Gli eretici d'Italia, vol. I

Part 28

Chapter 283,573 wordsPublic domain

All'alito di Dio e sotto l'ale del cristianesimo era sbocciata la società moderna; e Dio, unica fonte d'ogni potestà, credevasi avere commesso l'esercizio della temporale non meno che della spirituale al suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime, e di conservare integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due spade all'imperatore; l'imperatore, unto dal Cristo in terra, consideravasi come capo dei re, come rappresentante il potere temporale della Chiesa in quella grande unità, la quale nell'ordine religioso chiamavasi _cattolicismo_, e nell'ordine temporale _sacro romano impero_. Concetto sublime, che sottraeva il mondo all'arbitrio della forza per porlo in tutela della fede, piantava dominj non per conquista o per nascita, ma per riverenza ed opinione; preveniva spesso le guerre mediante l'arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle scomuniche; sempre le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli dai mutui attentati col chiamare gli uni e gli altri a rendere ragione di loro condotta avanti ad un tribunale, inerme eppure potentissimo perchè fondato sulla coscienza de' popoli, e resistendo ai forti non in nome della rivolta, ma della sommessione che si deve a Dio più che agli uomini.

Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s'attraversassero, sicchè rimasero male determinati i confini delle due autorità. I papi, per tutelarsi in un'età guerresca e quando ogni potenza derivava dal possesso de' terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale, ma tristo il guadagno che n'ebbero, avvegnachè li mise più d'una fiata in punto di scambiare per supremazia principesca quel ch'era tutela e arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è di quaggiù. Di rimpatto gl'imperatori pretendevano dominare sopra i re, fare da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll'indipendenza de' primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la diuturna contesa fra il pastorale e la spada, solo temporariamente sospesa mediante transazioni che all'uno e all'altra impedivano di trascendere, ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia. Dopo le deplorate scissure di Basilea e di Costanza, ove ambedue i partiti ebbero bisogno del braccio dei re, questi, che aspiravano a concentrare in sè la pubblica potestà, colsero quel destro, e reluttando alle antiche prerogative di Roma dissero: «Noi conosciamo e sappiamo far il bene, meglio della Chiesa; noi non dobbiamo dipendere da nessuno; nessuno vi dev'essere nei nostri Stati, che da noi non dipenda».

Nella comune propensione di quel secolo a consolidare i principati sulle rovine delle repubbliche e dei Comuni, anche i papi procacciarono più solertemente negl'interessi temporali, o condotti dalla carne e dal sangue s'affissero a dare opulenza e stato alle proprie famiglie, da un lato accarezzando i potentati per averli conniventi alle loro aspirazioni, dall'altro spremendo i deboli. Al concilio di Basilea un oratore, quel desso che valse a fare eleggere l'antipapa Felice, diceva: «Tempo già fu che io pensava sarebbe utile separare affatto la podestà temporale dalla spirituale: ora mi convinco che la virtù senza la forza è ridicola, che il papa romano senza il patrimonio della Chiesa non rappresenta che un servo dei re e dei principi».

Ed uno de' politici meglio accorti, Lorenzo de' Medici, scriveva a Innocenzo VIII esortandolo a rendersi forte coll'impinguare i suoi parenti. «Non solo Vostra Santità è dispensata dalla modestia e dalla riserva in faccia a Dio e agli uomini, ma potrebbesi biasimarla di non farlo, e attribuirlo ad altri motivi. Lo zelo e il mio dovere obbligano la mia coscienza a rammentare a Vostra Santità che nessuno è immortale; che un papa ha tanta importanza quanta vuole averne, e poichè non può rendere ereditaria la sua dignità, non può dire suoi se non gli onori e i benefizj che fa ai suoi»[261].

