Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 36

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Leon X, uscitegli invano le promesse e le minacce, non ottenuto dai principi che gli consegnassero Lutero, emana una bolla del 9 novembre 1518, ove dichiara legittime le indulgenze; e che esso, come successore di san Pietro e vicario di Cristo, aveva autorità di concederle. Lutero se n'appella al Concilio, e ricorrendo a frasi simpatiche, parla della schiavitù di Babilonia, della libertà cristiana: _vindicemus communem libertatem, liberemus oppressam patriam_, è il motto che dà a' suoi Tedeschi. I quali presero a riguardare la resistenza come una liberazione dalla tirannide italiana, e ripeteano le invettive che Hutten avventava al papa: «Sei tu che hai dilapidato la Germania: sempre il vangelo a te spiacque, o tiranno; tu ingojasti la Germania, tu la rivomiterai, coll'ajuto di Dio. Tu hai ciuffato, estorto il nostro denaro: cos'è che tu chiami la libertà della Chiesa? La facoltà di derubarci. Non v'ha che te di eretico, Leone X, tu divenisti vero leone e vorresti divorarci; non dimenticarti che il mio paese nutrisce altri leoni contro di te, se non bastano le tre aquile: Leone....»; il resto la creanza ci interdice di trascriverlo.

In fatto, sotto la specie di libertà religiosa, intendevasi libertà politica, del resto connesse fra loro. E gran bisogno sentivasene in Germania, ove ancora l'imperatore dipendeva dal papa; i baroni dipendeano dall'imperatore; gli uomini gregarj dipendeano dai baroni; alla gleba era legata la gentuccia e a servizj di corpo; libertà, libertà, ripeteasi dunque dapertutto, e tal voce era compresa anche dalla plebe. La nazionale avversione contro quanto stava di qua dall'Alpi trovava pascolo in questa guerra di nuovo conio, e che non cagionava nè spese, nè pericoli, nè spostamento d'abitudini; laonde i Tedeschi s'affezionano al nuovo Erminio che muove guerra implacabile agli Italiani, abisso di vizj e culmine d'orgoglio; declamano contro malignità e finezze a cui essi non arrivano; contro la gaja cultura, da cui si trovano tanto lontani; contro questi Italiani da cui erano stati impediti, di soggiogare l'intera Europa; e ai quali Lutero portava ora colla penna tanti danni, quanti già i Barbari colle armi.

Inoltre Lutero parla tedesco, e il tedesco vulgare, quando il più de' predicatori, e tutti quelli mandati da Roma usavano il latino; e possedendo se alcun altri mai il linguaggio popolare e quel dell'ingiuria e del riso, tanto efficace in tempi commossi, egli «va, viene, spezza, brucia le siepi che non può oltrepassare, precipita come un sasso dalla vetta, travalica monti e valli come il diavolo», che sì spesso egli invocava e adoperava.

E nel suo proclama _alla nobiltà cristiana di Germania_, la ingelosiva delle progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la sua nazione, e «Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma, dammi ben ascolto: tu non sei il maggior santo, no, ma il maggior peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta dell'inferno.... Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato a te; noi non siamo più che gli schiavi de' sacri tiranni; a te il titolo, a te il nome, a te le armi dell'impero; al papa i tesori e la potenza di esso; il papa pappa il grano, a noi la buccia».

