Part 35
Peggio gli uomini. Per lui chiunque porta una tonaca o dice messa, è un ignorante che non capisce il latino, e nè tampoco la lingua materna. A una taverna imbatte frati che sbevazzano, gesticolano, ciaramellano cavallerescamente di cose sacre: dapertutto santi, pitturati sulle case onde preservarle dal fuoco: dapertutto il matrimonio poco rispettato, onde dichiara questi Italiani figliuoli del peccato; prende scandalo d'un convento provisto di trentaseimila zecchini di rendita. Giunto alla santa Roma (così la qualifica), Lutero visita tutte le cappelle, crede tutte le legende, prostrasi a tutte le reliquie, sale ginocchione la scala santa; si duole che i suoi genitori non siano ancora usciti di vita, perchè potrebbe adoprarsi a riscattarli dal purgatorio con messe, preghiere, indulgenze; stupisce di quella pulizia severa, per cui di notte il capitano scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie, e se ha armi lo appicca e getta nel Tevere; ammira il concistoro, e il tribunale della Sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con tanta giustizia[344].
Ma per lui Roma non è la città donde i santi apostoli respingono Attila flagello di Dio, dove imperatori e re fermansi venerabondi o sgomentati, e che personeggia il dominio dell'intelligenza sopra la forza brutale; la città che tiene i Turchi in apprensione, a cui si convertono gli sguardi di tutta la cristianità, da cui partono i missionarj di tutto il mondo, e dove da tutto il mondo si dirigono i reclami contro ogni oppressione, ogni ingiustizia. Al vedere tanti capolavori d'antichi, emulati dai nuovi colla penna, collo scalpello, coi colori, e sotto al manto papale raccolti tanti sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad immortalare un paese, un'età: non uno dei raggi che partono dall'aureola di Rafaello e di Michelangelo commuove il gelo dell'anima sua razionatrice. Frate e tedesco, si scandolezza al lusso delle cerimonie, senza comprendere come l'idea ha bisogno di trasformarsi in immagine. Frate inosservato in tanta ricchezza, in tanto fasto, in tanta scienza, s'inviperisce e medita vendetta. Fra le splendidezze del culto, espressione mistica del rispetto e dell'amore verso Dio, fra la magnificenza de' pontificali, non calcola se non quanto denaro costano, e con che modi questo procacciavasi: si fa il segno di croce al conoscere que' reprobi costumi, all'udire gli aneddoti spacciati sul conto di Leone X, alla sbadataggine di que' preti che dicevano sette messe nel tempo ch'egli una sola, «talchè i chierichetti gli ripetevano: passa avanti, passa avanti»[345]: alla venalità della curia disposta a dire come Giuda, «Quanto mi date ed io ve lo tradirò?» Crede tutte le baje di piazza e di bettola: e perfino che in un monastero (non indica quale) si disotterrarono da un giardino seimila cranj di neonati; che Roma possiede veleni così squisiti da uccidere col solo guardare uno specchio cospersone[346].
Altrettanto dispetto gli fanno le università e gli studj d'Italia, perchè interpongono la ragione fra la scienza e la fede; perchè vi s'insegna che la luce divina rischiara il lume naturale, come fa il sole con una bella pittura; perchè l'attività del pensiero s'applica a idee pagane, non alla dottrina di Cristo. Anzi, in quel suntuoso peripato di Leone X non vuol vedere che ignoranza, brutalità, grossolanità, quasi intendesse arrogarsi il vanto d'aver egli insegnato il latino, ridesti gli studj filologici, rivelato la Bibbia.
Rimpatriato con tali sentimenti, s'ingolfa nella Bibbia in greco e in ebraico, e fino dalle prime sue lettere, massime da quelle a Spalatino del 1518, manifesta il livore contro i Romanisti, il vilipendio per la teologia scolastica e pei maestri in essa più rinomati; la passione della novità, comunque sia cercata e trovata; il dubbio sofistico, la smania di togliersi dall'oscurità, e di dare una scossa al mondo.
A raccogliere in una fissa direzione i suoi pensamenti venne il dispetto per la vendita delle indulgenze.
