Part 26
Adunque i signori nella vigna di Cristo trovavano desiderabilissimi appanaggi ai loro cadetti; la curia romana, che male si confonde colla Chiesa, ne faceva pingui ricompense a' suoi devoti, conferendole meno per merito di scienza ed esemplarità, che per servigi resi in curia, o ancora peggio per raccomandazioni di principi; con molteplici serie di promozioni mirava a lucrare dalla vacanza e dalle collazioni de' benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. I vescovi, educati nel fasto spensierato anzichè a studj teologici, puntigliosi sul decoro della famiglia ed emuli del lusso fraterno, amanti del ben vivere più che del vivere bene, per trescare nelle Corti, o sollecitare posti a Roma, abbandonavano le diocesi a vicarj spirituali, e per economia preferivano sceglierli tra' frati mendicanti, i quali non esigevano mercede. I cardinali, dice il piissimo Bellarmino, non divenivano santi perchè aspiravano a divenire santissimi: le chiavi di san Pietro erano desiderate, non perchè aprono il cielo, ma perchè erano d'oro[243].
Gli inferiori sogliono foggiarsi sull'esempio dei capi. Recitavasi la messa con indifferenza meccanica, per abitudine, non altrimenti d'un rito qualunque, senza spirito nè unzione, senza conoscere come storicamente le sue cerimonie s'annettano a quelle della primitiva Chiesa. Molti possedeano il titolo di dottori in teologia, ma non la teologia; e come adesso non si leggono più libri serj e profondi, ma enciclopedie e giornali e compendj, così allora, invece dei Padri e della Scrittura, si stava alle _Somme_, ai _Fiori_, ai _Manuali_. Innocenzo VIII dovette rinnovare la costituzione di Pio II, che ai preti vietava di tenere macello, albergo, bettola, casa di giuoco, postribolo, o di fare da mediatori per denaro; e se _dopo tre ammonizioni_ persistessero, non godrebbero più l'esenzione del fôro[244]. Silingardo vescovo di Modena, dirigendo la sua _Somma di teologia morale_ al cardinale Morene, diceva avere «nella visita di quella diocesi trovata tanta ignoranza della lingua latina nella maggiore parte de' sacerdoti curati, accompagnata da così poca pratica della cura delle anime, che verisimilmente si può temere una gran ruina e precipizio del gregge». I tre stati di Savoja, raccolti a Ciamberì nel febbrajo 1528, faceano istanza a quel duca perchè fossero frenati e moderati gli ecclesiastici, che trascendono in abiti e pompe mondane, ed esercitano l'usura con gran danno del popolo minuto, e che godono pingui benefizj senza adempirne gli obblighi di limosine e messe[245]. Insomma il sacerdozio consideravasi come uno stato, non una vocazione; le penitenze, lo studio, il predicare rimanevano incombenza de' frati.
Ma in questi pure appariva come sia pessima la corruzione dell'ottimo. Commendate le badie ad uno che mai non le vedeva, o vi compariva con treno secolaresco di cani, donne, cortigiani per raccorvi i frutti e far caccia nelle selve, chi più curava la disciplina de' monaci? E qual meraviglia se i conventi, già centri all'attività del pensiero, delle arti, della devozione, intepidivano nella rilassatezza dell'opulenza, o gareggiavano solo nella profana gelosia d'un Ordine coll'altro?
Mentre nell'Aretino e pari suoi si perdonava non solo ma si applaudiva la scostumatezza, la perfezione a cui devono aspirare i monaci rendeva rigorosi verso di loro; che d'altra parte obbligati per professione a sopportare e umiliarsi, non davano timore di ripicchio. Eccoli pertanto bersaglio alle leggerezze e alle arguzie. Lelio Capilupo di Mantova, famoso pei lubrici centoni, ne fece uno _inimitabile_ contro i monaci, ch'è inserito in fine del _Regnum papisticum_ di Naogeorgus. Chi non conosce i nostri novellieri?