Ma il potere che vien offerto dalla rivoluzione, non talenta a principi che abbiano senno; e Massimiliano imperatore, più vicino all'incendio, ne conobbe la gravezza, e sollecitò Leone a citar Lutero al suo soglio. Lutero, mentre riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procacciato appoggi terreni, e mercè dell'elettore di Sassonia impetrò che il papa deputasse uno ad esaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De Vio, detto poi il cardinale Cajetano, perchè nato a Gaeta il 1469. Di buon'ora s'era egli salvato dal mondo vestendosi domenicano; lesse arti a Padova, e oltre sapere tutto a mente san Tommaso, ne imitava il modo d'argomentare, unendo cioè la dialettica d'Aristotele coll'ispirazione di Platone. Perciò correasi ad ascoltarlo, ma egli fuggiva i rumori, e s'ascose per sottrarsi a un trionfo in quell'università. Pure spesso interveniva alle dispute filosofiche e religiose, che molto costumavansi allora, e singolarmente in una del capitolo generale del suo Ordine a Ferrara, in presenza del duca e del senato, combattendo Giovanni Pico della Mirandola. Al conciliabolo di Pisa dal pulpito sfolgorò il cardinale Carvajal, e gli altri motori dello scisma, e compose un trattato sull'autorità del papa, sostenendone la supremazia monarchica sul concilio. Aveva anche pubblicato un'opera sulle indulgenze, lodata da Erasmo come di quelle che _rem illustrant, non excitant tumultum_, dove conferma l'efficacia di esse non solo nella remissione della pena _ut est debita ex vinculo ecclesiæ_, ma anche della pena _ut est debita ex vinculo divinæ justitiæ_: distinse i meriti di Gesù Cristo e de' santi, e l'applicazione di essi per _modo di assoluzione e per modo di suffragio_.

Fatto vescovo di Gaeta, poi cardinale da Leon X, si mostrò attivissimo nell'eccitare la Germania, la Scandinavia, l'Ungheria contro i Turchi: in Boemia represse le reliquie degli Ussiti; dimostrò come a torto si tacciasse d'avarizia la Chiesa romana per le decime, atteso l'uso che ne faceva; più tardi Clemente VII, udendo ch'egli era assalito dai saccheggiatori di Roma, mandò a supplicare per lui, acciocchè non s'estinguesse un tal lume della Chiesa. L'insigne teologo Michele Cano dice: «Io l'ebbi sempre in gratissima stima, e altamente giovò alla Chiesa, e poteva esser pari ai sommi edificatori di questa, se la dottrina sua non avesse macchiata di certa qual lebbra, e o per curiosità, o per sottigliezza d'ingegno non avesse esposte le sacre lettere piuttosto ad arbitrio suo, quasi sempre felicissimamente, ma in varj luoghi più acutamente che felicemente. Poco tenace dell'antica tradizione, nè molto versato nella lettura dei santi Padri, non volle apprender i misteri del libro suggellato da quelli che, non a proprio senso, ma secondo la tradizione dei maggiori, cioè la vera, apersero la chiave del verbo di Dio. Avendo scritto molte cose eccellenti, da ultimo con alcune nuove sposizioni della Scrittura scemò autorità a ciò che avea detto pensatissimamente»[361].

A torto dunque si imputa Leone X d'avere scelto un debole avversario a Lutero. Questi propose una disputa pubblica in Augusta, ravvisando quanto vantaggio trarrebbe dal chiamare le turbe a giudici in punti positivi, fondati sull'autorità. Ricusato, Lutero tergiversa, vuol discutere, ringrazia il Cajetano d'avere usata carità con lui, che pur s'era mostrato violento, ostile, insolente verso il nome del papa, ma il Cajetano riduce la quistione ai veri e finali suoi termini, cioè l'obbedienza assoluta alla Chiesa come unica autorevole in materia di fede: «Il papa ripruova le vostre proposizioni: voi dovete sottomettervi. Il volete o no?» E Lutero ricusa l'incondizionata sommessione, e sostiene che anche ad un laico armato di autorità devesi credere più che al papa, che al Concilio, che alla Chiesa stessa.

Leone approvò l'operato dai distributori delle bolle d'indulgenze, e dichiarò eretico Lutero. Il quale al papa scrisse in tono di canzonella, compassionandolo come un agnello fra lupi, e ricantando tutte le abominazioni che di Roma si dicevano. «Gran peccato, o buon Leone, che tu sia divenuto papa in tempi ove nol potrebb'essere che il demonio. Deh fossi tu vissuto su qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè cercare un onore, solo degno di Giuda e de' pari suoi, da Dio rejetti».

