Part 29
Del clero massimamente rimproverava frà Girolamo l'indegno vivere, e il non credere che nel sacramento sia Cristo, cioè l'accostarvisi indegnamente. «Fatti in qua, ribalda Chiesa, dice il Signore; io ti avea dato le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo: i vasi desti alla superbia, i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abbominevole. Una volta ti vergognavi de' tuoi peccati, ma ora non più. Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli; ora non più nipoti ma figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto un luogo pubblico, hai edificato un postribolo per tutto. Che fa la meretrice? Ella siede in sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno; chi ha denari passa, e fa quel che vuole; chi cerca il bene è scacciato via. O Signore, Signore, non vogliono che si faccia il bene. E così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo, e il tuo fetore è salito al cielo. Tu hai moltiplicato le tue fornicazioni in Italia, in Francia, in Ispagna, per tutto. Ecco che io stenderò le mie mani, dice il Signore; io ne vengo a te, ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra i tuoi figli, sopra il tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i tuoi palazzi: e sarà conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra, gli angeli, i buoni, i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per te, io ti darò in mano di chi ti odia»[267].
E altre volte: «Quand'io penso alla vita dei sacerdoti, mi bisogna piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi mali della Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti. La chierica mantiene ogni scelleratezza. Comincia pure da Roma: e' si fanno beffe di Cristo e dei santi: sono peggio che Turchi, peggio che bovi. Non solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i sacramenti. Oggi vi sono sensali sopra i benefizj, e si vendono a chi più ne dà. Credete che Dio voglia più sopportarlo? Guai, guai all'Italia e a Roma! venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei: vediamo se possiamo resuscitare un poco l'amore di Dio»[268].
E vi applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti ebrei: «La nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficj ecclesiastici, con belli paramenti, drappelloni e candellieri d'oro e d'argento, e tanti bei calici che è una maestà. Tu vedi là quei prelati con mitre d'oro e di gemme preziose in capo, con pastorali d'argento e piviali di broccato, cantare bei vespri e messe, con tante cerimonie e organi e cantori, che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi ch'e' possano errare, ma ciò che dicono e fanno s'abbia a osservare come l'evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente, e un gran prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati in tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie, come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità e reverenza ne' popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano. Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio, non si gloriano se non di frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma interverrà loro quello ch'io vidi, che il tetto rovinerà loro addosso, cioè la gravità de' peccati delle persone ecclesiastiche e de' principi secolari cadrà sul loro capo, e ammazzeralli tutti in sul bello della festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.
«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non escano loro dalle mani e non si sottraggano dall'obbedienza, hanno fatto come fanno i tiranni delle città: ammazzano tutti i buoni uomini che temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e' non hanno uffizj nella città; e perchè non abbiano a pensare a qualche novità, introducono nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo è intervenuto alla Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i buoni uomini, i buoni prelati e predicatori, e non vogliono che questi governino: secondo, hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone consuetudini che avea la Chiesa, nè vogliono pure ch'elle si nominino. Va, leggi il Decreto; quanti belli statuti, quante belle ordinazioni circa l'onestà de' cherici, circa le vergini sacre, circa il santo matrimonio, circa i re e i principi come e' s'hanno a portare; circa l'obbedienza de' pastori; va, leggi, e troverai che non s'osserva cosa che vi sia scritta; si può abbruciare il Decreto, che gli è come se non ci fosse. Terzo, hanno introdotto loro feste e solennità per guastare e mandare a terra le solennità di Dio e de' santi.
«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con essoloro dello stato della Chiesa presente, subito e' dicono: _Padre, voi dite il vero, non si può più vivere se Dio non ci ripara_. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono: _Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo, introduciamo queste coll'autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del diavolo_. E dicono l'uno all'altro: _Che credi tu di questa nostra fede? Che opinione n'hai tu?_ Risponde quell'altro: _Tu mi sembri un pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli? Questi frati tutto il dì minacciano, e dicono, e' verrà, e' sarà; e tutto il dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e non parla con gli uomini; s'è dimenticato de' fatti nostri, e però gli è meglio che la vada così, e che governiamo la Chiesa come abbiamo cominciato_. Che fai tu dunque, Signore? Perchè dormi tu? Levati su, vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani dei diavoli, dalle mani de' tiranni, dalle mani de' cattivi prelati; non vedi tu che la è piena d'animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l'hanno tutta guasta? Non vedi tu la nostra tribolazione? Ti se' dimenticato della tua Chiesa, non l'hai tu cara? ell'è pure la sposa tua! non la conosci tu? È quella medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria; per la quale patisti tanti obbrobrj; per la quale volesti versare il sangue in croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più quietamente ti possiamo servire»[269].
