Part 30
Ne' processi nega d'essersi spacciato mai come ispirato; pur realmente davasene l'aria, forse come artifizio a cattivar una plebe, che vuol sempre essere illusa[284]. Una volta salì in pulpito, ed: «Ho a rivelarvi un secreto celeste, che ancora non ho voluto manifestare ad alcuno, perchè non ne ero finora ben certo. Voi conoscete tutti il conte Pico della Mirandola, morto testè. Dicovi che l'anima sua, per le orazioni de' nostri frati, ed anche per alcune sue buone opere che fece in questa vita, e per altre orazioni, è nel purgatorio. _Orate pro eo_». Di tratti consimili è sparsa la sua vita, e ne' discorsi accenna spesso a rivelazioni speciali, o ad interpretazioni nuove di passi scritturali.
Uom di fede, di superstizione, di genio, abbondò di carità; credette all'ispirazione personale, all'opposto di Lutero che tutto affidavasi al raziocinio; e argomenti in favore e contro di lui possono raccogliersi nelle sue opere, dal cui complesso risulta come abbia cercato l'armonia della ragione colla fede, della religione cattolica colle franchigie politiche.
In ogni modo non impugnò l'autorità della Santa Sede, benchè reluttasse a colui che egli credeva tenerla illegittimamente, e contro di questo invocasse il concilio che doveva riformar la Chiesa legittimamente: la superbia degli applausi, il puntiglio delle contraddizioni lo fecero trascendere, ma operava con coscienza pura, senza ambizioni personali: non cercò propagar le sue persuasioni colla forza, sibbene coll'esempio, cioè credeva alla potenza del vero. E diceva: «Entrai nel chiostro per imparar a patire, e quando i patimenti vennero a visitarmi, gli ho studiati, ed essi m'insegnarono ad amar sempre, a sempre perdonare». Ma interposto Iddio fra il pensier suo e la sua persona, sottomise la prudenza umana all'ispirazione; credette guidar il popolo per mezzo della passione e delle grida di piazza, e a queste soccombette, come sempre avviene. Eretico non è se non chi si ostina in un'opinione contraria ad un punto di fede definito. La sua fama restò bilanciata tra il cielo e l'inferno, ma la sua fine fu deplorata da tutti, e forse primi quelli che l'aveano provocata. In Santa Maria Novella e in San Marco è dipinto in figura di santo, e da Raffaello nelle logge vaticane fra i dottori della Chiesa; ritratti e medaglie sue si tennero e venerarono, non solo fra que' pii che in Firenze continuarono ad opporsi alla depravazione e alla servitù che ne deriva, ma anche da gran santi.
Nel 1548, il severo Ambrogio Catarino stampò a Venezia un _Discorso contro la dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola_, dedicato al cardinale Del Monte, dove ne raduna molte proposizioni, che crede repugnanti al dogma cattolico: ma «dichiara di oppugnar in questa opera non il Savonarola, giudicato piuttosto degno di compassione che di vituperio, bensì la dottrina e gli errori di lui, che ancora viveano nella riputazione di coloro che, non senza scandalo e pericolo delle loro anime, a lui prestarono fede».
Forse in conseguenza di tale denunzia quegli insegnamenti furono presi in esame sotto Paolo IV, e quando la commissione ne leggeva dinanzi a questo alcuni brani, egli esclamava: «Ma questo è Martin Lutero! cotesta è dottrina pestifera»; maturato però l'esame, non furono che _sospese_ quindici prediche e il dialogo della _Verità profetica_: il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, compose _Narrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro le opere del r. p. frà Girolamo_, sostenendo che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè eretica, nè scismatica, nemmanco erronea e scandalosa», e nell'indice del Concilio di Trento que' libri figurano solo _donec emendati prodeant_, cioè come intaccati solo d'errori accidentali. Dicevasi che Clemente VIII, nel 1598, avesse fatto voto, se riusciva ad acquistare Ferrara, santificare il Savonarola. Serafino Razzi, domenicano fiorentino, infervorato di frà Girolamo, v'esortò più volte il papa, scrisse anche una vita del frate, poi vedendo menarsi la cosa in lungo, comperò un asinello, e settuagenario com'era, l'anno santo recossi a Roma. Ma il papa «temendo dei tanti contraddittori», non volle tampoco vederlo, nè gli permise di stampare quella vita; e invano i Domenicani aveano preparato un'uffiziatura propria del Savonarola[285]. Se il filosofico Naudet lo intitolava Ario e Maometto moderno, il devoto padre Touron lo intitolava inviato da Dio; san Filippo Neri e santa Caterina de' Ricci lo veneravano per beato, e Benedetto XIV lo disse degno di santificazione. Al raccogliere de' conti fu un credente del medioevo, non un ragionatore del cinquecento: un'elegia del passato, piuttosto che una tromba dell'avvenire; ma quanto al voler associare la morale colla politica, vivono oggi ancora discepoli suoi, e combattono buona guerra.