Leone allora abbandonata la longanimità, scagliò la scomunica il 15 giugno 1520 in una Bolla studiosissimamente elaborata da Pietro Accolti cardinale d'Ancona. Invocato Cristo a sorgere in ajuto della Chiesa sua in tanto bisogno; e san Pietro a prendere cura di questa che gli era stata affidata da Cristo; e san Paolo, che, sebbene avesse giudicato necessarie le eresie per provare i buoni, trovasse conveniente estinguerle al nascere; e tutti i santi e la Chiesa universale perchè intercedessero appo Dio onde cessasse questa contaminazione, diceasi come molti errori, già condannati ne' Greci e ne' Boemi, alcuni asserti ereticali, altri falsi e scandalosi, si seminassero ora in quella Germania, che sempre fu cara a' pontefici, i quali da essa, dopo la traslazione dell'impero dall'Oriente in Occidente, sempre aveano chiesto i difensori.

Qui recita quarantun articolo intorno al peccato originale, alla penitenza, alla remissione de' peccati, alla comunione, alle indulgenze, alla scomunica, alla potestà dei papi, all'autorità de' concilj, alle buone opere, al libero arbitrio, al purgatorio, alla mendicità: tutti opposti alla carità, alla riverenza dovuta alla romana Chiesa, all'obbedienza che è nerbo della disciplina ecclesiastica. Dopo fattone diligente scrutinio con cardinali e capi d'Ordini regolari, e teologi e dottori, li condanna e ripruova come ereticali, scandalosi, falsi, contrarj alla cattolica verità; proibisce sotto pena di scomunica il tenerli, difenderli, favorirli, predicarli. E poichè quelli sono asseriti ne' libri di frà Martino, condanna questi e chiunque li serba o legge, volendo siano abbruciati. Martino, più volte ammonito e citato con promessa di sicurezza, se fosse ito non avrebbe trovato nella Corte tanti falli quanti spacciava, e il papa l'avrebbe chiarito che i suoi predecessori mai non errarono nelle loro costituzioni. Ma avendo sostenuto un anno intero le censure, e fatto appello al Concilio (locchè era proibito da Pio II e Giulio II) poteva il papa procedere a condannarlo; eppure, scordate le ingiurie, voleva ancora ammonirlo a desistere dagli errori, e fra sessanta giorni revocarli e bruciare i libri: altrimenti lui e suoi sostenitori dichiara pertinaci e notorj eretici: deva ognuno prenderli e consegnarli, o almeno scacciarli, dichiarando interdetti i luoghi ove dimorassero.

Questa bolla ammiravano alcuni come un modello di latinità, di scienza, di diplomazia; altri la criticavano come soverchiamente lunga; e che vi s'adoprasse stile di curia, anzichè i pronunziati scritturali; e che le quarantuna proposizioni vi si dichiarassero cumulativamente ereticali o scandalose o false, anzichè specificare le singole.

Lutero, imitando quel che il Savonarola avea fatto co' libri immorali, davanti agli studenti di Wittenberg brucia le Decretali, la Somma di san Tommaso, gli scritti avversi, e la Bolla, dicendo: «Oh potessi fare altrettanto del papa, il quale conturbò il santo del Signore»; e gittata la cocolla, sposa Caterina Bore smonacata, cangia forma al culto, e mentre Leone persiste a chiamarlo a penitenza, pubblica il trattato della _Libertà cristiana_.

Egli non aveva un programma prestabilito e compiuto, come non l'ha verun novatore; procedeva a tentone, come chi fra il bujo si orizzonta a poco a poco, e trae conseguenze dalla primaria quistione. E la quistione suprema era: «L'uomo decaduto in qual maniera può mettersi in unione con Cristo, e partecipare del frutto della redenzione?» Svolgendolo, arriva al suo canone fondamentale, la giustificazione pei soli meriti di Cristo; donde qual corollario derivano il servo arbitrio e la predestinazione.