Lorenzo era ispirato da interesse personale, ma avrebbe fatta dichiarazione così esplicita se tale non fosse stata l'opinione comune? Era il tempo che si ergevano tutti i principati sulle ruine delle tarlate repubbliche, e il papa seguiva l'andazzo col rinvigorirsi anch'esso. Inoltre le potenze fissavano cupidi occhi sullo Stato romano; onde fattone quistione non di diritto, ma di forza, i papi poteano adoprarsi ad acquistarlo come gli altri, e contro gli altri proteggerlo.

L'esiglio avignonese avea fatto sentire più che mai la necessità che il papa stesse in terra indipendente, e quindi il bisogno di convalidare e crescere il suo dominio. Martino V ed Eugenio IV si valsero del modo di guerra allora usitato, cioè de' condottieri, per sottomettere le città rivoltose. Nicolò V tentò un tratto confederar tutti gli Stati d'Italia per opporli ai Turchi, che aveano presa Costantinopoli il 29 maggio 1453, e riuscì a conchiudere la pace di Lodi; ma questa assicurava i varj dominanti, non li federava per l'offesa e la difesa. Internamente la congiura del Porcari aveva offerto pretesto ai papi d'integrare il proprio dominio su Roma, annullando l'autorità popolare dei capi di rioni.

Quest'assoggettamento bisognava estenderlo a tutto lo Stato, reprimendo l'anarchico arbitrio de' signorotti che se lo divideano, e a ciò mirarono tutti i papi successivi, annaspando una politica non immune di violenze e di frodi, a cui dà risalto il carattere ond'erano rivestiti. Nella congiura de' Pazzi, prelati cospirarono ad assassinare i Medici in chiesa, e il popolo in vendetta appiccava fino un arcivescovo; pruova di deperita religiosità, ancor più della violenta diatriba, in quell'occasione avventata a Sisto IV, credesi da Gentile de' Becchi vescovo d'Urbino. Sebbene non crediamo che questo pontefice partecipasse a tale assassinio, nè i tant'altri gravami contro la sua memoria, forza è dire che esercitò trista politica; a titolo di mettere in pace l'Italia per armarla contro i Turchi, sparnazzò scomuniche, massime contro i Veneziani; sostenne la cadente libertà fiorentina contro l'usurpazione dei Medici, ed aspirò all'indipendenza italiana, ma mostrandosi ambizioso e corrotto, disgustò anche i repubblicani, e mentre non attutì le irrequietudini intestine, lasciò che i rigori dell'Inquisizione si trapiantassero dalla Spagna nel paese nostro: per fare denari non abborrì da strani mezzi; creò nuovi uffizj da vendere, impose l'esoso dazio sul macinato, decime sui prelati: elevò impudentemente i parenti suoi, concesse perfino ad Alfonso, bastardo di re Fernando d'Aragona, appena di sei anni, l'arcivescovado di Saragozza.

Nè più saviamente si maneggiarono i suoi successori, l'andamento delle fortune d'Italia alterando per collocare, stabilire, dotare i loro figliuoli o nipoti; e guardandosi come capi dello Stato, più che capi della Chiesa. Non riscossi dalle minaccie di Basilea e Costanza addormentavansi nella sicurezza del possesso, e lasciavano nella stessa metropoli del cattolicismo preponderare lo spirito secolaresco. I cardinali aveano facoltà di imporre condizioni nel conclave al futuro pontefice, ma Innocenzo VI avea dichiarato che nessun giuramento anteriore all'elezione può restringere l'autorità pontifizia, atteso che, sede vacante, alla Chiesa non compete altro diritto che di eleggere il successore. Morto Sisto IV, i cardinali stesero una costituzione, ma tutta a loro mero vantaggio; non avessero meno di quattromila zecchini d'entrata; non rimanessero colpiti da censure o scomuniche o giudizj criminali, se non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non oltrepassassero il numero di ventiquattro, un solo de' quali potesse essere della famiglia del papa.

Siamo contenti di non esser obbligati a raccontare il regno di Innocenzo VIII, salito papa col promettere, e connivendo a indegni favoriti che di tutto faceano bottega.