Non è men vero che i monaci venivano rimproverati anche dagli austeri; se non che questi il facevano con carità, con esagerazione i depravati: questi pel maligno gusto di rivelare spettacoli stomacanti, quelli collo scopo di rimediarvi. Ambrogio abate generale de' Camaldolesi, dotto e pio, adoprato da Eugenio IV nelle controversie e nella carità, nel 1431 e 1432 visitando i varj conventi d'Italia trovò disordini, ch'egli, nel suo _Hodœporicon_, per prudenza dinota con voci greche; monache ch'erano vere εταιριδα; altrove _omnes ferme_ πορνας ειναι; un'abadessa gli confessò τεκνον ποιησαι: d'un'altra un prete geloso pubblicò lettere oscene. Noi ci siamo tanto compiaciuti in lodare i frati, che non saremo imputati di malevolenza se deploriamo con pari franchezza che le istituzioni umane, al par che le verità, si disgradano quando sieno esposte al vento e alla pioggia del mondo. Chi ignora con qual buon senso stizzoso san Girolamo rivelasse i disordini de' monaci fin dal suo tempo? Vedemmo come, a riformarli, s'istituissero gli Ordini mendicanti, ma la costoro degenerazione fu tanto prossima all'istituzione, che san Bonaventura, generale de' Francescani, già nel 1257 querelavasi co' provinciali e guardiani, perchè, sotto veste di carità, i fratelli s'impacciassero d'affari pubblici e privati, di testamenti, di segreti domestici; sprezzando il lavoro, cadono nell'infingardaggine; e mentre pregano a ginocchi e meditano nelle celle, sbadigliano, dormono, si danno a vanità, o dai libri che composero traggono un orgoglio, qual non prenderebbero col tessere stuoje o fiscelle come i primi romiti; vagando, riescono d'aggravio agli ospiti o di scandalo; per rifarsi della stanchezza mangiano e dormono oltre il prefisso; scompigliano le regole del vivere; domandano con tale importunità da farsi schivare come ladri. E segue a dire che la vastità dei conventi incomoda gli amici, ed espone a sinistri giudizj; ai parroci spiacciono perchè si danno attorno a funerali e a testamenti. Così un loro amorevole; che non doveano dirne Pier delle Vigne e Mattia Paris loro avversissimi?
L'Ordine francescano nel secolo XIV avea già dato cinque papi, quarantatrè cardinali, più di cento canonizzati. Venerandoli per santità, disinteresse, acume, le città chiamavano que' frati a compor litigi, ad amministrare finanze, a riformare statuti; i papi li deputavano a dilicate missioni, perchè nè costavano spesa, nè accampavano pretensioni; il Sant'Uffizio li riduceva a una specie di magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri e imperio sovra il magistrato secolare; essi che erano stati istituiti a profonda umiltà, a povertà assoluta. Allorquando nel 1457 se ne celebrò il _capitolo generalissimo_ in San Francesco di Milano, con indulgenza pari a quella di Santa Maria degli Angeli d'Assisi, immenso numero ne concorse, pel cui sostentamento si raccolsero meglio di diecimila scudi di limosine: il duca Francesco Sforza prodigò ad essi trattamento e onorificenze, e sedette al loro pranzo frugale, mentre centomila curiosi affluirono a vederli.
Ricchi di privilegi, tra cui invidiatissimo quello di confessare, e predicare dovunque si trovassero, e farsi cedere il pulpito da ogni curato, ne ottenner di nuovi da Sisto IV, epilogati nella famosa Bolla dell'agosto 1474, fratescamente qualificata _mare magnum_, che minacciava sino di destituzione i parroci che non obbedissero ad essi. I vantaggi che traevano dall'opinione di santità tornarono a danno di questa; e resi mondani, con mille brighe cercavano le dignità; e (dice il cardinale Caraffa) «si veniva ad omicidj non solo con veneno, ma apertamente col coltello e colla spada, per non dire con schioppetti». Le gravissime controversie tra i più o meno rigidi Osservanti, procedute fino all'eresia de' Fraticelli, da molti papi si tentò invano toglierle di mezzo, finchè Leone X nel 1517 gli obbligò ad eleggere un solo generale, nè portar altro titolo che di Minori Osservanti.