Tutto l'edifizio sacerdotale si compagina sulla credenza che le buone opere ci meritino la salute; Lutero, volendo demolirlo, nega che l'uomo possa cooperare alla propria salvezza; _sola la fede ci salva_, è scritto nel Vangelo; noi siamo corruzione e peccato, sicchè nulla possiamo se non quel che ci è _dato dal nostro divin Salvatore_, nè merito avvi o giustizia se non in esso; onde sono inutili, anzi nocevoli alla salute le buone opere dell'uomo, il quale non è libero della sua volontà più che nol sia la sega in man del legnajuolo; è pelagianismo il credere che l'uomo meriti la Salute, mentre la merita il solo Gesù Cristo. Che penitenze? Che sacramenti? Che suffragi pei morti, o altre opere satisfattorie? Il male è condizione d'ogni uomo finito; cioè il sentimento del peccato non può essere divelto da nessuna coscienza finita. Il cristiano non può raggiungere la pace se non coll'elevare lo spirito all'infinito, alla considerazione della bontà di Dio. Allora alla libertà morale annichilata si surroga la libertà cristiana; questa significa affrancamento dalla legge morale, che non si riferisce se non al mondo finito; nè ammette applicazioni a ciò che è perpetuo.

Se la fede è non solo un dono gratuito, ma una specie di forza che costringe l'assenso, mentre l'uomo, corrotto radicalmente, è incapace di ogni libertà, fino quella di desiderare e scegliere il bene, egli non coopera a un atto di fede, e la Grazia opera in esso non solo avanti, ma senza della libertà; laonde fede e libertà si escludono. Pe' Cattolici invece il libero arbitrio suppone la facoltà non di meritare la Grazia divina, ma di assentirvi o no, sicchè l'atto di fede è un atto di volontà: _credere in voluntate credentium consistit_, dice san Tommaso: si conoscono grazie che provocano, che eccitano, che attraggono la libertà, ma nessuna che la costringa o la sopprima.

Colla giustificazione al modo di Lutero, cioè se l'uomo diviene giusto pei soli meriti di Cristo, a lui applicati per mezzo della fede, è tolto via tutto quanto s'interpone fra Cristo giustificatore e il fedele giustificato; cioè tutta l'azione intermedia della Chiesa sull'uomo. Per tal modo, dalla negazione della libertà metafisica egli deduce la libertà ecclesiastica.

Se ogni uomo è guidato da Dio, che bisogno ha più d'autorità umana? Che bisogno di espiazione se i fedeli divengono di colpo perfetti mediante i meriti di Cristo? Basta eccitare la fede mediante la predicazione del vangelo; se i Cristiani credono, eccoli santi; se no, vanno perduti senza avere subìto la noja di confessioni, di digiuni, di scomuniche. Il culto esterno è inutile, bastando la fiducia in Dio; sicchè ogni Cristiano è sacerdote, e la gerarchia fu costituita solo per ambizione d'alcuni, per ignoranza servile dei più, a scapito della libertà dei figliuoli di Dio. Manca la ragione della progressiva educazione di esso alla santità; e la Chiesa, coi vescovi, col papa, coi sacramenti inalterabili non solo, ma cogli Ordini monastici, colle penitenze, le indulgenze e tutto l'organamento esteriore, modificabile secondo i tempi, diviene un assurdo, un effetto di pregiudizj e di cupidigie.

Ma se ci manca il libero arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi comandamenti? Lutero non esita a rispondere, che fu per provare agli uomini l'impotenza della loro volontà, beffandoli coll'ingiungere cose, ad osservare le quali non hanno forza[362]. Pecchiamo pure, pecchiamo fortemente; uccidessimo, fornicassimo cento volte il giorno; non serve, purchè crediamo alle dovizie dell'agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo[363]. Questa negazione del cooperamento dell'uomo fu intitolato Vangelo, e nemico al Vangelo si disse chiunque sosteneva il contrario.

Noi insistiamo sopra Lutero perchè una dottrina religiosa dev'essere giudicata alla sua sorgente e in ciò che ha di originale e primitivo: e perchè egli è il vero fondatore del protestantismo, avendo aperto una via propria coll'eriger la ragione individuale al posto di Cristo, che solo rappresenta l'umanità redenta e che non comunicò tal privilegio se non alla sua Chiesa. Le ragioni speciali che lo condussero a formulare il suo sistema, le prospettive generali del suo edifizio, le sue pruove dedotte dalla ragione e dalle opinioni, si riproducono nella interminabile figliolanza, per quanto sembri discorde; nè le passioni dell'anima sua possono separarsi dalle sue credenze.