La Chiesa, fino da' suoi primordj, come prescrisse penitenze e mortificazioni, così usò della facoltà di rimetterle o attenuarle, sull'esempio degli apostoli; e massime ai martiri si concedea di dare lettere d'indulto ai peccatori, cui per esse il vescovo alleviava la penitenza; laonde, accanto alla dottrina che insegna la salvazione venire da Cristo gratuitamente, stette quella della cooperazione dell'uomo, del soddisfacimento penale, e della remissione parziale o plenaria di questo, secondo le circostanze del penitente. E fino da que' primi tempi indulgenza indicava un'abbreviamento di quelle penitenze, che la Chiesa esigeva prima di assolvere, e che concedeasi al peccatore quando desse segni di profonda contrizione e di sentimenti mutati. Fra gli scolastici pigliò senso più ampio, fondato sopra ragioni valevoli sì, ma non come articolo di fede. Le singole pene non oltrepassavano mai i trent'anni, ma il loro cumulo formava talora più secoli. Essendo per conseguenza impossibile conseguire l'assoluzione in vita, si permise di commutarle, e farle eseguire da altri, e massime i monaci s'incaricavano di preci, pellegrinaggi, mortificazioni, discipline, in surrogazione del vero penitente. Domenico Loricato che ebbe questo titolo perchè portava una corazza di ferro e catene attorno al corpo, talora assumevasi di scontare penitenze di cento e di mille anni. Tremila sferzate equivalevano ad un anno di penitenza: durante la recita dei cencinquanta salmi poteansi dare quindicimila colpi; laonde, col recitare venti volte il salterio sotto continua flagellazione, redimevasi la penitenza di cento anni; e talora Domenico la compiva in sei giorni. Così nella vita di esso attesta san Pier Damiani, vivente intorno al mille; e altrove scrive d'avere imposto all'arcivescovo di Milano la penitenza di cento anni, e tassata la redenzione in un annuo tributo[347]. Il Muratori stampò un Penitenziale, ove si espongono tali scambj di penitenza: «se uno non può digiunare, scelga un sacerdote giusto, o un monaco che vero monaco sia e viva secondo la regola, il quale adempia per lui, e se ne redima a prezzo conveniente. Una messa cantata speciale può riscattare dodici giorni; dieci messe riscattano tre mesi; trenta messe dodici mesi»[348]. Della messa il valore è infinito; onde venne adoperata più che le altre commutazioni.
Indulgenze concedeansi anche per opere civili o pietose, come il fondare un ospedale, erigere una chiesa, fino costruire un ponte o una via, conforme l'indole de' tempi ove ogn'atto di questo mondo consideravasi in relazione coll'altro; ovvero per visitare un santuario, guerreggiare contro gl'infedeli. Eravi chi avesse recato un danno a persona, cui non potesse risarcire? e' procuravasi l'assoluzione mediante una somma, che pareva soddisfare mediante l'uso che se ne faceva. L'Inquisizione avrebbe dovuto punire molti delinquenti, se non si fosse ad essi aperto uno scampo mediante le indulgenze, convertendo il delitto in peccato, il supplizio in penitenze.
I teologi si domandarono, come mai la Chiesa potè dirsi autorizzata a tale condiscendenza? E poichè allora la scolastica presumeva dare ragione di tutto, allegarono che il fondo inesauribile di misericordia preparato dal sangue di Cristo, e i meriti soprarogatorj dei santi, formano un tesoro, applicabile a chi pentito partecipi ai sacramenti. Ma di che non abusa l'uomo? Le indulgenze furono talvolta profuse con giubilei plenarj, e col concederle a chi sovvenisse a bisogni temporali della Chiesa, e persino a fazioni politiche de' suoi capi.
Furono rivolte anche sulle pene postume[349], volendo che papi e vescovi potessero applicarvi una parte di questo inesauribile tesoro di misericordia. Perocchè quel sentimento così umano che ci lega a coloro che ne precedettero in quest'esiglio e ci attendono nella patria, era stato consacrato dalla fede, riconoscendo la comunione de' fedeli, cominciata tra le pruove della vita, continuata nel luogo della temporaria espiazione, compita nella città celeste; sicchè a sollievo delle anime aspettanti, noi militanti possiamo applicare e le preghiere e le buone opere: tradizione antichissima, chiaramente indicata da Tertulliano e da sant'Agostino[350], nel quale già si trova cenno delle messe per defunti. Ma esso pure fu implebejato coll'idea del guadagno, e i suffragi si restrinsero quasi unicamente a messe ed uffizj, che troppo facilmente prendevano aspetto di bottega, e offrivano appiglio alla maldicenza.