Nessuno dei seguaci di frà Girolamo figurò fra i discepoli di Lutero, nè fra i traditori della patria libertà: Michelangelo, che edificava bastioni per la patria e il maggior tempio del Cristianesimo, l'ebbe sempre in venerazione; il Machiavello, che non s'avventurava ad opinioni contrarie alle correnti, dapprincipio ammirò il Savonarola; lo prese in beffe allorchè ebbe spiegata intera quella sua politica senza Dio, senza providenza, senza moralità; un'innata malvagità senza peccato originale e senza redentore; e la speranza del rigeneramento d'Italia volle non solo senza la Chiesa, ma a dispetto della Chiesa: insomma il preciso contrario del Savonarola.
NOTE
[260] VESPASIANO, _Vite_, ecc.
[261] FABRONI, _Vita di Lorenzo_, II, 390.
[262] RAYNALDI, ad 1492.
[263] Le inclinazioni di Alessandro VI erano conosciute precedentemente, sicchè quando fu eletto, Pietro martire d'Angera scriveva al cardinale Sforza: _Hoc habeto, princeps illustrissime, non placuisse meis regibus_ (Fernando e Isabella di Spagna) _pontificatum ad Alexandrum, quamvis eorum ditionarium, pervenisse; verentur namque ne illius cupiditas, ne ambitio, ne (quod gravius) mollities filialis christianam religionem in præceps trahat_. Epist. 119 dell'ediz. di Amsterdam 1670.
[264] Nelle carte di Urbino nell'archivio centrale di Firenze è una lettera del 21 luglio 1494 di Alessandro VI a Lucrezia Borgia sua figlia, che finisce: «E per questa volta null'altro se non che attendi a star sana, et a esser devota de nostra donna gloriosa». Si sa ch'egli portava sempre in dosso una palla, contenente l'ostia consacrata.
[265] Il signor Chantrel, nella _Storia popolare dei papi_, tolse or ora a discolpare Alessandro VI, mostrando come la vita sua non fu scandalosa, neppur mentre era privato; sempre poi edificante nel papato; e ch'egli fu gran re e gran pontefice; le accuse prodigategli mancar di fondamento, e ricader sopra gli storici, bugiardi, maligni, ostili ad esso papa, o alla cattedra su cui sedette.