Che dirò delle smancerie usate per sostenere un santo speciale, una speciale divozione, ciascun Ordine, ciascun villaggio, ciascuna chiesa? Ne' panegirici si trascendea fino alle assurdità, per dabbenaggine più che per frode moltiplicando i miracoli, le grazie, le reliquie, e attirando al santo prediletto un culto vulgare, che rasentava all'idolatria. Il fervore, non sempre disinteressato, per certe devozioni nuove, come il rosario de' Domenicani e lo scapolare dei Carmeliti, faceva proclamarle quale espiazione sufficiente a tutti i peccati, che perdevano l'orrore quando annunziavasi così facile il redimerli, e ne veniva presunzione a chi le osservasse, e confidenza d'una buona morte dopo vita ribalda.
Altri frati, che s'occupavano nel trascrivere libri, si trovarono ridotti all'ozio dalla stampa. Non che cessare, cresceva il mal vezzo di gettarsi a quistioni di poca arte e molti cavilli, a dubbj curiosi e controversie puntigliose, facendo schermaglia di sillogismi, surrogando le sottigliezze scolastiche al vangelo, e alla logica attribuendo i diritti della ragione, come oggi all'audacia: aggiugnendovi un ingombro di indigeste autorità.
Se la beatissima vergine fu concepita anch'essa nel peccato originale; se i Monti di pietà sono un'istituzione opportuna, o un'usura riprovata dal vangelo, furono causa di lunghi abbaruffamenti fra Domenicani e Francescani. Jacopo delle Marche minorita, predicando a Brescia nel 1462, affermò che il sangue, da Gesù Cristo versato nella sua passione, era separato dalla divinità, e perciò non gli si doveva l'adorazione. Se ne levò tanto rumore, che Pio II volle fosse messo in disputa alla sua presenza da famosi teologi; i quali si bilanciarono in modo, che esso papa non potè se non imporre silenzio su tal quistione[246].
Al concilio di Basilea fu condannata un'opera teologica di Agostino Favaroni da Roma, composta di tre trattati; uno del sagramento dell'unità di Cristo, e della Chiesa; l'altro di Cristo e del suo principato; l'altro della carità e dell'amore infinito di Cristo verso gli eletti; dove si trovavano proposizioni ereticali: per esempio, che Cristo pecca ne' suoi membri, cioè nei fedeli; che la natura umana in Gesù Cristo è veramente Cristo. L'autore le spiegava in senso cattolico, e si sottopose al giudizio della Chiesa.
Sul pulpito la più parte non recavano studj profondi e dogmatica precisione, ma zelo e modi popoleschi, con improvida applicazione alle evenienze giornaliere. Di quegli aridi tessuti di scolastica e di morale, rinzeppati di brani e brandelli d'autori sacri e profani, con dipinture ridicole o misticismo trasmodato, non ci spiegheremmo i grandi effetti che la storia ci ricorda, se non attribuendoli al gesto, alla voce, allo spettacolo, e più alla persuasione della santità. E non il talento, bensì la fede e l'amore fanno i grandi predicatori, quali furono Bernardino da Siena, Michele da Carcano, Alberto da Sarzana ed altri, famosi per conversioni e per pacificamenti. Una novità aveva cercato introdurre Ambrogio Spiera, trevisano, servita e famoso teologo, i cui sermoni, stampati nel 1476, poi nel 1510, sono piuttosto trattati teologici, divisi in varie conclusioni, dove raccoglie tutto quanto in proposito dissero le sante scritture, i Padri ed altri dottori. Così evitava le opinioni particolari, ma quell'aridità sconveniva all'eloquenza del pulpito.