La Chiesa dichiarava espresso che le indulgenze esigono da una parte un merito soprabbondante, dall'altra buone opere e pia coscienza; e che mancano d'ogni valore se non vadano congiunte alla sincera ed efficace contrizione, rimettendosi la penitenza solo in quanto era satisfattoria cioè punizione, non in quanto era medicinale, cioè diretta a tener sotto gli occhi del peccatore l'orror della colpa commessa[351]. Anche i catechismi più comuni insegnano che l'indulgenza è una remissione di pene temporali, che rimarrebbero a scontare pei peccati già rimessi quanto alla pena eterna. Non concedesi dunque se non a quello cui già sia stata rimessa la colpa; vale a dire all'uomo in istato di grazia, cioè di moralità soprannaturale; all'uomo che possieda amore di Dio e de' suoi precetti, dolore de' peccati, e proposito di non più commetterne; amore del prossimo, perdono delle ingiurie ricevute, riparazione delle fatte, adempimento de' proprj doveri, insomma conformità (per quanto all'uomo è possibile) alla legge divina. Solo a queste condizioni si ottiene l'assoluzione e per ciò l'indulgenza, cioè la soddisfazione della pena temporale che il peccatore deve alla giustizia divina anche dopo rimessa la colpa. La qual pena temporale sconta l'uomo con opere penitenziali, a cui la Chiesa applica i meriti infiniti dell'Uomo Dio.
Pure gl'ignoranti facilmente sdrucciolavano in opinione erronea, e se la fomentavano coloro che ne traevano guadagno, ne facea beffe il bel mondo. «Come credere al purgatorio predicato da bocche barbose, che non sanno tampoco declinare _Musa Musæ_?» diceva Reuclin. E gli arguti: «Che? Sono dunque in mano dei preti le porte del purgatorio e del paradiso?» Sul teatro rappresentavansi spesso de' monaci, che vendeano l'assoluzione al ladro, il quale anche negli estremi momenti esitava fra la sua coscienza e il buon senso; altri che alle comari computavano quanti giorni un'anima resterebbe nel purgatorio, e quanto ci vorrebbe a riscattarla.
Fatto è che lo spaccio delle bolle d'indulgenze divenne pingue entrata della romana curia; v'ebbe persone che n'apersero bottega falsificandole: il che tutto e screditava le indulgenze, e ne adulterava il senso. Il vulgo facilmente recavasi a credere che quel denaro fosse il prezzo della cosa santa; e i questori che mandavansi a riscuoterlo, partecipando d'un tanto per cento al vantaggio, ne magnificavano profanamente la virtù. Ammirato il Giovane racconta che, nel 1431, a Firenze venne un cavaliere gerosolimitano con un Minorita; e quegli annunziava aver dal papa autorità ampia per assolvere dalla dannazione: questi stava a banco nelle chiese a scrivere e sigillare le lettere delle indulgenze e assoluzioni _di colpa e di pena_, dispensando in arduissimi casi chi portava non solo denari, ma vesti e panni. I senatori, dubitandone, vollero vedere la carta dell'autorità del cavaliere, e la trovarono minore di quella che annunziava; onde gli proibirono di passar più avanti, ne scrissero al papa, e comminarono pene a simil gentaccia. Qual v'ha mai cosa santa, di cui l'avarizia non abusi?