Nè già disapprovava egli i possessi temporali degli ecclesiastici, ma il tristo uso che faceano delle ricchezze[270]; e violento diveniva quando toccasse i vizj di Roma, sicchè per verità poco divario corre fra quel suo linguaggio e quel di Lutero; anzi, alcuni di coloro che guastano il bene coll'esagerarlo, coniarono allora medaglie, ove a Roma vedeasi soprastare una mano col pugnale e la legenda _Gladius Domini super terram cito et velociter_[271].
Intanto coi libri de' letterati e colle corrispondenze dei mercanti di Firenze divulgavasi il nome del Savonarola; «perfino d'Alemagna (diceva esso) ci vengono lettere dei seguaci che va acquistando la _nuova_ dottrina». Riconosceva dunque egli stesso una nuova dottrina, la quale porse titolo d'accusarlo al pontefice, ch'era Alessandro VI. Questi, pauroso d'uno scisma, più volte l'ammonì, poi gli attaccò processo d'eresia, e gli interdisse di predicare. Il Savonarola non pensava staccarsi dalla Chiesa, e scrisse al papa: «La Santità Vostra si degni indicarmi quale tra le cose che dissi e scrissi io deva ritrattare, e subitissimo il farò». Non impugnava dunque l'autorità delle somme chiavi, ma poichè allora le teneva un pontefice, che coi costumi proprj e de' suoi deturpava una cattedra, onorata da tanti sapienti e tanti virtuosi, il Savonarola sostenne fosse stato eletto iniquamente, e braveggiò la scomunica, dicendo, che se ingiusta non obbliga[272], che il papa potè essersi ingannato.
Scrisse ai principi, testificando «_in verbo Domini_, che questo Alessandro non è papa, nè può esser ritenuto tale; imperciocchè, lasciando da parte il suo scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia papale, ed ogni dì a chi più ne ha vende i benefizj ecclesiastici, e lasciando gli altri suoi manifesti vizj, io affermo ch'egli non è cristiano, e non crede esservi alcun Dio», ed esortava i principi a raccoglier il concilio in luogo _atto e libero_, dov'egli tutto ciò proverebbe.
Alessandro VI volle ancora scorgervi piuttosto trascendenza di zelo che vera malizia: e per lasciargli aperta la via al pentimento, non lo dichiarò eretico, bensì _sospetto d'eresia_, e cercò che la Signoria lo inducesse a chiedere l'assoluzione, la quale esso non gli negherebbe, come in appresso gli renderebbe anche il predicare[273].
Ma frà Girolamo, fin nell'ultimo suo discorso esclamava: «Bisogna rivolgersi a Cristo che è la causa prima, e dire: _Tu sei il mio confessore, vescovo e papa: provvedi tu alla Chiesa che rovina_. — O frate, tu debiliti la podestà ecclesiastica. — Questo non è vero: io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione della romana Chiesa: non la debilito punto, anzi l'aumento. Ma io non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va contro al bene non è da Dio, ma dal diavolo».
E spesso ripeteva che un giorno _darebbe volta alla chiavetta_, e griderebbe, _Lazare, veni foras_; accennando al concilio, a cui s'appellava, e che non da lui solo, ma da molti era considerato come unico rimedio ai disordini della Chiesa. E questo chiedere la riforma per mezzo del concilio era tanto più comune dacchè in quel di Costanza erasi stabilito di radunar la Chiesa ogni dieci anni. Nel processo del Savonarola v'è l'esamina di un Giovanni Combi, che dice: «Sono giorni circa quaranta, che, trovandomi a casa ozioso, mi venne in animo di mandar allo imperatore il libro del _Trionfo della fede_ fatto da frà Girolamo, avendo inteso ch'era bello libro, e mandavalo allo imperatore come a uomo dotto e che si diletta di cose simili. E così feci una lettera a S. M. nella quale narravo come il detto frà Girolamo era gran profeta, e prediceva cose future, massime la conversione de' Turchi, la ruina d'Italia e la renovazione della Chiesa. E che non era dubbio la Chiesa stava male, come S. M. può ben sapere, e che a S. M. prefata s'apparterrebbe remediare, come si faceva pei tempi passati, per mezzo de' concilj. Di poi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare frà Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati frà Silvestro e Girolamo Benivieni, la lessi loro. Di poi la lasciai a Girolamo Benivieni perchè la facesse latina; e lui così mi promise di fare. Di poi a tre giorni andai a San Marco, e mi ha detto che io facessi motto a frà Girolamo che mi voleva parlare. E così andai a lui, ed inginocchiatomegli dinanzi, e' mi disse: «Io ho visto la bozza della tua lettera allo imperatore: sia contento non l'avere per male». Poi soggiunse: «La sta secondo il gusto mio e poco manca». E che voleva aggiungere alcune parole, e darmi copia di una lettera che aveva scritto al papa, perchè ve la inchiudessi. Ed io risposi essere contento a tutto, ecc.».
