Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 37

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Egli vedeva però che per tal uopo occorre conoscere bene la lingua e la storia, avere molta famigliarità colla Bibbia, non urtare le opinioni della Chiesa romana, non trascinare i sensi a fini nostri particolari, per non mettere il nostro intelletto in luogo della parola divina, e lasciarsi guidare dalla Grazia divina, meritandola colla purità del cuore, col lungo esercizio della carità, coll'elevarsi sopra le cose terrene. Buoni avvertimenti, ch'egli ripeteva ogni tratto a se stesso onde tenersi in guardia; pure in fatto nella Bibbia trovava spesso i pensieri suoi, le sue speranze, l'allusione alle cose pubbliche e private, grandi e piccole, e le sue visioni e profezie.

Non per questo vogliamo negare che lo studio della sacra scrittura fosse negletto. Un frate esemplarissimo e d'eccellenti intenzioni, al Savonarola ancora novizio dimandava che servisse leggere il Testamento Vecchio, e qual frutto si raccolga da avvenimenti di tanti secoli fa[370]. In fatti il paese nostro e il tempo erano cattolici, nè occorrevano controversie con eterodossi; laonde la Bibbia era piuttosto serbata come un repertorio pei predicatori. Tutte le feste della Chiesa si riferiscono ai fasti di Cristo e alla ricordanza delle persone che più rifulgono nella storia di essa: onde il parroco, spiegando il vangelo, non ha bisogno di discutere verità, che non sono poste in controversia. La scarsità dei libri facea volgere più volentieri a catene, a compendj, a concordanze di autori che aveano scritto sulla Bibbia, e delle cui asserzioni si fiancheggiavano: e come per la medicina adopravasi la _Somma_ di Taddeo e per la giurisprudenza quella di Azzone, così per la teologia si ricorreva alle _Sentenze_ di Pietro Lombardo, alla _Somma_ di san Tommaso e ad altre, prestandovi fiducia illimitata, come avviene delle materie non discusse, e tenendosi dispensati dall'esaminare nè la natura per le materie fisiche, nè i testi per le morali, limitandosi ad applicarli con argomentazione sottile; affare di logica e nulla più. I predicatori, allora come oggidì, spesso ne alteravano il senso, e per trarne edificazione amplificavano, esageravano i testi, oltrepassando i limiti del vero; o per lo meno obbligati a fare un discorso a tempi fissi, non han tempo di stare a esaminare colla filologia e coll'esegesi la lezione del vangelo corrente; l'accettano come i più, o come essi stessi lo presero, fino violentando la lettera per acconciarla al loro intento morale.

Pure non mancava chi la Bibbia commentasse. Pantaleone Giustiniani, che fu frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, e intervenne al Concilio lateranese, e sapea greco, ebraico, arabo, caldeo, e fu adoprato da Francesco I a stabilire nell'università di Parigi l'insegnamento delle lingue orientali, deliberato a pubblicare la Bibbia in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal Salterio, dedicato a Leone X il 1516, in otto colonne, una col testo ebraico, le altre con sei interpretazioni e colle note; ma di duemila esemplari in carta e cinquanta in pergamena, appena un quarto trovò compratori; il resto naufragò con lui. L'università di Alcala in Spagna, fondata dal cardinale Ximenes, pubblicò la prima Bibbia poliglotta, dedicata a Leone X. Sante Pagnini lucchese, autore del _Thesaurus linguæ sanctæ_, opera mirabile per tempi sì scarsi di mezzi, e che neppure oggi troverebbe chi osasse rifarla, compì una nuova traduzione latina della Bibbia; Leone X ne pagò la stampa, che, morto lui, fu pubblicata a Lione nel 1527. Il padre Spirito Rotier, inquisitore a Tolosa, passava da Lione nell'agosto 1541, e sentendo sonare a morto tutte le compane, e vedendo trecento uomini abbrunati accompagnare una bara fra tutto il popolo accorso, domandò chi fosse morto, e gli fu detto, Sante Pagnini, un buon domenicano da Lucca, di settantun anno, la cui voce e l'esempio avea tenuto lontane le innovazioni luterane; che aveva istituito un ricovero pei facchini, e indotto la città a fondare una leproseria, massime coi doni dei ricchi mercanti fiorentini, e ogni giorno facea questue a favore de' poveri[371]. La sua Bibbia, lodatissima da Huet e Touron, è criticata acerbamente da Richard Simon; ma qui non è quistione del merito, bensì del fatto. Il cardinale Adriano di Corneto, adoprato in nunziature ed alti uffizj, sbandito da Giulio II e da Leone X, dirige a Carlo V un trattato _De sermone latino_, nella cui prefazione racconta come egli erasi accinto a voltare dall'ebraico in latino il Vecchio Testamento; ma avendo dovuto, dallo sdegno del papa, rifuggire fra le Alpi trentine, dove nessun ebreo ardisce venire per l'antica uccisione del fanciullo Simone, erasi applicato a questi studj.