Sono a vedersi per lo stesso assunto la _Storia d'Alessandro VI_ dell'abate Jorry, e un articolo della _Rivista_ di Dublino, del gennajo 1859. Un amico ci fa avvertire che nelle lettere inedite dell'Alberoni, trovasi un giudizio sopra Alessandro VI, che s'accorda sostanzialmente col da me espresso. Benedetto XIV, nel carteggio confidenziale coll'Alberoni, suo legato di Bologna nel 1740, gli manifestò l'intenzione di correggere varj abusi, e sovratutto di riformare il paese, _rovinato da dieci anni di allegria e di conversazioni_ (_Lettera da Castelgandolfo_ li 18 ottobre di quell'anno). L'Alberoni pur desiderando non ci fosse occasione _di venire a que' rimedii troppo repugnanti al naturale della Santità sua_, non potè di meno, da quell'uomo schietto qual era, di _secondare un sì santo pensiero_, aggiugnendo che il bisogno di tale riforma era universalmente sentito da tutti i buoni e dentro e fuori di Roma (_Lettera dell'Alberoni di Bologna_, 25 ottobre 1741). Il papa lesse, forse con poca riflessione, la lettera dell'Alberoni nella sua conversazione, dove saranno stati probabilmente alcuni bisognosi di tale riforma, e levossi uno schiamazzo contro l'impudenza del legato di Bologna, che avea avuto l'ardimento di scrivere tali cose ad un tal papa, quasichè il suo pontificato fosse quello di Alessandro VI. Non è qui luogo di trascrivere la lunga e veemente risposta dell'Alberoni allo stesso Benedetto XIV, degli 8 novembre: ma sul punto toccato s'esprime così: «Non so come costoro possino far entrare nel mio discorso Alessandro VI. Se si avesse a parlare del di lui pontificato si potrebbe dire che fu un misto di vizj e di virtù: che i primi furono mancanze d'un uomo privato, ma che le seconde furono qualità eminenti d'un principe di gran mente. Tale lo fanno conoscere le di lui famose Bolle e non Pataffie, che saranno di eterna memoria e venerazione, e fra tante altre azioni eroiche del sue pontificato, una sarà la restituzione della Romagna fatta dai Tiranni alla Santa Sede; opera che tutta si deve al coraggio e alla prudenza e sagace condotta di Alessandro VI».
[266] Anche san Paolo ad Efeso si fe cedere gli amuleti e talismani della Dea colà adorata, e i libri de' misteri, e quantunque di carissimo costo, valendo cinquantamila denari, li fe bruciare. _Act. apost. cap. XIX_.
[267] Prediche sopra Ezechiele. Predica XXII.
[268] Prediche sopra l'Esodo.
[269] Sermone sopra Amos.
[270] «O frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere beni temporali. QUESTO SARIA ERESIA. Non dico questo io, perchè non è da credere, se non si potesse tenere, che san Silvestro li avesse accettati, e san Gregorio li avesse confermati. Però noi ci sommettiamo alla Chiesa romana, o che valga meglio che ne abbia o no. Questa è una gran quistione, perchè vediamo che ha pur fatto male per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo pruovi. Rispondiamo dunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuol gittare le ricchezze in mare, ma fuggire il pericolo; e diciamo che la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe in unione con Dio». _Sopra Ezechiele_.
«Il papa è Dio in terra, ed è vicario di Cristo. Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si ami il proprio fratello, che si faccia il bene. Adunque se il papa ti comandasse cosa contraria alla carità, e tu la facessi, tu allora vuoi che il papa facci più che non fa Dio. Il papa può errare, non solo per false informazioni, ma qualche volta ancora perchè ha in odio la carità. Ciò che tanto ha corrotto la Chiesa è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era santa: ma quando le fu data la potestà temporale, cadde nella polvere delle ricchezze e delle cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia... Concilio vuol dir congregare la Chiesa, idest tutti li buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda propriamente Chiesa se non dove è la grazia dello Spirito Santo. Ed oggi dove si trova essa? forse solamente in qualche buon omiciattolo... Nel concilio s'hanno a far riformatori che riformino le cose giuste. Nel concilio si castigano li cattivi cherici; si depone il vescovo che è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebbero deposti! forse non ne rimarrebbe nessuno. Pregate il Signore, che si possa finalmente congregare una volta, per favorire ed ajutare chi vuol far bene e per combattere i tristi». _Prediche del 1498, sopra l'Esodo_.
[271] JACOBO PITTI, _Storie_, lib. I, cap. 51.
[272] «Oh non hai tu paura? Non io che mi vogliano scomunicare perchè non faccio male. Portatela in s'una lancia questa scomunica, e apritele le porte. Io voglio rispondere; e se non ti fo meravigliare, di' poi quel che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua, che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e commuovere il mondo... Se io volessi andare adulando, non sarei oggi a Firenze, nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste cose; io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare, io ti domando questa grazia che tu non mi lasci morire in sul letto, ma che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.» _Sopra Ezechiele, pred._ XXVIII.