Ma poichè il frate procedea più sempre fino a non voler riconoscere altre autorità che di Dio e della propria coscienza, stimolato dalle nimistà cittadine, dalla gelosia d'altri monaci, e massime di frà Mariano da Genazzano, che in predica intitolava il Savonarola ebreone, ribaldone, ladrone, il papa rinnovò la scomunica «perchè alle apostoliche ammonizioni e comandamenti non ha obbedito», e vietava di ajutarlo, frequentarlo e lodarlo «siccome scomunicato e sospetto d'eresia».
I suoi discepoli, anche colla pruova del fuoco, si profersero a sostenere contro frati Francescani[274], 1º che la Chiesa di Dio ha bisogno d'esser rinnovata; 2º ch'essa verrà percossa; 3º dopo i flagelli essa e Firenze saran rinnovate e prospere; 4º gl'infedeli si convertiranno in Cristo; 5º queste cose si compiranno ai giorni nostri; 6º la scomunica contro frà Girolamo è nulla; 7º nè peccano quelli che non ne tengono conto.
Deponiamo l'entusiasmo che simpaticamente è eccitato dagli entusiasti, e viepiù dalla nobile e austera sembianza del Savonarola, e che cosa vi vediamo in somma? Il frate sostenere che la giustizia è perita, e in conseguenza restano esautorati il governo temporale e lo spirituale. Ma con ciò egli ergeva se stesso in giudice di tutti: non sarebbe stata giudice meglio competente la santa sede? No (egli risponde) perchè non è più santa, mentre santi sono i Piagnoni, i quali induce ad astinenze, ad austerità, a indietreggiare ai tempi di san Francesco e de' Fraticelli[275].
Per dimostrare che la sua missione era superiore agli altri, abbisognavano profezie e miracoli; or le profezie sue democratiche fallirono; quanto ai miracoli, uno gliene chiedeva Carlo VIII[276] come la gentuccia; esibitagli la pruova del fuoco, non potè cansarla, e non gli riuscì; donde scredito, e quel facile mutare degli amori fanatici in fanatiche esecrazioni.
La plebe, secondando i menapopolo, domanda una vittima; assale il convento di San Marco, ferendo, uccidendo: arresta frà Girolamo; ed essa che dianzi l'adorava, ora ebra di furore lo schiaffeggia, e sputacchia, dicendo: «Profetizza chi ti ha percosso», e «Salvati con un miracoluccio». E frà Girolamo se ne va, ripetendo ai suoi frati: «Rammentatevi di non dubitare: l'opera del Signore andrà sempre innanzi, e la mia morte non farà che accelerarla».
Esultarono i tristi preti del cessato attacco; esultarono i Compagnacci che la voce di rimprovero fosse soffogata; esultarono i patrioti d'aver tolto di mezzo il turbatore della pace pubblica; avversarj fatti giudici lo esaminano, e perchè non trovano titolo a condannarlo, v'è chi esclama: «Un frate più o meno, che cosa importa?» Stirato e squassato alla fune, egli debole e affranto di corpo, confessa quel che vogliono, essere stato eretico, aver negato Cristo, finto profezie e rivelazioni; poi subito nega, e «Non ho mai detto di credermi ispirato; bensì di appoggiarmi solo alle scritture sante. Non cupidità delle glorie del mondo mi mosse, e desideravo che per opera mia si congregasse il concilio, nel quale speravo fossero deposti molti prelati e il papa, e i costumi si riformassero, a modello de' tempi apostolici. Circa alla scomunica, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo ch'ella fosse vera, e la osservai un pezzo: ma poi parendomi che l'opera mia andasse in rovina, presi partito di non la osservar più, anzi manifestamente contraddirla e con ragioni e con fatti, per onore e per riputazione».