Allorchè questi morì nel 1492, si manifestò più che mai nella cristianità il bisogno di riformare la Chiesa; «Lionello vescovo di Concordia n'espresse davanti ai cardinali il voto nel giorno che entrarono in conclave, in un magnifico discorso rappresentando come la romana, madre e radice della Chiesa universale, cadesse di giorno in giorno in maggiore dispregio; estremo il lusso del clero; i principi cristiani accanniti gli uni agli altri fino a distruggersi. Il dolore della figlia di Sionne è grande come il mare. Rimedio sia l'eleggere un pontefice santo, istruito, valente. Tutta la Chiesa ha gli occhi sopra di voi; ne aspetta un capo che, col buon odore del suo nome, attiri i fedeli alla salute; fedele come san Giacomo, ortodosso come san Paolo, che dalla Babilonia dell'apocalisse spinga la Chiesa verso i testimonj dell'Eterno»[262].

L'eletto fu Alessandro VI[263]; e il nome basterà per quelli che accettano bell'e fatte le opinioni. Trovava egli ancora il paese sovvertito dagli Orsini e dai Colonna, coprenti l'ambizione personale sotto i titoli di Guelfi e Ghibellini; ed egli vi mosse guerra risoluta, come ai Varani e Fogliani che possedeano le Marche: ai Della Rovere, signori di Sinigaglia, ai Montefeltri di Urbino e di Gubio, ai Vitelli di Civita di Castello, ai Baglioni di Perugia, agli Sforza di Pesaro, ai Malatesta di Rimini, ai Riario di Imola, ai Manfredi di Faenza, ai Bentivoglio di Bologna; tutti in gara di violenze e di tradimento, e che promossero o favorirono la funesta calata de' Francesi con Carlo VIII, a cui Alessandro si opponea. Che se come uomo rimase tipo d'una più romanzesca che storica scelleraggine, egli salito pontefice a sessantun anno; se, mentre da capitano andava a combattere i Savelli, gli Orsini, i Colonna, lasciava il governo a sua figlia Lucrezia Borgia, fin coll'arbitrio d'aprire le sue lettere: se Cesare Borgia, eroe del delitto, infamato dalle lodi attribuitegli dal Machiavello, chiarì quanto potesse osare un figlio di papa, e in conseguenza quanto fosse opportuno il celibato de' preti: Alessandro come pontefice emanò savie costituzioni; colla sì ingiustamente beffata delimitazione delle terre scoperte prevenne i conflitti della Spagna col Portogallo nel nuovo mondo; i contemporanei s'accordano a lodarlo d'avere tarpate le minute tirannidi, e molti confessano, come fu detto di Tiberio, che in lui andavano pari i vizj e le virtù. Dove non veglino i tirannici ordinamenti che la cristianità sconosce, neppure l'inettitudine o la malvagità d'un capo abolisce la bontà delle istituzioni e la consistenza degli intenti[264].

Rinunziando a discolpe, che potrebbero scambiarsi per giustificazioni[265], torciamo dal genio delle tenebre verso un angelo di luce.

Qual Italia abbiamo? Le idee pagane sono in piena rifioritura: si rovistano gli avanzi di libri, di statue, di fabbriche; sulle antiche si modellano le opere nuove, a scapito dell'originalità e della naturalezza; l'autorità d'un filosofo o d'un poeta reggesi in bilancia con quella della Scrittura e d'un santo padre, fino a insegnare, Cristo dice così, Aristotele e Platone dice colà; la sottigliezza scolastica offusca la ragione col pretesto di illuminarla; la sublimità platonica invanisce in delirj teosofici; si magnificano solo le virtù pagane, e i nomi di greci e romani surrogansi a quelli ricevuti nel battesimo.