[273] Il papa diceva al Bonsi, oratore di Firenze: «Io ho letto le prediche del vostro frate, e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che il papa è ferro rotto; che è eretico chi crede alla scomunica, e che egli, piuttosto che chiedere assoluzione, vorrebbe andar all'inferno. È scomunicato non per alcuna istigazione o per false insinuazioni, ma per la sua disobbedienza al nostro comando di unirsi alla nuova congregazione tosco-romana. Noi non lo condanniamo delle sue buone opere, ma vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia, e volentieri gliela concederemo quando si sarà umiliato a' nostri piedi».
[274] _Anno Domini MCCCCIIC. — Dilectis filiis guardiano et fratribus D. Francisci ad Sanctum Miniatum extra muros Florentinorum Ordinis Fratrum Minorum de observantia nuncupatorum, Alexander Papa sextus_.
_Dilecti filii, salutem et apostolicam benedictionem. Relatum nobis fuit quod apostolico zelo veritatis et justitiæ accensi, ac pro nostro, et hujus sanctæ sedis honore contra perniciosum dogma falsamque doctrinam perditionis filii Hieronimi Savonarolæ ordinis fratrum predicatorum, ac populi seductionem multis ac veris conclusionibus et argumentis sæpius publice ac privatim predicaveritis, ac eo fervoris et studii processeritis ut, pro sustinendis vestris veris rectisque argumentationibus, et ipsius Hieronimi pertinacia convincenda, non defuerit ex vobis qui etiam se in ignem projicere proposuerit; Laudamus certe devotionem vestram ac tam pium tamquam religiosum ac venerandum opus quod procul dubio nulla poterit oblivione deleri: Nobis vero et ipsi sedi ita gratum et acceptum ut gratius et acceptius esse non possit. Hortamur et monemus vos in Domino, ut eodem tenore pergentes adversus ipsius errorum reliquias, si quæ supersint, et complicem perseverare velitis, ut exinde a Deo et hac sancta sede merita condigna consegui possitis. Dat. Romæ apud S. Petrum sub annulo Piscatoris XI die aprilis 1498, Pontificatus nostri anno sexto_.
_Dilecto filio Francisco Apuliensi, Ordinis fratrum Minorum de observantia nuncupatorum professori, Alexander Papa sextus.
Dilecte fili, salutem et apostolicam benedictionem. Intelleximus quanto fervore pro veritate et justitia, proque nostro ac huius sanctæ sedis honore nuper predicaveris verbum divinum in civitate ista florentina adversus falsum et perniciosum dogma iniquitatis filii Hieronimæ Savonarole, qui prius suis demeritis excommunicatus, ausu sacrilego quam plurima scandalosa et heresim sapientia tam diu disseminare tam publice non erubuerat. Fecisti profecto opus valde meritorium, ac maxima laude dignum, ac quale religiosum virum decebat, quod nobis et toti sacro venerabilium fratrum nostrorum Sanctæ Romanæ Ecclesiæ cardinalium collegio mirifice complacuit. De qua devotione te plurimum commendamus, monentes et exhortantes ut, si quid forsitan reliquarum deinceps tanti ac nepharii erroris supersit, in tam bono ac pio instituto perseverare, ac illud eodem veritatis mucrone retundere cures, ita ut majores in dies ac uberiores fructus in agro dominico producens, nostram et ipsius sedis benedictionem et gratiam valeas promereri. Datæ Romæ apud S. Petrum 1498, XI aprilis, Pontificatus nostri anno sexto_.
[275] I Fraticelli non erano forse del tutto spenti in Firenze. Nella Magliabecchiana (MSS. G. 3. 368) si ha una lunga lettera di don Giovanni delle Celle contro di essi, e una loro risposta assai sviluppata, ma che in fondo accusa la Chiesa di aver traviato, come poi disse Lutero; essi pochi custodire la verità: la via del paradiso essere stretta, onde non è meraviglia se essi sono pochi in numero: peccar contro la carità quelli che gli accusano.
Il codice XI della classe XXXIV de' manoscritti d'essa biblioteca ha molte scritture contro i Fraticelli dell'opinione e singolarmente del vescovo Ortano, che dice essere stato deputato coll'arcivescovo di Milano ed altri vescovi a discutere contro costoro, sorti principalmente intorno ad Asisi, e che aveano preso per capo un tal Nicolao di Marano, nell'Agro Piceno.