E solo per l'intelligenza della Bibbia si studiava l'ebraico; e il Concilio di Vienna del 1311 stabilì che nelle Università di Oxford, Parigi, Bologna, Salamanca, e dove siede la curia romana, v'avesse due professori di lingue orientali; ordine inserito nel _Corpus juris canonici_[372]. Il primo cristiano che ne desse lezioni in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la versione latina dei Salmi, e da Leone X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. L'Italia fu la prima che stampasse ebraico: nel 1475 a Reggio di Calabria e a Pieve di Sacco nel Padovano n'erano tipografie, e subito dopo a Mantova, Ferrara, Bologna. Le sole edizioni della Bibbia ebraica in quel secolo furono: 1ª quella di Soncino cremonese nel 1488; 2ª quella del 1491 dai tipografi stessi di Soncino trasferitisi a Napoli; 3ª quella del 1494 a Brescia. Nel 1482 stampossi a Bologna il _Targum di Onkelos_, ch'è la migliore e più antica versione caldaica del Pentateuco.

I migliori codici della versione dei LXX gli abbiam in Italia, e valga per tutti il vaticano[373]. Nel secolo XV si fecero tre edizioni del _Salterio greco_: a Milano nel 1481, a Venezia nel 1486; poi da Aldo nel 1497 e 98. In Italia è la maggior raccolta di codici biblici, e la sola di Bernardo De-Rossi a Parma ne possiede settecendodici del testo ebraico: cioè più che non ne siano in tutto il resto del mondo. Meglio di cento edizioni della _Vulgata_ si fecero in Italia. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, nella stamperia fondata da Giulio II[374]. Il suddetto Pagnini cominciò a Venezia l'edizione originale del Corano[375]. Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope[376]; poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina[377]; Teseo Ambrogio dei conti d'Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un'introduzione (Pavia, 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti.

Risorta la filologia, la critica, addestrata sopra autori profani, volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza d'un nuovo acquisto, ciascuno volea cercarvi interpretazioni a suo senno. L'illustre tedesco Reuclin fece molte emende alla Vulgata; e se le menti anguste ne riceveano scandalo, Roma lo difese, tollerante fin dove non ne pericolasse l'unità della fede. Dicemmo come la traduzione di Erasmo fosse da Leone X francheggiata contro i censori. È dunque ciancia che soltanto dopo Lutero venisse divulgata la Bibbia; anzi son tanti i lavori d'esegesi sacra a quel tempo, che il protestante Mac Crie ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilare le armi che doveano trafiggerli.

Ma si ha da questo a indurre che la lettura della Bibbia abbia a diffondersi tra il vulgo?

I Protestanti, per togliere importanza al clero, proclamarono il diritto che ha ciascuno d'interpretarla; e asserirono che essa è facile, accessibile a tutti. E così? Ma tutto fra noi è autorità e tradizione, cominciando dal parlare, col quale riceviamo un'infinità di idee e di giudizj. Persino le verità fondamentali di fisica, di matematica, di giurisprudenza, di medicina pochi le attinsero alle prime sorgenti: e la pluralità non trae la scienza che dalla asserzione altrui. Che sarà poi d'una storia che in poche pagine compendia gli avvenimenti di quattromila anni, che espone l'origine e la destinazione del mondo e dell'uomo, le profezie e il loro adempimento, le costumanze pastorali e lo sfarzo delle reggie, la predica dell'apostolo, la disputa del dottore, le sentenze del savio, l'osanna della vittoria e il gemito della schiavitù? Un libro scritto la più parte in una lingua conosciuta da pochi, fedeli a una religione caduta; in uno stile che va dal più semplice racconto fin alla più sublime lirica; collo spirito di lontanissimi tempi e di civiltà diversissima, con allusioni, idiotismi, sarà egli spiegabile da qualunque lettore?

