Part 27
Questi libri erano lo stillato delle conversazioni: e piaggiavano l'opinione pubblica, come suol chiamarsi l'opinione vulgare; ma quello scandolezzarsi della costumatezza del clero sa di strano in iscritti d'un libertinaggio perfin teorico, che rivelavano una depravatezza ben più profonda nella società laica. Non erano dunque frutti d'una filosofia indipendente: seguitavasi l'istinto, non la riflessione; lo scetticismo usufruttavasi, non per iscassinare la fede, ma per solleticare l'arte, la quale gavazzava in licenza sfrenata, eppure arrestavasi davanti all'albero proibito, senza formolare veruna dottrina eterodossa; indipendenti nell'oggetto, sommettevansi cattolicamente nello spirito; e nessuno metteva in discussione seria, cogli altri nè con se stesso, quei punti che sono il mistero della società, della credenza, della vita.
Vanno dunque a gran pezza dal vero quelli che raccolsero tali satire o declamazioni per designare de' precursori alla protesta religiosa. Abbastanza ci fu veduto come tutte le eresie, dal mille in poi, chiedessero la riforma, ben prima che si passasse dalle sètte entusiaste alla forma sintetica e scientifica del protestantismo. E sempre piissimi uomini e vescovi in prediche e in pastorali gemevano de' traviamenti curiali ed ecclesiastici, e reclamavano un rimedio. Già al suo tempo san Bernardo esclamava: «Chi mi darà che, avanti morire, io possa vedere la Chiesa di Dio qual era ne' primi giorni?» Eppure con forza ineluttabile si oppose ad Abelardo e ad Arnaldo, appena li vide intaccare la Chiesa. Crebbe tale libertà nel grande scisma, allorchè non ben determinavasi qual fosse la Chiesa vera, e Clemengis faceva a Gerson una pittura orribile della Corte di Roma, da pura e santa mutata in bottega d'ambizione e rapina, dove tutto si vende, dispense, ordini, sacerdozio, peccati, sacramenti, messe; per denaro si elevano al sacerdozio imbecilli che neppure sanno quel che leggono e cantano. Evvi un fannullone, inetto al lavorare? Si fa ecclesiastico per vivere in voluttuoso ozio. Talmente è convenuto che dai preti non si osserva la castità, che i laici non vogliono un curato se non ha la concubina, per così garantire il letto maritale[254].
Ed Enea Silvio Piccolomini, che poi fu papa: «La corte di Roma non dà nulla senza denaro: vi si vende fin la imposizione delle mani e i doni dello Spirito Santo; non vi si dà perdonanza de' peccati che a quelli che han denaro»[255].
Nella città, ove tante radici mise poi l'eresia, Caterina da Siena scriveva al suo confessore: «Il nostro dolce Cristo in terra crede, e così pare nel cospetto di Dio, sarebbero a levare via due cose singolari, per le quali la sposa di Cristo si guasta. L'una si è la troppa tenerezza e sollecitudine di parenti; l'altra si è la troppa misericordia. Oimè, oimè! questa è la cagione che i membri diventano putridi pel non correggere. E singolarmente ha per male Cristo tre perversi vizj, cioè la immondizia, l'avarizia e la superbia, la quale regna nella sposa di Cristo, cioè ne' prelati, che non attendono ad altro che a delizie, e stati, e grandissime ricchezze. Veggono i demonj infernali portare le anime de' sudditi loro, e non se ne curano, perchè son fatti lupi, e rivenditori della divina grazia. Quand'io vi dissi che v'affaticaste nella Chiesa santa, non intesi solamente delle fatiche che voi pigliate sopra le cose temporali; ma principalmente vi dovete affaticare insiememente col padre santo, e fare ciò che voi potete in trarre li lupi e li demonj incarnati dei pastori, che a veruna cosa attendono se non in mangiare, e in belli palazzi, e in grossi cavalli. Oimè, che quello che acquistò Cristo in sul legno della Croce, si spende con le meretrici. Pregovi, se ne doveste morire, che voi ne diciate al padre santo che ponga rimedio a tante iniquitadi. E quando verrà il tempo di fare li pastori e' cardinali, che non si facciano per lusinghe, nè per denari, nè per simonia; ma pregatelo quanto potete, che egli attenda e miri se trova la virtù e la buona e santa fama nell'uomo, e non miri più a gentile che a mercenario, perocchè la virtù è quella cosa che fa l'uomo gentile e piacevole».