Mescolando sacro e profano, serio e burlesco, col nuovo, col bizzarro, col sorprendente attiravasi l'attenzione, ponendo i mezzi sopra lo scopo. Paolo Attavanti ogni tratto cita Dante e Petrarca, e se ne gloria nella prefazione. Mariano da Genazzano, levato a cielo da Pico della Mirandola e dal Poliziano, «predicava attraendo con l'eloquenza sua molto popolo, perciocchè a sua posta aveva le lagrime, le quali cadendogli dagli occhi per il viso, le raccoglieva talvolta e gittavale al popolo»[247].
Non è raro il trovare una pietà sincera e un'ingenuità profonda associate senza gusto col buffo e col teatrale; e a riso anzichè a compunzione eccitano i sermoni di Roberto Caracciolo da Lecce, dai contemporanei supremato nell'eloquenza. Sale in pergamo a predicare la crociata? traendosi la tonaca, rivelasi in abito da generale, come pronto a guidare egli stesso l'impresa. Un'altra volta esclama: «Dicetemi, dicetemi un poco, o signori; donde nascono tante e diverse infermitadi in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? Non d'altro se non da troppo cibo ed essere molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a toi conviti vino bianco, vino negro, malvagìe, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandorle, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgónfiate, allargate la bottonatura, et dopo el mangiare va, et bòttati a dormire come un porco»[248]. E a costui fioccavano e brevi in lode, et onorevoli commissioni, e mitre, e titolo di nuovo san Paolo.
Giacomo, arcivescovo di Téramo, poi di Firenze, fra varie opere, scrisse una specie di romanzo col titolo _Consolatio peccatorum_ o _Belial_, dove immagina che i demonj, indispettiti del trionfo di Cristo sopra Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere giustizia a Dio contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la decisione a Salomone; e Cristo citato, manda per rappresentante Mosè, il quale adduce a testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Virgilio, Ippocrate, Aristotele, il Battista. Belial li scarta tutti, eccetto l'ultimo, sostiene la sua causa con finezza diabolica, pure la decisione esce a lui contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a Giuseppe; se non che Belial preferisce comprometterla in arbitri; e sono Aristotele ed Isaia per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I testi più venerabili sono stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli della giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne' cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad ambe le parti cantare trionfo.
_Nescit prædicare qui nescit barlettare_, dicevasi in onore di Gabriele Barletta, i cui discorsi ebbero moltissime edizioni nel secolo di Leon X[249], e pajono burlette. Per Pasqua racconta che molte persone offrironsi a Cristo onde annunziare la sua risurrezione alla madre: egli non volle Adamo, perchè, goloso dei pomi, non si indugiasse per istrada; non Abele, perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè correvole al vino; non il Battista pel suo vestire troppo distinto; non il buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; bensì donne per la popolosa loquacità. Ma ben doveva esser applaudito quando, blandendo un sentimento troppo vulgare, predicava: «O voi, donne di questi signori e usuraj, se si mettessero le vostre vestimenta sotto il pressojo, ne scolerebbe il sangue de' poveri».
Sempre poi conchiudevasi coll'accattare: e uno diceva: «Voi mi chiedete, fratelli carissimi, come si vada in paradiso. Le campane del monastero ve l'insegnano col loro suono: dan-do, dan-do, dan-do».
Il vizio non era nuovo, che già avea tonato l'Alighieri:
Ora si va con motti e con iscede A predicare; e pur che ben si rida, Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.
I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante scempiaggini di Andrea vescovo di Firenze, che mostrava dal pulpito un granello di seme, poi si traeva di sotto la tonaca una grossissima rapa, e diceva: «Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che da sì picciol grano trae sì gran frutto». Poi: _O domini et dominæ, sit vobis raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est bene emendata; ideo vadit ad indulgentiam_[250].