La verità divina v'è espressa colle forme del pensiero umano, colle condizioni dell'umano linguaggio, e però con tutte le condizioni di questo, coll'arte dello scrivente, le figure, l'iperbole; ora s'annunzia col mistero, ora per allusione e parabola; dirigesi all'immaginazione, al cuore, alla coscienza, non soltanto all'intelletto, a convincere il quale potrebbe dare una formola più precisa.

Quindi la varietà nell'intender le Scritture, e perciò nelle differenti versioni la Bibbia fu alterata, a seconda de' traduttori. La più antica, quella dei Settanta, è avvivata di spirito neoplatonico, e discosta dalla parafrasi caldaica, fatta per tutt'altri lettori. Differisce da entrambe la versione latina, fatta da san Girolamo, e che divenne la base di quella che la Chiesa cattolica adottò poi come vulgata. Lutero la repudiò e fece una versione tedesca pel comodo della nuova Chiesa; gli altri riformatori lo imitarono, sicchè v'ebbe Bibbia calvinista, metodista, sociniana, e via discorrete.

Più variate ancora sono le induzioni de' commentatori. Ogni errore vi trova appoggio; ogni sistema, anche filosofico. Quanti dottori, quanti libri disputarono sul vero senso di alcuni passi! Prendansi due de' principali: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»: e «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»[378]. Quanto discuterne e fuori e dentro del cattolicismo! or come mai un semplice fedele pretenderà averne raggiunta la vera significazione? Un passo di san Paolo a Timoteo eccita un'infinità di discussioni; e dà fondamento alla moderna quistione intorno alla natura della theopneustia[379]. Quella risposta tanto precisa di Cristo al giovane, _Se vuoi entrare alla vita osserva i miei comandamenti_[380], Lutero la dichiara non compresa da nessuno, perchè reca impaccio al suo sistema, e porge buon appoggio all'edifizio cattolico. Anzi, chi assicurerà che la Bibbia è ispirata, se non ce lo dica la Chiesa? Lutero stesso parte accettava, parte repudiava del testo sacro. Per esempio, l'epistola di san Giacomo sulle relazioni tra la fede e gli atti del Cristiano contrariava le opinioni sue, ed egli la dichiarò falsa, indegna, _straminea_; così d'altri libri, che dappoi i suoi seguaci hanno ammessi.

Come dunque trovarvi quella solidità incrollabile ch'è necessaria alla fede? come trarne lume al credere e all'operare? Per la sapiente distribuzione della Scrittura, molti passi di essa non possono intendersi se non confrontati con altri e col complesso; lavoro a cui non possono essere capaci se non menti profondamente esercitate. In un luogo leggiamo, _Qui credit in me habet vitam æternam_, ma in un altro, _Fides sine operibus mortua est_. Alcuni possono fin riuscire di scandalo, per esempio il Cantico de' Cantici, o le dispute di san Paolo nella epistola ai Romani sovra il prepuzio e la circoncisione e alcuni de' Proverbj[381].

Per interpretare giusto bisognerebbe sapere tutto, giacchè chi ignorasse una cosa sola può dubitare che il conoscerla modificherebbe l'opinione sua sopra le conosciute. Ora l'ortodosso non sa tutto; ma sa che quel che sa è vero, perchè glielo dice la Chiesa che tutto esaminò[382].

Fu dunque prudenza il non divulgare la Bibbia, quand'anche non sapessimo che tale era pure la sorte di tutti i libri prima che la stampa li moltiplicasse. Divulgata che fu, ognuno v'attinse quel che alla passione sua giovava: Mattia Harlem e Muncer vi trovarono il comunismo; Giovanni de Leida il rimpasto della società; Fox feroci delirj; chi la bigamia, chi l'entusiasmo, chi l'annichilamento, e tutti la fierezza dei mezzi nell'attuare i loro delirj[383]. A fronte ai quali, l'intelligenza, posta tutta sola in presenza della rivelazione biblica, mai non può tenersi sicura, e precipiterà nello scetticismo. Ma la Chiesa destina un interprete, se stessa, o vogliasi dire ispirata continuamente, o vogliasi infallibile custode della primitiva tradizione, che non dimenticò, nè falsò giammai.