[276] _Faites moi un petit miracle_.
[277] Non ha bisogno di commenti questo passo del processo: «_Jussus expoliari_. Orsù uditemi. Iddio, tu mi hai côlto (_inginocchiasi_). Io confesso che ho negato Cristo. Io ho detto le bugie. Signori Fiorentini, io l'ho negato per paura de' tormenti. Siatemi testimonj. Se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò che io ho detto l'ho avuto da Dio. Dio, tu mi hai dato la penitenza per averti negato. Io lo merito. Io ti ho negato. Io ti ho negato. Io ti ho negato per paura di tormenti, per paura di tormenti (_erasi inginocchiato e mostrava il braccio manco quasi guasto_). Gesù ajutami. Questa volta tu mi hai côlto».
[278] FR. KARL MEYER, _G. Savonarola aus grossen Theils handschriftlichen Quellen dargestellt_. Berlino 1836. Contiene molti atti sconosciuti, e che più tardi furono riprodotti da altri biografi come nuovi.
RUDELBACH, _H. Savonarola und seine Zeit, aus den Quellen dargestellt_. Amburgo 1835. Questi riconosce per profeti della Riforma l'abate Gioachino, santa Brigida, santa Caterina da Siena, ed altri.
[279] Predica IV, p. 237. Pr. V, p. 246. Pr. XII, p. 373.
[280] Predica XVI, 443.
[281] _Vorrede über Savonarola's Auslegung des LI psalms_.
[282] Suole dirsi che sol dopo san Carlo e dopo l'istituzione de' cherici regolari si estese l'uso del frequente confessarsi e de' confessionali in chiesa, ecc. Nel processo, frà Girolamo diceva: «Circa a' confessori, io ne mettevo molti in San Marco, confortandoli che confessassino assai: non per intendere da loro le confessioni, perchè non l'avrebbero fatto per la pena grande, et anche per conservarmi la reputatione appresso di loro: perchè, se io li havessi richiesti di simile cosa, mi sarei al tutto scoperto maligno: ma io lo facevo per havere più concorso, et per tenere gli amici nostri confortati all'opera nostra: et anchora perchè fossino più uniti».
[283] _Trattato dell'amor di Gesù Cristo_. Firenze 1492.
[284] Talora disse: «Se un angelo di Dio venisse un giorno a contraddirmi, non gli credete, perchè è Dio medesimo che parlò. _Predica 17 febbraio 1497_.
E nella _Verità profetica_ leggiamo:
_Savonarola_. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.
_Uria_. Guarda che questo sia detto non per umiltà, ma più presto per arroganza.
_Savonarola_. Io non m'attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare di averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de' prossimi».
[285] _L'officio proprio per frà Gerolamo Savonarola e i suoi compagni, scritto nel secolo XVI, e ora per la prima volta pubblicato per cura del conte C. Capponi, con un proemio di Cesare Guasti_. Prato 1860.
Il codice 34 della classe XXXIV dei manoscritti della Biblioteca Magliabechiana contiene una raccolta di giudizj di varj sopra la vita e le dottrine del Savonarola. Quanta traccia di sè abbia lasciato il frate appare dall'infinità di scritture a lui relative, che si trovano in tutte le biblioteche di Firenze. Fra le centinaja citerò il codice 7 della classe XXXIV manoscritto nella Magliabecchiana, che contiene _Vulnera diligentis_ di Benedetto da Firenze, ch'è un'apoteosi del Savonarola. Nella prima pagina ordina, _hoc non publicetur volumen nisi post mortem illius decimi_ (cioè Leon X), _de quo scriptum est_ Leo in quinto rugitu morietur, _filius Sodomæ_ ecc.... _Detur Adriano VI P. M. ad ciò sia conservata questa cristiana opera dalle mani de' combustori et persecutori della verità_.
Nella _Storia degli Italiani_ io mi son diffuso intorno al Savonarola, esaminando se fu un martire della verità anticipata, se profeta, se un gran patrioto, un gran democratico, o un allucinato, o un impostore. Furono pubblicate di recente molte opere intorno a lui, e massime la _Storia di Girolamo Savonarola_ del Villari (1859), e la _Storia del convento di San Marco_ del p. Marchese.