A dir vero, questi modi, se men dignitosi, erano più efficaci che non le esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza coraggio dei secoli d'oro. Ma se a persone semplici e credenti recavano edificazione, se doveva poi con sciagurata efficacia imitarli Lutero, nel nascere della critica e della negazione davano appiglio ad accuse, alla loro volta esagerate. Della tecnica compagine stomacavansi gli schizzinosi letterati, e il Bembo, chiesto perchè non andasse a predica, rispose: «Che ci ho a veder io? Mai altro non s'ode che garrire il dottore Sottile contro il dottore Angelico, poi venirsene Aristotele per terzo e terminare la quistione proposta»[251].
E l'erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: «Parmi che tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per istudio di brillare più che di giovare; non vôlti a curar le infermità dell'animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie, riprendono i vizj in modo che pare gl'insegnino, e per desiderio di piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render migliori gli uomini».
Alcuni non mancavano di merito letterario, quali frà Cavalca, il Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Come quest'ultimo distinguesse le devozioni dagli abusi, giova mostrarlo a coloro, che in que' tempi e in que' frati non ritrovano che superstizione: «Viene (diceva egli) viene l'uomo, ed andrà a santo Jacopo in pellegrinaggio, ed anzi ch'egli sia là, cadrà in un peccato mortale, e forse in due, e talora in tre, e forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? Che rileva questa andata? Dovete sapere che, chi vuole ricevere le indulgenzie, conviene che ci vada puro, come s'egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? E però le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona, perch'io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco in te medesimo e pensare del Creatore, o piangere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».
Parole altrettanto libere aveva proferite l'anno innanzi in Santa Maria Novella a Firenze. «Molti si credono fare grandi opere a Dio; tra noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull'altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or ecco opera. Simigliantemente de' pellegrinaggi. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal viaggio! E vanterassi, e dirà: _tre volte sono ito a Roma due volte ito a santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatto_. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei all'altare, e' par loro avere fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quel Fariseo che dicea, _Io digiuno due dì della settimana_, or ecco grande fatto! e mangi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella mangi bene e bello. Questo andare ne' viaggi io l'ho per niente, e poche persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l'uomo cade molte volte in peccato, ed hacci molti pericoli; trovano molti scandoli nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con l'oste e co' compagni; e talora fanno micidio ed inganni e fornicazioni; e caggiono in peccato mortale»[252].
Altri, massime dopo il Savonarola[253], stuzzicava l'attenzione col mescere ai discorsi allusioni di politica; chi predicando pei Guelfi, chi pei Ghibellini, chi pei Medici o per lo Sforza; talora erompendo in aperti attacchi contro principi non solo, ma contro prelati e papi.
Non rimestiamo più a lungo questo fango senza ricordare come la discordanza della teorica dalla pratica sia cosa umana, generale, e che non si tratta di riformare il precetto, bensì di cercarne l'adempimento. Infatti, se gli scandali erano vecchi, vecchio era pure il disapprovarli; anzi è degna di nota la franchezza con cui, da per tutto ma viepiù in Italia, si censuravano gli abusi degli ecclesiastici. Dante rimproverò i pontefici con una franchezza, che parve ereticale ai nostri secoli, adulatori de' principi e del vulgo. Francesco Petrarca ne' sonetti invocò «fiamma del cielo sulle treccie dell'avara Babilonia, scuola d'errori, tempio d'eresia», e peggio nelle lettere; eppure egli viveva alla Corte pontifizia, e in lui come in Dante i rimbrotti venivano da riverenza e dal desiderio di correzione.