In quella civiltà cresciuto e fattosene adoratore, Lorenzo De' Medici cantò inni sacri per compiacere sua madre, e osceni carnascialeschi per compiacere alle brigate; e moriva circondato da tutto il fasto d'una Corte popolana, fra capi d'arte antichi, o moderni che gli emulavano; fra libri cercati di lontanissimo; fra olezzi di fiori, tratti dall'India; fra delicature tributategli da tutto il mondo. Ma i suoi sguardi su che si fissavano in quel memore punto? Sopra un crocifisso di legno rusticamente intagliato, stretto fra le mani d'un frate. Era frà Girolamo Savonarola. Nato di buona gente a Ferrara, già da fanciullo amava la solitudine; nelle campagne fin colle lacrime esalava la piena dell'affetto, e al Signore diceva: _Notam fac mihi viam in qua ambulem, quia ad te levavi animam meam_. Educato all'aristotelica, a Firenze verge ai Platonici e al misticismo, ma da' traviamenti lo rattiene l'ammirazione sua verso san Tommaso, per omaggio al quale entrò nell'Ordine dei Domenicani, adottandone il vero spirito nell'astinenza, nell'obbedire, nell'adempiere a' più umili uffizj. Abbandonato fin ciò che prediligeva, alcuni libri e immagini, portava abitualmente un piccolo cranio d'avorio, che gli rammentasse il nulla delle onorificenze umane, e passava di città in città predicando, esortando, commentando, consigliando, confessando. Venuto nell'alta Italia, queste eccelse montagne coronate di ghiacci, quasi bastite erette da Dio a difesa di paese prediletto, e i colli degradanti in limpidi laghi o in pianure sconfinate l'incantavano; sicchè fermandosi dalla pedestre peregrinazione, sedeva sotto qualche albero guardando, e cercava nella memoria alcun versetto di salmo che esprimesse gli affetti onde sentivasi inondato. Nei dubbj del pensiero, nelle fiacchezze della volontà pregava, pregava. Fatto nel 1488 priore del convento di san Marco in Firenze, poc'anzi riformato dal santo arcivescovo Antonino, si mostrò severo coi traviati quanto mite coi ravveduti; e parendogli che da Dio gli fosse ispirato il modo con cui dovesse favellare, tonava contro l'universale pervertimento. Predicava egli sotto un gran rosajo damasceno, e malgrado la debile voce e l'accento lombardo, l'uditorio gli crebbe tanto, che dovette trasferirsi in Duomo.

Oratori avidi d'applausi, con iscolastiche argomentazioni, scienza profana, frasi armoniose, blandivano a que' popoli, fortunati di soavi aure, piene di vita, d'una civiltà sviluppata ne' materiali godimenti, sotto principi senza pari nel fasto e nel buon gusto, onorati e cerchi da re lontani, cantati dai poeti, inneggiati dal popolo.

Chi oserebbe rompere quel concerto di encomj e di gioja? Il Savonarola, che non conosce civiltà senza della virtù, e che, unendo la persuasa e fino entusiastica devozione di frate alla franchezza di tribuno, comincia a gridare, Sventura, sventura: e a declamare contro i viluppi d'una politica subdola, le profanità degli artisti, l'abominazione introdottasi nel santuario. Ed esclamava: «Tristo chi si vende al mondo! guai ai padri che allevano alla peggio i loro figliuoli! guai ai governanti che opprimono i popoli e ne fomentano le dissensioni, e gl'istinti malevoli e l'odio alla verità! guai ai cittadini e mercanti che non considerano se non il guadagno, come le donne agognano alle futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie! guai ai prelati che, invece di menare il loro gregge a pastura intemerata e fresca, l'avviano seco alle fonti avvelenate! guai ai preti che scialacquano i beni della Chiesa, destinati ai poveri! guai ai sapienti che ignorano le verità della fede o si stomacano della semplicità del catechismo! guai agli artisti che, per amore dell'arte, perdono la fede, sagrificano il costume! guai ai maestri che spiegando autori pericolosi, avvezzano alla lubricità, prima che nelle Università si divaghino in una logica petulante, nella arroganza dell'argomentazione, surrogata al buon senso e al vangelo!»