Brigida, nobile svedese, che reduce da Terrasanta, morì a Roma il 1373, ebbe e scrisse rivelazioni, riprovate dall'insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, e tradotte in tutte le lingue; fu canonizzata da Bonifazio IX; eppure si era avventata gagliardissima contro la Corte pontifizia sino a dire, «Il papa è l'assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo, _portate denaro_. Roma è un baratto d'inferno, e il diavolo vi presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa in proverbio:
_Curia romana non petit ovem sine lana;_ _Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;_
invece di convocare tutti, dicendo, _Venite e troverete il riposo delle anime_, il papa esclama: _Venite alla mia Corte, vedetemi nella mia magnificenza maggiore di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, e troverete la perdita delle vostre anime_». Revelatio S. Brigitæ, l. 1, c. 41, ed. Romæ 1628.
Ben però discernete come questi zelanti non risparmiassero l'individuo, foss'anche il papa, perchè anelavano la purezza della Chiesa; anzi l'affiggere ciascun fatto particolare ai depositarj dell'autorità spogliava questa dalla scoria, lasciando intatta la persona morale. Imitavano Cristo, che aveva insegnato a rispettare la cattedra di Mosè malgrado le cattive opere degli Scribi e Farisei, sedutisi in quella: mentre da poi detestaronsi i dottori, e per essi anche la dottrina che insegnavano, e l'autorità che teneano da Dio d'insegnarla.
Il cardinale Giuliano rappresentava ad Eugenio IV i disordini del clero, principalmente tedesco; donde l'odio che il popolo gli portava, fino a temere che i laici gli s'avventino al modo degli Ussiti: «Gli accorti tengono l'occhio a quel che faremo, e pare deva nascerne qualcosa di tragico: il veleno che nutrono contro noi si manifesta: bentosto crederanno fare opera accetta a Dio maltrattando e spogliando gli ecclesiastici, come esosi a Dio e agli uomini; la poca devozione che ancora sopravvive verso l'ordine sacro si perderà: si riverserà la colpa di tutti questi sconci sopra la Corte romana, considerandola come causa di tutti mali».
Gian Francesco Pico, principe della Mirandola, noto per la tragica sua fine (1533), scrisse un opuscolo[256], che i riformati ristamparono a Würtenberg nel 1521 per fare onta al papa, e per noverar fra i loro precursori quel principe, di cui ristamparono pure l'orazione _De reformandis moribus_, che egli recitò nel concilio lateranense, dove pone al pallio l'ambizione, l'avarizia, la scostumatezza del clero. E la recitava in un concilio, e la dedicava a Leone X, al quale pure dedicò quattro libri dell'Amor Divino; e tutto è pietà nel suo _De morte Christi, et de studio divinæ et humanæ philosophiæ_ (1497); e nella dedica che Aldo pose all'opera di lui _De immaginatione_, accenna a commenti de' Salmi, che aveva lasciati incompiuti, e che si allestivano per la stampa: come ha pure tre inni eroici alla Trinità, a Cristo, alla Beata Vergine.
Lorenzo Valla, uno de' più battaglieri fra quegli eruditi che nel secolo XV empivano di risse la repubblica letteraria, nella prima giovinezza avendo invano domandato di succedere a suo zio come segretario apostolico, si vendicò con epigrammi contro la Corte romana: scrisse _del Piacere_ anteponendo Epicuro allo stoicismo, contraddicendo a Boezio, come fece pure in un dialogo _De libero arbitrio_[257]; giostrò poi contro gli Aristotelici nelle _Disputazioni dialettiche_; nelle _Eleganze della lingua latina_ mostrò molte improprietà nella traduzione vulgata della Bibbia e ne' padri della Chiesa. Francamente esercitò costui la critica con annotazioni al _Nuovo Testamento_, ponendo la vulgata in paragone coll'originale[258]; dimostrò spuria la lettera di Cristo al re Abgaro; falsa la donazione di Costantino a papa Silvestro[259]; nè che gli apostoli componessero ciascuno uno degli articoli del _credo_, e la dissertazione terminava esortando principi e popoli a frenare l'indebito imperio del papa, e avvertirlo che spontaneamente si tenga in porto, e rimanga soltanto vicario di Cristo. «O romani pontefici, esempio d'ogni ribalderia agli altri pontefici; o malvagi Scribi e Farisei che sedete sulla cattedra di Mosè, e fate l'opera di Natan e Abiron, si conviene egli al vicario di Cristo celesta pompa, e il vestire e le cavalcate? Non s'oda _partito della Chiesa, la Chiesa guerreggia contro i Perugini, contro Bologna_. Non è la Chiesa che combatte i Cristiani, ma il papa. Allora il papa si dirà e sarà padre santo, padre di tutti, padre della Chiesa: nè ecciterà guerra fra' Cristiani, anzi le eccitate da altri accheterà colla censura apostolica e colla maestà del papato».