Han levato gran rumore d'un libro intitolato _Tasse della cancelleria romana_, che nella sua crudezza sa di stranamente empio. Vi si dice: «Per l'assoluzione di chi abusa d'una fanciulla, sei carlini; per l'assoluzione d'un prete concubinario, sette carlini; d'un laico, otto. Per l'assoluzione a chi ammazza il padre, la madre, il fratello, la sorella, o altro parente ma laico, cinque carlini; d'un laico che uccise un abate o altro ecclesiastico inferiore al vescovo sette o otto o nove carlini; d'un marito che battè la moglie in modo che abortisse, otto carlini; di padre o madre o parente che abbia soffocato un fanciullo, quattro tornesi, un ducato, otto carlini. L'assoluzione per atto d'impurità qualunque commesso da un chierico, con dispensa di potere prendere gli Ordini e tenere benefizj, trentasei tornesi; per mangiare latticinj ne' tempi proibiti, sei tornesi». Fu stampato nel 1471 a Roma; vero è che non ha nessuna autorizzazione della Chiesa, ma moltissime volte fu riprodotto colà, e a Parigi, Venezia, Colonia, senza che scandolezzasse, finchè i principi protestanti l'inserirono nei _Centum gravamina_, e Antonio du Ginet lo riprodusse a Lione nel 1564 col titolo _Taxe des parties casuelles de la boutique du pape, etc_. Non è ben determinato quanto sia autentico e genuino: ma comunque esso urti il senso dell'onestà e della morale, basta il senso comune per comprendere come quella tassa non riguardi il perdono, bensì paghi la spedizione della cedola assolutoria, nè mai esclude la necessità del pentimento e della soddisfazione.
I concilj di Vienna, di Costanza, di Laterano aveano severamente vietato questo traffico; ma Leone X credette sorpassarvi per nobile oggetto, qual era di far concorrere tutta la cristianità a due grandi imprese, a tutta la cristianità interessanti; la crociata contro Selim granturco, e l'erezione d'un incomparabile tempio.
Perocchè, arrivati all'apogeo della loro grandezza, i pontefici vollero esprimerla anche materialmente con un tempio maggiore di tutti.
La basilica del Vaticano offre la storia della Chiesa e delle arti, da quando Proba nel IV secolo vi ergeva una cappella al defunto marito Anicio, fino a Tenerani e Pio IX. Nicola V, che fece per le arti non meno di Leone X, avea pensato riedificarla splendidissimamente, e l'annesso palazzo pontifizio ridurre in modo, che v'abitassero tutti i cardinali, quasi concilio permanente attorno al papa; ivi tutti gli uffizj della curia; ivi grandioso ricinto pel conclave, immenso teatro per la coronazione, suntuosi appartamenti pei principi ospiti; il colle Vaticano, seminato di palagi, comunicherebbe colla città mediante lunghi porticati a botteghe; attorno giardini, fontane, cappelle, biblioteca.
Il gigantesco divisamento gli fu tronco dalla morte: poi Giulio II, a cui nulla parea troppo grande, pensò dare condegna occupazione ai sommi artisti allora fiorenti col ricostruire la basilica. Messosi all'opera, fece distruggere cappelle e monumenti, preziosi per antichità e per sante tradizioni, con grave dolore di chi venera le memorie[352]: e stabilì (1509) che tutti i legati pii, lasciati a luoghi incapaci d'accettarli, o che non si soddisfacessero dagli eredi, venissero applicati alla fabbrica di San Pietro; istituendo a tal fine un tribunale, che li riscotesse in tutto l'orbe cattolico[353].
Leone X, volendo compiere quel che il predecessore avea cominciato, pensò farvi contribuire tutta la cristianità, e concedette ampie indulgenze a chi offrisse denaro per quell'edifizio.
Il medioevo non avrebbe trovato a ridirvi; ma le nazioni già prendeano il volo fuori del nido in cui aveano messe le penne; i principi, bisognosi di denaro, chiedeano partecipare a questo speciale genere d'entrata, e voleano trafficare le indulgenze come trafficavano i voti per la corona imperiale.