Come si disse che Dio è l'unico autore della nostra santificazione, così, abolendo ancora ogni intervento della Chiesa fra il credente e la sacra scrittura, si disse che questa è unica sorgente, unica regola e giudice della fede. Nè l'intelligenza del santo libro è studio solo di filologia e storia, ma ispirazione divina; giacchè lo spirito pone la verità ne' nostri cuori. Confondeasi così il lettore della Bibbia colla Bibbia stessa, quasi non sia diverso il leggere uno scritto infallibile, ed essere infallibile nell'interpretarlo. Con ciò Lutero rendeva superfluo un magistero per l'istruzione cristiana e per conservare la tradizione. La Chiesa non è infallibile, e può discordare dalla parola divina. Questa vuole essere interpretata dai singoli con sincerità e invocando lo Spirito Santo; solo in quella vuolsi avere fede, non badando a Padri o ai Concilj, ma al testo qual è da ciascuno interpretato.

Con questo criterio, Lutero vi leggeva, che Iddio è unico autore del bene come del male; che i sacramenti dispongono alla salute, ma non la conferiscono; che nella santa cena è presente Cristo, ma non transustanziato; che il ministro è un uomo in nulla diverso dagli altri, e in conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersene per voti e rigori; che la giurisdizione religiosa spetta intera ai vescovi, eguali tra loro sotto Cristo, che n'è il capo, e scelti dai principi. Nei due Testamenti, e nei quattro primi Concilj non si parla di purgatorio, d'indulgenze, di voti monastici, d'invocazione de' santi, di suffragi: dunque non si devono accettare. L'Ordine non è sacramento: Dio consacra interiormente l'intelligenza di tutti.

Insomma per abbattere l'autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire la fonte delle ricchezze e della potestà del papa e dei preti, togliea la distinzione di spirituale e temporale, d'ogni laico faceva un sacerdote, dandogli la Bibbia e «Interpretala come Dio t'ispira».

Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo essa erasi voltata dall'ebraico e dal greco in latino[364], e sant'Agostino dice che ne correvano innumerevoli traduzioni, perchè, chiunque sapesse di greco, metteasi a farne una; onde s'aveano, a detta di san Girolamo, _tot exemplaria quot codices_; ma da noi preferivasi la itala. Era anche discussa, e Tertulliano scriveva nel libro delle Prescrizioni: «Gli eretici ripudiano i libri della Scrittura che a loro sconvengono; gli altri interpretano a loro fantasia; non si fanno scrupolo di cambiare il senso nelle loro versioni: per acquistare un proselito gli annunziano ch'è necessità esaminare tutto, cercare la verità in se stessa: acquistato che l'abbiano, non soffrono più ch'e' li contraddica: lusingano le donne e gl'ignoranti col farli credere che ben presto ne sapranno meglio dei dottori; declamano contro la corruzione del clero e della Chiesa; hanno discorsi vani, arroganti, pieni di fiele: camminano dietro a tutte le passioni umane».

Questo scriveasi avanti il secolo II, non nel XV o nel XIX: tant'è vero che l'età nostra ci pare talvolta straordinaria sol perchè viviamo in quella, non nelle altre. Ulfila tradusse la Bibbia pei Goti, altri per gli altri popoli che si convertivano, nè forse v'è lingua che non ne possedesse versioni anteriori alla Riforma. La Biblioteca Imperiale di Parigi possiede ottomila ottocenventitrè Bibbie in sesto grande; novemila trecentottanta in medio; diecimila quattrocendicianove in piccolo; oltre trentasettemila quattrocentottantaquattro codici di alcune parti; e tutti, o la massima parte anteriori alla stampa. Nella Germania stessa noverano almeno sedici traduzioni nella lingua letteraria e cinque nella popolare, anteriori a Lutero[365].