I declamatori, e massime gli odierni, ammirano il _gran coraggio_ del Valla, ma noi diremmo piuttosto la _violenza_, con cui satireggia prelati e papi e grandi che gli tardassero qualche favore. Nel dialogo dell'avarizia e della lussuria flagella i cattivi predicatori, e specialmente i Minori Osservanti, e in quello sull'ipocrisia tutti i frati, e il clero in generale: eppure accusato al Sant'Uffizio, andò a Roma a giustificarsi, e ad Eugenio IV scrisse bassamente, confessando aver ingiuriato lui e il concilio: e se da questo non ottenne grazia, il nuovo papa Nicolò V lo accolse come scrittore apostolico, gli diede incarichi letterarj, benchè il Poggio, altro critico maligno, dal Valla provocato, cavasse da' costui scritti una sequela di proposizioni ereticali: Calisto III lo elevò anzi a segretario apostolico, e morto tranquillamente nel 1465 fu sepolto nella basilica lateranense. Il suo libro fu poi messo all'Indice dal concilio di Trento.
Tutto ciò pruova, non che si inclinasse già alla negazione protestante, bensì che si confessavano gli abusi, e che senza pericolo li denunciavano quelli che riferivansi alla forma, non mai alla sostanza.
E vaglia il vero, quando un potere non è contestato, e agli occhi di tutti serba il carattere sacro, si può giudicarlo severamente eppur riverirlo, nè reca scandalo il biasimo che sia portato sugli abusi non sull'essenza, e al quale non affigge concetto distruttivo nè chi lo fa, nè chi lo riceve. Ben altrimenti di quando, mancato il rispetto irriflessivo, si sottilizza il raziocinio, e s'insinuano non solo il dubbio erudito o la incredula beffa, ma la risoluta negazione.
NOTE
[241] Si vuole che, qualche prelato, come feudatario, esercitasse, o almeno possedesse l'osceno diritto delle prime notti; e il Lancellotto, nel bizzarro suo libro _L'Hoggidì, ovvero il mondo non peggiora_, dice: «Cotal costume, dai Pagani e dai Gentili praticato, fu già in Piemonte; ed il cardinale illustrissimo Geronimo della Rovere mi diceva aver egli stesso abbruciato il privilegio che aveva di ciò la sua casa». Se mai esistette un tal diritto di _fodero_ o di _marcheta_, bisogna dire che n'abbiano ben accuratamente distrutti gli atti, giacchè nè da me nè da altri cercatori mai nessuno ne fu trovato. Probabilmente non era che una tassa imposta sulle nozze, forse colla simbolica rappresentazione del metter una gamba nel letto; e come tale, n'ebbero il diritto perfino alcune badesse.
[242] Oltre i novellieri, sul teatro pure si pungeva l'avarizia e l'ignoranza degli ecclesiastici. Nel _San Giovanni Gualberto_, rappresentazione del secolo XV, dovendosi eleggere il piovano d'una chiesa, il cappellano esamina gli aspiranti, e riferisce al vescovo:
Messere, io l'ho saputo, e me l'han detto: Quello a chi 'l popol la vorrebbe dare, È un buon prete, ma gli è poveretto, E non potrebbe un cieco far cantare. Quell'altro mi mostrò un pien sacchetto, E son ducati, secondo il sonare, E dice ve gli arreca, e son dugento. _Monsignore_. Costui ha ben ragion! mettili drento.
Alcuni monaci s'accordano per far eleggere abate un di loro, il qual promette nominar l'uno priore, l'altro spenditore, l'altro camerlingo: e vanno al vescovo, e gli offrono cento ducati perchè nomini quell'abate.