DISCORSO XII.
GIULIO II. CONCILJ DI PISA E LATERANO.
Alessandro VI moriva, non colle circostanze date da diarj d'allora e da romanzi d'oggi[286], pure inaspettatamente, nel rimestìo delle ambizioni, colle quali preparavasi a fare suo figlio principe della Romagna, delle Marche e dell'Umbria, assicurare i dominj della Chiesa dai tirannelli che gli aveano usurpati, e introdurvi quiete e regolarità. Il Valentino, che sperò, anche dopo morto il padre, continuare coi delitti e le prodezze a fare l'Italia, fidando nelle truppe come un re moderno, circondò il conclave per imporre la sua volontà: ma il popolo sollevatosi lo cacciò; e i cardinali adunati presero accordo che il nuovo papa convocherebbe tra due anni un concilio. Pio III, de' Piccolomini di Siena, elettogli successore (1513), s'affrettò di concertarsi all'uopo colle potenze, nell'intento di riformare la Chiesa, incominciando (apertamente il professava) dalla curia romana. Ma dopo ventisette giorni morì e gli succedeva Giulio II genovese, che come cardinale Della Rovere era stato gran nemico di Alessandro VI, e durante il costui papato erasi sempre tenuto in armi e in difesa. Saliva papa, persuaso che la podestà pontifizia non potesse assodarsi se non assodandone il dominio temporale; laonde, se Sisto IV e Alessandro VI aveano mirato a fare grandi i loro figliuoli, esso volle far grande la Chiesa, in modo da stare arbitra fra la Spagna e Francia, e logorarle entrambe finchè le snidasse d'Italia. Fa arrestare il terribile Valentino, e l'obbliga a cedere alla Chiesa i paesi ch'egli ed altri n'aveano sottratti; ritoglie Bologna ai Bentivoglio, Perugia ai Baglioni; da Venezia si fa restituire Rimini, Ravenna, Faenza, Cervia; senza violenze procacciasi Urbino, e pone la Chiesa nella maggior forza che mai fosse. Alle città sottoposte lasciava gli antichi o concedea privilegi nuovi, formandone municipj indipendenti siccome nel Veneto; e dove corporazioni di nobili, di borghesi, d'artieri si teneano in reciproco rispetto. In Roma erano quotidiane le aggressioni e gli omicidj, e non rare le vere battaglie, e Giulio le terminò coll'imporre e volere il disarmo generale. La nobiltà romana stava divisa in guelfa e ghibellina, per lo più tenendo bandiera guelfa gli Orsini, i Savelli e il popolo; ghibellina i Colonna, i Conti, i prefetti di Vico. Ora convennero tutti in Campidoglio, e giurarono concordia, stabilendo che «in perpetua e memorosa dannazione et infamia, sia licito le immagini de' contravenienti dipingere sottosopra al modo de' perfidi e crudeli traditori, in faccia del Campidoglio et in altri luoghi pubblici dal popolo frequentati, in perpetua commemorazione e testificazione di loro scellerata vita»[287]. Battagliero come un prelato del Mille, e padre de' suoi soldati, violento di natura, non dissimula le passioni, pure non se ne lascia conturbare; ardito ai progetti, cauto nello scegliere i mezzi, paziente nelle traversie, intrepido nei pericoli, ricevuto il paese in pieno scompiglio, Giulio rimise al freno i baroni; compresse la plebe; eroe se l'armadura e la fierezza non disconvenissero al successore del pacifico pescatore di Galilea. Luigi XII scende a vendicare Carlo VIII, e Giulio riesce a respingere i Francesi, e difende anche una volta l'indipendenza italiana. Dicea voler «riunire la comune patria sotto un solo padrone, e questi debbe essere perpetuamente il pontefice romano. Ma mi affanna il pensiero che non potrò arrivarvi per i gravi anni che mi ritrovo; e mi strazia l'idea di non poter compiere tanto per la gloria d'Italia, quanto ne sente il mio cuore»[288].