Rimesso alla tortura, confessava di ricapo quel che volevano, e meritar mille morti[277]. Ma interrogato se avesse voluto scinder la Chiesa di Cristo: «Giammai! (rispondeva risolutamente) se pur non si voglia intender d'alcune cerimonie, colle quali restrinsi la vita de' miei frati. Vero è che non ebbi mai paura delle scomuniche».
Ma la sua morte era un sacrifizio domandato da quella tiranna che, allora come adesso, s'intitolava opinion pubblica, e che dianzi ne chiedea l'apoteosi: sempre vulgo. Quando se ne discuteva nella Pratica, fra i minacciosi tremanti ardì alzarsi un Agnolo Pandolfini, e dire che pareagli esorbitanza il porre a morte un uomo, di sì eccellenti qualità che appena se ne vedeva uno in un secolo; e che potrebbe non solamente rimettere la fede nel mondo quando fosse mancata, ma ancora le scienze. Perciò proponeva di tenerlo prigione, e dargli modo di scrivere, acciò il mondo non perdesse i frutti del suo ingegno.
La Pratica accolse male la proposta, e gli si objettò non era a fidarsi nei magistrati futuri, che rinnovavansi ogni due mesi; talchè il frate sarebbe potuto tornar libero, e metter la città di nuovo a soqquadro. Nemico morto non fa più guerra: l'insegnò il Machiavello, e lo praticò Saint-Just.
E morte gli decretarono i concittadini, e l'assentirono i commissarj apostolici; e fu posto vivo sul rogo con due compagni, davanti al Palazzo Vecchio, dove sta ancora la lapide col decreto, pel quale egli avea fatto dichiarare unico re de' Fiorentini Gesù Cristo. Ai condannati il papa avea mandata l'assoluzione, onde l'assistente disse: «Piacque a sua santità liberarvi dalle pene del purgatorio, e concedervi l'indulgenza plenaria dei vostri peccati. L'accettate voi?»
Tutti tre chinarono il capo, e dissero sì. Così ai 23 maggio 1498 moriva frà Girolamo tra gl'insulti della plebe, che struggeasi di metter fuoco alla pira, come un tempo di cogliere i fiori del rosajo ov'egli predicava; tra gli osceni strappazzi del boja, che schiaffeggiandolo attiravasi pubblici applausi: e la Signoria informava i principi «quei tre frati aver avuto fine condegna alle loro pestifere sedizioni». Ma che? Subito il Savonarola fu decorato del titolo di santo, di martire; i tizzoni del suo rogo, qualche avanzo di ossa, le ceneri si conservarono, e mostravansi a' suoi devoti, come adesso ai curiosi; e ad ogni anniversario la gioventù ne espiava il supplizio con ispargere fiori sul luogo ov'egli perì.
Il Savonarola fu eretico? I Protestanti lo dipinsero qual loro precursore, e che avesse insegnato la giustificazione operarsi per la fede senza bisogno d'opere, e l'uomo esser uno strumento passivo in mano di Dio, il quale lo elegge e lo ripruova, senza ch'egli possa contribuire alla propria salvezza. Ultimamente Meyer e Rudelbach[278] con molta scienza ne scrissero gli atti in tale intento, ma con quel sistema di modificazioni e reticenze, per cui fu facile allineare coi Protestanti gl'ingegni più ortodossi. Perocchè analizzandone le opere, le mutilano, le scontorcono così, da esprimere quel che essi prestabilirono, e principalmente sopprimono quel che vi ripugna. Per un esempio, delle tre prime parti del _Trionfo della Croce_, le dottrine sono comuni ai Protestanti e a noi: onde il Rudelbach le divisa con diligenza, industriandosi volta a volta di estrarne qualche senso protestante. Ma trasvola al IV libro ove frà Girolamo tratta dei sacramenti da perfetto cattolico. Il Meyer asserirà che il frate parla ben poco della Beata Vergine, quasi mai del purgatorio: ma non tien conto che in qualche luogo spinge il culto della madre di Dio fino ai limiti della superstizione, e raccomanda ai fedeli di suffragare pei defunti; e conchiude che «chi si parte dalla dottrina della Chiesa romana, si parte da Cristo».