_Monsignore_. E molto volentieri i' ho ben inteso; Ma ditemi, figliuol, sono di peso? _Monaco_. Monsignor, e' son nuovi tutti quanti. Non fa bisogno che voi li pesiate. _Monsignore_. Da voi in fuora, io vorrei duo tanti, Ma io vo' ben che voi mi ristoriate Ogni anno per la pasqua e l'ognisanti L'oca, il cavretto e' cappon mi rechiate. _Monaco_. Noi siam contenti, e' cappon fien duo paja, E le candele per la candellaja.
[243] Ma chi si scandalizza delle ricchezze del clero cattolico d'allora non si dimentichi quante ne abbia il clero protestante d'oggi in Inghilterra. I vescovi vi percepiscono da 4200 a 10000 sterline, cioè da 105 a 230 mila franchi, oltre un palazzo in città e uno in campagna: ai due arcivescovi di York e di Cantorbery aggiungonsi per la rappresentanza una gratificazione di quasi 273 fr. Nel settembre 1865 morì Roberto Moore, che godeva sei benefizi senza far nulla, e si calcola che durante la sua vita ne traesse 753 mila sterline, cioè più di 18 milioni.
[244] RAYNALDI, al 7 aprile 1488, § 21.
[245] CIBRARIO, _Istituzioni della Monarchia di Savoja_, pag. 127.
[246] Alfonso Tostat, famoso teologo spagnuolo, reputato il maggior ingegno del suo secolo, a Siena sostenne, in presenza d'Eugenio IV, ventuna tesi teologiche, alcune delle quali non vennero approvate dal pontefice. Questi destinò l'altro famoso teologo cardinale Torquemada a confutar queste due: che, sebbene non v'abbia peccato che non possa esser rimesso, pure Iddio non rimette nè la pena nè la colpa, e nessun prete può dare l'assoluzione; e che Gesù Cristo sofferse la passione al 3 d'aprile, non al 25 marzo. Le due proposizioni furono riprovate, ma il Tostat pubblicò la _Difesa delle tre conclusioni_, e parve mostrare non bastante deferenza per la decisione pontifizia.
[247] BURLAMACCHI, _Vita del Savonarola_.
[248] Predica I, ediz. di Venezia 1530.
[249] A Lione 1502, 1505, 1507, 1536, 1571, 1573, 1577, 1594; a Agen 1508, 1510, 1514, 1578; a Parigi 1518, 1521; ad Argentina e Rouen 1515; a Brescia 1521; a Venezia 1585.
[250] È a vedere anche BARBERINO, _Documenti d'amore_, part. VIII, d. 2.
[251] LANDI, _Paradossi_.
[252] _Ed. del Moreni 1831_, I, 187, 232. Declamò novamente (II, 50) contro l'andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d'Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni più tardi. Forse questi passi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni delle Celle quando dissuadea Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nella IXª delle sue lettere.
[253] Questi pure si lamentava che
Ogni predicator buffoneggiava Nè quasi si credea dal tetto in su.
_Cedrus Libani_. Nella Magliabecchiana è manoscritto del quattrocento un _Promptuarium prædicatorum_, dove, sopra argomenti che possono esser soggetto di predica, si adunano le autorità della santa scrittura, affinchè le prediche riescano _non subtilia magis quam utilia_.
[254] _Contra prælatos simoniacos, qui ordines sacros cœteraque spiritualia publice vendunt_.
[255] _Epist._ Lib. I, c. 66.
[256] _Opusculum de sententia excommunicationis injusta pro H. Savonarolæ innocentia_. Firenze 1497.
[257] Antonio Floribello, nell'orazione sopra l'autorità della Chiesa, scrive: _Quod vero Lutherus et quidam ejus discipuli, omnia fato et necessitate fieri, nihil in potestate nostra situm esse, agi nos, non agere a principio dixerunt, cum idem senserunt quod nonnulli veteres philosophi, tum Viclefi illius sui, Laurentiique Vallensis opinionem impiam et humano generi perniciosam revocarunt_. SADOLETI, Opera II, p. 401.
