina: «Noi non possiamo fare un passo verso di voi; ma se volete venire a noi, noi spianeremo la via a nostre spese».

E già da particolari negazioni si era asceso a canoni generali: e principalmente al dogma della giustificazione. Nel Vangelo, Cristo dice all'adultera: «Va in pace e non peccar più»; dice al giovane: «Se vuoi conseguire la vita eterna, osserva i miei precetti»; Cristo accettò l'amore e il pentimento della Maddalena; accettò la buona volontà dell'operajo che arrivò all'ultima ora. Sempre insomma si vede che, nell'effettuare la giustificazione del peccatore, la volontà dell'uomo coopera alla Grazia, e ne conseguita una nuova vita, giusta l'osservanza della legge divina, e il produrre opere meritorie. Che se Paolo, nella lettera ai Romani, insiste che l'uomo viene giustificato non per le opere della legge, ma per la fede, intende degli Ebrei, i quali, per repudiare la necessità d'un redentore, asserivano che, mediante la legge e le opere da questa prescritte, uno possa colle sole forze umane divenire giusto e accetto a Dio. Contro di essi pertanto scrive che l'uomo viene giustificato non dalle opere della legge mosaica, ma dalla fede, cioè dalla credenza in Cristo. In niun luogo però dice che la _sola_ fede giustifichi senza le opere[405]: bensì valere in Cristo quella fede che opera per la carità[406].

Da ciò i Cattolici dedussero che della giustificazione (la quale è inerente all'anima, la tramuta, e porta il rinnovamento dell'uomo interiore) sono costitutivi necessarj la fede e le opere, e che si può perderla con nuovi peccati. I Protestanti all'incontro insegnano che essa non è se non la giustizia di Cristo, applicata a noi in modo, che le colpe, pur durando nell'anima, non ci possono essere imputate: ad ottenerla basta si creda che, pei meriti di Cristo, ci sono rimessi i peccati; non vi si richiedono opere buone, conciliabili con sentimenti cattivi, e non si può perderla più.

Da entrambe le parti i disputanti fondavansi su quel passo di san Paolo ed altri consimili; neppure tutti i Padri del Concilio tridentino caddero d'accordo sulla differenza tra la fede che giustifica, e le opere che non giustificano ma sono effetti della giustizia; e solo vi fu proferito che «la fede è il principio della umana salute, il fondamento e la radice della giustificazione, nè senza di essa è possibile piacere a Dio, ed entrare nel consorzio de' suoi figliuoli»[407]. E spiegossi poi che, non la legge de' Giudei nè le opere dei Pagani han valore, bensì la fede, che opera per la carità, che è informata dall'amore; giacchè senza le opere la fede è morta[408].

Lutero prorompeva: «Quando questi pazzi sofisti insegnano che la fede dee ricevere dalla carità il suo modo, la sua forma, delirano mostruosamente: la fede giustificante è la fiducia d'essere rientrati nella grazia di Dio, e aver ottenuto il perdono de' peccati pei meriti del Salvatore». E Melantone definisce più preciso: «La fede è un'assoluta confidenza nella divina misericordia, senza riguardo alle nostre azioni buone o malvagie».

Dunque l'uomo non può perdere la salute per qualsiasi peccato, e nemmeno volendolo, purchè non gli venga meno la fede nelle promesse di Dio[409].

Alla negazione della vera dottrina intorno alla giustificazione tenne dappresso quella del Sagrifizio; e come per la prima i Protestanti misuravano della lettera di Paolo ai Romani, così per la seconda appoggiaronsi alla lettera di lui intitolata agli Ebrei.

In questa vuol egli insegnarci che i peccatori non potevano evitare la morte se non surrogando chi morisse per loro. Finchè sostituirono sagrifizj d'animali, non faceano che attestare di meritar la morte: e poichè la giustizia divina non potea rimanerne soddisfatta, ricominciavasi ogni giorno l'olocausto inadeguato. Dopo che Gesù Cristo morì pei peccatori, Dio soddisfatto non aveva più ad esigere altro prezzo del nostro riscatto. Non occorre dunque sacrificare altre vittime dopo Cristo, e Cristo medesimo non dev'essere sagrificato che una sola volta.

I Protestanti inducevano da ciò l'inutilità di ripetere il sagrifizio della Messa. Ma la Chiesa non ritrae il suo linguaggio da un passo isolato, e in quell'epistola san Paolo intende soltanto spiegare la perfezione del sagrifizio della Croce, e non già escludere i varj mezzi che Dio ci ha dati per applicarlo. Or la parola _offrire_ spesso nelle sacre scritture indica presentare; onde la Chiesa non dice che Gesù Cristo si rifaccia vittima attuale nell'eucaristia, ma che si offre a Dio, comparendo per noi al suo cospetto[410]. Gesù Cristo una volta si immolò vittima della giustizia di Dio; ma non cessa d'offrirsi per noi; e la perfezione di quel sagrifizio consiste in ciò, che ad esso si riferisce tutto quanto lo precede come preparamento, o lo segue come consumazione e applicazione. Il prezzo del nostro riscatto non si ripete, essendo perfetto la prima volta; ma continua ciò che applica a noi quella redenzione.