Dopo di loro, sminuendosi le idee repubblicane e popolari col crescere delle principesche, la letteratura credette far pompa di non pericolosa libertà col volgere le spalle al dogma, invece di esso cantando armi ed amori. Allora allo sdegno di zelo e di ragione di Dante contro i vizj nella Chiesa, Giovanni Boccaccio sostituì lo scherno plateale e l'epigramma delle società gaudenti; ridendo fra i disastri dell'umanità, e dei mali della patria consolandosi coll'egoismo, fa cominciare in chiesa l'osceno suo Decamerone, dove i vizj e i disordini de' monasteri sono il tema prediletto; e papi, santi, devozioni, misteri vi vengono trascinati, non per correggere il male, ma per celiarne. Che se in frà Cipolla non fa che canzonare gli spacciatori di reliquie, e in ser Ciappelletto le bugiarde conversioni, precipita affatto al razionalismo nella famosa storiella dell'anello, certamente d'origine musulmana e dalla scuola d'Averroè.
Gli altri novellieri, imitandolo, affastellarono arguzie ed avventure a carico dei monaci, e nessuno peggio del Novellino di Masuccio salernitano. Del quale ci viene specialmente al balzo la novella X, il cui argomento è, «Come un vecchio penitenziere, non in villa o in luogo rustico, che l'ignoranza il potesse in parte iscusare, ma nell'alma città di Roma e nel mezzo di San Pietro, per somma cattività e malizia vendea a chi comperare il volea come cosa propria il paradiso, sì come da persona degna di fede mi è stato per verissimo raccontato».
Non osando avventarsi contro l'impero e contro i tiranni, la satira si trastullò dunque contro la lassa disciplina. Il Poggio, che fu segretario di tre papi, descrivendo in lettera a Leonardo Bruno il supplizio di Giovanni Huss e Girolamo da Praga, li compassiona inveendo contro Roma: nelle invereconde sue _Facezie_, raccolta degli aneddoti che correano per le anticamere della cancelleria romana, insieme col vulgo e cogli aristocratici, cogli eruditi e coi parlatori, berteggia insolentemente gli ecclesiastici e la Corte pontifizia: eppure si stamparono in Roma stessa il 1469. Battista Spagnuoli, dalla patria detto il Mantovano, dettò satire virulente contro il clero. Giovian Pontano satirico, che aveva sempre un calcio pei vinti, pronto a carezzarli quando tornassero vincitori, spesso bersaglia gli ecclesiastici, e nel dialogo _Caronte_ introduce vescovi, cardinali, monaci a far confessioni spudorate. Antonio Vinciguerra, segretario della repubblica fiorentina, verseggiò contro i peccati capitali che infestavano la Chiesa e l'Italia.
Leonardo Aretino (_Libellum contra hypocritas_) dice ai frati: «Tra i vostri grandi e deformi vizj, primeggiano l'orgoglio, l'avarizia, l'ambizione. Volete ricoprirli colle lunghe cappe e coi cappucci; perciò avviluppate i corpi onde asconder l'orgoglio sotto l'abito dimesso, l'avarizia e l'ambizione sotto apparenza di povertà..... Ma se desiderate esser persone dabbene, quali vorreste sembrare, bisognerebbe cacciar i vizj dalle anime vostre, e non asconderli sotto le tonache..... A tali ostentazioni io non credo; io non credo neppur a te, o ipocrita, perchè sospetto che sotto quei panni s'asconda qualcosa. Chi potesse guardarvi per entro, vedrebbe una cloaca di vizj turpi, e il lupo rapace sotto le vestimenta d'agnello. E come l'esca serve a pigliare i pesci, così le tonache grossolane coprono le vostre malvagità per ingannare gli uomini. A questo travestimento è congiunta la emaciazione del volto e lo sbattimento, che son pure grandi stromenti d'ostentazione e di ciurmeria. Ipocrito, perchè sì tristo? che vuol dire cotesto collo torto? che cotesti occhi abbassati, coteste finte di integrità e di innocenza? Potete tenervi dal ridere quando vedete un altro dello stesso mestiere?»