Restringendoci all'Italia, il latino vi era conosciuto da chiunque sapesse leggere: pure Giambattista Tavelli di Fusignano avea fatto una traduzione vulgare della Bibbia a istanza d'una sorella di Eugenio IV; un'altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova; quella di Nicolò Malermi o Manerbi frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471, _in kalende agosto_. _In kalende octobrio_ è iscritta un'altra che pare dell'anno stesso, e alcuno dubitò essere quella del Varagine, ma certamente è lavoro più antico, e di veneziano, malgrado i toscanesimi[366]. Esso Malermi nel prologo dice che «già per passati tempi è stato traducto esso magno volume della Bibbia in volgare et in lingua materna», ma con grandi errori e mancamenti, atteso i quali egli ripigliò il lavoro. E fu stampato trentatrè volte, di cui nove innanzi la fine del secolo, e cinque di esse a Venezia[367]. Nel 1472 si stamparono pure a Venezia per Cristoforo Arnoldo _Le epistole e gli evangeli che si leggono in tutto l'anno nella messa_, vulgarizzamento toscano, più volte riprodotto in quel secolo, il che attesta come si leggessero dal pubblico; nel 1486 si produssero _Li quattro volumini degli evangeli, volgarizzati da frate Guido, con le loro esposizioni facte per frate Simone da Cascia_. Ora appunto si stampa una Bibbia che credesi tradotta dal Cavalca[368].

È una delle rarità bibliografiche l'opera in-folio stampata a Venezia il 1512, per Zuane Antonio e fradeli da Sabio, col titolo _Epistole, evangelii volgari historiadi_, di cui alcune tavole sono intagliate in legno da Marcantonio Raimondi.

La biblioteca di Siena possiede un Vecchio Testamento in italiano, appartenuto ad una confraternita, che nelle adunanze festive ne leggeva alcuni brani. Altre versioni intere o di parti ha la Magliabecchiana di Firenze, che già furono di Santa Maria Novella, altre la Ricardiana, la Laurenziana, e due la imperiale di Parigi.

Anzi Jacobo Passavanti, nello _Specchio di penitenza_, si lagna che i traduttori della sacra scrittura «la avviliscono in molte maniere, e quali con parlar mozzo la troncano, come i Francesi e i Provenzali; quali con lo scuro linguaggio l'offuscano, come i Tedeschi, Ungheri e Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola la dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali con l'accento aspro l'irruginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana l'arrozziscono; e alquanti, meno male degli altri come sono i Toscani, malmenandola troppo la insucidano e abbruniscono, tra' quali i Fiorentini con vocaboli squarciati e smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola e facendola rincrescevole, la intorbidano e rimescolano, con _occi e poscia, aguale, pur dianzi, mai, pur sì e berretteggiate_».

Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto. L'ascetico autore dell'_Imitazione di Cristo_ non vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta». Alfonso d'Aragona re di Sicilia avea letto quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e la citava ogni tratto.

E lettura assidua ne faceva il Savonarola, come appare dalle postille che caricano le Bibbie che gli appartennero, o che (noi supponiamo) gli erano date da' suoi devoti perchè le impreziosisse con sue annotazioni. Egli poi ne' sermoni e negli opuscoli, ne faceva l'interpretazione spirituale, la morale, l'allegorica, l'anagogica. A cagion d'esempio, «Dio creò il cielo e la terra», oltre il senso letterale, ha il senso spirituale di creazione dell'anima e del corpo; il senso morale vorrà indicare la ragione e l'istinto; il senso allegorico o riguarda la Chiesa ebraica, e cielo e terra significheranno Adamo ed Eva, sole e terra significheranno il gran sacerdote e il re; o risguarda la Chiesa cattolica, e significheranno il popolo eletto e i Gentili, il papa e l'imperatore. Il senso anagogico si riporta alla Chiesa trionfante, sicchè cielo, terra, sole, luna, stelle significheranno gli angeli, gli uomini, Cristo, la Vergine, i beati, e così via[369].