[258] _De collatione novi Testamenti_. Fu pubblicata solo cinquant'anni dopo morto l'autore, da Erasmo. Per tacere i vecchi, il Maj, il Rank, il Vercellone, il Cavedoni notarono della versione itala molte voci non usate dai classici, come _abintus_, _ascella_, _maletracto_, _prendo_, _regalia_, _satullus_, _retia_ per rete, _advenit_ per accade, _martulus_ per martello, _manna_ per manata, _altarium_ per altare, _glorio_ e _combino_ per lodo e congiungo, _scamellum_ per scannello, e forme grammaticali errate, come _odiet_, _odiant_, _odivi_, _plaudisti_, _avertuit_, _sepellibit_, _eregit_, _prodiet_, _exiam_, _exies_, _perient_, _scrutaberis_, _abstulitum est_, _prævarico_ e _demolient_ per prævaricor e demolientur, _lignum viridem_ ecc. Il conchiuderne che la traduzione della Bibbia è barbara è un'assurdità ove si pensi che, massime l'itala, fu fatta ne' floridi tempi dell'impero, essendo vivissima la lingua latina. Fu dunque buon consiglio quello del De Vit, di raccoglierne le voci nella ristampa che ora fa del Lexicon totius latinitatis. Di ciò discorro io distesamente in una _Dissertazione sull'origine della Lingua Italiana_. Napoli 1866.
[259] _De falso credita et ementita Constantini donatione, declamatio_. È però a notare che la falsità dell'atto di donazione di Costantino era già stata sostenuta da Pio II, ancora privato, dal cardinale di Cusa, dal Pocock vescovo di Chicester. Dico dell'atto, perocchè su questa donazione tanto controversa han discorso i migliori moderni in ben altro senso dal vulgare, dietro al De Maistre, che avea scritto: «Una medesima mura non potea contenere l'imperatore e il pontefice. Costantino cedette Roma al papa. La coscienza del genere umano l'intese a questo modo, e ne nacque la _favola_ della donazione, che è verissima. L'antichità, cupida di vedere e toccar tutto, tramutò l'abbandono in una donazione formale; la vide scritta su pergamena, deposta sull'altare di San Pietro. I moderni gridano _falsità_; ed era l'innocenza che raccontava le sue idee. Non c'è cosa sì vera quanto la donazione di Costantino».
Eppure Stefano Dumont, professore parigino, sostenne l'autenticità anche dell'atto; autenticità simile a quella che dicemmo dell'altre Decretali, che Graziano o il falso Isidoro non inventarono, bensì mutilarono o cangiarono per ridurle opportune a una collezione legale.
DISCORSO XI.
I PAPI POLITICI. ALESSANDRO VI. IL SAVONAROLA.
A mali siffatti, pur beato quando si trova ad opporre fervido zelo, soda pietà, scienza matura! Nessun vorrà credere che lo spirito di verità e di santità, immorante colla Chiesa in eterno, non apparisse allora. Principalmente negli Ordini religiosi sorgeva chi ravvivasse il sentimento religioso, e tutti, a chi cercasse, offrirebbero personaggi insigni per virtù e per scienza. Bernardino da Siena per tutta Italia menava su' suoi passi la pace e la limosina, e moltiplicò chiese, conventi, spedali, missionarj che spedì in ogni parte del mondo. Bernardino da Feltre allettava il popolo coll'eloquenza e la virtù, e col raccogliere i gemiti delle vedove e de' pupilli; propagò i monti di pietà, allora appena introdotti da un Barnaba francescano a Perugia, per salvare i bisognosi dagli usuraj (1494). Giacomo di Mombrandone, patriarca delle Marche; Pier da Moliano e Antonio da Stroconio nell'Umbria; Pacifico da Ceredano nel Novarese, Angelo da Chivasso, riverito principalmente a Cuneo; Giacomo d'Illiria, frate presso Bari; Vincenzo d'Aquila dedito a stupende austerità, e altri assai Francescani, ottennero culto. De' Domenicani cercarono la riforma Antonio de' Marchesi di Roddi, vercellese, e sant'Antonino, che eletto arcivescovo di Firenze, conservò la frugale regolarità monastica, d'una mula accontentandosi per tutti i servigi, mentre il palazzo, la borsa, i granaj teneva aperti a chiunque; e profondea nelle pesti e ne' tremuoti; «contro a molti che dicono i prelati usare le pompe per essere stimati, giunto