Perocchè la Chiesa è anteriore al vangelo, avendola Cristo fondata, e istituito i sacramenti, dato i precetti, fissato la gerarchia, insegnato l'orazione, prima che tutto ciò fosse scritto. E agli apostoli non disse, «Eccovi il libro che dev'essere norma del vostro credere: questo mandate attorno»: bensì «Andate e predicate a tutti». La Chiesa dunque, incarnazione permanente e continuazione dell'Uom Dio, ha certezza immediata de' suoi insegnamenti: e ne' primi Concilj non allegò verun passo scritturale in appoggio delle sue decisioni, giacchè esponeva le verità ricevute immediatamente dalla bocca di Cristo, il quale «sarà con essa fino alla consumazione de' secoli».

V'è di più: non ogni cosa fu scritta nel Testamento; san Giovanni professa aperto essere innumerevoli i fatti che non pose nel suo vangelo: san Paolo ripete nelle epistole d'avere parlato come ad uomini carnali, e sottratto un cibo di cui non erano peranco capaci[384]. V'è dunque una tradizione orale, di cui è parimenti depositaria la Chiesa, e che viepiù le conferma l'autorità di unica interprete de' libri santi.

Questo titolo però non implica quel che i Protestanti asseriscono, che fra i Cattolici non rimanga campo all'esegesi, e anzichè confondere la fede colla disciplina, le opinioni d'un teologo col dogma, bisogna discernere la fede dalla teologia, che è scienza umana, e non ha promesse d'infallibilità. La Chiesa espone le sue decisioni sul dogma e la morale, non altro: nè si cura dell'interpretazione filologica delle parole e de' versetti singoli, delle particolarità archeologiche, dell'ordine cronologico, del perchè san Giovanni, abbia pubblicato il suo vangelo, o san Paolo indirizzato un'epistola anche ai Romani, nè chi sia l'autore del libro di Giobbe, di che patria, di che tempo, a quale scopo: nè tante altre quistioni, palestra scientifica. La Chiesa proferì e approvò: di là da quei limiti l'arringo è schiuso; non si può pensare contro le decisioni di essa, bensì di là da quelle. Ma la Chiesa non può essere tale, eppure permettere che ogni individuo si formi un proprio simbolo, o che si affermi e si neghi la stessa dottrina, che s'intenda in modo differente il Cristo, che variino i modi di conseguire la salute. Chi ad essa obbedisca quanto alla fede e alla morale, al di là è sciolto da vincoli, e può svolgere il talento e l'erudizione, applicare la cognizione crescente delle lingue e delle usanze, e il Concilio tridentino vietò solo di «interpretare la Scrittura contro l'unanime consenso de' Padri». Ora i Padri professano la stessa fede, la stessa morale, ma differiscono grandemente nel commentarle e svolgerle, secondo il genio particolare, nè la Chiesa ammise mai come proprie le opinioni di alcuno di essi per quanto grande[385]; e si riporta alla _dottrina de' Padri_ quando rappresentano le opinioni dell'antichità, cioè testimoniano la fede della Chiesa.

A questo modo la Chiesa cattolica, volendo non solo l'unione, ma l'unità, esclude tutto ciò che non è lei, eppure è universale; mentre l'eresia unisce tutto a sè, eppure rimane locale. Si credette agevolar il progresso col sopprimere ogni intermedio fra la ragione individuale e la parola di Dio, e invece si crebbe la confusione.