Non sapeva egli perdonarla a que' predicatori, che fanno gemere e piangere e stupire, ma non correggono nè emendano, ed eccitano emozione femminea, anzichè salutare fervore; invece del vangelo annunziano baje, spacciano pruriginose novità, volendo emulare la poesia di Virgilio o la scienza di Platone, la soavità d'Isocrate o l'impeto di Demostene; avviluppano Cristo nelle passioni umane; tolgono le distinzioni fra il cristianesimo e il paganesimo: delle futilità de' filosofi e della sacra scrittura fanno un miscuglio, e questo vendono su pei pergami, mentre le cose di Dio e della fede lasciano da banda.

«Questa pecora smarrita (diceva) Cristo l'ha perduta: il buon prete la ritruova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce e la scusa, e le dice: So che non si può sempre vivere castamente e astenersi dal peccato; e così l'allontana più sempre da Cristo, e le fa perdere la testa e la tiene per sè. Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna dirla. Se sapeste quel ch'io so! cose schifose, cose orribili; e ne fremereste, ed io non so frenare le lacrime pensando che i cattivi pastori si fanno mezzani per condurre l'agnella in bocca del lupo. Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a piazzeggiare, e fare visita alle comari, ma che studiino la Bibbia. Dopo notti passate nel vizio, che vuoi tu fare della messa?»

«Le scienze (diceva ancora) bisogna adoprarle per dimostrare la fede, ma prendere la fede in semplicità, non dissiparsi in dissertazioni e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri». Ed egli infatto alla Bibbia si appoggia continuamente; in nome e colle espressioni di quella, minaccia o loda, esalta fulmina; e crede che, nel senso mistico, si applichi non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai particolari di ciascun tempo, qualora la Grazia ajuti a combinare i testi.

E più che al dogma, nella predicazione bada egli alla pratica; e tanto fino politico, quanto poco lo fu Lutero, vede gli imminenti pericoli, sa le notizie, vuole stabilire la repubblica evangelica, l'eguaglianza di ricchi e poveri. A differenza del Machiavello, sa che forza ed armi non bastano dove così profonda è la depravazione: il male sta nell'anima; questa bisogna rigenerare, e il miracolo sarà fatto. E professando la virtù essere necessario fondamento d'ogni libertà, e arte della tirannia pervertire i costumi, doleasi che per questa via le antiche repubbliche italiane «sobrie e pudiche», s'andassero precipitando nella tirannide; e proclamava che buon governo e moralità vanno inseparabili.

Perciò, quando Lorenzo de' Medici lo chiamò al letto della sua agonia, dicono che il frate gli ponesse come patto dell'assoluzione il restituire a Firenze la proprietà migliore, la libertà.

Come altri pretesi redentori d'Italia, mirò con compiacenza l'invasione di Carlo VIII, salutando i Francesi quai liberatori, e godette che per opera loro fossero cacciati i tiranni di Firenze: ma quando essi abusavano della vittoria, affacciossi a Carlo, e gli indirizzò quel che più sgarba ai potenti, la verità; e perchè quel re s'inchinava a lui davanti, e' gli mostrò un crocifisso dicendo: «Non venerare me, ma questo, che ha fatto il cielo e la terra, ch'è re dei re, e manderà a rovina te con tutto il tuo esercito se non desisti dalla crudeltà». Come Carlo partì, fece stabilire a Firenze il regno di Cristo, cioè il governo a popolo, e parve l'idolo della città, alla vigilia di divenirne l'esecrazione.