a Roma con una cappa da semplice frate, con un mulettino vile, con poca famiglia, era in tanta reputazione, che quando passava per la via s'inginocchiava ognuno a onorare lui, assai più che i prelati con le belle mule e con gli ornamenti de' cavalli e de' famigli»[260]. Fondò a Firenze il ricovero delle orfane e vedove decadute, ed altre istituzioni che durano fin oggi, o fin jeri, come i provveditori dei poveri vergognosi, anticipazione de' Paolotti: e lasciò una _Summa theologica_ di temperate conclusioni, che passa ancora per delle meglio ordinate; e ch'egli stesso compendiò in italiano ad uso de' confessori. Matteo Carrieri da Mantova, portentoso per richiamare al cuore famose peccatrici, e coltivare nascenti virtù: catturato da un corsaro e ottenutane la libertà, la esibì a riscatto d'una signora, presa anch'essa colla figlia; onde il pirata commosso rilasciò tutti i prigionieri (1450). Era domenicano, come Costante da Fabriano, diviso fra lo studio, la preghiera e le macerazioni, e che già vivo ottenne, direi, culto; Giovanni Licci da Palermo che edificò quell'Ordine in cenquindici anni di vita; Sebastiano de' Maggi di Brescia, che alle lodi di letterato rinunziò per attendere alla conversione de' peccatori ed al rappacificamento de' nemici, massime a Genova, ove morì nel 1494.
Francesco di Paola, istitutore de' Minimi, assunse per divisa la parola CHARITAS; non tacque il vero ai regnanti di Napoli; a Luigi XI di Francia, che mandò a cercarlo nell'ultima sua malattia, annunziò che la vita dei re sta come le altre in man di Dio e a questo si preparasse a renderla. A quella Corte lo chiamavano _il buon uomo_, titolo che colà rimase a' suoi frati, e ad una qualità di pere, di cui egli aveva portato l'innesto.
Francesca di Busso fu esempio delle matrone romane, massime ne' patimenti per l'invasione di re Ladislao e nella peste; per trent'anni servendo ai malati negli ospedali senza negligere le cure domestiche; infine istituì le Oblate. Caterina da Pallanza, udendo a Milano il beato Alberto da Sarzana predicare la passione di Cristo, a questo dedicò la sua verginità, e altre fanciulle raccolse sul monte di Varese ad ascetica perfezione. Veronica, di poveri parenti milanesi, costretta al lavoro continuo anche dopo entrata agostiniana, la notte imparava da sè a leggere e scrivere, e fu da Dio graziata d'insigni favori. Caterina, figlia d'un Fiesco di Genova vicerè di Napoli, costretta a sposare un Adorno qual pegno di riconciliazione fra le due emule famiglie, dopo dieci anni di paziente martirio, riuscì a convertire il marito; servì i poveri nello spedale, e nelle pesti del 1497 e del 1501; consolata da superne illustrazioni, lasciò opere, che per elevatezza e fervore emulano quelle della sua contemporanea santa Teresa.
Luigia d'Albertone romana, Caterina Mattei di Racconigi, Maddalena Panatieri di Trino, Caterina da Bologna, autrice delle _Sette armi spirituali_, la carmelitana Giovanna Scopello di Reggio; Serafina, figlia di Guid'Antonio conte d'Urbino, e moglie malarrivata di Alessandro Sforza signore di Pesaro; Eustochia dei signori di Calafato a Messina, fondatrice del Monte delle Vergini; Margherita di Ravenna, provata da Dio con penosissime infermità, fondatrice della confraternita del Buon Gesù; Stefania Quinzani d'Orzinovi, che le città s'invidiavano, e a cui il senato veneto e il duca di Mantova e quel di Milano chiedeano direzione; Margherita di Savoja, vedova del marchese di Monferrato che, offertole da Cristo d'essere provata colla calunnia o la malattia o la persecuzione, tolse di subirle tutte,... sono un piccolo saggio delle donne che infioravano il giardino di Cristo.
Ma la pietà di questi e de' troppi che ommettiamo non bastava a quella riforma, che sarebbe dovuta venire dall'alto; come già vedemmo dal fondo della corruzione essere cavato il mondo per la forza di Gregorio VII, e per lo zelo e gli esempj de' santi Francesco e Domenico.