NOTE

[343] Quali fossero i collegi di là dell'Alpi lo raccogliamo, per tacere altri, da due che avemmo occasione di nominare. Erasmo racconta che, nel collegio di Montaguto a Parigi, avea per direttore un Giovanni Staudin, non cattivo, ma privo di giudizio; non dava che letti duri, cibo insufficiente, veglie penose, lavori stanchevoli. Molti giovani di belle speranze ne morirono, o divennero ciechi, o furon presi dalla lebbra o da follia. E non solo maltrattava i poveri, ma anche giovani di ricche famiglie. Di fitto verno non dava che un tozzo di pan duro, e mandavali alla fontana attinger un'acqua fetida, malsana, gelata. I dormitorj erano al pianpiede, presso a latrine puzzolenti, e con muri coperti di muffa (_Colloquia: Ichthyophagia_). Rabelais fa dire a Ponocrate, intorno al collegio stesso: «Seigneur (Grandgonfier), ne pensez pas que je l'aye mis au collège de pouillerie qu'on nomme Montaigu; mieux l'eusse voulu mettre entre les genoulx de saint-Innocent, pour l'énorme cruaulté et villenie que j'y ai cognue: car trop mieulx sont traicté les forcés entre les Maures et Tartares, les meurtriers en la prison criminelle, voyre certes les chiens en votre maison, que sont ces malautrus au dit collège».

[344] _Opere di Lutero_, ediz. di Walch, tom. XXII, pag. 786 e seg.

[345] _Opere di Lutero_, tom. XIX, pag. 1509, si legge espresso: «Prima ch'io finissi il vangelo, il mio vicino avea finito la messa, e mi si diceva, _passa, passa_». I biografi posteriori esagerarono questo racconto per tramutare una celia in una bestemmia, e più rilevare la corruzione de' preti. Selneccer (_Oratio de divo Lutero_, pag. 31), traduce: «Passa, passa, _idest, festina et matri filium remitte_». Mathesius lo copia, se pure non fu lui che l'inventò. E i biografi moderni si fecero belli di quest'empio scherzo contro la dottrina della transustanziazione.

[346] _Tischreden_, pag. 464, 607. Dopo le tante vite di Lutero, uscì or ora _Leben und ausgewählte Schriften der Väter und Begründer der luterischen Kirche, eingeleitet von_ K. J. NITSCH. Elberfeld 1860 e seguenti.

[347] _Opere_, T. I, op. 5.

[348] Nelle regole di san Bonifazio, Michelet (_Hist. de France_, T. I, p. 286) lesse che «se un monaco peccò con una donna, digiuni due giorni in pane e acqua». Ora il testo dice: _Si quis monachus dormierit in una domo cum muliere, tres dies in pane et acqua: si nescivit quod non debet, uno die_. Del resto in quel Penitenziale, ducento colpi, che è il massimo delle sferzate, equivalgono a due giorni in pane e acqua.

[349] Il concilio di Firenze definì intorno allo stato delle anime dopo morte, «che quelle de' veri penitenti, morti nella carità di Dio prima di aver fatto frutti degni di penitenza in espiazione dei loro peccati di commissione e di ommissione, sono purificate dopo morte colle pene del purgatorio, e sollevate da queste per suffragi de' fedeli viventi, come il sacrifizio della messa, le preghiere, le limosine e altre opere di pietà, che i fedeli fanno per gli altri fedeli, secondo le regole della Chiesa. Le anime di quelli che hanno peccato dopo il battesimo, o che, caduti in peccato, ne furono purificati in vita prima d'uscirne, entrano subito in cielo, e vedono puramente la Trinità, gli uni più perfettamente degli altri, secondo la differenza de' meriti loro. Le anime di quelli che son morti in peccato mortale attuale o nel solo originale, precipitano nell'inferno per esservi puniti, quantunque inegualmente».