E in quel famoso mistico carro, del quale più fiate egli ragiona, figura Cristo vittorioso, piagato, coi due Testamenti in una mano, nell'altra la croce e i segni della passione; a' piedi il calice, l'ostia, i simboli de' sacramenti; poi la Vergine Maria colle urne de' martiri; il carro è tirato da apostoli, predicatori, profeti; è seguito dalla moltitudine de' fedeli e de' martiri. E da quel carro dicea doversi dedurre una nuova filosofia, i cui canoni supremi sono che Cristo è stato crocifisso, adorato, e ha convertito il mondo; e la Vergine, i martiri, la Santissima Trinità sono _adorati_ dai Cristiani. Nè di rado il Savonarola ritorna sulla necessità delle opere, sul libero arbitrio, sulla cooperazione dell'uomo alla Grazia; che se l'espressione non è sempre esattissima come dopo le definizioni tridentine, abbastanza rivela di pensar come la Chiesa cattolica; quantunque la Grazia diasi gratuitamente, noi dobbiamo apparecchiarci a riceverla forzandoci di credere, pregando, operando[279]. «Vuoi tu ricevere l'amor di Gesù Cristo? fa di consentire alla divina chiamata; il Signore ti chiama, fa tu pure qualche cosa»[280]. Aveva anzi in gioventù addottato questo motto: «Tanto sa ciascuno quanto opera»: talmente era lontano dalla passiva aspettazione della Grazia.
Ma nella meditazione sul _Miserere_ fatta in prigione, poneva: «Spererò nel Signore, e presto sarò liberato da ogni tribolazione. E per quali meriti? Pe' miei non già, ma per i tuoi, o Signore. Io non offerisco la mia giustizia, ma cerco la tua misericordia. I Farisei si gloriarono nella loro giustizia; onde non hanno quella di Dio, la quale si ha solo per grazia; e nessuno sarà mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto le opere della legge.
«O cavaliere di Cristo: di che animo sei tu in queste battaglie? Hai tu fede o no?
«Sì, la ho.
«Ben sappi che questa è una grande grazia di Dio, perchè la fede è suo dono, e non per nostre opere: acciò nessuno si possa gloriare».
Queste parole parvero asserire la giustificazione indipendente dalle opere; sicchè quell'opuscolo fu diffuso in Germania da Lutero nel 1523, con una prefazione, ove dichiarava il Savonarola suo precursore, «sebbene ai piedi di questo sant'uomo sia ancora attaccato del fango teologico»[281], e aver lui sostenuto «la giustificazione per mezzo della sola fede, e PERCIÒ venne bruciato dal papa»; e soggiungeva: «Cristo lo canonizzò perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del vangelo della pace; e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della fede, dell'elmo della salute, si arrolò non all'ordine de' Predicatori, ma alla milizia della Chiesa cristiana».
Noi sappiamo che non dal papa fu bruciato, e non per questo motivo; ma il libro stesso a cui Lutero s'appoggiava lo smentisce, poichè, primamente, che la fede sia dono gratuito di Dio è sentenza comune di tutti i teologi e del concilio di Trento: poi in esso libro il Savonarola continua: «Chi addurrà un peccatore, sia pur grandissimo, il quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e giustificato?... Or non hai tu udito il Signore, che dice, _Qualunque volta piangerà il peccatore, e si dorrà de' suoi peccati, io non mi ricorderò delle sue iniquità?.._. Cadesti? lèvati, e la misericordia ti riceverà. Rovinasti? grida, e la misericordia verrà».
Poi sollecitato dal carceriere a lasciargli qualche ricordo, frà Girolamo sulla coperta di un libro scriveva una _Regola del ben vivere_, più volte ristampata, ove dice: «Il ben vivere dipende tutto dalla Grazia; onde bisogna SFORZARSI D'ACQUISTARLA, e quando s'è avuta, d'accrescerla... Essa è certamente un dono gratuito di Dio; ma l'esaminar i nostri peccati, il meditare sulla vanità delle cose mondane, c'indirizza alla Grazia; la confessione e la comunione ci dispongono a riceverla... Il perseverare nelle buone opere, nella confessione[282], e in tutto quello che ci ha avvicinato alla Grazia è il vero e sicuro modo d'accrescerla».
Il Savonarola era piuttosto un mistico; e a indicarlo tale, se non bastassero alcuni passi da noi addotti, ben altri potrebbero adunarsi, e per darne uno, quello ove definisce, «L'amore di Gesù Cristo è quel vivo affetto, per cui il fedele desidera che la sua anima diventi quasi parte di quella di Cristo, e che la vita del Signore si riproduca in lui, non per esterna imitazione, ma per interna e divina ispirazione. Vorrebb'egli che la dottrina di Gesù Cristo fosse in lui cosa viva, patir il suo martirio, salir con lui misticamente sulla croce. Amore onnipotente, che non può aversi senza la Grazia, perchè eleva l'uomo sopra se stesso, e la creatura finita congiunge al Creatore infinito»[283].