L'incarico di predicare queste indulgenze era officio lucroso, come quel di ogni esattore. E poichè Alberto, arcivescovo di Magonza, dovea render al papa quarantacinquemila talleri e non n'avea modo, Leon X conferì ad esso il diritto di distribuire le indulgenze in Germania[354]; ed esso l'appaltò ai Fugger, banchieri famosi di Augusta. Giovanni Arcimboldo, diacono d'Arcisate, poi arcivescovo di Milano, che prima n'avea avuto l'incarico, riservossi la Danimarca e la Svezia, e in pochi anni raccolse abbondanti limosine, che l'infedeltà d'alcuni agenti mandò a male, pur la reputazione di esso uscendone intatta. Non così quella d'Alberto, che scelse a divulgarle Tetzel, domenicano di Pirna, oratore famoso per immaginazione, ma scarso di prudenza e di buon senso. Se dessimo fede a Lutero, purtroppo franco nel calunniare, Tetzel traversò la Sassonia con casse di cedole di perdono, bell'e firmate, e dove arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle taverne, e «Comprate, comprate (diceva), che al suon d'ogni moneta che casca nella mia cassetta, un'anima immortale esce dal purgatorio»; e il popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze. Così Lutero: ma i sermoni di Tetzel furono stampati, e da un Protestante, e vi si legge a tutte lettere la necessità della confessione e contrizione: _quicumque confessus et contritus eleemosynam ad capsam posuerit juxta consilium confessoris, plenariam omnium peccatorum suorum remissionem habebit_.
«Farò io un buco in questo tamburo», gridò Lutero, indignato a quella profanità; ad alcuni che le aveano comprate, negò l'assoluzione se non riparassero il mal fatto e si emendassero. «Vi dico che l'indulgenza non è nè di precetto, nè di consiglio divino. Che le anime possono liberarsi dal purgatorio mercè dell'indulgenza io nol so e nol credo. Hai tu denaro? Danne a chi ha fame, e varrà ben meglio che darlo per compaginare pietre. Quel che dico scompaginerà la costoro bottega: ma che importa il loro brontolio? Teste vuote, che non han mai letto la Bibbia; che non intendono acca delle dottrine di Cristo; non si capiscono tampoco fra di loro». Così declamava: poi alla chiesa di Wittenberg, nella solennità d'Ognissanti, affigge novantacinque tesi; pronunziando maledizione e anatema contro chiunque negasse la verità delle indulgenze pontifizie[355], ma esservi abuso in esse.
E abuso v'era; lo attestò il medesimo concilio di Trento: sarebbesi potuto confessarlo e toglierlo senza rompere l'unità della Chiesa; i vescovi di Meissen e di Costanza aveano proibito quelle vendite; ma la materia era preparata di maniera, che poca favilla destasse inestinguibile vampa.
La materia delle indulgenze non era stata molto discussa dai dottori, non mai dalla Chiesa congregata. La bolla di Clemente VI pel giubileo del 1350 le stabiliva, ma non quanto bastasse per confutare le ragioni di frà Martino: laonde il Tetzel che, dialettico robusto al modo degli scolastici, presumeva trionfare di tutto mediante le argomentazioni, anzichè angustiarsi nella quistione speciale, affrontò la generale, asserendo che il consenso de' dottori della scuola le confermava, che il papa, infallibile in materia di fede, le approvava, e ne davano segno col pubblicarle: laonde le indulgenze erano articolo di fede, e bisognava credervi. Lutero anch'esso dilargasi dal suo tema, e toglie in esame l'autorità pontifizia; e dietro a questa la remissione de' peccati, la penitenza, il purgatorio, tutti punti che s'attengono all'indulgenze. Altri sorsero contraddittori a Lutero; ma da una parte, col sentenziare d'eresia ogni divergenza d'opinione, spingevansi molti nel campo nemico; dall'altra le dispute faceano il solito uffizio di approfondare viepiù il frapposto fosso; dal censurare gli abusi si trascorreva ad intaccare i principj; dall'asserire che i prelati trascendevano, al revocare in dubbio la legittima potestà del papa e persino l'autorità sua in materia di fede; e quando appunto le minacce dei Turchi rendevano necessaria una più compatta unione, la cristianità spartivasi in due campi, dapprima avversi, ben presto ostili.
Gli studenti di Wittenberg colgono un frate che portava ottocento copie delle controtesi di Tetzel, gliele tolgono, e invitano chiassosamente a venir vedere bruciarle, e il fanno tra le grida di «Viva Lutero, morte a Tetzel». Lutero professava sottomettersi alla decisione del papa, ma intanto sbraveggiava in tono di sfida; e dall'applauso popolare fatto confidente in sè e ne' testi letterali della Bibbia, conculca la tradizione e la scuola, e richiamando ai primi tempi della Chiesa, apre l'avvenire con un appello al passato.