[350] Essendo morta Monica sua madre, Agostino racconta come Evodio prese il Salterio e cominciò a cantare un salmo, a cui tutta la casa rispondeva: _Misericordiam et judicium cantabo tibi, Domine_. E molti fratelli e religiose donne accorsero, mentre egli cercava reprimere l'intenso dolore. «Quando il corpo fu portato via, andai e tornai senza lagrime; e neppur nelle preghiere che a te, o Signore, porgiamo mentre ti si offriva per essa il sagrifizio del Salvator nostro (_Cum tibi offerretur pro ea sacrificium pretii nostri_), posto il cadavere vicino al sepolcro, come colà si usa, io non piansi» (_Confessioni_, lib. IX, cap. 12). Pure si accusa di averla troppo deplorata, e guarito dall'eccesso, prega Dio per essa colle lacrime che vengono dal riflettere ai pericoli d'ogni anima che muore in Adamo. Perocchè, sebben essa fosse vissuta santamente, pure non era certo che non le fosse uscita qualche parola contro il precetto divino: e guai alla vita più lodevole se venga scrutata senza misericordia! E però lo esortava pei peccati di sua madre, non allegando i meriti di essa, ma pel redentore che pendette in croce, e che sedendo alla destra di Dio implora per noi. «E poichè operò essa misericordiosamente, e perdonò ai debitori, perdona ad essa pure i suoi debiti. Se contrasse alcuna macchia in tanti anni dopo il lavacro di salute, perdonale, o Signore, te ne prego, e non entrar in giudizio con essa. Nè essa desiderò monumento o aromi, o il sepolcro patrio. Non questo ella ci raccomandò, ma di commemorarla all'altare tuo, al quale s'era prostrata ogni giorno infallantemente, dove sapeva dispensarsi la vittima santa dalla quale fu cancellato il chirografo a nostro carico; O Signore Dio mio, a' tuoi servi, ai fratelli miei, a chiunque leggerà queste carte, ispira che all'altare tuo si ricordino di Monica e di Patrizio che fu suo marito» (cap. 13). Inoltre nel sermone XVI, _de verbis apostoli_, dice: _Injuria est pro martyre orare, cujus debemus orationibus commendari_. Boezio, _Della consolazione della filosofia_, lib. IV, 4, scrive: _Nullane animarum supplitia post defunctum morte corpus relinquis? Et magna quidem, quorum alia pœnali acerbitate, alia vero purgatoria clementia exerceri puto_.

Il Muratori, nella Dissertazione LVI delle _Antiquitates medii ævi_, reca molti lasciti, anteriori all'800, per far dire messe anche quotidiane.

[351] Gian Galeazzo Visconti desiderando evitare i pericoli causati dall'esser in guerra coi Fiorentini, e ammassar denaro per la fabbrica del duomo di Milano, impetrò da Bonifazio IX che i suoi sudditi potessero acquistar il giubileo senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di Milano. Il Corio asserisce che la bolla portava che, «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assolto da ogni peccato in questa città, dimorando dieci giorni continui». Or noi possediamo tal bolla, del 12 febbraio 1391, e dice espresso che sieno _vere pœnitentes et confessi_.

[352] Vedi la nota 5 del Discorso XII.

[353] Da ciò nacque il tribunale della reverenda fabbrica di San Pietro, che esiste tuttora.

[354] Il Guicciardini scrive avere il papa assegnato il prodotto delle indulgenze di Germania a sua sorella madonna Cibo. Esiste la bolla pontifizia che gli dà la mentita.

[355] Proposizione 71.

[356] _Ein wohl betrunkener Deutscher_. LUTERO, Opere, tom. XXII p. 1337.

[357] San Domenico ottenne da papa Onorio III il convento di Santa Sabina in Roma nel 1218, e parte del palazzo pontifizio per collocarvi i suoi religiosi. Consigliò al papa di deputar alcuno che istruisse nella morale e nella religione gli addetti a questo palazzo, e il papa ne affidò l'incarico allo stesso san Domenico, che tolse a spiegar le epistole di san Paolo. Piacque a Onorio perpetuar tale istituzione, affidandola sempre a un domenicano, col titolo di maestro del sacro palazzo. Così si succedettero settantasei maestri, i quali ora, l'avvento e la quaresima, predicano ai famigliari palatini, e tengono tre giorni di catechismo avanti ciascuna delle quattro comunioni generali annue che si fanno nel palazzo apostolico. Al maestro venne poi commessa la censura de' libri. Vedi ANNIO DA VITERBO, _De dignitate officii magistri sacri palatii_: CATALANI, _De magistro S. P. apostolici, libri duo_. Roma 1751.

[358] _In præsuntuosas M. Luteri conclusiones de potestate papæ dialogus_. Ho alla mano _Replica fratris Silvestri Prieiratis ad fratrem Martinum Lutherum_, senza data, in dieci carte, ove difende sè dalle dategli incolpazioni.

[359] _Luteri Opp_. Jena, tom. I, pag. 60.