Noi non abbiamo a qui discorrere de' suoi fatti politici e governativi, benchè fossero tanta cagione delle sue ultime vicende. Solo diciamo come le sue prediche fossero benedette di frutto stupendo; e per un momento parve che la Firenze del Pulci, delle giostre, de' carri carnascialeschi, fosse mutata in una città di santi. Dalle ville che popolano il Val d'Arno e le pendici dell'Apennino, affluivano contadini; e appena le porte si schiudessero, precipitavansi nella città, dove trovavano accoglienza e nutrimento dalla eccitata carità. Giovani, donne, fanciulli, vecchi, d'ogni classe, con giubilo devoto affollavansi ad aspettare le prediche del frate, ognuno queto al suo posto, con un lumicino per leggere l'uffizio o libri devoti; e non s'udiva uno zitto; se non che a tempo a tempo alcuno sorgeva ad intonare una laude, alla quale rispondeasi a vicenda: e le tre, le quattr'ore attendevano sinchè il frate venisse a spargere la parola or minacciosa, or confortante. Pareva proprio una primitiva Chiesa, dice un contemporaneo; dapertutto un conversare pieno di carità, un guardarsi, incontrandosi, con letizia inestimabile, fossero pure forestieri, bastando ch'erano figliuoli di quel gran padre: per le vie e pel contado non più canzoni e vanità, ma cantici spirituali, e per le strade vedeansi le madri andar recitando l'uffizio co' figliuoli, a modo de' religiosi; alle mense, fatta la benedizione, si leggeva qualche libro devoto; non si vendea più carne i giorni proibiti: la sera i giovani accoglievansi al focolare paterno a recitare il rosario; le donne ripresero la modestia nel vestire; sino i fanciulli chiesero dal magistrato regolamenti per proteggere il buon costume. Gli uomini viziosi s'asteneano, per paura d'essere additati dai fanciulli, come le donne addobbate in foggie disoneste. Voleano divertirsi? Adunavansi a brigatelle di venti o trenta, in qualche deliziosa postura; e comunicatisi, consumavano la giornata cantando salmi, o in pii sermoni, o recando in processione la Madonna e il Bambino: e le domeniche, côlti rami d'ulivi, uscivano sui prati e ripeteano laudi che il frate avea composte, adattandovi arie dedicate già alla frivolezza e all'immoralità.

Più si abbondava nelle opere di carità; faceasi venire grano a sollievo della carestia dominante; si eresse un monte di pietà per riparare alle usure; moltiplicaronsi altri atti che attiravano lo scherno de' gaudenti, i quali chiamavano costoro stroppiccioni, piagnoni, frati.

Al Savonarola doleva che la letteratura e le arti avessero preferito le vie di Betsabea a quelle di Betlem; lo studio della natura e dell'antico al sentimento intimo; e si ostentassero nudità fino sugli altari, come ne' versi le divinità e i sensi pagani usurpavano il luogo a Cristo e alla pensierosa severità, quasi volesse farsi rivivere ciò che è defunto, e per sempre. Perocchè le belle arti, rinnovellatesi non a nome dell'idea, ma della pratica e del bello plastico, si erano rivoltate contro il medioevo a nome dell'antichità; prima vagheggiando i prestigi classici, poi dimenticando la sostanza per la veste, e surrogando il gusto all'entusiasmo. Il Savonarola cercò istituire scuole o congregazioni, onde ricondurle nel santuario, dove erano sbocciate; e a quell'anima entusiasta, sotto il bel cielo d'Italia, nella città altrice delle arti, come dovea sorridere il pensiero di rigenerarle, e di ricollocare la bellezza in grembo all'Eterno, dal quale essa deriva! Molti artisti convertironsi a lui, non già per distruggere e abolire il bello, come fecero i Protestanti, ma per consacrare il pennello, lo scalpello, il bulino a soggetti edificanti.

Anzi il Savonarola osò per amore un fatto, che troppo fu ripetuto per ira in altri paesi. I giovinetti, ch'egli educava nella pia austerità mandò attorno per la città a farsi dare libri sconci o di sorte, laide immagini, tessuti lascivi, canzoni amatorie, ritratti di bellezze divulgate, e di tutte queste _vanità_[266] il giorno di berlingaccio del 1498 fu fatta una gran catasta in piazza e postovi fuoco a suon di trombe e di canzoni. I savj secondo il secolo ne presero scandalo, e dicevano sarebbonsi potute vendere, e col denaro fare limosina; «come dissero già (riflette il Nardi) i mormoratori del prezioso unguento sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo; non considerando che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi sono vietate più severamente dalla cristiana filosofia».