Ora il sacramento dell'altare è centro di tutto il culto, è la comunione intima dell'uomo con Dio: onde il mistero della fede completa la ragione; l'ordine sopranaturale serve di pienezza all'ordine naturale. Il nostro intelletto debole li distingue; in realtà si continuano l'un l'altro; objettivamente si confondono nello stesso vero: ed anzichè esser contradditorj, nè tampoco diversi sono. Al Cristiano bisogna sempre combattere, e perciò bisogna rinnovar sempre le forze alla fonte eterna del vero, del bello, del buono.

E fu attorno a quest'epistola e a quella ai Romani che si moltiplicarono spiegazioni e quistioni esegetiche sulla fede, sulle buone opere, sulla grazia, sul libero arbitrio, sulla predestinazione, sulla vocazione, sulla glorificazione: e i punti non essendo a quel tempo ancora decisi, molti fermaronsi in giudizj diversi da quelli che poi furono sanzionati.

Pure al tirare de' conti tutto riduceasi alla suprema quistione dell'autorità della Chiesa, o dell'esame individuale.

Chi legge in san Paolo che _l'ossequio nostro dev'essere ragionevole_, capisce ch'è una trivialità il ripetere che i Cattolici escludono l'esame in materia di religione. Cristo disse: «Scrutate le Scritture, e vedete come rendono testimonianza di me»; cioè impose un esame d'adesione. Unico è il motivo della fede; moltissimi i motivi di credibilità; e v'è tante dimostrazioni della verità della fede, quanti motivi di credibilità. Non vi è dono di Dio che l'uomo non deva attuare colle proprie forze, e da sant'Agostino fino a noi si chiamò prodromo della fede l'esposizione delle pruove della rivelazione e dell'autorità della Chiesa. La qual fede ha per motivo immediato la veracità di Dio, e per regola l'autorità della Chiesa, ma suppone titoli ragionevoli. Quando so che Dio ha parlato, che stabilì per sua interprete la Chiesa, più non posso discutere la parola di Dio contrariamente alle definizioni di quella, nè darle il senso che voglio; bensì posso rendermi conto della fede che professo o, per quei che non credono, ponderare secondo la critica e l'argomentazione se realmente Iddio ci rivelò la sua legge, e se stabilì un'autorità regolatrice della fede. Queste pajonmi dottrine elementari e universalissime, lontane così dalla fede ciecamente passiva come dal razionalismo, che esagera i diritti della ragione costituendola giudice della parola di Dio, e confonde la luce soprannaturale della rivelazione colla naturale dell'intelligenza umana.

Il problema dell'umana destinazione, della riunione misteriosa della natura umana che espia e della divina che perdona, è supremo; eppure la ragione è incompetente a darne soluzione adeguata, e perciò si richiedea la rivelazione divina: la parola umana è insufficiente a trasmettere la fede, e per ciò si richiede la Chiesa viva che la interpreti. Ne' suoi dettati non troviamo nè assurdità, nè contraddizione: il cristianesimo è fuor del dominio della semplice ragione: le verità d'ordine geometrico mal vorrebbonsi applicare ai dati del sentimento e dell'immaginazione, che pur sono legittimi quanto quelli dell'intelletto: vi manca la evidenza matematica, perocchè allora non sarebbe più fede nè dono di Dio.

Il Cattolico sa che la Chiesa, istituita per applicare i meriti dell'Uomo Dio all'umanità in generale e a ciascun uomo in particolare, operar la santificazione del genere umano, che in essa e per essa unicamente è possibile, ha sola il dono sopranaturale di conoscere infallibilmente la verità rivelata, e perciò china la sua intelligenza per adottare ciò che è prescritto come bontà e verità. Sa che la libertà è la potenza d'eseguire le proprie leggi: e che per farle abbisogna ch'essa possieda la certezza di queste, nè tale certezza può darsi senza l'infallibilità. Le decisioni della Chiesa vincolano la nostra libertà, come la stella polare vincola il pilota. O forse l'uomo cessa d'esser libero perchè è credente, perchè virtuoso? Se c'è libertà nell'uomo, vale a dire facoltà di far il bene e compier la sua destinazione, mentre ha la possibilità di far il male, dev'esserci un'infallibilità che lo renda sicuro nel suo operare.