Come già erasi fatto col Savonarola, Tetzel proponeva a Lutero la pruova dell'acqua e del fuoco; e questi, men civile del Ferrarese, rispondeva: «Io me n'impippo de' tuoi ragli. Invece d'acqua ti suggerisco il sugo della vite; invece del fuoco, odora una buona oca arrosto».
I dotti di qua dalle Alpi mal si capacitavano che da un _barbaro_ potesse derivare nulla di straordinario: e quali, invaghiti del bello, credeano bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano o il quadro della Trasfigurazione; quali prendeano spasso di quelle controversie, e di scoprire a Lutero forza d'ingegno meravigliosa: e, sebbene scrivesse alla carlona, l'applaudivano di prendere pei capelli la screditata scolastica e i frati, ch'eran per loro l'ignoranza e la pedanteria incarnata. Gli spiriti forti ridevano del papa, messo in sì male acque, ridevano insieme dei riformatori, che davansi aria di rigoristi entusiastici, e collo scetticismo allora di moda, stavano a vedere chi prevarrebbe. Anime rette credettero in Lutero ravvisare l'uomo suscitato da Dio, non per demolire il dogma, ma per correggere le aberrazioni. Quei che s'ammantano col nome di moderati, deploravano quella scissura, ma credeano meglio non opporvisi per non esacerbare, per non impedire la riconciliazione, per non compromettersi: morrebbe di morte naturale, come tant'altre, nate negli ozj ringhiosi de' conventi. Tale la considerò dapprincipio Leone X: allettato da quelle arguzie, diceva: «Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste le sono invidie fratesche»: poi messo in collera da insulti anche personali, scappava a dire: «Gli è un tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli digerire il vino»[356]. Dopo nove mesi, per ribattere il novatore colla penna fu scelto Silvestro Mazzolini, da Priero presso Mondovì, maestro del sacro palazzo[357].
Facile trovare nel costui dialogo futilità e cattivo gusto[358]; e lo beffò Erasmo, sempre in caccia di corbellerie de' frati; ma è ben lontano dall'esser l'ignorante che i Riformati vogliono dipingerlo.
Lutero risponde (1518); quegli replica _De juridica et irrefragabili veritate ecclesiæ, romanique pontificis_; dove stabilisce che la Chiesa è un regno, e regno monarchico; e il papa superiore al Concilio, di cui parla con disprezzo: ma perchè, abbagliato dalla grandezza papale, trovava insoffribile ogni resistenza, ogni esame, e trascendea nelle confutazioni, venne consigliato a tacere, pur costituendolo vescovo e giudice di Lutero. E Lutero rispondeva: «Non abbiam noi corde e spade e fuoco per castigare i ladri, gli assassini, gli eretici? Perchè non ce ne varremmo a castigare il papa, i cardinali, i vescovi, e tutta la schiuma della sodoma romana, avvelenatrice della Chiesa di Dio? Perchè non bagneremo le mani nel loro sangue onde salvar noi e i nostri nepoti?»[359]
Altri risposero al novatore tessendo argomenti in quelle forme sillogistiche, di cui erasi abusato nelle dispute e fino ne' Concilj precedenti[360]; e Lutero sguizzava loro di mano con una celia; diceva: «Voi discutete se Cristo è figliuolo di Dio, se Maria è sua madre, e non tollerate che noi mettiamo in dubbio le indulgenze?» Avea torto, perocchè quelle quistioni agitavansi ne' conventi o in adunanze ecclesiastiche per mera esercitazione scolastica, mentre ora egli le portava in piazza, le sottoponeva al senso comune che non è competente; coll'audacia propria ringalluzziva la scolaresca che moltiplicava applausi a lui, fischiate ai contraddittori, perchè sempre la forza anormale viene ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento, e chi trova più comodo il pensare coll'altrui che colla propria testa. Espiavasi così la tolleranza usata all'Aretino e al Berni; come la profanità dell'arte era espiata dalle migliaja di figure del Papa Asino, che si diffondevano per Germania.